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13/05/26

La Chiesa di Roma dedicata a una Santa che non esiste: Santa Passera (da Fabrizio Falconi, "Storie su Roma che non ti hanno mai raccontato"

 


Tra le mille e bellissime chiese di Roma, ve n’è una che ha un nome davvero singolare, che non trova riscontro alcuno nella storia del cattolicesimo. È dedicata infatti – ed è comunemente indicata così – ad una Santa che non appare in nessun martirologio e nessun elenco di beati: Santa Passera.

       Chi era mai costei? E com’è finita ad essere titolare di una chiesa così antica? L’edificio è in effetti, antichissimo: risale infatti al V secolo d.C. e sorge nel quartiere Portuense, quasi sull’argine del Tevere, prospetticamente di fronte alla Basilica di San Paolo fuori le Mura, che è dall’altra parte del fiume. Fu costruita, secondo gli studi archeologici, su un preesistente mausoleo romano del II secolo, quando furono qui portati dal lontano Egitto, i resti di due martiri cristiani, Ciro e Giovanni. Furono proprio loro quindi a dare il titolo alla chiesa che, nei documenti medievali, è sempre chiamata Sancti Cyri e Iohannis oppure Abbacyri (derivato da Abbàs Cyrus, ovvero Padre Ciro), finché soltanto molto più tardi, nel XV secolo, ecco apparire l’appellativo di Santa Pacera o Passera, in sostituzione di quello precedente. Nella certa inesistenza di una santa o martire che si sia mai chiamata in questo modo, gli studiosi hanno ipotizzato che il termine sia una macchinosa derivazione popolare, con molti passaggi, dal nome Abbacyro, divenuto Appaciro, e poi Pacero e infine, per assonanza Passera.

         Quel che è certo, al di là di questa ricostruzione etimologica che appare piuttosto problematica, è che oggi la piccola chiesa, rimasta incastonata nel caotico quartiere della Magliana, appare ancora nelle sue suggestive forme medievali, a navata unica e pianta rettangolare, con – al livello sotterraneo – un oratorio e la cripta che anticamente conteneva le spoglie dei due santi cui era intitolata.

          La suggestione di questo luogo ispirò anche Pier Paolo Pasolini che vi ambientò una delle scene di uno dei suoi film più apprezzati dalla critica, Uccellacci e Uccellini, del 1966, con Totò e Ninetto Davoli protagonisti.

          Il toponimo di Santa Passera, comunque, che riuscì a prender piede ed è rimasto a contrassegnare la chiesa per molti secoli, ha colpito, come era inevitabile, la fantasia popolare romanesca, anche perché, com’è noto, nel vernacolo romano, la “passera” è associata all’organo genitale femminile, come insegna il principe dei poeti romani, Giuseppe Gioachino Belli, che nei suoi 2279 sonetti compilò un fitto catalogo delle espressioni più popolari a Roma, comprese quelle relative alla sessualità. Così, ad esempio, ne La madre de le Sante, del 1832, in cui enumera tutti i divertenti sinonimi della vagina:

 

Chi vvò cchiede la monna a Ccaterina,

pe ffasse intenne da la ggente dotta

je toccherebbe a ddí vvurva, vaccina, 

e ddà ggiú co la cunna e cco la potta

 

     Ma nnoantri fijjacci de miggnotta

dìmo scella, patacca, passerina,

fessa, spacco, fissura, bbuscia, grotta,

fregna, fica, sciavatta, chitarrina,

 

     sorca, vaschetta, fodero, frittella,

ciscia, sporta, perucca, varpelosa,

chiavica, gattarola, finestrella,

 

     fischiarola, quer-fatto, quela-cosa,

urinale, fracoscio, ciumachella,

la-gabbia-der-pipino, e la-bbrodosa.

 

     E ssi vvòi la scimosa, 

chi la chiama vergogna, e cchi nnatura,

chi cciufèca, tajjola, e ssepportura.[1]

              

       L’anno prima, invece, il Belli aveva dedicato un altro sonetto erotico ad una donna del quartiere, particolarmente procace, A Nina, in cui di nuovo compare il termine riferito alla passera:

 

 Tra ll’antre tu’ cosette che un cristiano

ce se farebbe scribba e ffariseo,

tienghi, Nina, du’ bbocce e un culiseo,

propio da guarní er letto ar gran Zurtano.

              

     A cchiappe e zzinne, manco in ner moseo 

sc’è robba che tte po arrubbà la mano; 

ché ttu, ssenz’agguantajje er palandrano, 

sce fascevi appizzà Ggiuseppebbreo.

              

     Io sce vorrebbe franca ’na scinquina 

che nn’addrizzi ppiú ttu ccor fà l’occhietto,

che ll’antre cor mostrà la passerina. 

              

     Lo so ppe mmé, cche ppe ttrovà l’uscello,

s’ho da pisscià, cciaccènno er moccoletto:

e lo vedessi mó, ppare un pistello![2]



[1] G. G. Belli, Sonetti [560 (561], a cura di G. Vigolo, Arnoldo Mondadori Editore, 1958

[2] G. G. Belli, Sonetti [70], Garzanti Editore, 1991 p.42  


© Riproduzione riservata - Tratto da Fabrizio Falconi, Storie incredibili su Roma che non ti hanno mai raccontato, Newton Compton, Roma, 2024






24/05/24

I tesori di Santa Maria Sopra Minerva, una delle più belle chiese di Roma


I tesori di Santa Maria Sopra Minerva, una delle più belle chiese di Roma

Tratto da Fabrizio Falconi - Le Basiliche di Roma - Newton Compton, Roma, 2022 - tutti i diritti riservati

La meravigliosa Basilica a pochi passi dal Pantheon è uno dei casi in cui il nome dell’edificio chiarisce da se stesso la sua origine, le sue fondamenta. La Chiesa di Santa Maria sopra Minerva è una delle più straordinarie di Roma.  Fondata nel secolo VIII sui resti di un tempio di Minerva Calcidica e rifatta in forme gotiche nel 1280, deve il suo fascino anche a questo: il sorgere sullo stesso luogo esatto dell'antico Tempio di Iside al Campo Marzio  (o Iseo Campense o Iseum et Serapeum) che i Romani avevano dedicato al culto delle due divinità orientali, Iside e Serapide e che nel corso dei secoli, dopo la caduta dell’impero, ha restituito preziosissimi reperti, in gran provenienti dall'Egitto e trasportati a Roma dopo che quella provincia fu acquisita da Augusto dopo la morte di Cleopatra imperatrice. Non solo: nella stessa zona dell’Iseo Campense, sorgeva anche il Tempio di Minerva Chalcidica, costruita dall’imperatore Domiziano, l’ultimo della dinastia Flavia, alla fine del I secolo d.C. L’appellativo di Chalcidica significava letteralmente “guardiana” o “portiera” e si riferiva al fatto che il tempio in onore della dea (chiamato anche in seguito Minerveum),  era stato costruito proprio di fronte al Porticus Divorum, la grande area porticata voluta dallo stesso Domiziano, dedicata al padre Vespasiano e al fratello Tito.

             L’esistenza di una chiesa cristiana, edificata sopra i resti di questi edifici è testimoniata già nel 700 d.C. ed era stata affidata alle suore basiliane provenienti da Costantinopoli, ma fu rifatta completamente in forme gotiche intorno al 1280 da architetti toscani, quando il possesso dell’oratorio era passato nelle meni dei frati domenicani. È dunque particolarmente importante in una città come Roma dove sono piuttosto rari gli esempi del puro gotico.

             Modificata poi con vari interventi nei secoli scorsi, la basilica è una delle più importanti di Roma per i tesori d'arte che contiene e per contenere le tombe della Santa patrona d’Italia, di quattro pontefici e di innumerevoli altre personalità.

             La splendida facciata – quasi minimalista – della chiesa, fu dovuta al conte Francesco Orsini che ne finanziò la costruzione nel 1453. Sopraggiunti problemi economici però, evidentemente, ne bloccarono il completamento ed essa rimase incompiuta fino al 1725, fino a quando non intervenne papa Benedetto XIII. La facciata resta ancora oggi semplicissima, nuda e disadorna abbellita però da due portali rinascimentali (i laterali) e uno ottecentesco (il centrale), sovrastati da tre rosoni. La facciata, nitida e bianca fa da sfondo alla piazza antistante, al centro della quale si erge il celebre Elefantino (o Pulcino) della Minerva, opera dello scultore Ercole Ferrata su progetto del Bernini, che sorregge uno dei tredici, vetusti obelischi originali egizi romani, il più piccolo di tutti (proveniente proprio dall’Iseum et Serapeum).

                L’interno della basilica è imponente, a tre navate, separate da massicci pilastri e offre al visitatore il colpo d’occhio di uno sterminato cielo stellato che fa pensare ai simili soffitti medievali a crociera della Basilica superiore di San Francesco ad Assisi, o del duomo di Siena o di San Gimignano, ma invece è di fattura moderna: risale infatti al XIX secolo, quando si scelse una decorazione più in linea con le linee gotiche antiche dell’edificio. Nel pavimento sono invece incastonate moltissime e importanti iscrizioni e sepolture. Nelle due navate laterali si aprono invece diverse cappelle che contengono numerosi tesori. Cominciando dalla navata di destra, nel primo pilastro si ammira la tomba e il busto di Antonio Castalio, una delle più belle sculture del rinascimento romano. Più avanti, nella quinta cappella, la tomba seicentesca firmata dal Maderno, di Papa Urbano VII, il pontefice che detiene il record di minor durata del pontificato: soltanto tredici giorni in tutto, dal 15 al 27 settembre del 1590. Subito dopo la sua elezione, infatti, il papa fu colto da violente febbri malariche, che ne impedirono anche la cerimonia di incoronazione. Venne sepolto in San Pietro, ma fu poi trasferito qui per la sua generosità nei confronti della Arciconfraternita dell’Annunziata che si dedicava all’assistenza delle zitelle bisognose e che aveva sede vicino a Santa Maria sopra Minerva.  Sull’altare di questa cappella, una bellissima Annunciazione di Antoniazzo Romano, del 1460. Nella settima cappella, un affresco di Melozzo da Forlì – Cristo giudice tra due angeli - che adorna una delle tombe rinascimentali.

             Nella navata di sinistra, invece, la terza cappella conserva un piccolo olio su tavola, che dopo una dubbia attribuzione al Pinturicchio, è oggi unanimemente considerato opera di Pietro di Cristoforo Vannucci, più famoso con il nome di Perugino (1448-1523), il maestro di Raffaello. Perugino (o allievi della sua stretta scuola) lo realizzò negli anni successivi al 1479, quando fu chiamato da Papa Sisto IV per decorare l'abside della Cappella della Concezione nel coro della Basilica Vaticana. È un ritratto, quello del Salvatore del Perugino, estremamente affascinante. Per l'uso dei colori (il verde intenso del mantello sul rosso pompeiano della tunica), per l'effige del volto, in espressione dolcissima, con il capo debolmente reclinato sulla destra, il viso incorniciato dai capelli castani, le guance rosee, lo sguardo penetrante. Perugino usò la tecnica dello sguardo animato (comune ad altri celebri ritratti rinascimentali, tra cui La Gioconda): grazie ad un sapiente uso della prospettiva, lo sguardo del Cristo, infatti, sembra seguire quello dell'osservatore. Lo si sperimenta davanti al dipinto, spostandosi lentamente da destra verso sinistra e al contrario: lo sguardo del Cristo sembra continuare ad osservare direttamente negli occhi, colui che guarda.

               Passando ora al transetto, alla fine della navata di destra, eccoci davanti alla meravigliosa Cappella Carafa, uno dei capolavori assoluti del Quattrocento, con gli straordinari affreschi di Filippino Lippi, su commissione del cardinale Oliviero Carafa. Nelle quattro vele della volta, sono rappresentate quattro Sibille. Lo stemma al centro è quello della famiglia Carafa. La parete centrale inserisce all’interno della scena dell’Annunciazione la figura di san Tommaso che presenta alla Vergine Maria il cardinale Carafa, inginocchiato. Nella parte alta c’è l’Assunzione della Vergine e una corona di angeli che le danzano intorno, ciascuno con in mano uno strumento musicale diverso, un vero e proprio inventario di strumenti musicali dell’epoca. Nella parete destra, scene della vita di san Tommaso, mentre sulla lunetta, verso sinistra è raffigurato il miracolo del Crocifisso che parlando al Santo gli dice: “hai scritto bene di me Tommaso, che ricompensa vuoi?”. E sembra lui abbia risposto: “Nient’altro che te Signore”.  In basso, è raffigurato invece il Santo in cattedra che tiene in mano un libro con la scritta: "Sapientiam sapientum perdam", che significa "Distruggerò la sapienza del sapiente", frase tratta dagli scritti di san Paolo. Davanti a lui una figura con un volto inquietante, raffigurante il peccato con un cartiglio che dice "Sapientia vincit malitiam", "La sapienza vince la malizia”, chiara allusione alla spiritualità domenicana da sempre caratterizzata da una ricerca della Verità e una lotta al vizio e all’errore. Tommaso è circondato da quattro figure femminili che rappresentano la filosofia, la teologia, la dialettica e la grammatica. I molti personaggi in primo piano sono per lo più eretici (identificati anche da iscrizioni dorate sui loro indumenti), tra cui il profeta persiano Mani, fondatore del manicheismo , con un dito sulle labbra, Eutiche con un orecchino di perla, Sabellio, Ario e altri. I libri per terra sono quelli eretici, che stanno per essere bruciati. All’interno della Cappella anche la grande tomba di papa Paolo IV Carafa, opera di Pirro Ligorio.  

            Proseguendo a sinistra del presbiterio, una statua molto particolare: pochi sanno infatti che la basilica di Santa Maria sopra Minerva, oltre ai molti tesori custodisce anche un’opera di Michelangelo, il Cristo Portacroce, che fu realizzata tra il 1519 e il 1520 con l’intervento di allievi del maestro. Originariamente il Cristo era interamente nudo, cosa che ovviamente urtò la suscettibilità di qualche notabile o cardinale, che ordinò di ricoprirne i fianchi con una fascia di bronzo dorato. Con lo stesso metallo fu realizzata anche una calzatura per il piede destro, sporgente, proprio per prevenirne la consunzione ad opera dei fedeli, come è avvenuto per il piede della statua dell’Apostolo, in San Pietro.

            Al di sotto dell’altare maggiore, realizzato in stile neogotico, riposano i resti del corpo di Santa Caterina da Siena, contenuti in un sarcofago del Quattrocento. La Santa, patrona d’Italia e compatrona d’Europa morì a Roma il 29 aprile del 1380 e fu sepolta nel cimitero di Santa Maria sopra Minerva. Il teschio e un dito sono invece conservati e venerati nella basilica di San Domenico, a Siena, città di nascita della Santa. Il sarcofago, che si vede attraverso i vetri, sotto l’altare è assai suggestivo, perché raffigura la santa, giacente.

            L’abside della Basilica conserva poi le tombe di due papi, opere di Antonio da Sangallo il giovane: Clemente VII e Leone X, entrambi appartenenti alla famiglia dei Medici. Sempre nel transetto sinistro, nel passaggio che viene comunemente usato per l’uscita secondaria dall’edificio, un’altra importante sepoltura: quella del Beato Angelico, al secolo Guido di Pietro. Il sommo pittore morì a Roma il 18 febbraio del 1455 e fu qui sepolto.  La lapide interrata mostra il rilievo del corpo del pittore con indosso l’abito domenicano, entro una nicchia rinascimentale e una iscrizione che recita: “Qui giace il venerabile pittore Fra Giovanni dell'Ordine dei Predicatori. Che io non sia lodato perché sembrai un altro Apelle, ma perché detti tutte le mie ricchezze, o Cristo, a te. Per alcuni le opere sopravvivono sulla terra, per altri in cielo. la città di Firenze dette a me, Giovanni, i natali.”

 

         Tornando a Santa Caterina, nella sagrestia della Basilica si venera il piccolo Oratorio di Santa Caterina, con la camera dove morì la Santa, ornata da affreschi del Quattrocento. Tra le molte altre sepolture, nella Basilica, ricordiamo quelle di altri due papi, oltre ai tre già citati: Urbano VII (morto nel 1590) e Benedetto XIII (1730); quella del poeta, umanista e cardinale Pietro Bembo, del vescovo Guglielmo Durand e dello scultore Andrea Bregno. Tra le molte vicende storiche di cui la Basilica fu testimone, vanno annoverati anche due conclavi, da cui uscirono eletti Eugenio IV nel 1431 e Nicolò V nel 1455. Quest’ultimo, come raccontano le cronache dell’epoca, “fu posto a sedere sopra l’altare maggiore della chiesa e vi ricevette l’obbedienza.”

           La Basilica, ogni 25 marzo ospitava la caratteristica cerimonia in occasione della festività dell’Annunziata, alla presenza del papa: si trattava dell’elargizione dei sussidi dotali alle zitelle che venivano prescelte tra tutti i rioni della città e che si riunivano nella piazza Santa Chiara, dov’era la sede della Arciconfraternita dell’Annunziata, fondata nel 1460. Da qui, le donne, a due a due, vestite di bianco (dovevano essere vergini e di buona reputazione) e con una candela in mano, procedevano in processione fino a Santa Maria sopra Minerva per assistere alla messa solenne, al termine della quale, ricevevano dalle mani del papa un sacchetto contenente la dote che variava da un minimo di trentacinque a un massimo di ottanta scudi, oltre alle vesti e a un fiorino per le scarpe.

Tratto da Fabrizio Falconi - Le Basiliche di Roma - Newton Compton, Roma, 2022 - tutti i diritti riservati




06/04/23

La chiesa di San Lorenzo in Lucina e la misteriosa tomba di Poussin

 


La chiesa di San Lorenzo in Lucina e la misteriosa tomba di Poussin

 

Uno dei più antichi titoli delle chiese di Roma è quello di Lucinae attribuito alla chiesa che ancora oggi sorge nella piazza omonima nel centro della città e che, sorto in tempi antichissimi, è già ricordato nel 366 sulla residenza di una matrona romana, chiamata appunto Lucina (anche se non mancano altre ipotesi, tra le quali quella che nel luogo sorgesse un boschetto (lucus) da cui l'edificio prese il nome).

Quel che è certo è che sotto papa Sisto III (nell'anno 440 d.C.) avvenne la trasformazione in luogo di culto pubblico. Un rifacimento complessivo fu operato nel secolo XIII da Pasquale II, mentre al Duecento risale l'erezione, sulla sinistra della chiesa, del palazzo Fiano che divenne la residenza dei Peretti. Ma nuovi interventi furono compiuti nel corso dei secoli (anche Gian Lorenzo Bernini vi mise mano per costruirvi la Cappella Fonseca) fino ai successivi rimaneggiamenti sotto Papa Pio IX (1856) e del 1927 (anno in cui si ripristinò il portico murato) che conferiscono alla chiesa l'aspetto odierno.

Essa, oltretutto affonda le sue fondamenta, in parte, sotto il grandioso horologium (centosessanta metri per sessanta), fatto costruire dall'imperatore Augusto nel 10 a.C.,  la celebre Meridiana, i cui resti affiorano in diversi punti nei sotterranei degli edifici del quartiere di Campo Marzio (e anche della Chiesa). 

San Lorenzo in Lucina è una specie di museo, ospitando una serie di famose opere d'arte, come il crocefisso dipinto da Guido Reni al centro dell'altare maggiore.

Ma la Chiesa è famosa anche per la celebre sepoltura del pittore francese Nicolas Poussin (1594 – 1665), sulla quale sono fiorite leggende esoteriche di ogni tipo.

Poussin è uno dei più famosi pittori francesi, noto anche per essere il pittore di corte del re Luigi XIII e per aver supervisionato i lavori per la realizzazione del Louvre, ma a partire dai trent'anni trascorse la sua intera vita a Roma, dove ricevette la prima commissione nel 1626 dai conti Barberini per la realizzazione di un grande dipinto, Il sacco del tempio di Gerusalemme da parte dell'imperatore Tito, creduto per molto tempo perduto e ritrovato recentemente dal critico Denis Mahon.

Fautore dapprima dello stile barocco, Poussin, a partire dal 1630 cominciò ad abbandonare del tutto quel gusto artistico, per una rimeditazione attraverso una ricerca di chiarezza razionale, sul senso dell'esistenza e sul ruolo dell'arte come transito oltremondano.

A Roma Poussin morì, nel 1665, e fu sepolto proprio all'interno della Chiesa a Campo Marzio.

Il suo monumento funebre è tra i più enigmatici. La tomba fu concepita da Francois René de Chateaubriand (attivo a Roma fra il 1802 e il 1804), come si legge nella dedica in epigrafe subito al di sotto del busto del pittore (realizzato dallo scultore Jean-Louis Deprez) : F.A. De Chateaubriand a Nicolas Poussin per la gloria delle arti e l'onore della Francia. 

L'epitaffio invece, scritta da Pietro Bellori, il bibliotecario della regina Cristina di Svezia, recita: Trattieni il sincero pianto. In questa tomba vive Poussin che aveva dato la vita ignorando egli stesso di morire; qui egli giace, ma egli vive e parla nei quadri.

Infine, al di sotto dell'epitaffio, è realizzato in bassorilievo il profilo di un suo celebre capolavoro: Pastori in arcadia, che oggi è conservato al Museo del Louvre di Parigi e che esiste anche in un'altra versione dello stesso pittore, del 1627 e conservata in Inghilterra, a Chatsworth House.

E sotto questa rappresentazione, è inscritto il celebre motto Et in Arcadia ego, intorno al quale sono sorte le leggende più disparate e al quale sono stati dedicati interi libri.

In realtà Poussin non fu il primo ad utilizzare questo motto, che appare per la prima volta in un dipinto del Guercino, realizzato intorno al 1620.

La frase si riferisce alla mitica regione della Grecia, l'Arcadia, dove la leggenda narra che i pastori vivevano una vita idilliaca, lontana dai clamori e dagli affanni del tempo e della guerra e di ogni altra miseria umana.

La frase però, da un punto di vista strettamente letterale, risulta monca e priva di verbo.  Se infatti il significato è chiaramente: “anche io (sono stato o sono) in Arcadia”, è evidente che la frase manca del verbo – sum – che dovrebbe essere posto dopo il soggetto ego.

La citazione è stata subito interpretata come un memento mori come è reso esplicito anche dalle scene rappresentate dal Guercino – due pastori che si imbattono in un grande teschio – e da Poussin – pastori ideali  (c'è anche una donna, che nella versione di Chatsworth esibisce anche delle pose sensuali) che scoprono una tomba austera.

In pratica il significato della frase sembra essere: Anche la persona che riposa in questa tomba una volta viveva in Arcadia. Oppure: Anche io ero un Arcade, prima di incontrare la morte.

Il motto latino e l'associazione alla scena allegorica è stata ricollegata fantasiosamente con la pseudostoria (frutto di manipolazioni di tutti i tipi, in epoche successive) del Priorato di Sion.

Il legame con la morte (nel bassorilievo sulla tomba di Poussin i pastorelli contemplano quella che sembra essere a tutti gli effetti la tomba stessa del pittore) e la stranezza della frase senza verbo hanno fatto ipotizzare che la citazione contenga in realtà un codice anagrammato.

C'è stato chi ha tentato di sciogliere l'enigma, componendo la frase I! Tego arcana Dei, ovvero Vattene ! Io celo i misteri di Dio, alludendo ad un mistero del quale Poussin fosse al corrente, ossia che nella Chiesa fosse presente una sepoltura di una importante figura biblica (o addirittura dello stesso Gesù).

Ipotesi rafforzata da altri autori che, aggiungendo il sum alla frase, hanno ottenuto l'anagramma: Arcam dei tango Iesu, ovvero, Io tocco la tomba di Gesù. In questo caso, però, si è spiegato, la tomba del Maestro non sarebbe nella chiesa di San Lorenzo in Lucina, come ipotizzato, ma in un luogo misterioso della Francia, che servì da ispirazione a Poussin per il dipinto dei Pastori dell'Arcadia conservato al Louvre, il quale è modello del bassorilievo tombale.

Le tracce alla ricerca di questo luogo hanno portato dapprima in Francia, nella località di Les Pontiles, vicino a Rennes-le-Chateau, e poi in Inghilterra, nello Staffordshire, dove esiste una versione scolpita (non si sa in quale epoca) del dipinto realizzato da Poussin, nel cosiddetto Sheperd's Monument nel giardino della Sugborough house.

Ma ricerche in loco, non hanno dato nessun esito e tutte queste teorie sono state  ripetutamente smentite dai critici d'arte e dagli storici.

Quel che è certo è che Arcadia divenne dopo la morte di Poussin, la più celebre delle Accademie romane, fondata nel 1690 dai frequentatori del circolo di Cristina di Svezia (alla Lungara) che vollero così proseguire l'opera del pittore e le sue ricerche, in ogni campo delle arti e della cultura.


Fabrizio Falconi, tratto da Roma Segreta e Misteriosa, Newton Compton, 2015

19/03/21

19 Marzo, Festa di San Giuseppe: riapre finalmente a Roma la meravigliosa San Giuseppe dei Falegnami al Foro Romano

 



Oggi è una giornata speciale per la Festa di San Giuseppe e per quella del papà.

Per l'occasione infatti riapre la chiesa di San Giuseppe dei Falegnami, nel cuore dei Fori Imperiali. Il cardinale vicario Angelo De Donatis vi celebrerà la messa alle ore 12.

Una occasione da non perdere per rivedere dopo mesi di chiusura il gioiello d'arte e di storia (che fra l'altro custodisce il Carcere Mamertino) oramai giunto quasi alla conclusione dei lavori di restauro del soffitto (in legno dorato) dopo il tragico crollo avvenuto nell'agosto del 2018.

Fonte Il messaggero



20/10/20

Roma: La chiesa di Santa Francesca Romana e l’impronta del ginocchio di San Pietro


 La chiesa di Santa Francesca Romana e l’impronta del ginocchio di San Pietro

 

Per la sua posizione scenografica – sul magnifico prospetto rialzato del Foro Romano, prospiciente il Colosseo e i due archi, di Costantino e di Tito – la Chiesa di Santa Francesca Romana è una delle più richieste da sempre, dai romani per matrimoni e cerimonie religiose.  Non solo: ogni anno, il 9 marzo, si svolge la benedizione degli automobilisti che, provenienti da ogni parte di Roma, vengono qui con la loro vettura.

Le origini della Chiesa sono lontane nel tempo. Fondata nel IX secolo ricevette il titolo di Santa Maria Nova per distinguerla dall’altra chiesa dedicata a Maria esistente già nel Foro Romano con il nome di Santa Maria Antiqua.

La dedica alla Santa romana avvenne molto più tardi alla morte di Francesca Ponziani, la nobildonna vissuta nel Quattrocento, benefattrice e fondatrice dell’Ordine religioso delle Oblate Olivetane  di Tor de’ Specchi.

Nella chiesa di Santa Francesca Romana si conserva anche una suggestiva memoria dell’apostolo Pietro, le cui tracce del resto sono abbondanti nella zona del Foro Romano dove sorgeva il Carcere Mamertino nel quale la tradizione vuole che Pietro, insieme ad altri cristiani fu rinchiuso dopo il disastroso incendio del 64 d.C.

In questo luogo – cioè nel Foro – è collocato anche il racconto del duello tra i due apostoli, Pietro e Paolo e Simon Mago, il misterioso personaggio citato negli Atti degli Apostoli, il quale secondo alcuni testi apocrifi – gli Atti di Pietro in primis – avrebbe vissuto a Roma proprio sotto gli imperatori Claudio e Nerone.

Simon Mago, racconta la leggenda, al cospetto dei due apostoli, i più diretti discepoli di Cristo, li avrebbe pubblicamente sfidati, proprio nel Foro Romano, levandosi prodigiosamente in volo davanti ai loro occhi sbalorditi.

Per fermare questa magia, prosegue il racconto, i due apostoli si inginocchiarono invocando a gran voce Dio perché fermassero l’eretico e l’intervento del Padre non si fece attendere, visto che la magia di Simone si spense come d’incanto, facendolo precipitare al suolo.

A ricordo di questo episodio, proprio nella Chiesa di Francesca Romana, è conservata una pietra antichissima sulla quale è possibile osservare le impronte lasciate dal ginocchio dell’apostolo Pietro.

Per ammirarla bisogna salire le rampe di scale ai lati della cripta e proprio sulla parete destra del transetto si notano le due pietre protette da una vecchia inferriata sulle quali vi sono due cavità annerite dalla adorazione di migliaia di mani che le hanno baciate e toccate nel corso dei secoli. Al di sopra delle grate si legge una antica iscrizione: In queste pose le ginocchia S. Pietro quando i demonii port(arono) Simon Mago per aria.


In realtà sulla figura di Simone – e soprattutto sulla sua presenza a Roma –
sono più le leggende che le fonti certe.  Quel che si può dire è che, secondo gli Atti degli Apostoli era originario della Samaria ed era un profeta che si proclamava possessore di doni strabilianti donatigli direttamente da Dio. Queste figure però erano piuttosto numerose, nella Terra Santa nei primi secoli dopo Cristo ed è molto probabile che – come sostiene Ireneo di Lione – Simone fosse semplicemente il fondatore di una eresia gnostica. 

La sua popolarità comunque, specie a partire dal Medioevo, fu grandissima, al punto tale che anche Dante lo inserisce nel diciannovesimo canto della Divina Commedia intitolandogli addirittura l’intero ottavo cerchio dell’Inferno dove sono ospitati proprio i seguaci di Simon Mago, ovvero i simoniaci (coloro che pretendono di comprare con beni preziosi materiali le capacità spirituali),  con i celebri versi:   O Simon mago, o miseri seguaci/che le cose di Dio, che di bontate/ deon essere spose, e voi rapaci/ per oro e per argento avolterate,/ or convien che per voi suoni la tromba,/però che ne la terza bolgia state. (v.1-6, canto XIX, Inferno).

Tratto da: Fabrizio Falconi, Misteri dei Rioni e dei Quartieri di Roma, Newton Compton, 2013 


26/12/19

La Chiesa dedicata al protomartire cristiano: Santo Stefano Rotondo a Roma





La chiesa di Santo Stefano Rotondo, dedicata al protomartire romano, sul Celio, è una delle più antiche ed originali di Roma, nota soprattutto per la sua forma circolare che ha fatto supporre si trattasse di un edificio pagano, trasformato in chiesa nel V secolo d.C quando fu consacrata da papa Simplicio I (468-483), dedicandola a Santo Stefano il primo martire della Chiesa, martirizzato per lapidazione nel 35 d.C. In effetti scavi recenti hanno dimostrato che l’edificio di culto fu edificato sopra i resti di una caserma romana – i Castra peregrina – e di un antico mitreo.

La sua forma, in origine, era davvero misteriosa nella sua perfezione geometrica: tre anelli concentrici intersecati da quattro navate che formavano una croce greca.

Al giorno d’oggi gli anelli concentrici sono soltanto due e uno solo è il braccio della croce greca.   Anche così però l’interno dell’edificio resta molto impressionante, per la vastità dell’ambiente e la selva di colonne antiche (di diversi ordini) che sorreggono la grandiosa cupola.

L’interno è poi essenzialmente scarno, privo di altari o arredi sacri, con la sola sedia episcopale che troneggia vicino all’entrata e che sembra sia quella sulla quale sedeva San Gregorio Magno.

Ma quello che sicuramente impressiona di più nel severo vuoto dell’edificio è la serie di affreschi che ricopre l’interno sulle pareti tra le colonne. Sono ben trentaquattro. L’imponente complesso pittorico è opera di quattro mani, quelle del Pomarancio (Nicolò Circignani, 1519-1591) e di Antonio Tempesti (1555-1630). La serie – in parte danneggiata – comincia con La strage degli innocenti e prosegue di riquadro in riquadro illustrando con crescente realismo i più atroci supplizi che si possano immaginare. In modo talmente minuzioso e didascalico ( con cartigli al di sotto che forniscono ogni spiegazione ) da risultare per molti visitatori insopportabile alla vista.


Queste scene furono rappresentate proprio con intento didattico: in piena controriforma, la chiesa di Santo Stefano era infatti frequentata dai giovani gesuiti del Collegio Germanico Ungarico, custodi della Basilica, i quali sotto falso nome venivano inviati in Europa alla fine del Cinquecento con la missione di riacquistare clandestinamente fedeli per la Chiesa di Roma, pressata da una duplice minaccia: a nord il movimento riformatore di Martin Lutero, a est i turchi ottomani.

Gli affreschi di Santo Stefano fornivano dunque un compendio di quello che aspettava questi missionari, se fossero stati scoperti: come per i martiri romani, avrebbero subito terribili torture, che avrebbero fatto desiderare loro ardentemente la morte, in una sorta di Imitatio Christi.

E ancora oggi, a guardarle, queste scene atterriscono: un martire a cui sono state mozzate le mani, le quali poi legate ad una cordicella, gli sono state messe appese al collo; un uomo che viene scorticato a sangue, vivo, con un raschietto uncinato; un altro a cui viene estratta la lingua con una tenaglia e tagliata con un coltello da cucina; una doppia flagellazione con fascine di legno; due che vengono lasciati squartare da cani; un uomo appeso a due carrucole, con una palla di piombo appesa ai piedi, che viene bruciato pezzo a pezzo con le torce; un altro che viene disossato su una sorta di tavolo anatomico come una moderna scena tratta da un film horror; un uomo a cui viene infilato piombo fuso attraverso la bocca;  altri sui quali viene versato olio bollente; una donna cui viene infilato un tridente nel petto mentre uno dei torturatori muove l’argano che le tira le braccia fino a squartarla; un altro martire cui viene tagliata una mano con una scimitarra e il cui sangue molto realisticamente scorre a fiumi al di sotto del piedistallo.

Sotto ciascun riquadro gli artisti provvidero a sistemare una iscrizione in duplice lingua,  latino per i novizi e italiano per i frequentatori della chiesa, con la dettagliata spiegazione dei diversi episodi.
Insomma decapitati, mutilati, sbranati, sepolti vivi, bruciati che rimandano alle attuali persecuzioni che ancora oggi colpiscono gli infedeli in diverse parti del mondo: un vero campionario degli orrori che ancora oggi sortisce il suo effetto assai macabro.


Tratto da: Fabrizio Falconi - Roma Segreta e Misteriosa, Newton Compton, Roma, 2015


06/11/19

La Basilica dei Santi Quattro Coronati e le misteriose iscrizioni dei giochi nel Chiostro.



La Basilica dei Santi Quattro Coronati e le misteriose iscrizioni dei giochi nel Chiostro.

La magnifica Basilica dei Santi Quattro Coronati, vero gioiello incastonato in una fortezza medievale domina il colle del Celio dall’altura cui si accede attraverso la via omonima, in posizione del tutto defilata rispetto al classico itinerario turistico-archeologico che comprende i più importanti monumenti del centro di Roma.

Eppure pochi altri luoghi come questo meritano una visita, magari soltanto per ammirare i notissimi affreschi (risalenti al 1246) nell’Oratorio di San Silvestro, che descrivono le Storie di San Silvestro e di Costantino Imperatore, compresa la porzione con la Donazione di Costantino, che raffigura la concessione del potere temporale alla Chiesa da parte dell’imperatore Romano, sulla base di un documento attribuito a Costantino, che l’umanista Lorenzo Valla nel 1440 dimostrò inequivocabilmente essere un falso.


Ma molti altri sono i motivi di interesse di questo edificio, costruito originariamente nel IV secolo d.C. e intitolato a quattro martiri cristiani, quattro scalpellini che si rifiutarono di realizzare idoli pagani, non ultimo quello di ospitare una antichissima comunità di suore agostiniane, che ogni giorno, da sempre, recitano i vespri nella chiesa al dolce suono di una chitarra orizzontale. 

Altra attrazione particolarissima è poi il Chiostro, iniziato nel XIII secolo e rifatto nel Cinquecento, cui si accede dalla navata sinistra della Chiesa, di grandissima eleganza con la sua fila regolare di doppie colonne e la galleria. Come capita in diversi Chiostri antichi di Roma, anche qui i portici sono costellati di lapidi, iscrizioni, resti marmorei di diversa provenienza.


Tra le curiosità ci sono anche due figure che hanno attratto la curiosità degli studiosi, rappresentando un rompicapo.

La prima si trova all’ingresso del Chiostro, su un muretto, ed è un insieme di quindici linee parallele all’interno delle quali sono incise cifre romane in ordine sparso.  E’ stato ipotizzato che si tratti di una sorta di abaco, o di calcolatore ante litteram, oppure che al contrario l’iscrizione raffigurasse una sorta di gioco, probabilmente legato al tiro dei dadi. 


L’altra figura si trova invece su di una parete, in posizione quasi simmetrica rispetto alla prima, dall’altro lato del Chiostro, e in questo caso si tratta di tre quadrati concentrici, collegati tra di loro da linee centrali che terminano nel quadrato centrale.  Il riferimento al quale si è pensato è quello del gioco del filetto, che è molto antico e si praticava già nell’antica Grecia e in Egitto.  Ma alcuni studiosi fanno riferimento invece alla cosiddetta triplice cinta esoterica, che è stata ritrovata in diversi edifici in Europa, in Asia, fino in Estremo Oriente: i tre quadrati sarebbero i tre diversi livelli di conoscenza, legati al cammino spirituale che coinvolge le tre diverse essenze umane: fisica, mentale e spirituale e la triplice cinta con la sua evidente simbologia iniziatica finì perfino per essere adottata dall’Ordine dei Templari.



Fabrizio Falconi, tratto da Misteri e Segreti dei Rioni e dei Quartieri di Roma, Newton Compton Editori, 

31/10/19

Il fascino immortale della Basilica di San Clemente a Roma




Il fascino immortale di San Clemente
di Fabrizio Falconi
  

Sigmund Freud una volta paragonò Roma ad una entità psichica. E se davvero, secondo la geniale definizione del padre della psicanalisi, dovessimo esaminare Roma come una serie di strati psichici sedimentati, come dentro la mente di un uomo, i sotterranei delle chiese dell’Urbe rappresenterebbero un efficace compendio di questa descensus ad inferos che ognuno sembra chiamato a fare prima o poi, volente o nolente nella propria vita.

E forse non esiste luogo a Roma che simboleggi meglio questo, della meravigliosa Basilica di San Clemente, la cui storia abbraccia quasi duemila anni di storia.

Eretta prima del 385 d.C. e dedicata a San Clemente, il terzo papa dopo San Pietro, l’edificio si compone di due Chiese sovrapposte, sorte a loro volta sopra costruzioni romane d’epoca post-neroniana, anch’esse composte di vari strati.


La chiesa superiore dalla quale si accede oggi dall’ingresso laterale in via S. Giovanni in Laterano, risale al XII secolo, e la costruzione si deve al cardinale Anastasio, titolare tra il 1099 e il 1121.

Il sontuoso interno a tre navate non è facilmente descrivibile per la quantità di tesori che vi sono ospitati, dalla Schola Cantorum del secolo XII al meraviglioso recinto marmoreo a plutei e transenne con lo stemma di papa Giovanni II (532-35 d.C.); dal grandioso mosaico del Trionfo della Croce nell’abside fino ai celeberrimi affreschi di Masolino da Panicale (risalenti al 1431) nella Cappella di Santa Caterina.


La chiesa inferiore invece, alla quale si accede dalla sagrestia, ospita affreschi ancora più antichi e preziosissimi, risalenti al IX secolo avanti cristo, compresa la famosa Leggenda di Sant’Alessio, il quale partito di casa il giorno delle nozze, torna dopo una lunga penitenza a chiedere ospitalità al senatore Eufemiano, consegnando poi la storia della sua vita al Papa.

Giunti all’altezza delle antiche absidi, quelle della basilica inferiore e della basilica superiore sovrapposta, si scende ancora più in basso, alla profondità delle costruzioni romane, del tempo dell’Impero, dove si possono ammirare due stanze decorate di nicchie e di stucchi e al celebre Mitreo, il santuario nel quale si adoravano le divinità importate dall’Oriente, al centro del quale troneggia una ara di marmo ornata sulle quattro facce da rilievi raffiguranti le diverse fasi del culto.

Scendendo ancora nelle profondità della Basilica di San Clemente si avverte perfino  il rumore dell'acqua che scorre nel ventre della terra, scorgendone i riflessi nell’oscurità più fonda, quando si arriva ancora più sotto del livello del mitreo, anima ancestrale sottostante la basilica, e si pensa per analogia al viaggio che è possibile compiere dentro il mistero interiore.

Strato su strato, profondità dopo profondità, e ripensando all’analogia di Freud, ciascuno di noi sa che nella vita è dato scoprire parti di se impensate o sconosciute.  La maggior parte delle volte, ciò avviene per imponderabili cause esterne: crisi, lutti, innamoramenti, conflitti passioni o lacerazioni.

Allora pensiamo, o siamo portati a credere che qualcuno si stia impossessando di noi. Ma non è qualcun altro: siamo soltanto noi, sempre noi. Le parti di noi, che come quei territori oscuri della Basilica di San Clemente, è difficile esplorare (essendo del resto in notevole parte sbarrati ai visitatori, un pericoloso reticolo sotto-urbano che mette o metterebbe in comunicazione i resti e gli strati della Roma antica).


Questi territori labirintici e ombrosi sono fatti di pietre, di rovine che a loro volta servono da fondazione.  L'equilibrio è molto delicato: l'equilibrio tra pieno e vuoto rende possibile la sospensione dell'edificio – e allo stesso modo della individualità.  Quando c'è uno smottamento, tutto rischia di crollare. Bisogna correre ai ripari con un restauro, l'apertura di ponti, di travi e di sostegno.

Anche se siamo noi a muoverci, e sempre e soltanto noi anche quelle zone oscure,  quei recessi nascosti al sole del giorno, in molti si dicono convinti che il nostro quartiere più remoto e profondo, sia abitato da qualcos'altro.


E’ questa la grandezza di Roma.  E’ questo che la rende unica al mondo, è questo che la fa parlare al cuore di ognuno di noi.