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16/01/26

IL TEMPO NON ESISTE


 Ed eccoci qui, ancora a una nuova soglia, un nuovo passaggio, una nuova rivoluzione terrestre completata, un nuovo anno, come diciamo noi umani.

Ma cosa festeggiamo esattamente? O cosa ci strugge? E’ nient’altro che il passaggio del tempo, che così intrattiene e affligge i comuni mortali.

Il tempo: qualcosa che secondo la fisica moderna è altamente probabile sia nient’altro che una convenzione, senza alcun riferimento oggettivo (ammesso che questo termine abbia una qualche rilevanza nel misterioso flusso del nostro universo, il quale, tra l’altro, è forse soltanto uno degli infiniti universi esistenti).

Ne è convinto Carlo Rovelli, fisico teorico, saggista e divulgatore scientifico ormai molto amato internazionalmente, per il quale passato e futuro potrebbero essere solo un effetto dell’entropia. Non una proprietà reale dell’universo.

E’ difficile perfino comprenderlo con l’immaginazione, ma secondo Carlo Rovelli, il tempo come lo percepiamo (un flusso universale e assoluto) non esiste a livello fondamentale della fisica, ma è piuttosto un’emergenza della nostra coscienza e del modo in cui il nostro cervello organizza la realtà, un’illusione creata dalle interazioni a livello microscopico e dalla gravità quantistica, in un caos di cambiamenti che il nostro cervello ordina nel flusso lineare che chiamiamo tempo.

Del resto, spiega Rovelli, il tempo già da tempo non è più fondamentale, per i ricercatori: nelle equazioni più profonde della fisica (come quelle della gravità quantistica a loop), il tempo non compare come una variabile fondamentale, suggerendo che non sia un ingrediente basilare dell’universo.

Il tempo insomma emerge dalla nostra esperienza del cambiamento. Non è un contenitore in cui avvengono le cose, ma un modo di contare come le cose cambiano l’una rispetto all’altra.

Di conseguenza non c’è un solo tempo universale; ogni “orologio” (ogni processo fisico) ha il suo tempo, che scorre in modo diverso a seconda dell’ambiente (relatività).

Il presente è locale, legato alla nostra esperienza, e passato, presente e futuro non hanno uno status ontologico privilegiato a livello fondamentale.

Insomma, si sospetta che anche in questo campo la nostra mente svolga un ruolo importante: cioè nella determinazione del concetto temporale. Per il resto, non definibile a livello oggettivo.

Le acquisizioni scientifiche della cosmologia moderna e della fisica quantistica sembrano, anche stavolta, inoltrarsi (e trovare conferme) in territori che la riflessione e la filosofia umana hanno già provato ad esplorare nel corso dei secoli, non con la pratica combinatoria dei numeri, ma con l’intuizione della mente.

Lao-Tse, per esempio già nel VI secolo a.C. legava strettamente la concezione del tempo vissuto ai diversi stati mentali con il celebre aforisma: E’ depresso chi vive nel passato, è ansioso chi vive nel futuro, è in pace chi sta vivendo nel presente.

Qualche secolo più tardi, a Roma, Seneca stigmatizzava con parole dure la mania umana di perdere tempo con il tempo, cioè di vivere in funzione di esso: Per coloro che dimenticano il passato, trascurano il presente e hanno paura del futuro, la vita è un inganno di breve durata; quando giungono alla fine si accorgono troppo tardi, poveretti, di essere stati occupati per tanto tempo a non combinare un bel nulla.

Ancor più categorico, più vicino a noi, August Strindberg con un’affermazione che probabilmente anche Rovelli condividerebbe: Tempo e spazio non esistono; su una base minima di realtà, l’immaginazione disegna motivi nuovi.

E pare di una modernità sconcertante la precedente dichiarazione di Schopenhauer: L’uniformità dello scorrere del tempo in tutte le teste dimostra più di ogni altra cosa che siamo tutti immersi nello stesso sogno; anzi, di più, che tutti coloro che sognano questo sogno costituiscono un unico essere.

Albert Einstein, padre della fisica moderna, già negli anni ‘10 scriveva alla sorella dopo la morte del collega Marco Besso: Le persone come noi, che credono nella fisica, sanno che la distinzione fra passato, presente e futuro non è che una cocciuta illusione.

Insomma, la coincidenza tra intuizioni sapienziali e filosofiche e scienza avanzata, pone oggi di fronte a nuovi scenari che dovrebbero, prima o poi, entrare anche nella consapevolezza degli individui, abitanti (e in gran parte distruttori) di un pianeta sul futuro del quale sembrano addensarsi scenari apocalittici.

In fondo anche l’apocalisse ha a che fare col tempo nella visione tirannica che attribuiamo a kronos: è, nella vulgata comune, il tempo ultimo, finale.

Peccato però che, nei secoli, si sia quasi del tutto perso il suo significato reale, semantico, perché la parola greca non indica esplicitamente una funzione temporale: il termine apocalisse (dal greco apokálypsis (ἀποκάλυψις), composto da apó (ἀπό, "da") e kalýptō (καλύπτω, "nascondo"), significa un gettar via ciò che copre, un togliere il velo, letteralmente scoperta o disvelamentorivelazione.

Viene in mente allora quello straordinario finale di 2001 Odissea nello Spazio (2001, A Space Odissey), Stanley Kubrick, 1968, quando l’astronauta Bowman (Keir Dullea), unico sopravvissuto dell’equipaggio dell’astronave Discovery, dopo aver raggiunto il pianeta Giove e quindi anche la terza sentinella (il monolite nero), oltrepassa (definitivamente?) le barriere temporali, entrando in una nuova misteriosa dimensione, dove all’essere si rivela l’avventura di rinascere, oltre quei pilastri, come “Bambino delle Stelle”.

Fabrizio Falconi 

Leggi su Substack: https://fabriziofalconi.substack.com/p/il-tempo-non-esiste

16/10/21

Libro del giorno: "La Tranquillità dell'animo" di Seneca

 




Verso la fine degli anni 50 d.C., la posizione di Seneca presso Nerone vacilla, traballa fortemente, mentre lo splendore dell'aula, seppure ancora abbaglia, sempre meno copre il disgusto delle sue sordidezze e i compromessi a cui il filosofo è costretto per mantenere un rango politico in declino. 

Nitida già si profila la scelta che già fu, prima di Seneca, di Atenodoro, il filosofo e direttore di coscienza d'Augusto, che volle a un certo punto ritirarsi dai compiti di corte

Ma troppo, afferma Seneca, si sottomise Atenodoro ai tempi, troppo velocemente prese la via di fuga; a lui non è possibile e non è consona questa condotta: «Né io negherei che talvolta occorra cedere, ma pian piano, a passo indietro, portando in salvo le insegne e l’onore militare: sono più assicurati e protetti dai loro nemici coloro che si arrendono in armi» 

Invero ben altra era stata la funzione pubblica di Seneca presso Nerone da quella tutta privata di Atenodoro presso Augusto. 

Per questo non gli era possibile lasciare bruscamente l'imperatore senza l'assenso di lui, e rischiare che l'abbandono improvviso desse troppo spazio alla rivincita degli avversari politici; ben altra prudenza occorreva al suo congedo, ben altra preparazione affinché il suo ritiro non fosse immediatamente la sua rovina

Il filosofo per intanto non aveva altra scelta che restare in bilico tra due. 

Proprio da questo stato precario sorse il suo capolavoro, del De tranquillitate animi, manuale pratico per conseguire e mantenere l'animo equilibrato, dedicato all'allievo Sereno, ed espressione chiara del suo desiderio di ritiro che campeggia – e lo segna fortemente – in questo scritto. 

«Questo stabile fondamento dell’animo i Greci lo chiamano euthymía, su cui v’è un egregio libro di Democrito; io la chiamo tranquillitas: non è infatti necessario imitare e tradurre le parole greche secondo la loro forma; la cosa propriamente, di cui è questione, va indicata con qualche nome che della voce greca deve avere la forza [espressiva] non l’aspetto» 

Democrito di Abdera, il filosofo che tradizionalmente ride della stoltezza umana, scrisse un'opera su come conseguire e mantenere l'equilibrio interiore, invece di affannarsi in cose vane che non sono altro che le manifestazioni di quelle passioni disordinate che tirano l'animo da ogni parte: perí euthymías, che divenne il riferimento d'ogni successiva trattazione di questo tema filosofico. 

Seneca stesso si sente in dovere di citare direttamente il famoso incipit democriteo: «Chi vorrà vivere tranquillamente non tratti molti affari privati né molti affari pubblici» 

In ambito romano questo tema fu ripreso dall'importante stoico di mezzo Panezio di Rodi. 

L'equilibrio interiore consisteva appunto nell'armoniosa rispondenza tra doti individuali dell'animo e vita pratica adatta al loro svilupparsi, caposaldo della sua speculazione che riformava a fondo il primo stoicismo. Fu Cicerone, che nel pensiero morale seguiva molto dappresso Panezio, a tradurre il termine greco con tranquillitas (De finibus, 5, 8, 23), che vale “bonaccia” del mare, “serenità” del cielo.  

Seneca riprende e adopera come traducente pienamente adeguato del termine greco il tranquillitas ciceroniano, ed anzi l'uso consolidato che ne fa negli scritti morali gli permette di omettere spesso il determinante animi, bastando ormai il determinato tranquillitas a convogliare da solo l'idea di “animo equilibrato”, “equilibrio interiore” e simili. Ma nello stesso tempo si avvicina a posizioni epicuree e ciniche nel limitare l'azione, in un momento in cui più viva si fa in lui la volontà di ritiro. 

Un manuale di ricerca psicologica e spirituale di una modernità straordinaria. Immortale.

Seneca Lucio Anneo(Cordova 4 a.C. – Roma 65 d.C.), filosofo, uomo di Stato e drammaturgo, fu tra i massimi esponenti dello stoicismo romano. Fu condannato a morte da Nerone, di cui era stato precettore e consigliere.