Ed eccoci qui, ancora a una nuova soglia, un nuovo passaggio, una nuova rivoluzione terrestre completata, un nuovo anno, come diciamo noi umani.
Ma cosa festeggiamo esattamente? O cosa ci strugge? E’ nient’altro che il passaggio del tempo, che così intrattiene e affligge i comuni mortali.
Il tempo: qualcosa che secondo la fisica moderna è altamente probabile sia nient’altro che una convenzione, senza alcun riferimento oggettivo (ammesso che questo termine abbia una qualche rilevanza nel misterioso flusso del nostro universo, il quale, tra l’altro, è forse soltanto uno degli infiniti universi esistenti).
Ne è convinto Carlo Rovelli, fisico teorico, saggista e divulgatore scientifico ormai molto amato internazionalmente, per il quale passato e futuro potrebbero essere solo un effetto dell’entropia. Non una proprietà reale dell’universo.
E’ difficile perfino comprenderlo con l’immaginazione, ma secondo Carlo Rovelli, il tempo come lo percepiamo (un flusso universale e assoluto) non esiste a livello fondamentale della fisica, ma è piuttosto un’emergenza della nostra coscienza e del modo in cui il nostro cervello organizza la realtà, un’illusione creata dalle interazioni a livello microscopico e dalla gravità quantistica, in un caos di cambiamenti che il nostro cervello ordina nel flusso lineare che chiamiamo tempo.
Del resto, spiega Rovelli, il tempo già da tempo non è più fondamentale, per i ricercatori: nelle equazioni più profonde della fisica (come quelle della gravità quantistica a loop), il tempo non compare come una variabile fondamentale, suggerendo che non sia un ingrediente basilare dell’universo.
Il tempo insomma emerge dalla nostra esperienza del cambiamento. Non è un contenitore in cui avvengono le cose, ma un modo di contare come le cose cambiano l’una rispetto all’altra.
Di conseguenza non c’è un solo tempo universale; ogni “orologio” (ogni processo fisico) ha il suo tempo, che scorre in modo diverso a seconda dell’ambiente (relatività).
Il presente è locale, legato alla nostra esperienza, e passato, presente e futuro non hanno uno status ontologico privilegiato a livello fondamentale.
Insomma, si sospetta che anche in questo campo la nostra mente svolga un ruolo importante: cioè nella determinazione del concetto temporale. Per il resto, non definibile a livello oggettivo.
Le acquisizioni scientifiche della cosmologia moderna e della fisica quantistica sembrano, anche stavolta, inoltrarsi (e trovare conferme) in territori che la riflessione e la filosofia umana hanno già provato ad esplorare nel corso dei secoli, non con la pratica combinatoria dei numeri, ma con l’intuizione della mente.
Lao-Tse, per esempio già nel VI secolo a.C. legava strettamente la concezione del tempo vissuto ai diversi stati mentali con il celebre aforisma: E’ depresso chi vive nel passato, è ansioso chi vive nel futuro, è in pace chi sta vivendo nel presente.
Qualche secolo più tardi, a Roma, Seneca stigmatizzava con parole dure la mania umana di perdere tempo con il tempo, cioè di vivere in funzione di esso: Per coloro che dimenticano il passato, trascurano il presente e hanno paura del futuro, la vita è un inganno di breve durata; quando giungono alla fine si accorgono troppo tardi, poveretti, di essere stati occupati per tanto tempo a non combinare un bel nulla.
Ancor più categorico, più vicino a noi, August Strindberg con un’affermazione che probabilmente anche Rovelli condividerebbe: Tempo e spazio non esistono; su una base minima di realtà, l’immaginazione disegna motivi nuovi.
E pare di una modernità sconcertante la precedente dichiarazione di Schopenhauer: L’uniformità dello scorrere del tempo in tutte le teste dimostra più di ogni altra cosa che siamo tutti immersi nello stesso sogno; anzi, di più, che tutti coloro che sognano questo sogno costituiscono un unico essere.
Albert Einstein, padre della fisica moderna, già negli anni ‘10 scriveva alla sorella dopo la morte del collega Marco Besso: Le persone come noi, che credono nella fisica, sanno che la distinzione fra passato, presente e futuro non è che una cocciuta illusione.
Insomma, la coincidenza tra intuizioni sapienziali e filosofiche e scienza avanzata, pone oggi di fronte a nuovi scenari che dovrebbero, prima o poi, entrare anche nella consapevolezza degli individui, abitanti (e in gran parte distruttori) di un pianeta sul futuro del quale sembrano addensarsi scenari apocalittici.
In fondo anche l’apocalisse ha a che fare col tempo nella visione tirannica che attribuiamo a kronos: è, nella vulgata comune, il tempo ultimo, finale.
Peccato però che, nei secoli, si sia quasi del tutto perso il suo significato reale, semantico, perché la parola greca non indica esplicitamente una funzione temporale: il termine apocalisse (dal greco apokálypsis (ἀποκάλυψις), composto da apó (ἀπό, "da") e kalýptō (καλύπτω, "nascondo"), significa un gettar via ciò che copre, un togliere il velo, letteralmente scoperta o disvelamento, rivelazione.
Viene in mente allora quello straordinario finale di 2001 Odissea nello Spazio (2001, A Space Odissey), Stanley Kubrick, 1968, quando l’astronauta Bowman (Keir Dullea), unico sopravvissuto dell’equipaggio dell’astronave Discovery, dopo aver raggiunto il pianeta Giove e quindi anche la terza sentinella (il monolite nero), oltrepassa (definitivamente?) le barriere temporali, entrando in una nuova misteriosa dimensione, dove all’essere si rivela l’avventura di rinascere, oltre quei pilastri, come “Bambino delle Stelle”.
Fabrizio Falconi
Leggi su Substack: https://fabriziofalconi.substack.com/p/il-tempo-non-esiste

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