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12/01/26

Perché "Una Battaglia dopo l'altra" è il film politico più importante degli ultimi anni - (Il mondo è ancora fermo alle razze)


 C’è una prima ragione per la quale Una battaglia dopo l’altra (One battle after another), Paul Thomas Anderson, 2025 è il film politico più importante degli ultimi anni: innanzitutto perché non solo è americano, ma parla dell’America, o meglio degli Stati Uniti e gli Stati Uniti di oggi, sotto questa prima e seconda amministrazione Trump stanno mettendo in scena il cambiamento più rilevante e preoccupante del mondo, non solo quello occidentale.

Se l’intervallo drammatico globale della pandemia Covid e prima ancora la rivoluzione tecnologica socials (con l’elezione di Obama negli USA e le effimere, ma travolgenti primavere arabe) avevano illuso che il mondo potesse avviarsi a una svolta inclusiva, riformatrice, ri-umanizzante, ri-mediante per il mondo stesso, delle catastrofi ambientali, demografiche in corso, il primo mandato presidenziale affidato a D. Trump, la sua drammatica conclusione (con l’assalto violento alla Casa Bianca) e la sua rielezione dopo quattro anni, ha bruscamente risvegliato dal sonno i sostenitori del progresso evolutivo e del meglio globale.

Eppure in questi ultimi dieci anni, nessuno era stato capace di raccontare ciò che sta veramente succedendo in America come ha saputo fare Paul Thomas Anderson, per statura e consistenza il più grande dei registi americani della generazione dei cinquantenni, l’unico che pare in grado di misurarsi con i vecchi leoni del nuovo cinema USA fiorito dagli anni ‘70 in poi: Coppola, Scorsese, Altman e via dicendo.

Quel cinema glorioso aveva fatto cinema facendo politica. Un cinema diretto a spettatori/cittadini (polítēs). Un cinema fatto di maestria e sogni, ma anche di pensiero.

I primi 40 minuti di Una battaglia dopo l’altra mi hanno fatto subito pensare ad Athena, il magnifico film francese (2022) in concorso per il Leone d’Oro a Venezia, diretto da Romain Gavras (non a caso figlio di Costa-Gavras), che ha appreso così bene la lezione del padre e che in quel film descrive da dentro l’inferno delle banlieue parigine con lo strepitoso piano sequenza iniziale di 15 minuti.

Anche i primi 40 minuti del film di Anderson sono un prodigio realizzativo che mette insieme piani sequenza e camera a spalla, resi funzionali dal montaggio adrenalinico e dalla colonna sonora magicamente dissonante di Jonny Greenwood (Radiohead).

E alla fine di questi 40 minuti l’apparizione di un famoso film italiano su uno schermo televisivo, che Pat/Bob Di Caprio sta guardando nella casa nel bosco in cui si è rifugiato, mi ha ulteriormente indirizzato sull’intento che stava a cuore ad Anderson realizzando il suo film: si tratta de La Battaglia di Algeri, Gillo Pontecorvo, 1966, di certo uno dei film politici più importanti della storia.

Anderson voleva realizzare un film come quello, un film impegnato come si diceva una volta. Un film americano, però, che non può avere il rigore realistico del film di Pontecorvo. Siamo nel 2025, non nel 1966.

Si ride anche, dunque. Anche se Anderson è consapevole del fatto che negli (e degli) Stati Uniti di oggi è ben difficile ridere, e farlo può essere pericoloso o inutile o addirittura controproducente. Perché invece, tutto è drammatico.

Sono dunque drammatici i primi 40 minuti del film, ambientati nel 2008 o giù di lì, quando in America è già cominciata - sulla spinta dell’iniziale islamofobia a seguito dell’attentato delle Torri Gemelle - la caccia all’immigrato.

Pat/Bob fa parte di un (abbastanza) squinternato gruppo rivoluzionario di estrema sinistra che si è chiamato French ‘75. Lo spunto della storia è, com’è noto, tratto dal romanzo di Thomas Pynchon, Vineland (in realtà ambientato nel 1984, in piena era Reagan, durante le proteste universitarie partite da Berkeley).

Nel film di Anderson la vicenda politica ha come sottofondo il legame di Pat/Bob con la rivoluzionaria Perfidia Beverly Hills (la strepitosa Teyana Taylor), dal quale nasce una bambina, che viene subito abbandonata dalla madre e portata dal padre con sé dall’altra parte dell’America.

Sedici anni dopo (ed è oggi), i conti non sono chiusi: Perfidia ha tradito i suoi ex compagni di lotta ed è sparita. Le unità anti-immigrati armate fino ai denti - quelle che oggi scorrazzano impunite (anzi, dotate di totale immunità) per il Paese in cerca di meticci, indios, messicani, immigrati, bambini, famiglie, donne, da rinchiudere nelle gabbie con i coccodrilli (Trump dixit), da scovare ovunque, insieme agli ancora più pericolosi fiancheggiatori cittadini americani che li aiutano a nascondersi.

Pat/Bob è ormai il fantasma di sè stesso (anche allora non è che fosse un rivoluzionario modello, piuttosto un Lebowski di certo più agguerrito), tra canne e alcool e l’unico scopo della sua vita è proteggere la figlia Willa ora sedicenne, che nulla o poco sa delle imprese familiari e soprattutto di sua madre.

Inutile dire che Pat/Bob è nell’occhio del ciclone o nel mirino dell’esaltato superomista bianco frustrato, colonnello Lockjaw (Sean Penn), che si autodefinisce razzista modello ma con un debole inconfessato e inconfessabile per la carne delle donne nere.

C’è di mezzo proprio Willa, perché il circolo dei ricchi bianchi neo-razzisti riuniti sotto il comico nome di Pionieri del Natale (ma chissà quanti ce ne saranno veri e con nomi anche più ridicoli di questo, attualmente negli USA) ha il sospetto che la ragazza sia nata da un rapporto sessuale avuto da Lockjaw con Perfidia e ammoniscono il colonnello perché si sbrighi a cancellare quel delitto di sangue che ha compiuto, unendosi con una nera, perdipiù rivoluzionaria, perdipiù mettendo al mondo un bambino.

La seconda parte del film prende dunque le forme di un action-movie (senza che il ritmo si spenga mai) anche se memorabili rimangono le scene dei riots notturni per le strade di Bakton Cross, la città dove si nascondono migliaia di latinos e dove si scatenano le retate delle truppe anti-immigrati.

Poco importante è il finale, anche se tutto rimane solido e compiuto, senza indugi di scrittura, né tantomeno di regia.

Anderson ha così disegnato il suo affresco sul rovesciamento avvenuto negli ultimi dieci anni. Il sogno ingenuo della cultura woke, delle sue grottesche distorsioni e della globalizzazione hanno prodotto una reazione su scala mondiale di proporzioni incalcolabili, guidata da autocrati assassini, feldmarescialli fedeli, orrore per la cultura, disprezzo per la legge, persecuzione su grande scala delle minoranze.

La parola razza è di nuovo tornata centrale - come nei peggiori incubi del passato - in ogni politica autoritaria-espansionista, ma quel che fa la differenza è che adesso questa politica sia capeggiata a spron battuto, in occidente e su scala mondiale, dal leader degli Stati Uniti, lo stato nato poco più di due secoli fa, che ha (aveva?) inscritti nei suoi cardini i princìpi sacri della democrazia, dei diritti umani fondamentali, dell’accoglienza, della giustizia.

La razza. Siamo ancora alla razza. Come prima, c’è ancora bisogno di qualcuno che metta in ridicolo il cappellone da cow boy e gli stivali di John Wayne; c’è ancora bisogno di specificare che esistere non è un crimine soltanto perché si appartiene a una diversa tribù e si appartiene a un colore diverso.

La vecchia storia del mondo reclama ancora la sua parte sul proscenio: gli scimmioni dell’alba del mondo in 2001 Odissea nello Spazio ancora massacrano i rivali per tenerli lontano dalla loro acqua.

Nel frattempo il mondo agonizza. E tutti sembrano ipnotizzati davanti agli schermi che gli amici di Silicon Valley hanno predisposto per tutti, perché si illudano che un meme sui socials o una indignazione su instagram taciti le coscienze. In fondo che cosa si potrebbe mai fare?

Per esempio combattere una battaglia dopo l’altra, suggerisce il film di Anderson. Di sicuro tra di noi non c’è più un Che Guevara, nemmeno uno, e al massimo ci sono anime buone come quella di Pat o esagitate pazze e irresponsabili come Perfidia.

Ma se una via d’uscita (o di speranza) esiste, suggerisce Anderson, e subito qualuno appioppierà la qualifica di buonista anche a questo, è nell’indisciplina, nella ribellione, nella disperata voglia di non soccombere di Willa, che la sua battaglia vuole ancora giocarla tutta.

Fabrizio Falconi

Leggi su Substack: https://fabriziofalconi.substack.com/p/perche-una-battaglia-dopo-laltra

05/12/25

INDECISI A TUTTO - L'amore al tempo dell'AI

 


Mi ronza nella testa che sia sempre più difficile amarsi.

Sembra che le patologie dell'amore (o meglio dei modi di amare) siano in crescita costante, nonostante (o forse a causa, cercheremo di indagare) delle opzioni dell'eros sempre più ampie o disponibili.

In realtà l'unica cosa che cresce costantemente è il numero di persone single (felici o meno di esserlo) e l'aumento di rapporti inconcludenti.

Sì ma, si dirà, perché mai un rapporto d'amore (erotico, passionale, persino platonico) dovrebbe essere “concludente”?

Beh, perché di solito i rapporti inconcludenti non generano felicità negli esseri umani. Piuttosto frustrazione, perché ce lo aveva già raccontato Platone, gli esseri umani così sono fatti e se ne vanno sempre in cerca, anche quando non lo dicono o non lo sanno, di un'altra metà che li completi. O almeno fornisca questa rassicurante sensazione.

L'attuale difficoltà di “completarsi” sembra a che fare con le ferite individuali non risolte. Il mondo sempre più “in cura”: psicologia di massa, psichiatria di massa, tecniche di autoconoscenza di massa, rivela sempre nuove “ferite” che cerchiamo di risolvere prima di proporci a qualcuno.

Come scriveva Krishnamurti : “Se non risolvete le vostre ferite, nel corso della vita vorrete ferire gli altri, sarete violenti, oppure vi ritrarrete dalla vita e dai rapporti con gli altri perché non vi feriscano più”.

Qualche volta succede anche che le ferite non risolte non determinano nessuna di queste due reazioni - essere violenti o ritrarsi dalla vita e dai rapporti con gli altri.

E' ciò che descrive - come un moderno esemplare trattato sull'amore - quel meraviglioso e doloroso film che è La persona peggiore del mondo Verdens verste menneske, Joaquim Trier, 2021 per il quale Renate Reinsve ha vinto il premio per la migliore attrice a Cannes).

Qui viene narrata in dodici stringenti capitoli, la vicenda di Julia, studentessa di medicina a Oslo.

Julia è brillante, molto bella, disinibita e intelligente. Circondata di uomini, ovviamente. A partire dal suo insegnante universitario. Il primo capitolo è velocissimo: basta poco a capire che Julia è in piena fase edonistica. Come è giusto che sia. Passa da una esperienza e da una relazione all'altra, senza farsi troppi problemi. E' moderatamente inquieta e sufficientemente narcisista per attrarre, sedurre e divertirsi.

La prima relazione vera (“impegnativa” si diceva una volta) è con Aksel, acclamato fumettista, politicamente sensibile, più grande di lei di una quindicina d'anni. Aksel è insomma ancora un “boomers”. Giulia no, Giulia è fluida. Ma proprio per questo, Aksel appare in questo momento della sua vita come una “occasione di senso”.

E' l'amore, insomma. E tutto andrebbe bene, se non fosse che tutti gli amici di Aksel sono sposati e hanno figli, mentre Julia non sembra affatto propensa a mettere su famiglia. In più Aksel, amorevole, evoluto, comprensivo, progressista, è anche “risolto”, riceve gratificazione dal suo ruolo intellettuale e dal suo lavoro. Julia no, Julia non sa ancora che fare nella/della sua vita. Sa di possedere - forse - anche un valente talento creativo, ma non sa per fare cosa (la malattia dell'epoca).

Scopriamo anche, in uno dei capitoli, che Julia è così anche perché ha anche lei la sua bella ferita familiare. In particolare il rapporto freddissimo e ir-risolto con il padre anaffettivo, che pensa solo a sè stesso.

Al contrario di ciò che afferma Krishnamurti però, Julia non ha reagito né facendo violenza agli altri (così almeno crede), né isolandosi dal mondo.

Nel frattempo comunque la sua irresolutezza non guarisce, nemmeno dentro il confortante rapporto con Aksel.

Un giorno, mentre Aksel è celebrato a una festa per il suo ultimo libro (guarda un po'), Julia incontra casualmente un ragazzone simpatico insieme al quale ritrova la “leggerezza” del cazzeggio (anche erotico), della seduzione. Non ci va a letto, ma è quasi peggio. Perché Eivind, che di mestiere fa il barista, si è incarnato dentro di lei la via di fuga possibile .

Una via di fuga dall'impegno con Aksel, dall'essere all'altezza, dall'essere responsabile e progettuale, dal sentirsi insomma “incasellata” come tutti.

In poco tempo la relazione con Aksel esplode. Julia lo lascia anche con una certa “crudeltà”: la crudeltà inevitabile di chi mette fine a un rapporto e chiudendo le porte all'innamoramento e poi all'amore dell'altro.

La relazione con Eivind (che nel frattempo lascia la sua compagna per Julia) è un ritorno all'innocenza, alla irresponsabilità, alla giocosità, alla leggerezza. Insomma, Eivind non ha certo lo spessore culturale, filosofico di Aksel, ma nemmeno la sua “pesantezza” e soprattutto le sue richieste e le sue aspettative sul loro futuro di coppia.

In tutto questo, Julia ha messo un bel punto anche ai suoi (molto vaghi) progetti di vita. E tra i molti talenti che potrebbero provare a realizzare, non ne nessuno segue, e finisce a fare la commessa in una libreria.

Il redde rationem della vicenda avviene per la scoperta casuale di Julia, della malattia di Aksel. Non si frequentavano più. Viene a saperlo da un amico di Aksel che passa in libreria. Julia è sconvolta, perché la malattia è molto grave e incurabile.

Inizia un lacerante percorso di addio alla vita di Aksel, che Julia vuole accompagnare, anche forse per spegnere i sensi di colpa che prova nei confronti dell'ex.

Aksel non nutre nessun rancore: è evoluto, è progressista, è amorevole. Fa anzi di tutto per tranquillizzare Julia. Così le cose dovevano andare. Erano diversi. L'età, soprattutto. Per lui lei è stata il grande amore della sua vita. Per lei no, perché ha ancora troppa vita davanti.

Inutile dire che la tragedia di Aksel porta con sè come conseguenza anche la fine del rapporto con Eivind. Un rapporto bloccato che - soprattutto per l'inconcludenza di Julia - è ibernato nella fase adolescenziale e non è e non può diventare “progetto”.

Dunque cosa ne sarà di Julia?

Il film si conclude con un grande punto interrogativo. Di sicuro la morte (di Aksel) è stato uno spartiacque. Ma per colomba? Per diventare cosa? Per essere cosa?

La ferita non è “risolta”, la fuga dal mondo non ha funzionato e non è quel che Julia cerca (del resto la sua bellezza attrattiva la mette al riparo dall'essere “dimenticata” dai maschi), la violenza agli altri beh, lei di sicuro ha cercato di non farla. Non è certo “la persona peggiore del mondo”. Aksel ha sofferto certo. Ma ha sofferto come si soffre sempre in amore.

Trier è riuscito nell'impresa di mettere in scena un dramma paradigmatico (come faceva di mestiere il grande Ingmar Bergman) sui moti dell'animo umano dentro le sfere del tempo che trascorre per gli individui e per l'umanità.

L'inconcludenza può anche non essere un disvalore. Ma è quello che abbiamo oggi. Ha a che fare con la frammentazione dell'offerta che si presenta a ciascuna vita. Le prospettive appena 60 anni fa erano di una limitatezza sconvolgente a quello che oggi la vita può-o meglio potrebbe , come semplice opzione ; ho l'impressione che più del 90% di queste opzioni siano illusioni o semplici pretese - offrire.

Stare soli, si sa, se non è una vera scelta, è una condanna. Anche se le condanne sono di diversi, infiniti tipi e ciascuno può viverla in mille modi.

Di certo l'amore non è un algoritmo. Nemmeno quello erotico. E dubito che l'AI possa “risolvere” qualcosa sul piano dell'aiuto individuale in questo campo. Prova a chiedere a Chapt: "come posso trovare la mia anima gemella? Come posso completarmi in un rapporto?"

L'amore passa ancora per la via della sperimentazione e soprattutto dell'esperienza. Passa e può passare dal “sentirsi la persona peggiore del mondo” al dolore lancinante dell'amare essendo rifiutati. Ma è solo per vie impervie (e diremmo oggi “pericolose”) che esso può manifestarsi. Richiede di mettersi in gioco, richiede di rischiare, di muoversi, di uscire dalla zona di comfort.

Cose che oggi, che abbiamo tutto, appaiono sempre più difficili.

Fabrizio Falconi

Leggi su Substack: https://fabriziofalconi.substack.com/p/indecisi-a-tutto