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09/05/26

Incipit di "Il Giorno più bello per incontrarti" di Fabrizio Falconi



IL GIORNO PIU’ BELLO PER INCONTRARTI di Fabrizio Falconi

Per far nascere una storia occorre silenzio. Ma io non ho bisogno di far nascere una storia. Essa c’è già, esiste. Reclama semplicemente di essere raccontata. Dovrò spiegare tutto, nulla potrà essere tralasciato. Dare conto anche del silenzio.Per far questo, come si conviene, è bene prima rendere omaggio a colui che questa storia ha generato, o dalla quale è stato immotivatamente sospinto.A lui essa ritorna, a lui affido queste parole, pronunciate, ricordate, ripetute, nonostante da ogni parte giungano fin qui inarrestabili rumori, grida e stridori dissennati. 

Racconterò dunque la storia iniziando dal tuo funerale. Il feretro arrivò in ritardo, quando era passato mezzogiorno. Ad un lato del piazzale, di fianco alla chiesa, riconobbi tra le auto parcheggiate la Taunus azzurra di Vivienne. Sul sedile posteriore, un mazzo di gigli nel cellophane.Quando arrivò la Mercedes scura, eravamo ancora in pochi. L’aria perfida decisamente troppo calda per essere ottobre, una spessa coltre di umidità nascondeva il sole.Quattro commessi in completo grigio e guanti neri portarono a spalla la bara, nella chiesa disadorna. Una guida di velluto color malva era stata posta nel corridoio tra i banchi, sul pavimento cosmatesco. Uno dei presenti, un uomo tarchiato e calvo si asciugava il cranio sudato con il palmo delle mani. Tra i ritardatari che continuavano ad affluire, quando la cerimonia era già iniziata, vidi subito Salvini, che - mi era stato detto - non aveva voluto collaborare alla perizia per il riconoscimento. Tra i banchi della chiesa e nella luce grigia spiccava il verde acceso della sua giacca. Era ancora più magro di come me lo ricordavo. Gli occhi lucidi, dietro le spesse lenti da vista tradivano commozione. Ci stringemmo la mano, senza dire nulla. La cerimonia fu introdotta da un breve fraseggio d’organo. Tutto appariva consueto, lontano, senza emozione. Ma quando uno dei ragazzi del borgo dei pescatori salì al lato dell’altare per leggere dalla Lettera agli Efesini, il silenzio divenne più tenace e vibrante :

 

                              Dio ha vivificato anche voi,

                              voi che eravate morti

                              nelle vostre colpe e nei vostri peccati.

 

Un colpo di tosse tra i banchi, interruppe la lettura che riprese:

 

                              Infatti è per grazia che voi siete stati                                              

                              salvati, mediante la fede; e ciò non viene

                              da voi; è il dono di Dio. 

 Salvini tossì così forte che dalle prime file si girarono a guardare. Il volto del Redentore nella piccola tavola cinquecentesca dell'altare sorrideva impassibile. Di soppiatto, quasi inavvertitamente, un lampo di luce lattiginosa penetrò dal finestrone dell’abside, scompaginando le piccole nubi di incenso. La donna dai lunghi capelli, in piedi nella prima fila, chiuse gli occhi, abbassò la testa. Salvini mi diede subito un piccolo colpo sul fianco. “ E’ lei, l’americana ? “ mi sussurrò in un orecchio. “ Sì, è Vivienne “, risposi.

Non so raccontarti altro di lei. Immagino lo vorresti. Di lei potrei dirti solo che sembrava assente, lo sguardo asciutto e livido. La pelle del volto chiazzata, le occhiaie. Continuava a tirare su con il naso, ma senza piangere. All’uscita dalla chiesa, mi concesse un lungo sguardo affaticato e distratto, mentre sorrideva a tutti dolcemente, debolmente, senza dire nulla. Il silenzioso corteo si trasferi' al cimitero, in collina. Il caldo aumentava, eccessivo, fuori stagione. Sull’erta diritta che portava al camposanto, la Mercedes procedeva a passo d’uomo accompagnata dalla gente di A. uscita in strada a curiosare. Dietro al feretro per prima camminava tua madre. Vivienne accanto a lei, con il cappotto sul braccio, e la testa china. A metà dell’ascesa, mi sentii sfiorare il braccio: riconobbi subito Jacques, il francese. Era diverso rispetto all’ultima volta che lo avevo visto, in quella vacanza d’inverno di parecchi anni prima, quando sembrava ancora un adolescente cresciuto troppo in fretta, vestito con la sua giacca a vento stretta e la fascia elastica a tener fermi i capelli lunghi. Quel giorno, invece, tutto  elegante, con la cravatta nera, gli occhiali, e l’impermeabile sulle spalle aveva l’aspetto di un indaffarato professionista. Il suo italiano sembrava peggiorato, sdrucciolava piacevolmente gli accenti:

“ Ho fatto tardi,” disse, stringendosi il nodo della cravatta, “ sono partito ieri pomeriggio... più di mille chilometri in auto, mi hanno distrutto... “ Iniziò a piovigginare: minuscole gocce sabbiose sulla superficie lucida della bara. Le mani callose del custode dischiusero il cancello del cimitero. Il corteo sembrò ad un certo punto perdersi nello stretto labirinto dei viali di pini. Si fermò incerto al centro di un incrocio, fino a quando un operaio che spingeva una carriola, indicò agli inservienti la direzione giusta. Ogni perdersi, ogni ripensamento, ogni improvvisa confusione, in quel mesto viaggio convenzionale, mi apparivano un segnale beneaugurante, come rappresentassero nient’altro che il tuo estremo, bizzarro saluto.

Trovarono la sezione giusta, la colonna. E mentre il gruppo dei convitati rimaneva in attesa, un meraviglioso profumo si levò intensissimo e compatto, come una nube. Soffocò il tanfo di fiori ammuffiti nei vasi. Per un momento anche Vivienne ne sembrò contagiata: alzò la testa, guardandosi intorno, cercandone con gli occhi l’origine. Due addetti prepararono infine la lastra di marmo con inciso il tuo nome. Jacques, il francese, si torceva le mani, sotto la pioggia sottile. “ Lo sai, non l’hanno proprio trovata, sul corpo, “ mi sussurrò nell’orecchio, mentre il sacerdote concedeva alla salma l’ultima benedizione.  “ Cosa ?  “Quella piccola pietra nera, che avevamo portato con noi dalla Grecia. La portava sempre al collo. Mi sarebbe piaciuto... ereditarla.


© - RIPRODUZIONE RISERVATA - Tratto da Fabrizio Falconi, Il Giorno più bello per incontrarti, Fazi Editore, 2000, Roma 



05/05/26

Storia di Asturcone, il cavallo di Giulio Cesare ("Storie di Animali di Roma" di Fabrizio Falconi)


Asturcone o semplicemente Asturco
, fa la sua comparsa in modo definitivo nelle pagine del più grande dei biografi romani, Svetonio, il quale, vissuto circa un secolo dopo Giulio Cesare, traccia e descrive nelle Vite dei Cesari, opera monumentale in otto libri pubblicata tra il 119 e il 122, le vicende del grande condottiero insieme a quelle dei primi undici imperatori romani.

Così ecco che, a proposito di Giulio Cesare, nel capitolo 61 del primo libro della sua opera, Svetonio ci fornisce anche un saggio delle doti cavallerizze del generale Cesare, il quale, scrive il biografo, era un espertissimo cavaliere, con «un’abilità da cosacco tanto che si divertiva a galoppare con le mani dietro la schiena» Grande condottiero, grande stratega, di carisma superiore, Cesare era noto per essere infaticabile durante le lunghissime marce dei suoi legionari, che lo veneravano come un dio e che ispirava con la sua naturale fermezza, coraggio, resistenza alla fatica, ponendosi sempre alla testa dell’esercito in movimento, in sella al suo destriero. E qui Svetonio introduce proprio Asturcone, con queste parole:

Montava un cavallo eccezionale, con piedi quasi umani con unghie fesse quasi a dita, che gli era nato in casa e che egli aveva allevato con gran cura dopo che gli aruspici ebbero pronosticato ch’egli annunciava al suo padrone l’impero del mondo. Era insofferente di altri cavalcatori, ed egli lo montò per primo. Gli dedicò poi una scultura davanti al tempio di Venere Genitrice.

Asturcone era dunque per Giulio Cesare più di un semplice cavallo. Si era instaurato tra lui e il suo padrone un rapporto davvero unico, maturato sin da quando nelle stalle della famiglia Giulia (da cui proveniva Cesare) era nato il puledro appartenente alla razza asturiana (da qui il suo nome), di cui molti esemplari erano stati portati a Roma, dopo le guerre di conquista iberiche di un secolo prima.

Fu probabilmente proprio quella caratteristica di Asturcone, citata da Svetonio – le «unghie fesse quasi a dita» – a sollecitare inizialmente la curiosità del giovane Giulio Cesare nei confronti del cavallo.

L’unghia fessa, secondo la zoologia, è la definizione di uno zoccolo di un mammifero artiodattilo (cioè quei mammiferi i cui arti hanno un numero di dita pari e terminano con uno zoccolo formato dal terzo e dal quarto dito, sul cui asse è distribuito il peso del corpo) diviso in due parti e tipico dei cervidi e dei bovidi – molto più raramente dei cani e dei cavalli. Questa particolare conformazione già dall’antichità era stata associata a varie forme di superstizione (e continuò a esserlo per tutto il Medioevo, collegando l’unghia fessa al diavolo); al tempo dei romani era considerata propizia perché il piede equino sembrava così somigliare a quello umano. Asturcone dunque fu, per questa caratteristica, sottoposto a vaticinio da parte degli aruspici, i quali decretarono che il possessore di questo animale, che lo avesse preso come compagno di imprese, sarebbe diventato il padrone del mondo.

La profezia dovette sicuramente suggestionare il giovane ambizioso Cesare, che volle essere dunque il primo e unico a poterlo montare. Probabilmente il futuro generale e pontefice massimo di Roma scelse Asturcone non soltanto per i motivi suddetti: a differenza dei cavalli arabi, che erano da sempre i più richiesti, il cavallo di Giulio Cesare, come tutti i cavalli asturiani, aveva caratteristiche pragmatiche che si adattavano perfettamente al ruolo che doveva svolgere, cioè una muscolatura potente e resistente, la solidità e la facilità con cui obbediva ai comandi, che lo rendevano un compagno ideale sui campi di battaglia. Tutte qualità che il generale ebbe modo di verificare quando portò con sé Asturcone nel giogo delle violente battaglie dell’epoca. Il cavallo accompagnò Giulio Cesare come infaticabile compagno per tutta la campagna gallica e quella civile, da Roma alla Britannia, dalla Spagna a Farsalo. Dimostrandosi coraggioso e intrepido e allo stesso tempo calmo durante gli scontri.

Quando fu arrivato al massimo del suo potere, Cesare pensò che fosse giunta l’ora di concedere ad Asturcone il meritato riposo, ricompensandone il servigio con l’erezione di una statua – probabilmente in terracotta – non giunta fino a noi, davanti al tempio di Venere Genitrice che, come si sa, veniva considerata la progenitrice della gens Iulia, cui Cesare apparteneva, in quanto discendente da Iulo (figlio di Enea, a sua volta figlio di Afrodite, la Venere dei romani).

© riproduzione riservata - tratto da Fabrizio Falconi, Mostri e Animali Fantastici di Roma, Newton Compton Editore, 2025 




22/12/25

"Mostri e animali fantastici di Roma", il nuovo libro-strenna su Roma, di Fabrizio Falconi

 



E' ora in libreria il nuovo libro di Fabrizio Falconi, Mostri e animali fantastici di Roma, strenna 2025

Acquista qui

Tra leggende e realtà,
gli animali di Roma raccontano la storia segreta di una città senza tempo.


Simboli e creature mitologiche della Città Eterna


Le strade di Roma parlano anche con le voci degli animali. Fabrizio Falconi racconta la Città Eterna attraverso le creature animali che l’hanno abitata, affascinata e segnata, potenti espressioni e simboli della sua storia e del carattere dei suoi abitanti. Un viaggio tra richiami allegorici, cronache e miti che, dall’antichità al Novecento, unisce storia, arte e natura. Dalla lupa che nutrì Romolo e Remo alle spettacolari belve delle arene imperiali, dalle superstizioni del Medioevo alle creature che hanno ispirato i grandi artisti del Rinascimento, dai gatti dei vicoli del centro alla nascita del Giardino Zoologico, Roma si rivela non solo città di uomini e dèi, ma anche di creature che hanno lasciato un’impronta indelebile nel suo cuore millenario. Un bestiario e insieme un affresco di storie degli animali, reali, domestici o mitologici, che hanno contribuito a scrivere pagine immortali dell’Urbe.

Tra gli argomenti trattati:

La lupa e gli animali fondatori: creature mitiche all’origine della Città Eterna.
Le belve dell’impero:
cavalli venerati, fiere da combattimento, animali in guerra.
Il Medioevo oscuro: superstizioni, sabba infernali
e creature misteriose tra le rovine.
Il Rinascimento zoologico: l’arte celebra l’animale, da Bernini a Kircher.
L’età moderna:
il Giardino Zoologico, i gatti dei vicoli e gli animali delle cronache romane.

ISBN: 9788822797803 - Pagine: 256 - Quest'Italia n. 598 - Argomenti: Storia - Saggistica - Storia

03/03/25

3.000.000 di Visualizzazioni per Il Blog di Fabrizio Falconi - Si festeggia con i tre libri usciti da poco. Grazie a tutti!

 


Nato 16 anni fa, questo Blog, Il Blog di Fabrizio Falconi festeggia oggi un altro importante traguardo: quello dei 3.000.000 di visualizzazioni!

Molta strada è stata fatta in questi anni ed è doveroso ringraziare in primis i tanti lettori ovviamente, e anche gli inserzionisti che ci hanno permesso di continuare a crescere. 

Festeggiamo con le copertine dei 3 nuovi libri, usciti dalla fine dell'estate scorsa, tutti disponibili nelle librerie e online.

Grazie, e barra a dritta.

F.










10/02/25

"Il Giorno più Bello per Incontrarti" - RECENSIONE

 



IL LIBRO


La scena si apre su un funerale di provincia, in una giomata umida e afosa dell'autunno 1977. Giovanni, il giovane italiano dal passato tormentato, è annegato in Spagna, vicino a Barcellona, e in quella chiesetta, per l'estremo saluto, sono riuniti i suoi cari: la madre, il cui volto impietrito dal dolore ricorda le contadine dipinte da Grant Wood, la moglie americana, Vivienne, dallo sguardo dolce e assente, il suo migliore amico, Alessandro - voce narrante di questo romanzo davvero intrigante - e pochi altri.
La mesta cerimonia viene interrotta dalle urla di un uomo sulla sessantina, sdentato e infuriato, che pretende una non meglio chiarita "restituzione" brandisce un coltello e ferisce Alessandro.
E stato coinvolto da Giovanni in una truffa, si scoprirà poco dopo, e a sua volta derubato. Brandelli di un'esistenza oscura, come tante tessere scompagnate di un puzzle che stenta a prendere forma, saltano fuori a poco a poco dalle indagini delle polizia, dagli appunti dello psichiatra che aveva in cura il giovane e dai ricordi di chi lo aveva conosciuto e frequentato. 
Il quadro poi si complica ulteriormente quando Vivienne, quattordici anni dopo, riceve una strana cartolina anonima dall'Olanda, vergata con una calligrafia che sembra proprio quella di Giovanni. Ad essa fanno seguito altri messaggi, sempre anonimi, provenienti da varie parti d'Europa. È un'altra ritorsione, una messa in scena crudele, o davvero Giovanni è vivo e vuole vederci chiaro e riapre l'inchiesta, ma sarà Alessandro ad annodare i fili dell'enigma e a mettere il punto finale a questa storia dalla tensione sottile e vibrante. 
Un po' thriller psicologico e un po' diario filosofico, il romanzo d'esordio del gior- nalista romano quarantenne Fabrizio Falconi, già autore, e si sente, di versi apprezzati, unisce un forte grumo autobiografico (il difficile rapporto con un padre ammirato ma in fondo sconosciuto, il rimpianto per chi non c'è più) con l'eterna tentazione di fuggire i nostri errori e ricominciare, altrove, su un nuovo foglio: "nel breviario di una vita passata, riletto ogni glorno, arriva sempre, prima o poi, la pagina mancante. Quella che ti costringe a tornare indietro e chiederti come sarebbe stato.. a quel punto, come sarebbe stato se....

16/10/24

La foto esoterica dei Beatles, dopo la morte di John

 


Guardate bene questa foto. 

Fu scattata nel 1996, quando i tre Beatles rimasti si riunirono per stare un po' insieme. 

Durante il servizio fotografico, si sentivano vuoti senza John Lennon. Poi, misteriosamente, un pavone bianco apparve dietro George per una delle foto. 

Quando lo videro, sentirono tutti la presenza di John e l'atmosfera si alleggerì.

Probabilmente erano al corrente di quanto aveva spesso riferito Julian Lennon, il figlio del leggendario membro dei Beatles, secondo cui suo padre, prima di morire, aveva promesso a lui e al resto della sua famiglia di ritornare proprio sotto forma di una piuma bianca. "Quando vedrete una piuma bianca, sappiate che sono io, vicino a voi", aveva detto John. 

Anche recentemente Julian ha raccontato di aver percepito la presenza dello spirito di suo padre, morto 25 anni fa. L’apparizione ha avuto luogo mentre Julian partecipava ad un’antica cerimonia di una tribù aborigena in Australia. Una fonte del Daily Express ha riferito che quando uno degli anziani gli ha dato una piuma bianca il figlio 44enne del cantante si è emozionato profondamente, ricordandosi di quello che gli aveva sempre detto il padre.  

Julian era in Australia per girare il documentario "Whaledreamers", vincitore di diversi premi nel 2006 e proiettato durante il Festival di Cannes quest’anno. 

Qui, nel 1995, è la prima volta in cui il compagno perduto si sarebbe manifestato, come rivelò Paul McCartney, anche ai suoi ex-compagni di band con le sembianze di un pavone bianco, perdipiù mentre erano in studio per completare le registrazioni del singolo "Free as a Bird", originariamente inciso dallo stesso Lennon nel 1977.



13/09/24

"La Fine del Sogno - Beatles, Manson, Polanski" presentazione a Roma, alla Libreria Eli, Domenica 29 Settembre

 


Un libro costato un lungo lavoro di documentazione e ricerca. Per raccontare la storia incredibile del Sogno degli anni '60 e della musica dei Beatles, che immaginava un nuovo mondo, una nuova Età dell'Acquario. 

Infrantosi sull'eco di uno dei più efferati crimini di sempre: la strage di Cielo Alto, a Los Angeles, la mattanza di vittime innocenti, tra cui Sharon Tate, moglie di Roman Polanski (al nono mese di gravidanza) e dei suoi amici, da parte di Charles Manson, transfigurazione del mito hippie di quegli anni nel suo esatto contrario (insieme ai suoi volenterosi carnefici adepti). 

La cronaca di due anni cruciali: dal ritiro spirituale dei quattro di Liverpool nell'ashram di Maharishi, ai piedi dell'Himalaya, allo scioglimento del gruppo che spezzò il sogno dei milioni di fans in tutto il mondo. I quattro che per un decennio erano stati una cosa sola e avevano cambiato (per sempre) la storia della musica e del costume, tornavano a essere quattro, uno contro l'altro. 

Una storia incredibile di intrecci, casualità, segni del destino, provocazioni, sogni e incubi, ricostruita minuziosamente e scritta come un romanzo. 

Si presenta alla Libreria Eli, con Noemi Sarracini e l'autore, e molte foto dell'epoca, rare o rarissime. 

Domenica 29 settembre ore 17,30
Libreria Eli
Viale Somalia 50/a Roma
ingresso libero 

29/08/24

E' in libreria - e su Amazon e in tutte le librerie online - "LA FINE DEL SOGNO - BEATLES, MANSON, POLANSKI", il libro sui due anni - 1969/70 che hanno cambiato il nostro mondo

 


E' da oggi in libreria "LA FINE DEL SOGNO - BEATLES, MANSON, POLANSKI", il libro sui due anni - 1969/70 che hanno cambiato il nostro mondo.

Attraverso un meticoloso lavoro di ricerca, "La fine del sogno" racconta in modo appassionante una delle storie più belle (e inquietanti) di sempre,  ricostruendo i fatti di due anni cruciali della nostra storia: 1969-1970, quelli che decretarono la fine della cosiddetta “Summer of Love”, l’Era dell’Acquario, di Woodstock, del Flower Power, della liberazione sessuale

Il sogno si infranse nel modo più tragico con la strage di Sharon Tate e dei suoi amici a Cielo Drive, Los Angeles, da parte di Charlie Manson e della sua lugubre “Famiglia”, ma anche con lo scioglimento dei Beatles, un trauma mondiale, dopo il travaglio seguito al celebre soggiorno in India nell’ashram di Maharishi e la preveggenza dell’orrore nei film di Roman Polanski usciti in quegli anni (tra i quali “Rosemary’s Baby”), di cui Sharon Tate era moglie all’epoca. 

Il libro racconta gli “inspiegabili” grovigli di casualità e circostanze che legano queste vicende biografiche (soprattutto quelle dei quattro Beatles) l’una all’altra, molto strettamente, da un punto di vista del tutto particolare: il breve e folgorante periodo in cui cade l’illusione di un “noi” creativo (e rivoluzionario) rapidamente scalzato dall’emersione di un “io” narcisista e distruttivo, passaggio cruciale del contemporaneo. 

“La fine del sogno” è un incredibile intreccio di musica, cinema, esoterismo e cronaca nera, appassionante come un romanzo.

Puoi acquistare il libro in tutte le librerie o su Amazon e tutte le altre librerie Online. 

Presto, la prima presentazione a Roma.

  • Editore ‏ : ‎ Arcana (23 agosto 2024)
  • Lingua ‏ : ‎ Italiano
  • Copertina flessibile ‏ : ‎ 336 pagine, Euro: 19.50 (18.50 su Amazon)
  • ISBN-10 ‏ : ‎ 8892773011
  • ISBN-13 ‏ : ‎ 978-8892773011






18/07/24

Una copia di "Passeggiate Letterarie a Roma" in dono alla Libreria Eli fino al 9 agosto, per gli amici vecchi e nuovi.


La Libreria Eli di Roma che quest'anno ha ospitato i miei incontri sulle Passeggiate Letterarie a Roma, quest'estate offre la possibilità agli amici vecchi e nuovi che si recheranno in Libreria in questi giorni, di ricevere una copia gratuita del mio libro.

Ne sono molto molto felice e ringrazio Marcello Ciccaglioni e gli amici della Eli, con l'augurio di ritrovarci presto. Qui sotto, un estratto dalla Lettera inviata dalla Libreria agli amici e soci come bilancio della stagione appena trascorsa e stimolo per la nuova che arriva. F.

Anche quest’anno, grazie alla tua presenza siamo riusciti a portare avanti questo bellissimo progetto che racchiude l’essenza di eli: un luogo di incontro in cui condividere Esperienze, Libri e Idee.

Sono passati sette anni da quando abbiamo mosso i primi passi e ognuno di voi, chi prima chi dopo e chi ora, ci ha accompagnato e sostenuto in questo nuovo viaggio.

Ci rivolgiamo a te che frequenti i nostri corsi, a te che ti impegni nei gruppi di lettura e/o di scrittura, a te che partecipi ai nostri incontri, conferenze e presentazioni, a te che hai sottoscritto la nostra card… ma anche a te che ci leggi ogni settimana, che condividi i risultati raggiunti e ci conforti nei giorni meno soleggiati.
 
È grazie a te se non ci arrendiamo, stai contribuendo a rendere tutto questo possibile.
 
Per ringraziarti del tuo sostegno, fino al 9 agosto puoi passare in Libreria per ritirare un dono che noi di eli abbiamo pensato di regalarti: un prezioso compagno di avventure che ti accompagnerà in questa città stupenda che abbiamo il piacere di sentire nostra. Un dono che è stato ideato e realizzato all’interno del nostro Arcipelago. (*)
 
In quest’occasione, vorremmo proporti un’iniziativa che speriamo tu accolga con il nostro stesso entusiasmo e che garantirà a una libreria indipendente come la nostra di continuare a fare ciò che ci viene meglio: promuovere la cultura attraverso i libri.
 
Il più grande distributore italiano di libri ci ha offerto una collaborazione speciale, in virtù della quale potremo farti recapitare a casa, nel luogo di lavoro, in vacanza - ovunque tu voglia - entro 48 ore qualsiasi libro disponibile sul mercato, a patto che tu lo ordini attraverso di noi. Per fornirti questo servizio nel modo più rapido ed efficace possibile, ti proponiamo di effettuare un versamento dal valore minimo di 50€ che ci consentirà di farti recapitare in tutta Roma e in tutta Italia, i libri che deciderai di leggere, senza dover ogni volta perderti in farraginosi movimenti bancari. Naturalmente i versamenti potranno essere ripetuti e ogni mese avrai il saldo residuo.
 
Oltre alla spedizione completamente gratuita dei tuoi libri anche in vacanza, avrai accesso a molti altri vantaggi:
 
  • Sconto del 5% sui libri nuovi;
  • Sconto del 50% sui libri usati;
  • Sconto del 15% sui vini della Tenuta Le Velette;
  • Sconto del 30% sull’intero catalogo Palombi Editori;
  • Sconto del 15% su gadget e accessori, tra cui le nostre imperdibili abat-book;
Sicuri della tua sensibilità e del tuo appoggio, ti aspettiamo!
 
(*) L’Arcipelago di Eli è costituito da una serie di isole culturali e non solo. L’isola della Galleria La Tartaruga, quella della casa editrice Palombi e quella della Tenuta Le Velette.

E per mercoledì prossimo, 24 luglio, brindisi in Libreria per l' "Eliday"

 

Per ogni informazione: info@libreriaeli.it
 
Libreria ELI

di Nuova Stagione Srl

Viale Somalia 50 A

00199 – Roma

Tel. 0686211712

24/05/24

I tesori di Santa Maria Sopra Minerva, una delle più belle chiese di Roma


I tesori di Santa Maria Sopra Minerva, una delle più belle chiese di Roma

Tratto da Fabrizio Falconi - Le Basiliche di Roma - Newton Compton, Roma, 2022 - tutti i diritti riservati

La meravigliosa Basilica a pochi passi dal Pantheon è uno dei casi in cui il nome dell’edificio chiarisce da se stesso la sua origine, le sue fondamenta. La Chiesa di Santa Maria sopra Minerva è una delle più straordinarie di Roma.  Fondata nel secolo VIII sui resti di un tempio di Minerva Calcidica e rifatta in forme gotiche nel 1280, deve il suo fascino anche a questo: il sorgere sullo stesso luogo esatto dell'antico Tempio di Iside al Campo Marzio  (o Iseo Campense o Iseum et Serapeum) che i Romani avevano dedicato al culto delle due divinità orientali, Iside e Serapide e che nel corso dei secoli, dopo la caduta dell’impero, ha restituito preziosissimi reperti, in gran provenienti dall'Egitto e trasportati a Roma dopo che quella provincia fu acquisita da Augusto dopo la morte di Cleopatra imperatrice. Non solo: nella stessa zona dell’Iseo Campense, sorgeva anche il Tempio di Minerva Chalcidica, costruita dall’imperatore Domiziano, l’ultimo della dinastia Flavia, alla fine del I secolo d.C. L’appellativo di Chalcidica significava letteralmente “guardiana” o “portiera” e si riferiva al fatto che il tempio in onore della dea (chiamato anche in seguito Minerveum),  era stato costruito proprio di fronte al Porticus Divorum, la grande area porticata voluta dallo stesso Domiziano, dedicata al padre Vespasiano e al fratello Tito.

             L’esistenza di una chiesa cristiana, edificata sopra i resti di questi edifici è testimoniata già nel 700 d.C. ed era stata affidata alle suore basiliane provenienti da Costantinopoli, ma fu rifatta completamente in forme gotiche intorno al 1280 da architetti toscani, quando il possesso dell’oratorio era passato nelle meni dei frati domenicani. È dunque particolarmente importante in una città come Roma dove sono piuttosto rari gli esempi del puro gotico.

             Modificata poi con vari interventi nei secoli scorsi, la basilica è una delle più importanti di Roma per i tesori d'arte che contiene e per contenere le tombe della Santa patrona d’Italia, di quattro pontefici e di innumerevoli altre personalità.

             La splendida facciata – quasi minimalista – della chiesa, fu dovuta al conte Francesco Orsini che ne finanziò la costruzione nel 1453. Sopraggiunti problemi economici però, evidentemente, ne bloccarono il completamento ed essa rimase incompiuta fino al 1725, fino a quando non intervenne papa Benedetto XIII. La facciata resta ancora oggi semplicissima, nuda e disadorna abbellita però da due portali rinascimentali (i laterali) e uno ottecentesco (il centrale), sovrastati da tre rosoni. La facciata, nitida e bianca fa da sfondo alla piazza antistante, al centro della quale si erge il celebre Elefantino (o Pulcino) della Minerva, opera dello scultore Ercole Ferrata su progetto del Bernini, che sorregge uno dei tredici, vetusti obelischi originali egizi romani, il più piccolo di tutti (proveniente proprio dall’Iseum et Serapeum).

                L’interno della basilica è imponente, a tre navate, separate da massicci pilastri e offre al visitatore il colpo d’occhio di uno sterminato cielo stellato che fa pensare ai simili soffitti medievali a crociera della Basilica superiore di San Francesco ad Assisi, o del duomo di Siena o di San Gimignano, ma invece è di fattura moderna: risale infatti al XIX secolo, quando si scelse una decorazione più in linea con le linee gotiche antiche dell’edificio. Nel pavimento sono invece incastonate moltissime e importanti iscrizioni e sepolture. Nelle due navate laterali si aprono invece diverse cappelle che contengono numerosi tesori. Cominciando dalla navata di destra, nel primo pilastro si ammira la tomba e il busto di Antonio Castalio, una delle più belle sculture del rinascimento romano. Più avanti, nella quinta cappella, la tomba seicentesca firmata dal Maderno, di Papa Urbano VII, il pontefice che detiene il record di minor durata del pontificato: soltanto tredici giorni in tutto, dal 15 al 27 settembre del 1590. Subito dopo la sua elezione, infatti, il papa fu colto da violente febbri malariche, che ne impedirono anche la cerimonia di incoronazione. Venne sepolto in San Pietro, ma fu poi trasferito qui per la sua generosità nei confronti della Arciconfraternita dell’Annunziata che si dedicava all’assistenza delle zitelle bisognose e che aveva sede vicino a Santa Maria sopra Minerva.  Sull’altare di questa cappella, una bellissima Annunciazione di Antoniazzo Romano, del 1460. Nella settima cappella, un affresco di Melozzo da Forlì – Cristo giudice tra due angeli - che adorna una delle tombe rinascimentali.

             Nella navata di sinistra, invece, la terza cappella conserva un piccolo olio su tavola, che dopo una dubbia attribuzione al Pinturicchio, è oggi unanimemente considerato opera di Pietro di Cristoforo Vannucci, più famoso con il nome di Perugino (1448-1523), il maestro di Raffaello. Perugino (o allievi della sua stretta scuola) lo realizzò negli anni successivi al 1479, quando fu chiamato da Papa Sisto IV per decorare l'abside della Cappella della Concezione nel coro della Basilica Vaticana. È un ritratto, quello del Salvatore del Perugino, estremamente affascinante. Per l'uso dei colori (il verde intenso del mantello sul rosso pompeiano della tunica), per l'effige del volto, in espressione dolcissima, con il capo debolmente reclinato sulla destra, il viso incorniciato dai capelli castani, le guance rosee, lo sguardo penetrante. Perugino usò la tecnica dello sguardo animato (comune ad altri celebri ritratti rinascimentali, tra cui La Gioconda): grazie ad un sapiente uso della prospettiva, lo sguardo del Cristo, infatti, sembra seguire quello dell'osservatore. Lo si sperimenta davanti al dipinto, spostandosi lentamente da destra verso sinistra e al contrario: lo sguardo del Cristo sembra continuare ad osservare direttamente negli occhi, colui che guarda.

               Passando ora al transetto, alla fine della navata di destra, eccoci davanti alla meravigliosa Cappella Carafa, uno dei capolavori assoluti del Quattrocento, con gli straordinari affreschi di Filippino Lippi, su commissione del cardinale Oliviero Carafa. Nelle quattro vele della volta, sono rappresentate quattro Sibille. Lo stemma al centro è quello della famiglia Carafa. La parete centrale inserisce all’interno della scena dell’Annunciazione la figura di san Tommaso che presenta alla Vergine Maria il cardinale Carafa, inginocchiato. Nella parte alta c’è l’Assunzione della Vergine e una corona di angeli che le danzano intorno, ciascuno con in mano uno strumento musicale diverso, un vero e proprio inventario di strumenti musicali dell’epoca. Nella parete destra, scene della vita di san Tommaso, mentre sulla lunetta, verso sinistra è raffigurato il miracolo del Crocifisso che parlando al Santo gli dice: “hai scritto bene di me Tommaso, che ricompensa vuoi?”. E sembra lui abbia risposto: “Nient’altro che te Signore”.  In basso, è raffigurato invece il Santo in cattedra che tiene in mano un libro con la scritta: "Sapientiam sapientum perdam", che significa "Distruggerò la sapienza del sapiente", frase tratta dagli scritti di san Paolo. Davanti a lui una figura con un volto inquietante, raffigurante il peccato con un cartiglio che dice "Sapientia vincit malitiam", "La sapienza vince la malizia”, chiara allusione alla spiritualità domenicana da sempre caratterizzata da una ricerca della Verità e una lotta al vizio e all’errore. Tommaso è circondato da quattro figure femminili che rappresentano la filosofia, la teologia, la dialettica e la grammatica. I molti personaggi in primo piano sono per lo più eretici (identificati anche da iscrizioni dorate sui loro indumenti), tra cui il profeta persiano Mani, fondatore del manicheismo , con un dito sulle labbra, Eutiche con un orecchino di perla, Sabellio, Ario e altri. I libri per terra sono quelli eretici, che stanno per essere bruciati. All’interno della Cappella anche la grande tomba di papa Paolo IV Carafa, opera di Pirro Ligorio.  

            Proseguendo a sinistra del presbiterio, una statua molto particolare: pochi sanno infatti che la basilica di Santa Maria sopra Minerva, oltre ai molti tesori custodisce anche un’opera di Michelangelo, il Cristo Portacroce, che fu realizzata tra il 1519 e il 1520 con l’intervento di allievi del maestro. Originariamente il Cristo era interamente nudo, cosa che ovviamente urtò la suscettibilità di qualche notabile o cardinale, che ordinò di ricoprirne i fianchi con una fascia di bronzo dorato. Con lo stesso metallo fu realizzata anche una calzatura per il piede destro, sporgente, proprio per prevenirne la consunzione ad opera dei fedeli, come è avvenuto per il piede della statua dell’Apostolo, in San Pietro.

            Al di sotto dell’altare maggiore, realizzato in stile neogotico, riposano i resti del corpo di Santa Caterina da Siena, contenuti in un sarcofago del Quattrocento. La Santa, patrona d’Italia e compatrona d’Europa morì a Roma il 29 aprile del 1380 e fu sepolta nel cimitero di Santa Maria sopra Minerva. Il teschio e un dito sono invece conservati e venerati nella basilica di San Domenico, a Siena, città di nascita della Santa. Il sarcofago, che si vede attraverso i vetri, sotto l’altare è assai suggestivo, perché raffigura la santa, giacente.

            L’abside della Basilica conserva poi le tombe di due papi, opere di Antonio da Sangallo il giovane: Clemente VII e Leone X, entrambi appartenenti alla famiglia dei Medici. Sempre nel transetto sinistro, nel passaggio che viene comunemente usato per l’uscita secondaria dall’edificio, un’altra importante sepoltura: quella del Beato Angelico, al secolo Guido di Pietro. Il sommo pittore morì a Roma il 18 febbraio del 1455 e fu qui sepolto.  La lapide interrata mostra il rilievo del corpo del pittore con indosso l’abito domenicano, entro una nicchia rinascimentale e una iscrizione che recita: “Qui giace il venerabile pittore Fra Giovanni dell'Ordine dei Predicatori. Che io non sia lodato perché sembrai un altro Apelle, ma perché detti tutte le mie ricchezze, o Cristo, a te. Per alcuni le opere sopravvivono sulla terra, per altri in cielo. la città di Firenze dette a me, Giovanni, i natali.”

 

         Tornando a Santa Caterina, nella sagrestia della Basilica si venera il piccolo Oratorio di Santa Caterina, con la camera dove morì la Santa, ornata da affreschi del Quattrocento. Tra le molte altre sepolture, nella Basilica, ricordiamo quelle di altri due papi, oltre ai tre già citati: Urbano VII (morto nel 1590) e Benedetto XIII (1730); quella del poeta, umanista e cardinale Pietro Bembo, del vescovo Guglielmo Durand e dello scultore Andrea Bregno. Tra le molte vicende storiche di cui la Basilica fu testimone, vanno annoverati anche due conclavi, da cui uscirono eletti Eugenio IV nel 1431 e Nicolò V nel 1455. Quest’ultimo, come raccontano le cronache dell’epoca, “fu posto a sedere sopra l’altare maggiore della chiesa e vi ricevette l’obbedienza.”

           La Basilica, ogni 25 marzo ospitava la caratteristica cerimonia in occasione della festività dell’Annunziata, alla presenza del papa: si trattava dell’elargizione dei sussidi dotali alle zitelle che venivano prescelte tra tutti i rioni della città e che si riunivano nella piazza Santa Chiara, dov’era la sede della Arciconfraternita dell’Annunziata, fondata nel 1460. Da qui, le donne, a due a due, vestite di bianco (dovevano essere vergini e di buona reputazione) e con una candela in mano, procedevano in processione fino a Santa Maria sopra Minerva per assistere alla messa solenne, al termine della quale, ricevevano dalle mani del papa un sacchetto contenente la dote che variava da un minimo di trentacinque a un massimo di ottanta scudi, oltre alle vesti e a un fiorino per le scarpe.

Tratto da Fabrizio Falconi - Le Basiliche di Roma - Newton Compton, Roma, 2022 - tutti i diritti riservati