Dopo aver percorso via dei Falegnami, via dei Giubbonari e via dell’Arco del Monte, eccoci a via di Capo di Ferro dove si staglia l’inconfondibile facciata di Palazzo Spada e dove ci aspetta un’altra meraviglia borrominiana: la celebre galleria prospettica che si trova all’interno del palazzo nobiliare, oggi sede dell’omonima Galleria.
06/05/26
Il gioiello architettonico di Palazzo Spada a Roma ("Passeggiate Letterarie a Roma" di Fabrizio Falconi)
Dopo aver percorso via dei Falegnami, via dei Giubbonari e via dell’Arco del Monte, eccoci a via di Capo di Ferro dove si staglia l’inconfondibile facciata di Palazzo Spada e dove ci aspetta un’altra meraviglia borrominiana: la celebre galleria prospettica che si trova all’interno del palazzo nobiliare, oggi sede dell’omonima Galleria.
05/05/26
Storia di Asturcone, il cavallo di Giulio Cesare ("Storie di Animali di Roma" di Fabrizio Falconi)
Asturcone o semplicemente Asturco, fa la sua comparsa in modo definitivo nelle pagine del più grande dei biografi romani, Svetonio, il quale, vissuto circa un secolo dopo Giulio Cesare, traccia e descrive nelle Vite dei Cesari, opera monumentale in otto libri pubblicata tra il 119 e il 122, le vicende del grande condottiero insieme a quelle dei primi undici imperatori romani.
Così ecco che, a proposito di Giulio Cesare, nel capitolo 61 del primo libro della sua opera, Svetonio ci fornisce anche un saggio delle doti cavallerizze del generale Cesare, il quale, scrive il biografo, era un espertissimo cavaliere, con «un’abilità da cosacco tanto che si divertiva a galoppare con le mani dietro la schiena» Grande condottiero, grande stratega, di carisma superiore, Cesare era noto per essere infaticabile durante le lunghissime marce dei suoi legionari, che lo veneravano come un dio e che ispirava con la sua naturale fermezza, coraggio, resistenza alla fatica, ponendosi sempre alla testa dell’esercito in movimento, in sella al suo destriero. E qui Svetonio introduce proprio Asturcone, con queste parole:
Montava un cavallo eccezionale, con piedi quasi umani con unghie fesse quasi a dita, che gli era nato in casa e che egli aveva allevato con gran cura dopo che gli aruspici ebbero pronosticato ch’egli annunciava al suo padrone l’impero del mondo. Era insofferente di altri cavalcatori, ed egli lo montò per primo. Gli dedicò poi una scultura davanti al tempio di Venere Genitrice.
Asturcone era dunque per Giulio Cesare più di un semplice cavallo. Si era instaurato tra lui e il suo padrone un rapporto davvero unico, maturato sin da quando nelle stalle della famiglia Giulia (da cui proveniva Cesare) era nato il puledro appartenente alla razza asturiana (da qui il suo nome), di cui molti esemplari erano stati portati a Roma, dopo le guerre di conquista iberiche di un secolo prima.
Fu probabilmente proprio quella caratteristica di Asturcone, citata da Svetonio – le «unghie fesse quasi a dita» – a sollecitare inizialmente la curiosità del giovane Giulio Cesare nei confronti del cavallo.
L’unghia fessa, secondo la zoologia, è la definizione di uno zoccolo di un mammifero artiodattilo (cioè quei mammiferi i cui arti hanno un numero di dita pari e terminano con uno zoccolo formato dal terzo e dal quarto dito, sul cui asse è distribuito il peso del corpo) diviso in due parti e tipico dei cervidi e dei bovidi – molto più raramente dei cani e dei cavalli. Questa particolare conformazione già dall’antichità era stata associata a varie forme di superstizione (e continuò a esserlo per tutto il Medioevo, collegando l’unghia fessa al diavolo); al tempo dei romani era considerata propizia perché il piede equino sembrava così somigliare a quello umano. Asturcone dunque fu, per questa caratteristica, sottoposto a vaticinio da parte degli aruspici, i quali decretarono che il possessore di questo animale, che lo avesse preso come compagno di imprese, sarebbe diventato il padrone del mondo.
La profezia dovette sicuramente suggestionare il giovane ambizioso Cesare, che volle essere dunque il primo e unico a poterlo montare. Probabilmente il futuro generale e pontefice massimo di Roma scelse Asturcone non soltanto per i motivi suddetti: a differenza dei cavalli arabi, che erano da sempre i più richiesti, il cavallo di Giulio Cesare, come tutti i cavalli asturiani, aveva caratteristiche pragmatiche che si adattavano perfettamente al ruolo che doveva svolgere, cioè una muscolatura potente e resistente, la solidità e la facilità con cui obbediva ai comandi, che lo rendevano un compagno ideale sui campi di battaglia. Tutte qualità che il generale ebbe modo di verificare quando portò con sé Asturcone nel giogo delle violente battaglie dell’epoca. Il cavallo accompagnò Giulio Cesare come infaticabile compagno per tutta la campagna gallica e quella civile, da Roma alla Britannia, dalla Spagna a Farsalo. Dimostrandosi coraggioso e intrepido e allo stesso tempo calmo durante gli scontri.
Quando fu arrivato al massimo del suo potere, Cesare pensò che fosse giunta l’ora di concedere ad Asturcone il meritato riposo, ricompensandone il servigio con l’erezione di una statua – probabilmente in terracotta – non giunta fino a noi, davanti al tempio di Venere Genitrice che, come si sa, veniva considerata la progenitrice della gens Iulia, cui Cesare apparteneva, in quanto discendente da Iulo (figlio di Enea, a sua volta figlio di Afrodite, la Venere dei romani).
© riproduzione riservata - tratto da Fabrizio Falconi, Mostri e Animali Fantastici di Roma, Newton Compton Editore, 2025
29/04/26
LE COSE CHE NON SI DICONO - Bugie dell'era digitale
L’oggetto levigato che ci portiamo tutti nelle tasche non è il nostro placebo.
L’intelligenza artificiale non è intelligente.
La vita digitale è una parvenza di vita.
La felicità e il benessere indipendono dalla tecnologia digitale e anzi spesso ne sono l’esatto contrario.
Sono contento di non essere il solo a pensarlo. Alfonso Berardinelli ha proposto, recentemente, un luddismo non violento. Non so se prima o poi il malcontento anti-digitale prenderà anche una piega ribellista concreta. Per ora, non se ne vedono i prodromi.
Quello però che in questo articolo vorrei scrivere è, una volta per tutte, quello che non si dice mai, che nessuno dice mai e che se per caso viene detto durante un consesso sociale, suggerito o sostenuto, suscita immediato imbarazzo, teste ciondolanti, compassionevoli, disapprovanti, come dire: “ma che?”
E allora ecco qui di seguito 10 constatazioni e affermazioni apodittiche che esprimono il mio pensiero, esasperato dalle bugie che ci continuiamo tutti a ripetere a proposito della svolta tecnologico-digitale dei primi anni del millennio, che ha cambiato per sempre le nostre vite.
“I libri si comprano comunque. Dipende dai contenuti.”
No, i libri non si comprano comunque. I libri si comprano sempre di meno, le librerie chiudono, i giornali chiudono, si stampano molti titoli per questioni fiscali e di marketing, ma di ogni titolo si vendono poche o pochissime copie, anche per i titoli più commerciali o di scrittori “affermati”.
“I libri si leggono lo stesso, soltanto in un altro formato (digitale).”
No, non è vero che i libri si leggono lo stesso. I libri e più in generale i testi scritti si leggono sempre di meno, perché le vendite dei libri online sono modeste e la soglia personale di attenzione, a causa della travolgente rapidità digitale, è sempre più bassa, a partire dai bambini nelle scuole elementari. La lettura digitale poi, non è (e non può essere) la stessa cosa.
“I film si vedono lo stesso, il cinema è sopravvissuto all’impatto digitale”.
No, non è vero che i film al cinema si vedono lo stesso. Le sale cinematografiche sono in crisi ovunque e una gran parte ha chiuso o continua a chiudere e i motivi sono piuttosto chiari. La disponibilità del cinema a casa, cioè della tv con le piattaforme è una concorrenza troppo forte per le sale.
“Vedere un film al cinema o in casa, alla fine è la stessa cosa.”
No, non è vero che vedere il cinema a casa è la stessa cosa che vederlo in una sala. La sala cinematografica è un mezzo, ma è anche un contenuto dell’arte cinematografica. Nessun televisore casalingo può mai restituire l’equivalente di un film pensato e realizzato per il grande schermo.
“Si continua a produrre musica nuova, la tecnologia digitale è soltanto un altro mezzo per farlo.”
No, non è vero che la tecnologia “è solo un' altro mezzo per comporre e eseguire musica.” La tecnologia digitale è in grado oggi con l’intelligenza artificiale di comporre brani “nuovi” (in realtà assemblati dalla memoria informativa dell’AI), eseguirli “perfettamente”, promuoverli, sostituendosi alla parte umana sia in fase creativa che in quella esecutiva.
“La musica di oggi è dal punto di vista dei contenuti, la stessa di sempre. La tecnologia non influenza la creatività umana.”
Non è vero. Una vera e propria atrofia creativa è espressa ormai dalla musica contemporanea. La musica prodotta dalla o con la tecnologia digitale sta rapidissimamente svuotando la creatività umana, nel discorso medio e in quello artistico (teoricamente più elevato).
“La tecnologia digitale è solo uno strumento che aiuta nello sviluppo educativo.” No, non è vero che la tecnologia digitale per i bambini e i ragazzi di oggi sia solo uno strumento. Per i bambini e i ragazzi di oggi - e anche per una gran parte di adulti - la tecnologia digitale e in particolare lo smartphone è la protesi di fondamentale importanza, perché quasi il 100% delle informazioni che essi ricevono - di qualunque tipo - passano attraverso lo smartphone.
“I socials sono soltanto uno strumento attraverso il quale si esprime la personalità”.
No, i socials sono la terra di vita di intere generazioni che trascorrono la gran parte delle loro ore e delle loro giornate nel maremagnum degli algoritmi che rimandano loro immagini e prodotti digitali consumistico/confermativi.
“Il mondo digitale permette il libero scambio di pensieri e di informazioni”.
No, non è così. Il mondo digitale è una immensa gabbia di contenuti massivi personalizzati che hanno lo scopo di plasmare ed esaudire i desideri consumistici individuali, trasformandoli in target. Le stesse “opinioni” diventano semplici bit,
funzionali al piano complessivo gestito dalle grandi e poche piattaforme mondiali in grado di dettare (ai fini economici) lo zeitgeist o più modestamente il “trend”.
Il mondo digitale è soltanto una fase della storia dell’umanità, una fase transitoria che passerà (come tutte le altre).
No, la rivoluzione tecnologico/digitale non è soltanto una fase qualsiasi della storia dell’umanità: è un cambiamento totalmente antropologico. Non è l’invenzione del treno o della ruota: meccaniche che hanno facilitato lo sviluppo economico e le comunicazioni, ecc. perché la rivoluzione digitale afferisce direttamente alla qualità umana, all’essere umano, al corpo umano e soprattutto alla sua mente, che è già in fase di profondissima modificazione, in proporzione con le età delle diverse generazioni. Lo aveva già detto Isaac Asimov: “Io robot”. I robot diventeranno umani, gli umani stanno già diventando robot.
Oh, ora mi sento meglio…
(il tiro al bersaglio sulla croce rossa può cominciare)
Fabrizio Falconi
(articolo originale su Substack:
https://fabriziofalconi.substack.com/p/le-cose-che-non-si-dicono )
13/03/26
Due o tre cose sul Cambiamento
Chi si è impossessato del cambiamento?
Tutta la politica è sempre sopravvissuta sulla dicotomia: progresso/conservazione. E siccome il cambiamento sembra connaturale al progresso, i progressisti sono stati scambiati per fautori del cambiamento e i conservatori paladini del non-cambiamento ovvero della custodia del fuoco della tradizione, tanto per dirla con G. Mahler.
Adesso però le cose stanno cambiando, per il cambiamento.
Cambiare è l’essenza stessa dell’essere umano, in quanto mortale. “Non puoi bagnarti due volte nello stesso fiume” dice Eraclito. Il che vuol dire non soltanto che il fiume non sarà lo stesso di quando tu ti sei bagnato la prima volta, ma che anche tu non sarai lo stesso che si è bagnato la prima volta.
Questa affermazione è però neutra: né Eraclito e nessun altro potrà dirci se quel nuovo fiume sia migliore o peggiore del precedente, e se noi, al momento di bagnarci per la seconda volta saremo migliori o peggiori.
Il concetto di cambiamento è del tutto neutro.
E’ il risultato a posteriori (e a volte nemmeno quello) a fornire un giudizio valutativo/soggettivo.
I trumpisti di oggi vogliono a gran voce un cambiamento ma lo vogliono, esplicitamente, per tornare indietro: Make America Great Again. C’è stato un tempo, dicono, in cui l’America è stata grande. Noi vogliamo tornare a quel tempo, a quei fasti. Restaurazione.
Il cambiamento in avanti, invece, oggi gode di pessima salute. Non è molto popolare. I cambiamenti globali che si annunciano infatti - climatici, naturali, tecnologici, geopolitici, finanziari - non appaiono rosei. Piuttosto, scenari inquietanti, almeno per chi non ha gli occhi cuciti.
Anche se c’è chi si sforza di restare ottimista. In una recente intervista Jeremy Rifkin ha detto:
“La civiltà dell’empatia è alle porte. Stiamo rapidamente estendendo il nostro abbraccio empatico all’intera umanità e a tutte le forme di vita che abitano il pianeta. Ma la nostra corsa verso una connessione empatica universale è anche una corsa contro un rullo compressore entropico in progressiva accelerazione, sotto forma di cambiamento climatico e proliferazione delle armi di distruzione di massa. Riusciremo ad acquisire una coscienza biosferica e un’empatia globale in tempo utile per evitare il collasso planetario?”
La civiltà dell’empatia sarà un cambiamento positivo? Dubito che i trumpisti siano di questa opinione. L’alternativa però non sembra esserci. La restaurazione infatti non ha mai portato buoni frutti, a lungo termine. Neanche nel caso di restaurazioni molto personali, individuali.
L’unica cosa che si ripete costante nella vita è il cambiamento, ammonisce Krishnamurti e affrontare ciò pensando di conservare e di resistere al cambiamento è puerile e frustrante. Ecco perché il cambiamento richiede il discernimento.
E’ il tempo che (ci) cambia. E non possiamo farci niente. Se non essere quel cambiamento, che non è poco. Vale nel piccolo, vale nel grande. E’ quello che oggi assomiglia di più a ciò che chiamiamo rivoluzione.
Il mondo non può finire in un lamento sul passato.
In Changes, Bowie, lo specialista del cambiamento, così cantava:
Ch-changes
Turn and face the strange
Ch-changes
Don't want to be a richer man
Ch-changes
Turn and face the strange
Ch-changes
There's gonna have to be a different man
Time may change me
But I can't trace time
C-cambiamenti
(Voltati e affronta gli sconosciuti)
C-cambiamenti
Non voglio essere un uomo più ricco
C-cambiamenti
(Voltati e affronta gli sconosciuti)
C-cambiamenti
Dovrò solo essere un uomo diverso
Il tempo può cambiarmi
Ma io non posso determinarne il corso
(nemmeno a ritroso)
Fabrizio Falconi





