20/10/26
"L'immedicabile disparità", un nuovo affascinante saggio di Raoul Precht sul teatro di Pier Paolo Pasolini
02/06/26
"Four Russians" di Fabrizio Falconi, traduz. dall'italiano ("Quattro russi") di Lynne Lawner
Four russians
Four Russians
at a concert of Beethoven
out of breath,
hair cut short.
Why were you crying?
and most important why did he,
with white transversal lines
going everywhere,
avoid your hook of a glance
supplicant, proud and final,
pretending he was listening
to nothing but the complex
ascendance to glory that the quintet made?
Lynne Lawner è una fotografa d'arte e poetessa pluripremiata statunitense che ha vissuto per molti anni a Roma. Ora risiede a Manhattan.
Le sue fotografie, ampiamente esposte, sono presenti in importanti collezioni private. Ha partecipato più volte al MIA International Photography Fair di Milano, organizzato dal suo curatore Fabio Castelli. Recentemente, il suo lavoro visivo è stato pubblicato sulla rivista internazionale di fotografia Musée Magazine (aprile 2021) .
Raccolte di poesie di Lawner sono state pubblicate da Atlantic Monthly Press e Harper & Row, mentre i suoi libri sull'arte sono stati editi da Rizzoli, Longanesi, Harry N. Abrams e altre case editrici. Ha inoltre scritto libri su temi socio-politici e tradotto poesie e opere in prosa europee
testo originale:
Quattro russi
Quattro russi
al concerto di Beethoven,
respiro di affanno
capelli corti.
Perché piangevi ?
E soprattutto perché
- linee bianche trasversali
dappertutto -
lui, ignorando il tuo sguardo a uncino
supplicante, fiero e finale,
fingeva di seguire soltanto
la complicata ascesa
alla gloria, del quintetto ?
01/06/26
"A Swarm of Thoughts", "La messe di pensieri",di Fabrizio Falconi (traduz. di Lynne Lawner)
A swarm of thoughts
dissipates in a flash,
from multiple orations of pallid,
sunken hours
dawn emerges,
as usual the windiest time—
shrugged shoulders,
a calm awakening—
the phantasm’s axe far off;
calmly I go sit down
on an azure armchair in the empty house.
Within the messy drapery of sky
no snow falls, no bird flies:
merely a thread of white smoke.
The game of dominos that objects play around us lacks one
piece—the very one you moved,
as left hanging the air
was your incipient laughter.
(traduz. di Lynne Lawner)
Lynne Lawner è una fotografa d'arte e poetessa pluripremiata statunitense che ha vissuto per molti anni a Roma. Ora risiede a Manhattan.
Le sue fotografie, ampiamente esposte, sono presenti in importanti collezioni private. Ha partecipato più volte al MIA International Photography Fair di Milano, organizzato dal suo curatore Fabio Castelli. Recentemente, il suo lavoro visivo è stato pubblicato sulla rivista internazionale di fotografia Musée Magazine (aprile 2021) .
Raccolte di poesie di Lawner sono state pubblicate da Atlantic Monthly Press e Harper & Row, mentre i suoi libri sull'arte sono stati editi da Rizzoli, Longanesi, Harry N. Abrams e altre case editrici. Ha inoltre scritto libri su temi socio-politici e tradotto poesie e opere in prosa europee
La messe di pensieri
La messe di pensieri
dipana improvvisa, tra molte
orazioni di ore pallide
e sommerse, una: all'alba,
come sempre,
nell'attimo più ventoso
uno scrollare di spalle,
quieto risveglio
al riparo dalla scure dei fantasmi;
quieto nella casa vuota
venni a sedermi sulla poltrona azzurra.
Nel drappo disadorno
del cielo, senza neve
o senza uccelli
un solo filo di fumo bianco.
Nel dominio degli oggetti
intorno, manca un pezzo: quello
che tu spostavi,
in un inizio di riso
lasciato a risplendere nell'aria.
28/05/26
27/05/26
26/05/26
La notte che cambiò la storia dell'Occidente: 27 ottobre 312 d.C. - Un'indagine, una scoperta.
Descrizione della pubblicazione
La storia dell'Europa, e di tutto l'Occidente è cambiata radicalmente con un sogno premonitore. La notte del 27 ottobre dell'anno 312 dC, l'imperatore romano Costantino è accampato con le sue truppe a poca distanza da Roma.
Durante il sonno, Costantino riceve la visione di Cristo che gli suggerisce di scrivere sugli scudi il monogramma greco del Salvatore “XP” con la leggendaria promessa in hoc vinces (con questo vincerai). Il giorno seguente si scontra in col nemico Massenzio, schierato a difesa di Roma, che incomprensibilmente decide di affrontare l'esercito di Costantino (meno numeroso e più stanco perché proveniente da una lunga marcia di avvicinamento dal Nord Europa), in campo aperto. Questo evento ha due fonti storiche principali, provenienti dagli scritti di Eusebio di Cesarea (265-340) e Lattanzio (250-327).
I due resoconti hanno in comune il sogno. In hoc vinces è un avvincente viaggio nel tempo, alla ricerca di indizi archeologici, esoterici e astronomici nascosti dalla polvere dei secoli che, insieme al racconto della vita del leggendario imperatore romano e dei molti misteri legati alla vicenda storica che lo riguarda, offrono al lettore di oggi una un'inedita interpretazione di quel “segno”, suffragata da nuovi strumenti di indagine.
Il libro è acquistabile su tutte le librerie online e anche su Apple Books
La notte che cambiò la storia dell'occidente
Bruno Carboniero & Fabrizio Falconi
22/05/26
Poesia del giorno: "Assillo"
assillo
dimenandosi, i
giorni perdono
attrito, lubrificano le corde e le tempeste
svellono i tronchi da terra, si portano via
le inutili danze,
ignorano i resti disinvolti
delle cerchie, delle apparenze, dei contrasti
non avevo detto niente
stancamente giungerà anche l’armata
inverno, dividerà in due il giorno e la notte
piegherà le assi, scombinerà le folle
radunate ai piedi del patibolo, ogni cosa
raggelerà scurendosi senza senso
non avevo detto niente
questo silenzio cadrà come una tomba
invecchiata dai secoli, sfaldandosi
tornerà all’origine, troverà l’uscita
niente agosto, niente primavera
nulla
in mundo pax sincera.
20/05/26
Etty Hillesum "In fondo la mia vita è un ininterrotto ascoltar dentro me stessa, gli altri, Dio." Intervista Fabrizio Falconi per "Cercare Dio" (Castelvecchi)
15/05/26
Il centenario Cedro del Libano al Pincio (da "Le rovine e l'ombra di Fabrizio Falconi" )
Anche a Roma esistono alberi
centenari com’è il meraviglioso Cedro del Libano, alto più di venti metri che
campeggia al centro di Villa Borghese, proprio di fronte alla Casina dell'Orologio, dove è stato
piantato tra il 1852 e il 1854, prima ancora che fosse costruito l'idrocronometro,
l'orologio ad acqua (da Giovanni Battista Embriaco nel 1873) e prima della
realizzazione del chiosco in legno (opera di Addone Soccorsi nel 1922),
divenuto poi un elegante caffè.
In un pomeriggio di luglio, affaticato dalla canicola implacabile che
Roma sa regalare, riposando sotto questa maestosa pianta, per la prima volta
l'ho osservata. Ero con i miei figli.
Avevamo lasciato il risciò poco distante.
Per un momento un silenzio quasi totale si era impadronito del
viale. I radi turisti boccheggiavano
disfatti sulle panche del chiosco, la giostra dei bambini era ferma, come il raid dei pattinatori a rotelle, particolarmente
intenso in quel punto.
Gabriele e Isabella provarono a circondare il tronco del Cedro,
legandosi le mani, senza riuscirvi.
Abbiamo alzato gli occhi al cielo. I miei erano stupefatti come i loro:
non si riusciva quasi a distinguere il cielo, tanto era fitto e alto l'intrico
dei rami e delle foglie.
Ho pensato a quante volte, inconsapevole, sono passato sotto quelle
fronde. Quante volte il tetto del grande Cedro mi ha ricoperto senza che ne
sapessi niente. Quante volte gli uccelli nascosti tra i rami mi hanno osservato
tra i rami. Quante volte, io bambino, le
foglie d'autunno, staccatesi dolcemente, sono venute a sfiorarmi le spalle.
Più tardi, ripreso il cammino e fatti pochi metri, siamo passati di
fronte all'Obelisco di Antinoo, fatto erigere da Adriano in onore del suo amato
disperso nelle acque del Nilo, per cercare di lenire il proprio dilaniante dolore.
Inevitabilmente ho fatto caso alla diversità di questa ombra: l'ombra
dell'Obelisco, una lama sull'asfalto, lo gnomone affilato di una meridiana,
niente di più.
Nessun calore e nessun riparo era affidato a questo tipo di ombra di
costruzione umana.
C'era poco da scoprire dentro questa ombra, se non i significati
reconditi che il raziocinio umano vi ha trasferito nella ambizione smisurata di
collegarsi al cielo.
L'ombra del Cedro, che mi ero lasciato alle spalle, raccontava invece tutto
il mistero della natura, di cui anche l'anima umana fa parte.
La mia vita e quella di molte altre persone sono custodite dentro quell'ombra
secolare, anche se è molto difficile averne consapevolezza.
In fondo si tratta di questo: le rovine sono piene di ombra e la natura
è piena di ombre. Le ombre ci parlano
più della luce perché contengono misteri e segreti, dei quali siamo soltanto
molto parzialmente coscienti.
L'ombra personale e l'ombra della natura custodiscono il grande tesoro
da esplorare, da cui ripartire, quando tutto sembra perduto.
È un viaggio lungo e faticoso quello che
attraversa la linea d'ombra e il cuore di tenebra. Ma è lì che, come sapevano bene Giovanna e Pier
Paolo, si nasconde la vita più intensamente.
È lì che bisogna indagare se si vuole conoscere.
Uno dei grandi registi contemporanei, David Lynch, per spiegare il suo
cinema pieno di ombre e la sua filosofia ha scritto: «È come quando si vede un iceberg. Noi sappiamo che quello che appare
fuori dall'acqua è solo una parte molto piccola di tutto il resto. Ci sono
persone che mostrano di più e altre di meno. Io sono interessato alle cose
nascoste». (10)
Questo interesse non è – e non dovrebbe mai essere – soltanto compiaciuto
o voyeuristico, come appare consuetudine oggi: attrazione speculativa e
puramente estetica per il morboso e l'occulto.
13/05/26
La Chiesa di Roma dedicata a una Santa che non esiste: Santa Passera (da Fabrizio Falconi, "Storie su Roma che non ti hanno mai raccontato"
Tra le mille e bellissime chiese di Roma, ve n’è
una che ha un nome davvero singolare, che non trova riscontro alcuno nella
storia del cattolicesimo. È dedicata infatti – ed è comunemente indicata così –
ad una Santa che non appare in nessun martirologio e nessun elenco di beati:
Santa Passera.
Chi
era mai costei? E com’è finita ad essere titolare di una chiesa così antica? L’edificio
è in effetti, antichissimo: risale infatti al V secolo d.C. e sorge nel
quartiere Portuense, quasi sull’argine del Tevere, prospetticamente di fronte
alla Basilica di San Paolo fuori le Mura, che è dall’altra parte del fiume. Fu
costruita, secondo gli studi archeologici, su un preesistente mausoleo romano
del II secolo, quando furono qui portati dal lontano Egitto, i resti di due
martiri cristiani, Ciro e Giovanni. Furono proprio loro quindi a dare il titolo
alla chiesa che, nei documenti medievali, è sempre chiamata Sancti Cyri
e Iohannis oppure Abbacyri (derivato da Abbàs Cyrus, ovvero Padre
Ciro), finché soltanto molto più tardi, nel XV secolo, ecco apparire
l’appellativo di Santa Pacera o Passera, in sostituzione di
quello precedente. Nella certa inesistenza di una santa o martire che si sia
mai chiamata in questo modo, gli studiosi hanno ipotizzato che il termine sia
una macchinosa derivazione popolare, con molti passaggi, dal nome Abbacyro,
divenuto Appaciro, e poi Pacero e infine, per assonanza Passera.
Quel
che è certo, al di là di questa ricostruzione etimologica che appare piuttosto
problematica, è che oggi la piccola chiesa, rimasta incastonata nel caotico
quartiere della Magliana, appare ancora nelle sue suggestive forme medievali, a
navata unica e pianta rettangolare, con – al livello sotterraneo – un oratorio
e la cripta che anticamente conteneva le spoglie dei due santi cui era
intitolata.
La suggestione di questo luogo ispirò anche Pier Paolo Pasolini che vi
ambientò una delle scene di uno dei suoi film più apprezzati dalla critica, Uccellacci
e Uccellini, del 1966, con Totò e Ninetto Davoli protagonisti.
Il toponimo di Santa Passera, comunque, che
riuscì a prender piede ed è rimasto a contrassegnare la chiesa per molti
secoli, ha colpito, come era inevitabile, la fantasia popolare romanesca, anche
perché, com’è noto, nel vernacolo romano, la “passera” è associata all’organo
genitale femminile, come insegna il principe dei poeti romani, Giuseppe
Gioachino Belli, che nei suoi 2279 sonetti compilò un fitto catalogo delle
espressioni più popolari a Roma, comprese quelle relative alla sessualità.
Così, ad esempio, ne La madre de le
Sante, del 1832, in
cui enumera tutti i divertenti sinonimi della vagina:
Chi vvò cchiede la monna a Ccaterina,
pe ffasse intenne da la ggente dotta
je toccherebbe a ddí vvurva, vaccina,
e ddà ggiú co la cunna e cco la potta
Ma nnoantri fijjacci de miggnotta
dìmo scella, patacca, passerina,
fessa, spacco, fissura, bbuscia, grotta,
fregna, fica, sciavatta, chitarrina,
sorca, vaschetta, fodero,
frittella,
ciscia, sporta, perucca, varpelosa,
chiavica, gattarola, finestrella,
fischiarola, quer-fatto,
quela-cosa,
urinale, fracoscio, ciumachella,
la-gabbia-der-pipino, e la-bbrodosa.
E ssi vvòi la scimosa,
chi la chiama vergogna, e cchi nnatura,
chi cciufèca, tajjola, e ssepportura.[1]
L’anno
prima, invece, il Belli aveva dedicato un altro sonetto erotico ad una donna
del quartiere, particolarmente procace, A Nina, in cui di nuovo compare
il termine riferito alla passera:
Tra ll’antre tu’ cosette che un cristiano
ce se farebbe scribba e ffariseo,
tienghi, Nina, du’ bbocce e un culiseo,
propio da guarní er letto ar gran Zurtano.
A cchiappe e zzinne, manco in ner
moseo
sc’è robba che tte po arrubbà la mano;
ché ttu, ssenz’agguantajje er palandrano,
sce fascevi appizzà Ggiuseppebbreo.
Io sce vorrebbe franca ’na
scinquina
che nn’addrizzi ppiú ttu ccor fà l’occhietto,
che ll’antre cor mostrà la passerina.
Lo so ppe mmé, cche ppe ttrovà
l’uscello,
s’ho da pisscià, cciaccènno er moccoletto:
e lo vedessi mó, ppare un pistello![2]
09/05/26
Incipit di "Il Giorno più bello per incontrarti" di Fabrizio Falconi
IL GIORNO PIU’ BELLO PER INCONTRARTI di Fabrizio Falconi
Per far nascere una storia occorre silenzio. Ma io non ho bisogno di far nascere una storia. Essa c’è già, esiste. Reclama semplicemente di essere raccontata. Dovrò spiegare tutto, nulla potrà essere tralasciato. Dare conto anche del silenzio.Per far questo, come si conviene, è bene prima rendere omaggio a colui che questa storia ha generato, o dalla quale è stato immotivatamente sospinto.A lui essa ritorna, a lui affido queste parole, pronunciate, ricordate, ripetute, nonostante da ogni parte giungano fin qui inarrestabili rumori, grida e stridori dissennati.
Racconterò dunque la storia iniziando dal tuo funerale. Il feretro arrivò in ritardo, quando era passato mezzogiorno. Ad un lato del piazzale, di fianco alla chiesa, riconobbi tra le auto parcheggiate la Taunus azzurra di Vivienne. Sul sedile posteriore, un mazzo di gigli nel cellophane.Quando arrivò la Mercedes scura, eravamo ancora in pochi. L’aria perfida decisamente troppo calda per essere ottobre, una spessa coltre di umidità nascondeva il sole.Quattro commessi in completo grigio e guanti neri portarono a spalla la bara, nella chiesa disadorna. Una guida di velluto color malva era stata posta nel corridoio tra i banchi, sul pavimento cosmatesco. Uno dei presenti, un uomo tarchiato e calvo si asciugava il cranio sudato con il palmo delle mani. Tra i ritardatari che continuavano ad affluire, quando la cerimonia era già iniziata, vidi subito Salvini, che - mi era stato detto - non aveva voluto collaborare alla perizia per il riconoscimento. Tra i banchi della chiesa e nella luce grigia spiccava il verde acceso della sua giacca. Era ancora più magro di come me lo ricordavo. Gli occhi lucidi, dietro le spesse lenti da vista tradivano commozione. Ci stringemmo la mano, senza dire nulla. La cerimonia fu introdotta da un breve fraseggio d’organo. Tutto appariva consueto, lontano, senza emozione. Ma quando uno dei ragazzi del borgo dei pescatori salì al lato dell’altare per leggere dalla Lettera agli Efesini, il silenzio divenne più tenace e vibrante :
Dio ha vivificato
anche voi,
voi che eravate
morti
nelle vostre
colpe e nei vostri peccati.
Un
colpo di tosse tra i banchi, interruppe la lettura che riprese:
Infatti è per grazia che voi siete stati
salvati, mediante la
fede; e ciò non viene
da voi; è il dono
di Dio.
Non so raccontarti altro di lei. Immagino lo vorresti. Di lei potrei dirti solo che sembrava assente, lo sguardo asciutto e livido. La pelle del volto chiazzata, le occhiaie. Continuava a tirare su con il naso, ma senza piangere. All’uscita dalla chiesa, mi concesse un lungo sguardo affaticato e distratto, mentre sorrideva a tutti dolcemente, debolmente, senza dire nulla. Il silenzioso corteo si trasferi' al cimitero, in collina. Il caldo aumentava, eccessivo, fuori stagione. Sull’erta diritta che portava al camposanto, la Mercedes procedeva a passo d’uomo accompagnata dalla gente di A. uscita in strada a curiosare. Dietro al feretro per prima camminava tua madre. Vivienne accanto a lei, con il cappotto sul braccio, e la testa china. A metà dell’ascesa, mi sentii sfiorare il braccio: riconobbi subito Jacques, il francese. Era diverso rispetto all’ultima volta che lo avevo visto, in quella vacanza d’inverno di parecchi anni prima, quando sembrava ancora un adolescente cresciuto troppo in fretta, vestito con la sua giacca a vento stretta e la fascia elastica a tener fermi i capelli lunghi. Quel giorno, invece, tutto elegante, con la cravatta nera, gli occhiali, e l’impermeabile sulle spalle aveva l’aspetto di un indaffarato professionista. Il suo italiano sembrava peggiorato, sdrucciolava piacevolmente gli accenti:
“ Ho fatto tardi,” disse, stringendosi il nodo della cravatta, “ sono partito ieri pomeriggio... più di mille chilometri in auto, mi hanno distrutto... “ Iniziò a piovigginare: minuscole gocce sabbiose sulla superficie lucida della bara. Le mani callose del custode dischiusero il cancello del cimitero. Il corteo sembrò ad un certo punto perdersi nello stretto labirinto dei viali di pini. Si fermò incerto al centro di un incrocio, fino a quando un operaio che spingeva una carriola, indicò agli inservienti la direzione giusta. Ogni perdersi, ogni ripensamento, ogni improvvisa confusione, in quel mesto viaggio convenzionale, mi apparivano un segnale beneaugurante, come rappresentassero nient’altro che il tuo estremo, bizzarro saluto.
Trovarono la sezione giusta, la colonna. E mentre il gruppo dei convitati rimaneva in attesa, un meraviglioso profumo si levò intensissimo e compatto, come una nube. Soffocò il tanfo di fiori ammuffiti nei vasi. Per un momento anche Vivienne ne sembrò contagiata: alzò la testa, guardandosi intorno, cercandone con gli occhi l’origine. Due addetti prepararono infine la lastra di marmo con inciso il tuo nome. Jacques, il francese, si torceva le mani, sotto la pioggia sottile. “ Lo sai, non l’hanno proprio trovata, sul corpo, “ mi sussurrò nell’orecchio, mentre il sacerdote concedeva alla salma l’ultima benedizione. “ Cosa ?” “Quella piccola pietra nera, che avevamo portato con noi dalla Grecia. La portava sempre al collo. Mi sarebbe piaciuto... ereditarla.”



.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)

.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)









