02/06/26

"Four Russians" di Fabrizio Falconi, traduz. dall'italiano ("Quattro russi") di Lynne Lawner




Four russians 



Four Russians
at a concert of Beethoven
out of breath,
hair cut short.
Why were you crying?
and most important why did he,
with white transversal lines
going everywhere,
avoid your hook of a glance
supplicant, proud and final,
pretending he was listening
to nothing but the complex
ascendance to glory that the quintet made?

(traduz. dall'italiano di Lynne Lawner)

Lynne Lawner è una fotografa d'arte e poetessa pluripremiata statunitense che ha vissuto per molti anni a Roma. Ora risiede a Manhattan.

Le sue fotografie, ampiamente esposte, sono presenti in importanti collezioni private. Ha partecipato più volte al MIA International Photography Fair di Milano, organizzato dal suo curatore Fabio Castelli. Recentemente, il suo lavoro visivo è stato pubblicato sulla rivista internazionale di fotografia Musée Magazine (aprile 2021) .

Raccolte di poesie di Lawner sono state pubblicate da Atlantic Monthly Press e Harper & Row, mentre i suoi libri sull'arte sono stati editi da Rizzoli, Longanesi, Harry N. Abrams e altre case editrici. Ha inoltre scritto libri su temi socio-politici e tradotto poesie e opere in prosa europee



testo originale:

Quattro russi

Quattro russi
al concerto di Beethoven,
respiro di affanno
capelli corti.
Perché piangevi ?
E soprattutto perché
- linee bianche trasversali
dappertutto -
lui, ignorando  il tuo sguardo a uncino
supplicante, fiero e finale,
fingeva di seguire soltanto
la complicata ascesa
alla gloria, del quintetto ?




01/06/26

"A Swarm of Thoughts", "La messe di pensieri",di Fabrizio Falconi (traduz. di Lynne Lawner)





A swarm of thoughts

A swarm of thoughts
dissipates in a flash,
from multiple orations of pallid,
sunken hours
dawn emerges,
as usual the windiest time—
shrugged shoulders,
a calm awakening—
the phantasm’s axe far off;
calmly I go sit down
on an azure armchair in the empty house.

Within the messy drapery of sky
no snow falls, no bird flies:
merely a thread of white smoke.

The game of dominos that objects play around us lacks one
piece—the very one you moved,
as left hanging the air
was your incipient laughter.

(traduz. di Lynne Lawner)

Lynne Lawner è una fotografa d'arte e poetessa pluripremiata statunitense che ha vissuto per molti anni a Roma. Ora risiede a Manhattan.

Le sue fotografie, ampiamente esposte, sono presenti in importanti collezioni private. Ha partecipato più volte al MIA International Photography Fair di Milano, organizzato dal suo curatore Fabio Castelli. Recentemente, il suo lavoro visivo è stato pubblicato sulla rivista internazionale di fotografia Musée Magazine (aprile 2021) .

Raccolte di poesie di Lawner sono state pubblicate da Atlantic Monthly Press e Harper & Row, mentre i suoi libri sull'arte sono stati editi da Rizzoli, Longanesi, Harry N. Abrams e altre case editrici. Ha inoltre scritto libri su temi socio-politici e tradotto poesie e opere in prosa europee




La messe di pensieri

La messe di pensieri
dipana improvvisa, tra molte
orazioni di ore pallide
e sommerse, una: all'alba,
come sempre,
nell'attimo più ventoso
uno scrollare di spalle,
quieto risveglio
al riparo dalla scure dei fantasmi;
quieto nella casa vuota
venni a sedermi sulla poltrona azzurra.

Nel drappo disadorno
del cielo, senza neve
o senza uccelli
un solo filo di fumo bianco.

Nel dominio degli oggetti
intorno, manca un pezzo: quello
che tu spostavi,
in un inizio di riso
lasciato a risplendere nell'aria.


26/05/26

La notte che cambiò la storia dell'Occidente: 27 ottobre 312 d.C. - Un'indagine, una scoperta.


 

Descrizione della pubblicazione

La storia dell'Europa, e di tutto l'Occidente è cambiata radicalmente con un sogno premonitore. La notte del 27 ottobre dell'anno 312 dC, l'imperatore romano Costantino è accampato con le sue truppe a poca distanza da Roma. 


Durante il sonno, Costantino riceve la visione di Cristo che gli suggerisce di scrivere sugli scudi il monogramma greco del Salvatore “XP” con la leggendaria promessa in hoc vinces (con questo vincerai). Il giorno seguente si scontra in col nemico Massenzio, schierato a difesa di Roma, che incomprensibilmente decide di affrontare l'esercito di Costantino (meno numeroso e più stanco perché proveniente da una lunga marcia di avvicinamento dal Nord Europa), in campo aperto. Questo evento ha due fonti storiche principali, provenienti dagli scritti di Eusebio di Cesarea (265-340) e Lattanzio (250-327). 


I due resoconti hanno in comune il sogno. In hoc vinces è un avvincente viaggio nel tempo, alla ricerca di indizi archeologici, esoterici e astronomici nascosti dalla polvere dei secoli che, insieme al racconto della vita del leggendario imperatore romano e dei molti misteri legati alla vicenda storica che lo riguarda, offrono al lettore di oggi una un'inedita interpretazione di quel “segno”, suffragata da nuovi strumenti di indagine.


Il libro è acquistabile su tutte le librerie online e anche su Apple Books 


In Hoc Vinces

La notte che cambiò la storia dell'occidente 

Bruno Carboniero & Fabrizio Falconi 

Link qui

$ 11,99



22/05/26

Poesia del giorno: "Assillo"

 



assillo

 

 

dimenandosi,  i giorni perdono

attrito, lubrificano le corde e le tempeste

svellono i tronchi da terra, si portano via

le inutili danze,  ignorano i resti disinvolti

delle cerchie, delle apparenze, dei contrasti

 

non avevo detto niente

 

stancamente giungerà anche l’armata

inverno, dividerà in due il giorno e la notte

piegherà le assi, scombinerà le folle

radunate ai piedi del patibolo, ogni cosa

raggelerà scurendosi senza senso

 

non avevo detto niente

 

questo silenzio cadrà come una tomba

invecchiata dai secoli, sfaldandosi

tornerà all’origine, troverà l’uscita

niente agosto, niente primavera

nulla in mundo pax sincera.

 

 © - riproduzione riservata. Tratta da Fabrizio Falconi, Nessun pensiero conosce l'amore, Interno Poesia, Latiano, 2018, p. 77. 




20/05/26

Etty Hillesum "In fondo la mia vita è un ininterrotto ascoltar dentro me stessa, gli altri, Dio." Intervista Fabrizio Falconi per "Cercare Dio" (Castelvecchi)

 





Dieci ritratti di grandi anime che hanno fatto della ricerca spirituale uno scopo di vita: filosofi come Panikkar; poeti come Antonia Pozzi, morta suicida per amore; o registi come Ingmar Bergman e Andrej Tarkovskij; scrittori come C.S. Lewis, l'inventore delle "Cronache di Narnia"; guide spirituali come Krishnamurti o Frère Roger, fondatore della Comunità di Taizé, che accoglie ogni anno migliaia di persone; testimoni del dialogo interiore che oggi vengono riletti in tutto il mondo come Etty Hillesum, morta ad Auschwitz, o il segretario generale dell'Onu Dag Hammarskjöld, ucciso in un attentato, che ha lasciato un diario, testimonianza tra le più alte del Novecento. I dieci agili profili ne ripercorrono – attraverso brani di meditazione, scritti, diari – le vicende umane con gli interrogativi, i dubbi e le illuminazioni di cui hanno lasciato testimonianza e che restano un orientamento sulle questioni fondamentali dell'umanità.

15/05/26

Il centenario Cedro del Libano al Pincio (da "Le rovine e l'ombra di Fabrizio Falconi" )

 



Anche a Roma esistono alberi centenari com’è il meraviglioso Cedro del Libano, alto più di venti metri che campeggia al centro di Villa Borghese, proprio di fronte alla Casina dell'Orologio, dove è stato piantato tra il 1852 e il 1854, prima ancora che fosse costruito l'idrocronometro, l'orologio ad acqua (da Giovanni Battista Embriaco nel 1873) e prima della realizzazione del chiosco in legno (opera di Addone Soccorsi nel 1922), divenuto poi un elegante caffè.

   In un pomeriggio di luglio, affaticato dalla canicola implacabile che Roma sa regalare, riposando sotto questa maestosa pianta, per la prima volta l'ho osservata.  Ero con i miei figli. Avevamo lasciato il risciò poco distante.  Per un momento un silenzio quasi totale si era impadronito del viale.  I radi turisti boccheggiavano disfatti sulle panche del chiosco, la giostra dei bambini era ferma, come il raid dei pattinatori a rotelle, particolarmente intenso in quel punto.

   Gabriele e Isabella provarono a circondare il tronco del Cedro, legandosi le mani, senza riuscirvi. 

   Abbiamo alzato gli occhi al cielo. I miei erano stupefatti come i loro: non si riusciva quasi a distinguere il cielo, tanto era fitto e alto l'intrico dei rami e delle foglie.

   Ho pensato a quante volte, inconsapevole, sono passato sotto quelle fronde. Quante volte il tetto del grande Cedro mi ha ricoperto senza che ne sapessi niente. Quante volte gli uccelli nascosti tra i rami mi hanno osservato tra i rami.  Quante volte, io bambino, le foglie d'autunno, staccatesi dolcemente, sono venute a sfiorarmi le spalle.

   Più tardi, ripreso il cammino e fatti pochi metri, siamo passati di fronte all'Obelisco di Antinoo, fatto erigere da Adriano in onore del suo amato disperso nelle acque del Nilo, per cercare di lenire il proprio dilaniante dolore. 

   Inevitabilmente ho fatto caso alla diversità di questa ombra: l'ombra dell'Obelisco, una lama sull'asfalto, lo gnomone affilato di una meridiana, niente di più.

   Nessun calore e nessun riparo era affidato a questo tipo di ombra di costruzione umana.

   C'era poco da scoprire dentro questa ombra, se non i significati reconditi che il raziocinio umano vi ha trasferito nella ambizione smisurata di collegarsi al cielo.

   L'ombra del Cedro, che mi ero lasciato alle spalle, raccontava invece tutto il mistero della natura, di cui anche l'anima umana fa parte.

   La mia vita e quella di molte altre persone sono custodite dentro quell'ombra secolare, anche se è molto difficile averne consapevolezza.

   In fondo si tratta di questo: le rovine sono piene di ombra e la natura è piena di ombre.  Le ombre ci parlano più della luce perché contengono misteri e segreti, dei quali siamo soltanto molto parzialmente coscienti.  

   L'ombra personale e l'ombra della natura custodiscono il grande tesoro da esplorare, da cui ripartire, quando tutto sembra perduto.

   È un viaggio lungo e faticoso quello che attraversa la linea d'ombra e il cuore di tenebra.  Ma è lì che, come sapevano bene Giovanna e Pier Paolo, si nasconde la vita più intensamente.  È lì che bisogna indagare se si vuole conoscere.

   Uno dei grandi registi contemporanei, David Lynch, per spiegare il suo cinema pieno di ombre e la sua filosofia ha scritto: «È come quando si vede un iceberg. Noi sappiamo che quello che appare fuori dall'acqua è solo una parte molto piccola di tutto il resto. Ci sono persone che mostrano di più e altre di meno. Io sono interessato alle cose nascoste». (10)

   Questo interesse non è – e non dovrebbe mai essere – soltanto compiaciuto o voyeuristico, come appare consuetudine oggi: attrazione speculativa e puramente estetica per il morboso e l'occulto. 

   L'ombra, se si è interessati alla vita e non alla morte, è un cammino, non un totem.

© - riproduzione riservata - Tratto da: Fabrizio Falconi, "Le rovine e l'ombra", Castelvecchi Editore, Roma, 2017 




13/05/26

La Chiesa di Roma dedicata a una Santa che non esiste: Santa Passera (da Fabrizio Falconi, "Storie su Roma che non ti hanno mai raccontato"

 


Tra le mille e bellissime chiese di Roma, ve n’è una che ha un nome davvero singolare, che non trova riscontro alcuno nella storia del cattolicesimo. È dedicata infatti – ed è comunemente indicata così – ad una Santa che non appare in nessun martirologio e nessun elenco di beati: Santa Passera.

       Chi era mai costei? E com’è finita ad essere titolare di una chiesa così antica? L’edificio è in effetti, antichissimo: risale infatti al V secolo d.C. e sorge nel quartiere Portuense, quasi sull’argine del Tevere, prospetticamente di fronte alla Basilica di San Paolo fuori le Mura, che è dall’altra parte del fiume. Fu costruita, secondo gli studi archeologici, su un preesistente mausoleo romano del II secolo, quando furono qui portati dal lontano Egitto, i resti di due martiri cristiani, Ciro e Giovanni. Furono proprio loro quindi a dare il titolo alla chiesa che, nei documenti medievali, è sempre chiamata Sancti Cyri e Iohannis oppure Abbacyri (derivato da Abbàs Cyrus, ovvero Padre Ciro), finché soltanto molto più tardi, nel XV secolo, ecco apparire l’appellativo di Santa Pacera o Passera, in sostituzione di quello precedente. Nella certa inesistenza di una santa o martire che si sia mai chiamata in questo modo, gli studiosi hanno ipotizzato che il termine sia una macchinosa derivazione popolare, con molti passaggi, dal nome Abbacyro, divenuto Appaciro, e poi Pacero e infine, per assonanza Passera.

         Quel che è certo, al di là di questa ricostruzione etimologica che appare piuttosto problematica, è che oggi la piccola chiesa, rimasta incastonata nel caotico quartiere della Magliana, appare ancora nelle sue suggestive forme medievali, a navata unica e pianta rettangolare, con – al livello sotterraneo – un oratorio e la cripta che anticamente conteneva le spoglie dei due santi cui era intitolata.

          La suggestione di questo luogo ispirò anche Pier Paolo Pasolini che vi ambientò una delle scene di uno dei suoi film più apprezzati dalla critica, Uccellacci e Uccellini, del 1966, con Totò e Ninetto Davoli protagonisti.

          Il toponimo di Santa Passera, comunque, che riuscì a prender piede ed è rimasto a contrassegnare la chiesa per molti secoli, ha colpito, come era inevitabile, la fantasia popolare romanesca, anche perché, com’è noto, nel vernacolo romano, la “passera” è associata all’organo genitale femminile, come insegna il principe dei poeti romani, Giuseppe Gioachino Belli, che nei suoi 2279 sonetti compilò un fitto catalogo delle espressioni più popolari a Roma, comprese quelle relative alla sessualità. Così, ad esempio, ne La madre de le Sante, del 1832, in cui enumera tutti i divertenti sinonimi della vagina:

 

Chi vvò cchiede la monna a Ccaterina,

pe ffasse intenne da la ggente dotta

je toccherebbe a ddí vvurva, vaccina, 

e ddà ggiú co la cunna e cco la potta

 

     Ma nnoantri fijjacci de miggnotta

dìmo scella, patacca, passerina,

fessa, spacco, fissura, bbuscia, grotta,

fregna, fica, sciavatta, chitarrina,

 

     sorca, vaschetta, fodero, frittella,

ciscia, sporta, perucca, varpelosa,

chiavica, gattarola, finestrella,

 

     fischiarola, quer-fatto, quela-cosa,

urinale, fracoscio, ciumachella,

la-gabbia-der-pipino, e la-bbrodosa.

 

     E ssi vvòi la scimosa, 

chi la chiama vergogna, e cchi nnatura,

chi cciufèca, tajjola, e ssepportura.[1]

              

       L’anno prima, invece, il Belli aveva dedicato un altro sonetto erotico ad una donna del quartiere, particolarmente procace, A Nina, in cui di nuovo compare il termine riferito alla passera:

 

 Tra ll’antre tu’ cosette che un cristiano

ce se farebbe scribba e ffariseo,

tienghi, Nina, du’ bbocce e un culiseo,

propio da guarní er letto ar gran Zurtano.

              

     A cchiappe e zzinne, manco in ner moseo 

sc’è robba che tte po arrubbà la mano; 

ché ttu, ssenz’agguantajje er palandrano, 

sce fascevi appizzà Ggiuseppebbreo.

              

     Io sce vorrebbe franca ’na scinquina 

che nn’addrizzi ppiú ttu ccor fà l’occhietto,

che ll’antre cor mostrà la passerina. 

              

     Lo so ppe mmé, cche ppe ttrovà l’uscello,

s’ho da pisscià, cciaccènno er moccoletto:

e lo vedessi mó, ppare un pistello![2]



[1] G. G. Belli, Sonetti [560 (561], a cura di G. Vigolo, Arnoldo Mondadori Editore, 1958

[2] G. G. Belli, Sonetti [70], Garzanti Editore, 1991 p.42  


© Riproduzione riservata - Tratto da Fabrizio Falconi, Storie incredibili su Roma che non ti hanno mai raccontato, Newton Compton, Roma, 2024






09/05/26

Incipit di "Il Giorno più bello per incontrarti" di Fabrizio Falconi



IL GIORNO PIU’ BELLO PER INCONTRARTI di Fabrizio Falconi

Per far nascere una storia occorre silenzio. Ma io non ho bisogno di far nascere una storia. Essa c’è già, esiste. Reclama semplicemente di essere raccontata. Dovrò spiegare tutto, nulla potrà essere tralasciato. Dare conto anche del silenzio.Per far questo, come si conviene, è bene prima rendere omaggio a colui che questa storia ha generato, o dalla quale è stato immotivatamente sospinto.A lui essa ritorna, a lui affido queste parole, pronunciate, ricordate, ripetute, nonostante da ogni parte giungano fin qui inarrestabili rumori, grida e stridori dissennati. 

Racconterò dunque la storia iniziando dal tuo funerale. Il feretro arrivò in ritardo, quando era passato mezzogiorno. Ad un lato del piazzale, di fianco alla chiesa, riconobbi tra le auto parcheggiate la Taunus azzurra di Vivienne. Sul sedile posteriore, un mazzo di gigli nel cellophane.Quando arrivò la Mercedes scura, eravamo ancora in pochi. L’aria perfida decisamente troppo calda per essere ottobre, una spessa coltre di umidità nascondeva il sole.Quattro commessi in completo grigio e guanti neri portarono a spalla la bara, nella chiesa disadorna. Una guida di velluto color malva era stata posta nel corridoio tra i banchi, sul pavimento cosmatesco. Uno dei presenti, un uomo tarchiato e calvo si asciugava il cranio sudato con il palmo delle mani. Tra i ritardatari che continuavano ad affluire, quando la cerimonia era già iniziata, vidi subito Salvini, che - mi era stato detto - non aveva voluto collaborare alla perizia per il riconoscimento. Tra i banchi della chiesa e nella luce grigia spiccava il verde acceso della sua giacca. Era ancora più magro di come me lo ricordavo. Gli occhi lucidi, dietro le spesse lenti da vista tradivano commozione. Ci stringemmo la mano, senza dire nulla. La cerimonia fu introdotta da un breve fraseggio d’organo. Tutto appariva consueto, lontano, senza emozione. Ma quando uno dei ragazzi del borgo dei pescatori salì al lato dell’altare per leggere dalla Lettera agli Efesini, il silenzio divenne più tenace e vibrante :

 

                              Dio ha vivificato anche voi,

                              voi che eravate morti

                              nelle vostre colpe e nei vostri peccati.

 

Un colpo di tosse tra i banchi, interruppe la lettura che riprese:

 

                              Infatti è per grazia che voi siete stati                                              

                              salvati, mediante la fede; e ciò non viene

                              da voi; è il dono di Dio. 

 Salvini tossì così forte che dalle prime file si girarono a guardare. Il volto del Redentore nella piccola tavola cinquecentesca dell'altare sorrideva impassibile. Di soppiatto, quasi inavvertitamente, un lampo di luce lattiginosa penetrò dal finestrone dell’abside, scompaginando le piccole nubi di incenso. La donna dai lunghi capelli, in piedi nella prima fila, chiuse gli occhi, abbassò la testa. Salvini mi diede subito un piccolo colpo sul fianco. “ E’ lei, l’americana ? “ mi sussurrò in un orecchio. “ Sì, è Vivienne “, risposi.

Non so raccontarti altro di lei. Immagino lo vorresti. Di lei potrei dirti solo che sembrava assente, lo sguardo asciutto e livido. La pelle del volto chiazzata, le occhiaie. Continuava a tirare su con il naso, ma senza piangere. All’uscita dalla chiesa, mi concesse un lungo sguardo affaticato e distratto, mentre sorrideva a tutti dolcemente, debolmente, senza dire nulla. Il silenzioso corteo si trasferi' al cimitero, in collina. Il caldo aumentava, eccessivo, fuori stagione. Sull’erta diritta che portava al camposanto, la Mercedes procedeva a passo d’uomo accompagnata dalla gente di A. uscita in strada a curiosare. Dietro al feretro per prima camminava tua madre. Vivienne accanto a lei, con il cappotto sul braccio, e la testa china. A metà dell’ascesa, mi sentii sfiorare il braccio: riconobbi subito Jacques, il francese. Era diverso rispetto all’ultima volta che lo avevo visto, in quella vacanza d’inverno di parecchi anni prima, quando sembrava ancora un adolescente cresciuto troppo in fretta, vestito con la sua giacca a vento stretta e la fascia elastica a tener fermi i capelli lunghi. Quel giorno, invece, tutto  elegante, con la cravatta nera, gli occhiali, e l’impermeabile sulle spalle aveva l’aspetto di un indaffarato professionista. Il suo italiano sembrava peggiorato, sdrucciolava piacevolmente gli accenti:

“ Ho fatto tardi,” disse, stringendosi il nodo della cravatta, “ sono partito ieri pomeriggio... più di mille chilometri in auto, mi hanno distrutto... “ Iniziò a piovigginare: minuscole gocce sabbiose sulla superficie lucida della bara. Le mani callose del custode dischiusero il cancello del cimitero. Il corteo sembrò ad un certo punto perdersi nello stretto labirinto dei viali di pini. Si fermò incerto al centro di un incrocio, fino a quando un operaio che spingeva una carriola, indicò agli inservienti la direzione giusta. Ogni perdersi, ogni ripensamento, ogni improvvisa confusione, in quel mesto viaggio convenzionale, mi apparivano un segnale beneaugurante, come rappresentassero nient’altro che il tuo estremo, bizzarro saluto.

Trovarono la sezione giusta, la colonna. E mentre il gruppo dei convitati rimaneva in attesa, un meraviglioso profumo si levò intensissimo e compatto, come una nube. Soffocò il tanfo di fiori ammuffiti nei vasi. Per un momento anche Vivienne ne sembrò contagiata: alzò la testa, guardandosi intorno, cercandone con gli occhi l’origine. Due addetti prepararono infine la lastra di marmo con inciso il tuo nome. Jacques, il francese, si torceva le mani, sotto la pioggia sottile. “ Lo sai, non l’hanno proprio trovata, sul corpo, “ mi sussurrò nell’orecchio, mentre il sacerdote concedeva alla salma l’ultima benedizione.  “ Cosa ?  “Quella piccola pietra nera, che avevamo portato con noi dalla Grecia. La portava sempre al collo. Mi sarebbe piaciuto... ereditarla.


© - RIPRODUZIONE RISERVATA - Tratto da Fabrizio Falconi, Il Giorno più bello per incontrarti, Fazi Editore, 2000, Roma