20/05/26
Etty Hillesum "In fondo la mia vita è un ininterrotto ascoltar dentro me stessa, gli altri, Dio." Intervista Fabrizio Falconi per "Cercare Dio" (Castelvecchi)
15/05/26
Il centenario Cedro del Libano al Pincio (da "Le rovine e l'ombra di Fabrizio Falconi" )
Anche a Roma esistono alberi
centenari com’è il meraviglioso Cedro del Libano, alto più di venti metri che
campeggia al centro di Villa Borghese, proprio di fronte alla Casina dell'Orologio, dove è stato
piantato tra il 1852 e il 1854, prima ancora che fosse costruito l'idrocronometro,
l'orologio ad acqua (da Giovanni Battista Embriaco nel 1873) e prima della
realizzazione del chiosco in legno (opera di Addone Soccorsi nel 1922),
divenuto poi un elegante caffè.
In un pomeriggio di luglio, affaticato dalla canicola implacabile che
Roma sa regalare, riposando sotto questa maestosa pianta, per la prima volta
l'ho osservata. Ero con i miei figli.
Avevamo lasciato il risciò poco distante.
Per un momento un silenzio quasi totale si era impadronito del
viale. I radi turisti boccheggiavano
disfatti sulle panche del chiosco, la giostra dei bambini era ferma, come il raid dei pattinatori a rotelle, particolarmente
intenso in quel punto.
Gabriele e Isabella provarono a circondare il tronco del Cedro,
legandosi le mani, senza riuscirvi.
Abbiamo alzato gli occhi al cielo. I miei erano stupefatti come i loro:
non si riusciva quasi a distinguere il cielo, tanto era fitto e alto l'intrico
dei rami e delle foglie.
Ho pensato a quante volte, inconsapevole, sono passato sotto quelle
fronde. Quante volte il tetto del grande Cedro mi ha ricoperto senza che ne
sapessi niente. Quante volte gli uccelli nascosti tra i rami mi hanno osservato
tra i rami. Quante volte, io bambino, le
foglie d'autunno, staccatesi dolcemente, sono venute a sfiorarmi le spalle.
Più tardi, ripreso il cammino e fatti pochi metri, siamo passati di
fronte all'Obelisco di Antinoo, fatto erigere da Adriano in onore del suo amato
disperso nelle acque del Nilo, per cercare di lenire il proprio dilaniante dolore.
Inevitabilmente ho fatto caso alla diversità di questa ombra: l'ombra
dell'Obelisco, una lama sull'asfalto, lo gnomone affilato di una meridiana,
niente di più.
Nessun calore e nessun riparo era affidato a questo tipo di ombra di
costruzione umana.
C'era poco da scoprire dentro questa ombra, se non i significati
reconditi che il raziocinio umano vi ha trasferito nella ambizione smisurata di
collegarsi al cielo.
L'ombra del Cedro, che mi ero lasciato alle spalle, raccontava invece tutto
il mistero della natura, di cui anche l'anima umana fa parte.
La mia vita e quella di molte altre persone sono custodite dentro quell'ombra
secolare, anche se è molto difficile averne consapevolezza.
In fondo si tratta di questo: le rovine sono piene di ombra e la natura
è piena di ombre. Le ombre ci parlano
più della luce perché contengono misteri e segreti, dei quali siamo soltanto
molto parzialmente coscienti.
L'ombra personale e l'ombra della natura custodiscono il grande tesoro
da esplorare, da cui ripartire, quando tutto sembra perduto.
È un viaggio lungo e faticoso quello che
attraversa la linea d'ombra e il cuore di tenebra. Ma è lì che, come sapevano bene Giovanna e Pier
Paolo, si nasconde la vita più intensamente.
È lì che bisogna indagare se si vuole conoscere.
Uno dei grandi registi contemporanei, David Lynch, per spiegare il suo
cinema pieno di ombre e la sua filosofia ha scritto: «È come quando si vede un iceberg. Noi sappiamo che quello che appare
fuori dall'acqua è solo una parte molto piccola di tutto il resto. Ci sono
persone che mostrano di più e altre di meno. Io sono interessato alle cose
nascoste». (10)
Questo interesse non è – e non dovrebbe mai essere – soltanto compiaciuto
o voyeuristico, come appare consuetudine oggi: attrazione speculativa e
puramente estetica per il morboso e l'occulto.
13/05/26
La Chiesa di Roma dedicata a una Santa che non esiste: Santa Passera (da Fabrizio Falconi, "Storie su Roma che non ti hanno mai raccontato"
Tra le mille e bellissime chiese di Roma, ve n’è
una che ha un nome davvero singolare, che non trova riscontro alcuno nella
storia del cattolicesimo. È dedicata infatti – ed è comunemente indicata così –
ad una Santa che non appare in nessun martirologio e nessun elenco di beati:
Santa Passera.
Chi
era mai costei? E com’è finita ad essere titolare di una chiesa così antica? L’edificio
è in effetti, antichissimo: risale infatti al V secolo d.C. e sorge nel
quartiere Portuense, quasi sull’argine del Tevere, prospetticamente di fronte
alla Basilica di San Paolo fuori le Mura, che è dall’altra parte del fiume. Fu
costruita, secondo gli studi archeologici, su un preesistente mausoleo romano
del II secolo, quando furono qui portati dal lontano Egitto, i resti di due
martiri cristiani, Ciro e Giovanni. Furono proprio loro quindi a dare il titolo
alla chiesa che, nei documenti medievali, è sempre chiamata Sancti Cyri
e Iohannis oppure Abbacyri (derivato da Abbàs Cyrus, ovvero Padre
Ciro), finché soltanto molto più tardi, nel XV secolo, ecco apparire
l’appellativo di Santa Pacera o Passera, in sostituzione di
quello precedente. Nella certa inesistenza di una santa o martire che si sia
mai chiamata in questo modo, gli studiosi hanno ipotizzato che il termine sia
una macchinosa derivazione popolare, con molti passaggi, dal nome Abbacyro,
divenuto Appaciro, e poi Pacero e infine, per assonanza Passera.
Quel
che è certo, al di là di questa ricostruzione etimologica che appare piuttosto
problematica, è che oggi la piccola chiesa, rimasta incastonata nel caotico
quartiere della Magliana, appare ancora nelle sue suggestive forme medievali, a
navata unica e pianta rettangolare, con – al livello sotterraneo – un oratorio
e la cripta che anticamente conteneva le spoglie dei due santi cui era
intitolata.
La suggestione di questo luogo ispirò anche Pier Paolo Pasolini che vi
ambientò una delle scene di uno dei suoi film più apprezzati dalla critica, Uccellacci
e Uccellini, del 1966, con Totò e Ninetto Davoli protagonisti.
Il toponimo di Santa Passera, comunque, che
riuscì a prender piede ed è rimasto a contrassegnare la chiesa per molti
secoli, ha colpito, come era inevitabile, la fantasia popolare romanesca, anche
perché, com’è noto, nel vernacolo romano, la “passera” è associata all’organo
genitale femminile, come insegna il principe dei poeti romani, Giuseppe
Gioachino Belli, che nei suoi 2279 sonetti compilò un fitto catalogo delle
espressioni più popolari a Roma, comprese quelle relative alla sessualità.
Così, ad esempio, ne La madre de le
Sante, del 1832, in
cui enumera tutti i divertenti sinonimi della vagina:
Chi vvò cchiede la monna a Ccaterina,
pe ffasse intenne da la ggente dotta
je toccherebbe a ddí vvurva, vaccina,
e ddà ggiú co la cunna e cco la potta
Ma nnoantri fijjacci de miggnotta
dìmo scella, patacca, passerina,
fessa, spacco, fissura, bbuscia, grotta,
fregna, fica, sciavatta, chitarrina,
sorca, vaschetta, fodero,
frittella,
ciscia, sporta, perucca, varpelosa,
chiavica, gattarola, finestrella,
fischiarola, quer-fatto,
quela-cosa,
urinale, fracoscio, ciumachella,
la-gabbia-der-pipino, e la-bbrodosa.
E ssi vvòi la scimosa,
chi la chiama vergogna, e cchi nnatura,
chi cciufèca, tajjola, e ssepportura.[1]
L’anno
prima, invece, il Belli aveva dedicato un altro sonetto erotico ad una donna
del quartiere, particolarmente procace, A Nina, in cui di nuovo compare
il termine riferito alla passera:
Tra ll’antre tu’ cosette che un cristiano
ce se farebbe scribba e ffariseo,
tienghi, Nina, du’ bbocce e un culiseo,
propio da guarní er letto ar gran Zurtano.
A cchiappe e zzinne, manco in ner
moseo
sc’è robba che tte po arrubbà la mano;
ché ttu, ssenz’agguantajje er palandrano,
sce fascevi appizzà Ggiuseppebbreo.
Io sce vorrebbe franca ’na
scinquina
che nn’addrizzi ppiú ttu ccor fà l’occhietto,
che ll’antre cor mostrà la passerina.
Lo so ppe mmé, cche ppe ttrovà
l’uscello,
s’ho da pisscià, cciaccènno er moccoletto:
e lo vedessi mó, ppare un pistello![2]
09/05/26
Incipit di "Il Giorno più bello per incontrarti" di Fabrizio Falconi
IL GIORNO PIU’ BELLO PER INCONTRARTI di Fabrizio Falconi
Per far nascere una storia occorre silenzio. Ma io non ho bisogno di far nascere una storia. Essa c’è già, esiste. Reclama semplicemente di essere raccontata. Dovrò spiegare tutto, nulla potrà essere tralasciato. Dare conto anche del silenzio.Per far questo, come si conviene, è bene prima rendere omaggio a colui che questa storia ha generato, o dalla quale è stato immotivatamente sospinto.A lui essa ritorna, a lui affido queste parole, pronunciate, ricordate, ripetute, nonostante da ogni parte giungano fin qui inarrestabili rumori, grida e stridori dissennati.
Racconterò dunque la storia iniziando dal tuo funerale. Il feretro arrivò in ritardo, quando era passato mezzogiorno. Ad un lato del piazzale, di fianco alla chiesa, riconobbi tra le auto parcheggiate la Taunus azzurra di Vivienne. Sul sedile posteriore, un mazzo di gigli nel cellophane.Quando arrivò la Mercedes scura, eravamo ancora in pochi. L’aria perfida decisamente troppo calda per essere ottobre, una spessa coltre di umidità nascondeva il sole.Quattro commessi in completo grigio e guanti neri portarono a spalla la bara, nella chiesa disadorna. Una guida di velluto color malva era stata posta nel corridoio tra i banchi, sul pavimento cosmatesco. Uno dei presenti, un uomo tarchiato e calvo si asciugava il cranio sudato con il palmo delle mani. Tra i ritardatari che continuavano ad affluire, quando la cerimonia era già iniziata, vidi subito Salvini, che - mi era stato detto - non aveva voluto collaborare alla perizia per il riconoscimento. Tra i banchi della chiesa e nella luce grigia spiccava il verde acceso della sua giacca. Era ancora più magro di come me lo ricordavo. Gli occhi lucidi, dietro le spesse lenti da vista tradivano commozione. Ci stringemmo la mano, senza dire nulla. La cerimonia fu introdotta da un breve fraseggio d’organo. Tutto appariva consueto, lontano, senza emozione. Ma quando uno dei ragazzi del borgo dei pescatori salì al lato dell’altare per leggere dalla Lettera agli Efesini, il silenzio divenne più tenace e vibrante :
Dio ha vivificato
anche voi,
voi che eravate
morti
nelle vostre
colpe e nei vostri peccati.
Un
colpo di tosse tra i banchi, interruppe la lettura che riprese:
Infatti è per grazia che voi siete stati
salvati, mediante la
fede; e ciò non viene
da voi; è il dono
di Dio.
Non so raccontarti altro di lei. Immagino lo vorresti. Di lei potrei dirti solo che sembrava assente, lo sguardo asciutto e livido. La pelle del volto chiazzata, le occhiaie. Continuava a tirare su con il naso, ma senza piangere. All’uscita dalla chiesa, mi concesse un lungo sguardo affaticato e distratto, mentre sorrideva a tutti dolcemente, debolmente, senza dire nulla. Il silenzioso corteo si trasferi' al cimitero, in collina. Il caldo aumentava, eccessivo, fuori stagione. Sull’erta diritta che portava al camposanto, la Mercedes procedeva a passo d’uomo accompagnata dalla gente di A. uscita in strada a curiosare. Dietro al feretro per prima camminava tua madre. Vivienne accanto a lei, con il cappotto sul braccio, e la testa china. A metà dell’ascesa, mi sentii sfiorare il braccio: riconobbi subito Jacques, il francese. Era diverso rispetto all’ultima volta che lo avevo visto, in quella vacanza d’inverno di parecchi anni prima, quando sembrava ancora un adolescente cresciuto troppo in fretta, vestito con la sua giacca a vento stretta e la fascia elastica a tener fermi i capelli lunghi. Quel giorno, invece, tutto elegante, con la cravatta nera, gli occhiali, e l’impermeabile sulle spalle aveva l’aspetto di un indaffarato professionista. Il suo italiano sembrava peggiorato, sdrucciolava piacevolmente gli accenti:
“ Ho fatto tardi,” disse, stringendosi il nodo della cravatta, “ sono partito ieri pomeriggio... più di mille chilometri in auto, mi hanno distrutto... “ Iniziò a piovigginare: minuscole gocce sabbiose sulla superficie lucida della bara. Le mani callose del custode dischiusero il cancello del cimitero. Il corteo sembrò ad un certo punto perdersi nello stretto labirinto dei viali di pini. Si fermò incerto al centro di un incrocio, fino a quando un operaio che spingeva una carriola, indicò agli inservienti la direzione giusta. Ogni perdersi, ogni ripensamento, ogni improvvisa confusione, in quel mesto viaggio convenzionale, mi apparivano un segnale beneaugurante, come rappresentassero nient’altro che il tuo estremo, bizzarro saluto.
Trovarono la sezione giusta, la colonna. E mentre il gruppo dei convitati rimaneva in attesa, un meraviglioso profumo si levò intensissimo e compatto, come una nube. Soffocò il tanfo di fiori ammuffiti nei vasi. Per un momento anche Vivienne ne sembrò contagiata: alzò la testa, guardandosi intorno, cercandone con gli occhi l’origine. Due addetti prepararono infine la lastra di marmo con inciso il tuo nome. Jacques, il francese, si torceva le mani, sotto la pioggia sottile. “ Lo sai, non l’hanno proprio trovata, sul corpo, “ mi sussurrò nell’orecchio, mentre il sacerdote concedeva alla salma l’ultima benedizione. “ Cosa ?” “Quella piccola pietra nera, che avevamo portato con noi dalla Grecia. La portava sempre al collo. Mi sarebbe piaciuto... ereditarla.”
08/05/26
"Il Monastero del Monte delle Tentazioni a Jericho e il deserto del Negev" (da "Dieci Luoghi dell'Anima" di Fabrizio Falconi)
Monastero del monte delle Tentazioni a Jericho e deserto del Negev, Israele
Il 4 agosto del 1999 alle due e mezza del pomeriggio sono salito, insieme ad un gruppo di una ventina di persone, sul- la teleferica rossa che dal centro abitato di Jericho porta al Mont Quarantana, dove si affaccia, a strapiombo, il Monaste- ro greco ortodosso della Tentazione, detto “Jabal Quarantal”. Era un’estate incredibilmente calda. All’interno della cabi- na c’era, quel giorno, una temperatura disumana. Dai due pic- coli deflettori aperti non passava nemmeno un soffio d’aria. La lamiera e i sedili erano arroventati, il sudore scendeva con rapide gocce sulla schiena, la gola era secca e la vista perfinoappannata dalla calura.
Pensai, durante quei lunghi minuti,
di svenire. Il viaggio a bordo del vagoncino sospeso, mi parve
interminabile.
La nostra guida ci aveva avvertito: eravamo prossimi ai 42 gradi centigradi e chi non se la sentiva, poteva evitarsi di sa-
lire fin lassù. Jericho che le guide
locali si ostinano
a definire come «la città più antica del mondo» – ci informò
– detiene un altro
record, questo assolutamente certificato: è il centro
abitato più “basso” del mondo,
visto che sorge
250 metri sot- to il livello del mare.
C’erano dunque buoni
motivi per astenersi. Ma ero venu- to per vedere, e non avevo nessuna
voglia di rinunciare.
Fummo fortunati. Quella fu una delle ultime occasioni per
poter visitare liberamente la Terra Santa, anche là dove di so- lito
è arduo, oltre i recinti di filo spinato e le strisce di terra contese, sorvegliate dai Leopard dell’esercito israeliano. Di lì
a poco, iniziò la seconda Intifada,
e nuove scorribande, atten- tati,
rappresaglie, auto-bomba. Del resto, basta vedere sulla cartina la posizione di
Jericho, per capire che il suo destino è segnato: nel cuore del paese, a pochi chilometri dal fiume, cioè dal
confine con la Giordania. E qui la guerra è già nei nomi, perché
se per gli arabi non c’è altro
nome possibile per questa terra che quello di
“Cisgiordania”, non troverete un israeliano disposto a chiamare questa zona con
quel nome. Per loro è, e resta,
Giudea, o Samaria.
I nomi della Bibbia.
Dagli anni della
prima Intifada, Jericho,
come Betlemme o Nablus
o Hebron, hanno
conosciuto solo brevi
lampi di re- lativa pace.
Eravamo in uno di quei rari periodi,
e non potevamo non
approfittarne. Anche se, una volta
giunti in città
avevamo re- spirato ugualmente, all’ombra dei palmizi e di quel che resta- va
di un’oasi tutt’altro che lussureggiante, i fermenti di una tensione
sotterranea, mai sopita, tra la gente che abita quei luoghi. Sui muri delle
pensiline degli autobus, sull’esterno delle
botteghe, ovunque vi fosse una superficie disponibile, vedevi disegnati
i realistici murales
inneggianti ai guerriglieri
palestinesi, e al generale Arafat,
in primis.
I soldati israeliani, armati fino ai denti, ci passavano da- vanti con
apparente indifferenza, senza togliere mai gli oc- chiali da sole, e senza
allentare le dita dall’impugnatura dei piccoli
e luccicanti mitra.
Ma dopo qualche
tempo, chiunque finisce per
abituarsi, anche il visitatore di passaggio.
In quei giorni, da molti giorni, non succedeva niente di grave, e la pace
armata, sorvegliata, blindata, sembrava il male minore che ci si potesse
augurare.
Durante il viaggio in teleferica pensavo, per combattere l’angoscia provocata dal caldo, che se la Parola aveva trovato il modo di diffondersi proprio qui, proprio a partire da qui, c’era speranza per il mondo intero. Non era facile, e non era stato facile, fino a quel momento lasciarsi catturare dai luoghi di Gesù Cristo, pensarli come dovevano essere duemila anni fa, quando non v’era nulla di questo campeggiare sterminato di cordoni di filo spinato e fortilizi militari, ovunque.
Arrivati alla stazione della teleferica, e scesi all’aria aperta,
finalmente respirammo. Un minimo di ventilazione arrivava fin lì dalle porte
orientali del mediterraneo, e già solo l’oriz-
zonte spianato permetteva di rifiatare.
C’era da salire
ancora numerosi gradini
di pietra, scavati nella roccia, due rampe ed un
gomito strettissimo, per arri- vare al Monastero, che qualche folle eremita era riuscito a co- struire, non si sa con quali
strumenti e con quali tecnologie, all’alba del XII secolo,
direttamente sul crepaccio del monte,
senza apparenti sostegni di struttura.
Il che ne fa certamente – seppure non il più antico della zona, considerando che il molto
più celebrato Monastero di San Giorgio del Wadi Qelt, distante quaranta
minuti di cam- mino, fu costruito addirittura nel V
secolo – sicuramente il più ardito, per posizione.
Giunti al portone d’ingresso, lo trovammo spalancato. E nonostante la corrente d’aria
che pareva attraversarlo da una parte
all’altra, sentimmo fuoriuscire dall’interno un odore forte, di chiuso, di
stantio.
Oltrepassammo la soglia di grandi ciottoli di pietra e in fila indiana,
entrammo. Sul lato nord del wadi – così vengo-
no
chiamati qui i canali dei ruscelli prosciugati che solcano le montagne – l’attuale Monastero. Sul lato sud le antiche
celle dei primi eremiti.
Il monaco che si palesò nella terza o quarta stanza, in pe-
nombra, non ci degnò nemmeno di uno sguardo. Sembrava il barbuto padre Zosima
di Dostoevskij, assorto
nei suoi pen- sieri, seduto su di una panca vecchia nel cono di luce di una
finestra, dentro il suo saio di colore grigio scuro, con il cappel-
lo a cilindro degli ortodossi sopra gli abbondanti capelli ricci
completamente bianchi.
Le stanze del Monastero si susseguivano orizzontalmente una dietro l’altra, come
i vagoni di un treno, e non poteva essere diversamente, visto che l’intera costruzione sorgeva su di
una sporgenza minima di roccia.
Nell’ultimo passaggio, aldilà di una coltre polverosa, si aprì finalmente
una piccola cappella, anch’essa in penombra,
appena rischiarata da una finestra
con le imposte socchiuse.
Oltre il muro, un piccolo altare rozzo, addossato alla pare- te di nuda roccia.
E questa roccia,
consunta dal passaggio di molte mani adoranti nei secoli, era proprio la Sacra Pietra ve-
nerata, sopra la quale, secondo
la tradizione millenaria di quel luogo, Gesù sedette, il giorno che fu tentato
dal Demonio.
Fui subito meravigliato dalla semplicità del luogo, e in un certo
senso dalla mancanza
di solennità. Che invece è possi-
bile
notare quasi in ogni luogo della Terra Santa dove si ricor-
da il passaggio di Gesù Cristo.
Qui, non v’era che quell’umilissimo altare di pietra – sotto il quale sporgeva la Pietra della Tentazione, direttamente in- castonata nella parete della montagna
– un vecchio inginoc-
chiatoio e al di sopra
dell’altare i resti,
quasi illeggibili, di un
affresco, altrettanto umile, con la figura del Cristo seduto con le
braccia aperte.
Nel silenzio quasi assordante di quel pomeriggio, fu na- turale spiare
attraverso l’unica finestra del piccolo assorto ambiente, far scivolare
lentamente le imposte di legno sui cardini, e contemplare il paesaggio
sottostante.
Il paesaggio davvero non molto diverso da come Gesù Cri- sto dovette
averlo visto, sporgendosi da quello stesso
picco.
Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte al- tissimo e gli mostrò
tutti i regni
del mondo, con la loro ma-
gnificenza, e gli disse: «Tutte queste cose io te le darò, se prostrato a terra
mi adorerai».
Il capitolo quarto di Matteo ha inizio proprio dopo il Bat- tesimo di Gesù nelle acque del
Giordano, e quel “deserto” dove viene condotto
il Messia dallo
Spirito (Mt 4,1) è allora assai probabile che sia proprio questo deserto,
intorno all’an- tichissima
Gerico.
Un deserto di pietre, gelido di notte e torrido di giorno, del tutto
inospitale. Un deserto fatto solamente di dure pietre. Montagne di pietre,
valli di pietre, sentieri di pietre.
Il secondo monaco
lo incontrammo soltanto
all’uscita del cammino
obbligato, al termine del percorso nella teoria di stanze tutte uguali.
E forse non dovevano essere che quei due –
in tutto – gli abitatori del Monastero.
Ci aspettava sulla soglia della porticina sul retro. Proba- bilmente aspettava
anche una mancia,
un gesto di generosità
dei visitatori. Era più giovane dell’altro.
Ugualmente barbuto, ma con i capelli brizzolati, e gli occhi di un blu intenso.
La nostra guida
gli disse, in francese, che eravamo inten- zionati a salire fino in vetta
alla montagna, per poi ridiscen- dere fino al Monastero di San
Giorgio.
Il monaco ci sconsigliò, spiegando che il sentiero fino alla vetta era ripido, faticoso
e l’attraversamento del deserto fino al Monastero di San Giorgio altrettanto. Faceva troppo caldo,
lo espresse a gesti, allentando con la punta dell’indice della mano il
collare bianco sotto la veste.
Decidemmo allora di evitare l’arrampicata, e di seguire sol-
tanto il wadi fino al Monastero di San Giorgio. Che, con le sue meraviglie,
non mi colpì allo stesso modo. Forse era anche colpa della stanchezza e del
caldo soffocante.
Quel giorno in Israele terminò con un tramonto infinito, e la calura che improvvisamente, quasi da un momento all’al-
tro, si trasformò in vento umido, rinforzato, da ponente.
La sera, nel cortile dell’albergo, vicino a Nebi Musa, in- sieme agli altri compagni
di viaggio, leggemmo
ad alta voce alcuni passi del Vangelo di Matteo, in particolare, la Parabola
dei talenti:
«Avverrà come di un uomo che, partendo per un
viaggio, chiamò i suoi servi
e consegnò loro i suoi beni».
Come sempre, restammo
in silenzio, al termine della let-
tura, a meditare il senso
profondo e in parte oscuro,
delle pa- role di Gesù.
E come sempre, risuonarono severe
le parole del Padrone
nei confronti del servo che per paura (si direbbe: per forza, sa che egli, cioè il Padrone,
«è un uomo duro, che miete dove non
ha seminato, e raccoglie dove non ha sparso»), solo per
paura, ha nascosto sottoterra il talento, cioè la moneta che ha ricevuto in
affidamento, limitandosi a restituirlo al Suo legittimo proprietario, intonso.
Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato
e raccolgo dove non ho sparso; avresti
dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento,
e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto
an- che quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre;
là sarà pianto e stridore di denti.
Chi è – mi chiedevo, ci chiedevamo – questo Padrone, que- sto
Signore, così apparentemente ingiusto, che “miete dove non ha seminato”
e che “raccoglie dove non ha sparso”? E che tipo
di giustizia è questa?
La risposta alle nostre domande,
è evidente, si nasconde-
va nel significato simbolico di quella parola:
talento.
Cos’è? Cosa rappresenta quella moneta che il padrone
af- fida ai suoi servi? È la fede? Il destino? La fortuna (che la parola “talento”
evoca al giorno d’oggi per noi occidentali)? L’amore?
Il giorno seguente, sarebbe stato il deserto stesso,
implici- tamente, a fornire una risposta.
A bordo del pullman bianco che ci trasportava, ci spingem- mo ancora più a Sud, molto più a Sud. Sull’unica strada che attraversa il Negev – il grande deserto meridionale – come una lama, fino ad Eilat, avamposto israeliano sul Mar Rosso. Appena superata Beer-sheba, la città del pozzo del giura- mento di Abramo, oggi di rara bruttezza e del tutto moderna, più niente. Deserto e deserto. Una distesa continua di rocce abbaglianti, nessun segnale di vegetazione, di nessun tipo. La strada statale, una carretera senza speranza dove al massimo si può sperare di incontrare una delle rare pompe di benzina,con il chiosco all’aperto e le tende pitturate di scuro.
Il Negev, un mare al contrario. Proprio come si vede nei depliant turistici. Le sagome dei TIR in lontananza sulla
stri- scia d’asfalto sembravano
materializzarsi dal nulla, dietro alla curva, insieme allo squarcio
di luce accecante, il riflesso
del sole sulle pareti di pietre. Seguimmo le indicazioni per Avdat,
e poi sempre più a Sud, fino a Mitzpe
Ramon. Anche i nomi,
mano a mano che si avanzava, sembravano perdere identità,
connotazione, appartenere ad altri luoghi e altre latitudini.
Mitzpe Ramon, un villaggio anonimo
e polveroso. Sette- mila abitanti, diceva la guida. Un manipolo di case tirate
su dal nulla da un gruppo
di famiglie di immigrati: che c’erano
venute a fare in questo angolo sperduto? Forse si fidavano del deserto, del progetto di ricavare prosperità dalla nuda pietra. E non doveva essere andata così
male, se poi avevano resi- stito. Ma anche gli uomini,
in fondo sono come le pietre: se vogliono, resistono a tutto.
E anche noi, cosa eravamo
venuti a fare fin qui? La nostra guida ci spiegò che era per il cratere,
che eravamo venuti.
Il cratere: Maktesh Ramon, il cratere
più grande su tutta la ter-
ra. Mitzpe, significa appunto: belvedere.
E che quello fosse davvero un belvedere straordinario, anzi uno dei luoghi più straordinari che a un uomo sia dato vedere,
lo verificammo con i nostri occhi poco più tardi, quando, scesi
sotto il sole rovente, ci incamminammo tra bassi
prefabbricati fino ad una passerella sospesa, e ad una tenso-struttura
che permetteva di affacciarsi, sospesi, proprio al centro del cratere,
profondo 300 metri,
largo 8 chilometri, lungo 40 chilometri!
Sporgendosi sulla terrazza circolare, sospesa oltre il bordo,
ecco che potevi abbracciare con lo sguardo la distesa immen-
sa dell’intero cratere,
e oltre ancora, le spoglie vette rocciose,
gli altopiani, ogni sfumatura di colore, fino a perdita d’occhio,
fino all’orizzonte.
Il silenzio,
solo il silenzio del vento.
La nostra guida, qui, ci invitò a sedere, in circolo. Sussurrò
la storia di Abramo, dei suoi incontri nel deserto, in questo deserto, dell’albero di Terebinto, della serva egiziana
Agar, che chiama il nome dell’Eterno Atta-El-Roi, e dice «Ho io, pro- prio qui, veduto andarsene Colui che
mi ha vista?».
«Tu sei un Dio che vede».
Atta-El-Roi.
Lentamente, iniziavano a schiarirsi i pensieri. A ridursi all’essenziale. Mi dissi anche che c’era una ragione perché io avessi scelto
di fare quel viaggio con altri uomini
e altre don- ne. Solo attraverso di loro potevo sperare di imparare qualco-
sa, qualcosa di nuovo.
Riposammo qualche minuto, poi, dal punto di osservazio-
ne, imboccammo un piccolo
sentiero, a sinistra, che scendeva
proprio dentro il cratere, per tutto il dislivello di trecento me- tri, fino alla base.
La nostra guida, sotto il sole cocente,
con il capo coperto da un
fazzoletto bianco annodato, ci spiegò uno dei motivi di unicità di quel luogo: osservando con attenzione il bordo
del cratere, dall’interno, era possibile
ripercorrere mediante le diverse
colorazioni delle rocce, tutte le fasi dell’evoluzione
terrestre.
«È come un libro aperto»,
ci disse, «dove
si legge la storia
del mondo».
Rari uccelli neri in stormi di poche unità attraversavano lo spazio
aereo sopra di noi con trilli e gridi.
Poco oltre il punto in cui il nostro sentiero
cominciava un rapido percorso
a zig zag verso il fondo del cratere, un cartello
color arancio piantato nella terra, indicava la strada per un luogo
chiamato la Bottega del Falegname.
Vi arrivammo dopo altri quindici
minuti di cammino,
nel silenzio ventoso. Comprendendo, una volta sul posto, l’evi- denza del toponimo: si trattava di una particolare formazio- ne rocciosa, plasmata dalla pressione del meteorite,
caduto milioni di anni prima. Una pressione che aveva reso la roccia simile a legno, e che aveva indotto gli archeologi a scegliere
quel nome.
C’era ben poco da vedere,
comunque. Nessun reperto
ar- cheologico particolare. E non capivo perché la nostra guida ci
avesse portato fin lì. Approfittammo dell’ombra però, assicu-
rata da una faglia di roccia spiovente,
che consentiva un ripa- ro
per quasi tutti. Ciascuno rimase in contemplazione dello scenario lunare che ci
si parava intorno, a 360 gradi, senza interruzioni.
E fu allora, non so proprio per quale associazione di pen- siero, che
tornai alla visita del giorno prima, al Monastero delle Tentazioni. E alla Parabola dei talenti, che avevamo letto la sera,
riuniti in circolo,
a Nebi Musa. Mi fu chiaro, in quel
momento, che non c’era bisogno di andare così lontano per dare un significato preciso
alla moneta che il Padrone
affida ai tre servi.
«È proprio la Parola», mi venne da pensare. La Parola: non c’è
bisogno di andare molto lontano.
La Parola: lo si capisce in un luogo come questo. La Parola è il bene più prezioso, il Talento più bramato. E se si ha la for- tuna di riceverla, in un luogo così, pensai, non si può essere sbadati o timorosi al punto tale di seppellirla sotto uno strato di terra, pensando di restituirla semplicemente così com’è.
La Parola deve restare, proprio
in un luogo come questo, viva. Deve farsi merce di scambio gratuito, unità di misura, di sviluppo,
di promessa e di speranza.
La Parola degli
umani, che camminano per il mondo.
Che camminano sempre, e non possono mai fermarsi in nessun luogo.
Proprio mentre l’evidenza di questo pensiero
si fece largo nella mente, il silenzio improvvisamente si interruppe, e l’eco di
un tuono, che doveva provenire da lontanissimo, eppure era distinto e
minaccioso, venne ad abitare il cavo del cra- tere, dove ci eravamo, tutti
insieme, nel mezzo del giorno, riparati.
© - riproduzione riservata. Tratto da Fabrizio Falconi, Dieci Luoghi dell'Anima, Cantagalli Editore, Siena, 2009.








