13/03/26

Due o tre cose sul Cambiamento

 


Chi si è impossessato del cambiamento?

Tutta la politica è sempre sopravvissuta sulla dicotomia: progresso/conservazione. E siccome il cambiamento sembra connaturale al progresso, i progressisti sono stati scambiati per fautori del cambiamento e i conservatori paladini del non-cambiamento ovvero della custodia del fuoco della tradizione, tanto per dirla con G. Mahler.

Adesso però le cose stanno cambiando, per il cambiamento.

Cambiare è l’essenza stessa dell’essere umano, in quanto mortale. “Non puoi bagnarti due volte nello stesso fiume” dice Eraclito. Il che vuol dire non soltanto che il fiume non sarà lo stesso di quando tu ti sei bagnato la prima volta, ma che anche tu non sarai lo stesso che si è bagnato la prima volta.

Questa affermazione è però neutra: né Eraclito e nessun altro potrà dirci se quel nuovo fiume sia migliore o peggiore del precedente, e se noi, al momento di bagnarci per la seconda volta saremo migliori o peggiori.

Il concetto di cambiamento è del tutto neutro.

E’ il risultato a posteriori (e a volte nemmeno quello) a fornire un giudizio valutativo/soggettivo.

I trumpisti di oggi vogliono a gran voce un cambiamento ma lo vogliono, esplicitamente, per tornare indietro: Make America Great Again. C’è stato un tempo, dicono, in cui l’America è stata grande. Noi vogliamo tornare a quel tempo, a quei fasti. Restaurazione.

Il cambiamento in avanti, invece, oggi gode di pessima salute. Non è molto popolare. I cambiamenti globali che si annunciano infatti - climatici, naturali, tecnologici, geopolitici, finanziari - non appaiono rosei. Piuttosto, scenari inquietanti, almeno per chi non ha gli occhi cuciti.

Anche se c’è chi si sforza di restare ottimista. In una recente intervista Jeremy Rifkin ha detto:

“La civiltà dell’empatia è alle porte. Stiamo rapidamente estendendo il nostro abbraccio empatico all’intera umanità e a tutte le forme di vita che abitano il pianeta. Ma la nostra corsa verso una connessione empatica universale è anche una corsa contro un rullo compressore entropico in progressiva accelerazione, sotto forma di cambiamento climatico e proliferazione delle armi di distruzione di massa. Riusciremo ad acquisire una coscienza biosferica e un’empatia globale in tempo utile per evitare il collasso planetario?”

La civiltà dell’empatia sarà un cambiamento positivo? Dubito che i trumpisti siano di questa opinione. L’alternativa però non sembra esserci. La restaurazione infatti non ha mai portato buoni frutti, a lungo termine. Neanche nel caso di restaurazioni molto personali, individuali.

L’unica cosa che si ripete costante nella vita è il cambiamento, ammonisce Krishnamurti e affrontare ciò pensando di conservare e di resistere al cambiamento è puerile e frustrante. Ecco perché il cambiamento richiede il discernimento.

E’ il tempo che (ci) cambia. E non possiamo farci niente. Se non essere quel cambiamento, che non è poco. Vale nel piccolo, vale nel grande. E’ quello che oggi assomiglia di più a ciò che chiamiamo rivoluzione.

Il mondo non può finire in un lamento sul passato.

In Changes, Bowie, lo specialista del cambiamento, così cantava:

Ch-changes
Turn and face the strange
Ch-changes
Don't want to be a richer man
Ch-changes
Turn and face the strange
Ch-changes
There's gonna have to be a different man
Time may change me
But I can't trace time

C-cambiamenti
(Voltati e affronta gli sconosciuti)
C-cambiamenti
Non voglio essere un uomo più ricco
C-cambiamenti
(Voltati e affronta gli sconosciuti)
C-cambiamenti
Dovrò solo essere un uomo diverso
Il tempo può cambiarmi
Ma io non posso determinarne il corso

(nemmeno a ritroso)

Fabrizio Falconi

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16/02/26

La vera storia di Ilia Malinin, il "Dio del ghiaccio" o meglio l'Angelo caduto.

 


tratto da Vogue italiano: Ilia Malinin stasera riscrive la storia 

Ilia Malinin:

«L'unica vera saggezza è sapere di non sapere nulla. Il perduto è nell'ignoto. Abbraccia la tempesta. Sei qualcosa, ma non niente. Il passato non è una catena ma un filo: tiralo, e potrebbe riportarti a casa. Inizia dove la luce non arriva più, dove nessun sentiero è stato ancora tracciato»

Da queste parole comincia il nostro viaggio a ritroso per capire chi è il “Quad God”, soprannome che deve alla capacità di eseguire l'impossibile sul ghiaccio, partendo da una bisnonna, una fede nuziale, e un sacrificio che attraversa tre generazioni, tre continenti e arriva fino a Milano. 

L'anello venduto in Siberia in cambio dei pattini 

Novosibirsk, Siberia, anni Settanta. L'Unione Sovietica è un paese grigio acciaio, dove il superfluo non esiste e ogni copeco si spende con fatica. In una città della Siberia occidentale, una donna, la bisnonna di Ilia, prende una decisione che cambia il destino della sua famiglia. Si sfila la fede nuziale, l'unico oggetto prezioso che possiede e la vende per comprare un paio di pattini da ghiaccio alla nipote, Tatiana.

Quella bambina era la mamma di Ilia, figlia a sua volta di una ginnasta e di un pattinatore, aveva qualcosa di speciale e forse quei pattini potevano rappresentare la via per un futuro diverso. 

E così è stato: cinquant'anni dopo Ilia Malinin ha parlato di quel gesto con la voce spezzata: «Mi ha fatto sciogliere il cuore, molte volte i miei genitori dicono che dovrei essere grato di tutto, guardandomi penso che sono viziato». 

Da quell'anello, simbolo di un matrimonio nell'era sovietica è nato tutto: la carriera di Tatiana, il suo incontro con Roman, e infine il ragazzo che a Milano, potrebbe trasformarlo in un oro olimpico

Il nome che risuona al palazzetto milanese è Malinin, ma non è quello del padre. Ilia porta il cognome della madre, Tatiana Malinina, nella forma maschile russa. 

Il motivo? «Nessuno sapeva pronunciare il cognome di mio padre in America» ha spiegato Ilia. Skorniakov è effettivamente una sfida fonetica ma "Malina" in russo significa lampone, e Ilia ha voluto rendere omaggio alle sue radici con un esercizio tecnico che ha chiamato “Raspberry Twist”, un ingresso coreografico unico in cui usa un movimento a farfalla per lanciarsi in aria prima di eseguire una torsione laterale. 

Prima di diventare “Quad God” Ilia era conosciuto sui social con un altro soprannome: “Lutzboy”. Lo aveva scelto in onore della madre, famosa per il suo triplo lutz. Era un ragazzino che cresceva in un palazzetto in Virginia, dove i genitori allenavano, e che pattinava per gioco, ascoltando la musica che gli piaceva. 

«Quando è nato, abbiamo pensato, 'Oh no, non diventerà un pattinatore, troppo tempo, dedizione, sacrifici e lavoro durissimo, volevamo che vivesse una vita diversa dalla nostra», ha raccontato Tatiana in un'intervista. 

Ma il ghiaccio chiamava e il nonno Valeri, che di mestiere faceva l'allenatore a Novosibirsk e portava il piccolo al palazzetto, disse una frase profetica: «Aspettate che riesca a fare i tripli salti. Poi non riuscirete più a trascinarlo via». 

La saga della famiglia Malinin è un atlante geopolitico del pattinaggio post-sovietico. Tatiana Malinina nasce nel 1973 a Novosibirsk, in Siberia, da una famiglia di sportivi: la madre ginnasta, il padre pattinatore . Quando è ancora adolescente, la famiglia si trasferisce a Tashkent, in Uzbekistan . Lì Tatiana diventa una leggenda: dieci titoli nazionali consecutivi (1993-2002), la prima campionessa nella storia dei Four Continents nel 1999, e una vittoria nella Finale di Grand Prix dove batte niente meno che Irina Slutskaya, monumento del pattinaggio sovietico.

Alle Olimpiadi di Nagano 1998 arriva ottava, nel 2002, a Salt Lake City, pronta per il riscatto, l'influenza la costringe al ritiro dopo il programma corto. 

Roman Skorniakov, nato nel 1976 a Sverdlovsk (oggi Ekaterinburg), segue un percorso simile: pattinatore per la Russia prima di passare all'Uzbekistan nel 1996, sette titoli nazionali uzbeki, due Olimpiadi. 

I due si sposarono nel gennaio 2000 e, nell'autunno del 1998, avevano già compiuto il grande salto, il trasferimento in America, a Dale City, in Virginia, alla ricerca di migliori condizioni di allenamento . 

Nel marzo 2025, Tatiana e Roman hanno ricevuto il Best Coach Award agli ISU Skating Awards, il riconoscimento più prestigioso per un allenatore di pattinaggio. Elli Beatrice: la sorellina dal nome italiano Dieci anni dopo Ilia, nel 2014, nasce la secondogenita, Elli Beatrice, da tutti soprannominata Liza, anche lei pattinatrice, anche lei promessa del ghiaccio. 

Agli U.S. Eastern Sectionals del 2025, categoria juvenile girls, si è piazzata 17ª, un risultato già notevole per una bambina di 10 anni. Ilia ha ammesso: «A nove anni era già più brava di me». Ma perché si chiama Elli Beatrice? Due nomi italiani per una famiglia russa-uzbeka-americana. Probabilmente è un omaggio alla cultura italiana, ma né Ilia né i genitori hanno mai rivelato pubblicamente il motivo di quella scelta.

Se c'è una cosa che Ilia ama quanto il ghiaccio, sono i suoi due gatti Ragdoll: Mysti e Miu Miu, che lui chiama affettuosamente Quadcats”, un soprannome collettivo che gioca sul suo nickname. Glieli ha regalati la madre dopo la vittoria del secondo campionato mondiale, e da allora sono diventati i compagni di decompressione. Dopo l'oro olimpico nel Team Event, ha pubblicato una foto su Instagram di Mysti con la medaglia al collo, scrivendo: «Grazie a tutti per il supporto, soprattutto a questo speciale sostenitore: Mysti». 

Ilia racconta: Sono molto caotici, corrono in giro a mezzanotte mentre cerco di dormire. Saltano nella mia stanza, sul letto, su tutto e sono geloso del fatto che mia sorella riceva più attenzione di quanta ne riceva io». Anche i Quadcats, dunque, puntano su Liza. 

Se i genitori di Ilia sono le fondamenta tecniche, i salti, la disciplina, la resistenza, Max Hamilton è l'architetto che ha disegnato l'estetica. Ex pattinatore, coreografo e allenatore con esperienza in Disney on Ice, ha trasformato Ilia Malinin da prodigio atletico a performer completo. È lui che ha coreografato "Succession", il programma libero che ha portato Ilia alla vittoria del Mondiale 2024, e "I'm Not a Vampire", tra gli altri. Il suo lavoro è stato fondamentale per colmare il divario tra la parte tecnica e quella artistica. 

Hamilton lavora in stretta sinergia con i genitori: «È come una famiglia allargata» ha spiegato Ilia, «ognuno ha un ruolo ben definito e insostituibile». 

Per le Olimpiadi 2026, il testimone coreografico è passato a Shae-Lynn Bourne per "A Voice", ma Max Hamilton rimane una presenza costante e una guida fondamentale. 

Sul ghiaccio insime a Ilia Malinin c'è una bisnonna che vendette il suo anello più prezioso, c'è un nonno che sapeva guardare lontano, ci sono due genitori olimpionici che hanno sacrificato tutto e ci sarà una sorellina che ha qualcosa di italiano. E forse, ora che sappiamo la sua storia, quando la sua voce registrata dirà: “Il passato non è una catena ma un filo: tiralo, e potrebbe riportarti a casa”, capiremo qualcosa di più. 

16/01/26

IL TEMPO NON ESISTE


 Ed eccoci qui, ancora a una nuova soglia, un nuovo passaggio, una nuova rivoluzione terrestre completata, un nuovo anno, come diciamo noi umani.

Ma cosa festeggiamo esattamente? O cosa ci strugge? E’ nient’altro che il passaggio del tempo, che così intrattiene e affligge i comuni mortali.

Il tempo: qualcosa che secondo la fisica moderna è altamente probabile sia nient’altro che una convenzione, senza alcun riferimento oggettivo (ammesso che questo termine abbia una qualche rilevanza nel misterioso flusso del nostro universo, il quale, tra l’altro, è forse soltanto uno degli infiniti universi esistenti).

Ne è convinto Carlo Rovelli, fisico teorico, saggista e divulgatore scientifico ormai molto amato internazionalmente, per il quale passato e futuro potrebbero essere solo un effetto dell’entropia. Non una proprietà reale dell’universo.

E’ difficile perfino comprenderlo con l’immaginazione, ma secondo Carlo Rovelli, il tempo come lo percepiamo (un flusso universale e assoluto) non esiste a livello fondamentale della fisica, ma è piuttosto un’emergenza della nostra coscienza e del modo in cui il nostro cervello organizza la realtà, un’illusione creata dalle interazioni a livello microscopico e dalla gravità quantistica, in un caos di cambiamenti che il nostro cervello ordina nel flusso lineare che chiamiamo tempo.

Del resto, spiega Rovelli, il tempo già da tempo non è più fondamentale, per i ricercatori: nelle equazioni più profonde della fisica (come quelle della gravità quantistica a loop), il tempo non compare come una variabile fondamentale, suggerendo che non sia un ingrediente basilare dell’universo.

Il tempo insomma emerge dalla nostra esperienza del cambiamento. Non è un contenitore in cui avvengono le cose, ma un modo di contare come le cose cambiano l’una rispetto all’altra.

Di conseguenza non c’è un solo tempo universale; ogni “orologio” (ogni processo fisico) ha il suo tempo, che scorre in modo diverso a seconda dell’ambiente (relatività).

Il presente è locale, legato alla nostra esperienza, e passato, presente e futuro non hanno uno status ontologico privilegiato a livello fondamentale.

Insomma, si sospetta che anche in questo campo la nostra mente svolga un ruolo importante: cioè nella determinazione del concetto temporale. Per il resto, non definibile a livello oggettivo.

Le acquisizioni scientifiche della cosmologia moderna e della fisica quantistica sembrano, anche stavolta, inoltrarsi (e trovare conferme) in territori che la riflessione e la filosofia umana hanno già provato ad esplorare nel corso dei secoli, non con la pratica combinatoria dei numeri, ma con l’intuizione della mente.

Lao-Tse, per esempio già nel VI secolo a.C. legava strettamente la concezione del tempo vissuto ai diversi stati mentali con il celebre aforisma: E’ depresso chi vive nel passato, è ansioso chi vive nel futuro, è in pace chi sta vivendo nel presente.

Qualche secolo più tardi, a Roma, Seneca stigmatizzava con parole dure la mania umana di perdere tempo con il tempo, cioè di vivere in funzione di esso: Per coloro che dimenticano il passato, trascurano il presente e hanno paura del futuro, la vita è un inganno di breve durata; quando giungono alla fine si accorgono troppo tardi, poveretti, di essere stati occupati per tanto tempo a non combinare un bel nulla.

Ancor più categorico, più vicino a noi, August Strindberg con un’affermazione che probabilmente anche Rovelli condividerebbe: Tempo e spazio non esistono; su una base minima di realtà, l’immaginazione disegna motivi nuovi.

E pare di una modernità sconcertante la precedente dichiarazione di Schopenhauer: L’uniformità dello scorrere del tempo in tutte le teste dimostra più di ogni altra cosa che siamo tutti immersi nello stesso sogno; anzi, di più, che tutti coloro che sognano questo sogno costituiscono un unico essere.

Albert Einstein, padre della fisica moderna, già negli anni ‘10 scriveva alla sorella dopo la morte del collega Marco Besso: Le persone come noi, che credono nella fisica, sanno che la distinzione fra passato, presente e futuro non è che una cocciuta illusione.

Insomma, la coincidenza tra intuizioni sapienziali e filosofiche e scienza avanzata, pone oggi di fronte a nuovi scenari che dovrebbero, prima o poi, entrare anche nella consapevolezza degli individui, abitanti (e in gran parte distruttori) di un pianeta sul futuro del quale sembrano addensarsi scenari apocalittici.

In fondo anche l’apocalisse ha a che fare col tempo nella visione tirannica che attribuiamo a kronos: è, nella vulgata comune, il tempo ultimo, finale.

Peccato però che, nei secoli, si sia quasi del tutto perso il suo significato reale, semantico, perché la parola greca non indica esplicitamente una funzione temporale: il termine apocalisse (dal greco apokálypsis (ἀποκάλυψις), composto da apó (ἀπό, "da") e kalýptō (καλύπτω, "nascondo"), significa un gettar via ciò che copre, un togliere il velo, letteralmente scoperta o disvelamentorivelazione.

Viene in mente allora quello straordinario finale di 2001 Odissea nello Spazio (2001, A Space Odissey), Stanley Kubrick, 1968, quando l’astronauta Bowman (Keir Dullea), unico sopravvissuto dell’equipaggio dell’astronave Discovery, dopo aver raggiunto il pianeta Giove e quindi anche la terza sentinella (il monolite nero), oltrepassa (definitivamente?) le barriere temporali, entrando in una nuova misteriosa dimensione, dove all’essere si rivela l’avventura di rinascere, oltre quei pilastri, come “Bambino delle Stelle”.

Fabrizio Falconi 

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