08/05/26

"Il Monastero del Monte delle Tentazioni a Jericho e il deserto del Negev" (da "Dieci Luoghi dell'Anima" di Fabrizio Falconi)

 


Monastero del monte delle Tentazioni a Jericho
e deserto del Negev, Israele

 

 

Il 4 agosto del 1999 alle due e mezza del pomeriggio sono salito, insieme ad un gruppo di una ventina di persone, sul- la teleferica rossa che dal centro abitato di Jericho porta al Mont Quarantana, dove si affaccia, a strapiombo, il Monaste- ro greco ortodosso della Tentazione, detto “Jabal Quarantal”. Era un’estate incredibilmente calda. All’interno della cabi- na c’era, quel giorno, una temperatura disumana. Dai due pic- coli deflettori aperti non passava nemmeno un soffio d’aria. La lamiera e i sedili erano arroventati, il sudore scendeva con rapide gocce sulla schiena, la gola era secca e la vista perfinoappannata dalla calura.

Pensai, durante quei lunghi minuti, di svenire. Il viaggio a bordo del vagoncino sospeso, mi parve interminabile.

La nostra guida ci aveva avvertito: eravamo prossimi ai 42 gradi centigradi e chi non se la sentiva, poteva evitarsi di sa- lire fin lassù. Jericho che le guide locali si ostinano a definire come «la città più antica del mondo» ci informò detiene un altro record, questo assolutamente certificato: è il centro abitato più “basso” del mondo, visto che sorge 250 metri sot- to il livello del mare.

C’erano dunque buoni motivi per astenersi. Ma ero venu- to per vedere, e non avevo nessuna voglia di rinunciare.

Fummo fortunati. Quella fu una delle ultime occasioni per poter visitare liberamente la Terra Santa, anche dove di so- lito è arduo, oltre i recinti di filo spinato e le strisce di terra contese, sorvegliate dai Leopard dell’esercito israeliano. Di


a poco, iniziò la seconda Intifada, e nuove scorribande, atten- tati, rappresaglie, auto-bomba. Del resto, basta vedere sulla cartina la posizione di Jericho, per capire che il suo destino è segnato: nel cuore del paese, a pochi chilometri dal fiume, cioè dal confine con la Giordania. E qui la guerra è già nei nomi, perché se per gli arabi non c’è altro nome possibile per questa terra che quello di “Cisgiordania”, non troverete un israeliano disposto a chiamare questa zona con quel nome. Per loro è, e resta, Giudea, o Samaria. I nomi della Bibbia.

Dagli anni della prima Intifada, Jericho, come Betlemme o Nablus o Hebron, hanno conosciuto solo brevi lampi di re- lativa pace.

Eravamo in uno di quei rari periodi, e non potevamo non approfittarne. Anche se, una volta giunti in città avevamo re- spirato ugualmente, all’ombra dei palmizi e di quel che resta- va di un’oasi tutt’altro che lussureggiante, i fermenti di una tensione sotterranea, mai sopita, tra la gente che abita quei luoghi. Sui muri delle pensiline degli autobus, sull’esterno delle botteghe, ovunque vi fosse una superficie disponibile, vedevi disegnati i realistici murales inneggianti ai guerriglieri palestinesi, e al generale Arafat, in primis.

I soldati israeliani, armati fino ai denti, ci passavano da- vanti con apparente indifferenza, senza togliere mai gli oc- chiali da sole, e senza allentare le dita dall’impugnatura dei piccoli e luccicanti mitra. Ma dopo qualche tempo, chiunque finisce per abituarsi, anche il visitatore di passaggio.

In quei giorni, da molti giorni, non succedeva niente di grave, e la pace armata, sorvegliata, blindata, sembrava il male minore che ci si potesse augurare.

Durante il viaggio in teleferica pensavo, per combattere l’angoscia provocata dal caldo, che se la Parola aveva trovato il modo di diffondersi proprio qui, proprio a partire da qui, c’era speranza per il mondo intero. Non era facile, e non era stato facile, fino a quel momento lasciarsi catturare dai luoghi di Gesù Cristo, pensarli come dovevano essere duemila anni fa, quando non v’era nulla di questo campeggiare sterminato di cordoni di filo spinato e fortilizi militari, ovunque.

Arrivati alla stazione della teleferica, e scesi all’aria aperta, finalmente respirammo. Un minimo di ventilazione arrivava fin dalle porte orientali del mediterraneo, e già solo l’oriz- zonte spianato permetteva di rifiatare.

C’era da salire ancora numerosi gradini di pietra, scavati nella roccia, due rampe ed un gomito strettissimo, per arri- vare al Monastero, che qualche folle eremita era riuscito a co- struire, non si sa con quali strumenti e con quali tecnologie, all’alba del XII secolo, direttamente sul crepaccio del monte, senza apparenti sostegni di struttura.

Il che ne fa certamente – seppure non il più antico della zona, considerando che il molto più celebrato Monastero di San Giorgio del Wadi Qelt, distante quaranta minuti di cam- mino, fu costruito addirittura nel V secolo – sicuramente il più ardito, per posizione.

Giunti al portone d’ingresso, lo trovammo spalancato. E nonostante la corrente d’aria che pareva attraversarlo da una parte all’altra, sentimmo fuoriuscire dall’interno un odore forte, di chiuso, di stantio.

Oltrepassammo la soglia di grandi ciottoli di pietra e in fila indiana, entrammo. Sul lato nord del wadi così vengo- no chiamati qui i canali dei ruscelli prosciugati che solcano le montagne l’attuale Monastero. Sul lato sud le antiche celle dei primi eremiti.

Il monaco che si palesò nella terza o quarta stanza, in pe- nombra, non ci degnò nemmeno di uno sguardo. Sembrava il barbuto padre Zosima di Dostoevskij, assorto nei suoi pen- sieri, seduto su di una panca vecchia nel cono di luce di una finestra, dentro il suo saio di colore grigio scuro, con il cappel- lo a cilindro degli ortodossi sopra gli abbondanti capelli ricci completamente bianchi.


Le stanze del Monastero si susseguivano orizzontalmente una dietro l’altra, come i vagoni di un treno, e non poteva essere diversamente, visto che l’intera costruzione sorgeva su di una sporgenza minima di roccia.

Nell’ultimo passaggio, aldilà di una coltre polverosa, si aprì finalmente una piccola cappella, anch’essa in penombra, appena rischiarata da una finestra con le imposte socchiuse.

Oltre il muro, un piccolo altare rozzo, addossato alla pare- te di nuda roccia. E questa roccia, consunta dal passaggio di molte mani adoranti nei secoli, era proprio la Sacra Pietra ve- nerata, sopra la quale, secondo la tradizione millenaria di quel luogo, Gesù sedette, il giorno che fu tentato dal Demonio.

Fui subito meravigliato dalla semplicità del luogo, e in un certo senso dalla mancanza di solennità. Che invece è possi- bile notare quasi in ogni luogo della Terra Santa dove si ricor- da il passaggio di Gesù Cristo.

Qui, non v’era che quell’umilissimo altare di pietra sotto il quale sporgeva la Pietra della Tentazione, direttamente in- castonata nella parete della montagna un vecchio inginoc- chiatoio e al di sopra dell’altare i resti, quasi illeggibili, di un affresco, altrettanto umile, con la figura del Cristo seduto con le braccia aperte.

Nel silenzio quasi assordante di quel pomeriggio, fu na- turale spiare attraverso l’unica finestra del piccolo assorto ambiente, far scivolare lentamente le imposte di legno sui cardini, e contemplare il paesaggio sottostante.

Il paesaggio davvero non molto diverso da come Gesù Cri- sto dovette averlo visto, sporgendosi da quello stesso picco.

 

Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte al- tissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo, con la loro ma- gnificenza, e gli disse: «Tutte queste cose io te le darò, se prostrato a terra mi adorerai».


Il capitolo quarto di Matteo ha inizio proprio dopo il Bat- tesimo di Gesù nelle acque del Giordano, e quel “deserto” dove viene condotto il Messia dallo Spirito (Mt 4,1) è allora assai probabile che sia proprio questo deserto, intorno all’an- tichissima Gerico.

Un deserto di pietre, gelido di notte e torrido di giorno, del tutto inospitale. Un deserto fatto solamente di dure pietre. Montagne di pietre, valli di pietre, sentieri di pietre.

Il secondo monaco lo incontrammo soltanto all’uscita del cammino obbligato, al termine del percorso nella teoria di stanze tutte uguali. E forse non dovevano essere che quei due – in tutto – gli abitatori del Monastero.

Ci aspettava sulla soglia della porticina sul retro. Proba- bilmente aspettava anche una mancia, un gesto di generosità dei visitatori. Era più giovane dell’altro. Ugualmente barbuto, ma con i capelli brizzolati, e gli occhi di un blu intenso.

La nostra guida gli disse, in francese, che eravamo inten- zionati a salire fino in vetta alla montagna, per poi ridiscen- dere fino al Monastero di San Giorgio.

Il monaco ci sconsigliò, spiegando che il sentiero fino alla vetta era ripido, faticoso e l’attraversamento del deserto fino al Monastero di San Giorgio altrettanto. Faceva troppo caldo, lo espresse a gesti, allentando con la punta dell’indice della mano il collare bianco sotto la veste.

Decidemmo allora di evitare l’arrampicata, e di seguire sol- tanto il wadi fino al Monastero di San Giorgio. Che, con le sue meraviglie, non mi colpì allo stesso modo. Forse era anche colpa della stanchezza e del caldo soffocante.

Quel giorno in Israele terminò con un tramonto infinito, e la calura che improvvisamente, quasi da un momento all’al- tro, si trasformò in vento umido, rinforzato, da ponente.

La sera, nel cortile dell’albergo, vicino a Nebi Musa, in- sieme agli altri compagni di viaggio, leggemmo ad alta voce alcuni passi del Vangelo di Matteo, in particolare, la Parabola


dei talenti: «Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni».

Come sempre, restammo in silenzio, al termine della let- tura, a meditare il senso profondo e in parte oscuro, delle pa- role di Gesù.

E come sempre, risuonarono severe le parole del Padrone nei confronti del servo che per paura (si direbbe: per forza, sa che egli, cioè il Padrone, «è un uomo duro, che miete dove non ha seminato, e raccoglie dove non ha sparso»), solo per paura, ha nascosto sottoterra il talento, cioè la moneta che ha ricevuto in affidamento, limitandosi a restituirlo al Suo legittimo proprietario, intonso.

 

Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto an- che quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti.

 

Chi è mi chiedevo, ci chiedevamo questo Padrone, que- sto Signore, così apparentemente ingiusto, che “miete dove non ha seminato” e che “raccoglie dove non ha sparso”? E che tipo di giustizia è questa?

La risposta alle nostre domande, è evidente, si nasconde- va nel significato simbolico di quella parola: talento.

Cos’è? Cosa rappresenta quella moneta che il padrone af- fida ai suoi servi? È la fede? Il destino? La fortuna (che la parola “talento” evoca al giorno d’oggi per noi occidentali)? L’amore?

Il giorno seguente, sarebbe stato il deserto stesso, implici- tamente, a fornire una risposta.


A bordo del pullman bianco che ci trasportava, ci spingem- mo ancora più a Sud, molto più a Sud. Sull’unica strada che attraversa il Negev – il grande deserto meridionale – come una lama, fino ad Eilat, avamposto israeliano sul Mar Rosso. Appena superata Beer-sheba, la città del pozzo del giura- mento di Abramo, oggi di rara bruttezza e del tutto moderna, più niente. Deserto e deserto. Una distesa continua di rocce abbaglianti, nessun segnale di vegetazione, di nessun tipo. La strada statale, una carretera senza speranza dove al massimo si può sperare di incontrare una delle rare pompe di benzina,con il chiosco all’aperto e le tende pitturate di scuro.

Il Negev, un mare al contrario. Proprio come si vede nei depliant turistici. Le sagome dei TIR in lontananza sulla stri- scia d’asfalto sembravano materializzarsi dal nulla, dietro alla curva, insieme allo squarcio di luce accecante, il riflesso del sole sulle pareti di pietre. Seguimmo le indicazioni per Avdat, e poi sempre più a Sud, fino a Mitzpe Ramon. Anche i nomi, mano a mano che si avanzava, sembravano perdere identità, connotazione, appartenere ad altri luoghi e altre latitudini.

Mitzpe Ramon, un villaggio anonimo e polveroso. Sette- mila abitanti, diceva la guida. Un manipolo di case tirate su dal nulla da un gruppo di famiglie di immigrati: che c’erano venute a fare in questo angolo sperduto? Forse si fidavano del deserto, del progetto di ricavare prosperità dalla nuda pietra. E non doveva essere andata così male, se poi avevano resi- stito. Ma anche gli uomini, in fondo sono come le pietre: se vogliono, resistono a tutto.

E anche noi, cosa eravamo venuti a fare fin qui? La nostra guida ci spiegò che era per il cratere, che eravamo venuti. Il cratere: Maktesh Ramon, il cratere più grande su tutta la ter- ra. Mitzpe, significa appunto: belvedere.

E che quello fosse davvero un belvedere straordinario, anzi uno dei luoghi più straordinari che a un uomo sia dato vedere, lo verificammo con i nostri occhi poco più tardi, quando, scesi


sotto il sole rovente, ci incamminammo tra bassi prefabbricati fino ad una passerella sospesa, e ad una tenso-struttura che permetteva di affacciarsi, sospesi, proprio al centro del cratere, profondo 300 metri, largo 8 chilometri, lungo 40 chilometri!

Sporgendosi sulla terrazza circolare, sospesa oltre il bordo, ecco che potevi abbracciare con lo sguardo la distesa immen- sa dell’intero cratere, e oltre ancora, le spoglie vette rocciose, gli altopiani, ogni sfumatura di colore, fino a perdita d’occhio, fino all’orizzonte.

Il silenzio, solo il silenzio del vento.

La nostra guida, qui, ci invitò a sedere, in circolo. Sussurrò la storia di Abramo, dei suoi incontri nel deserto, in questo deserto, dell’albero di Terebinto, della serva egiziana Agar, che chiama il nome dell’Eterno Atta-El-Roi, e dice «Ho io, pro- prio qui, veduto andarsene Colui che mi ha vista?».

«Tu sei un Dio che vede».

Atta-El-Roi.

Lentamente, iniziavano a schiarirsi i pensieri. A ridursi all’essenziale. Mi dissi anche che c’era una ragione perché io avessi scelto di fare quel viaggio con altri uomini e altre don- ne. Solo attraverso di loro potevo sperare di imparare qualco- sa, qualcosa di nuovo.

Riposammo qualche minuto, poi, dal punto di osservazio- ne, imboccammo un piccolo sentiero, a sinistra, che scendeva proprio dentro il cratere, per tutto il dislivello di trecento me- tri, fino alla base.

La nostra guida, sotto il sole cocente, con il capo coperto da un fazzoletto bianco annodato, ci spiegò uno dei motivi di unicità di quel luogo: osservando con attenzione il bordo del cratere, dall’interno, era possibile ripercorrere mediante le diverse colorazioni delle rocce, tutte le fasi dell’evoluzione terrestre.


«È come un libro aperto», ci disse, «dove si legge la storia del mondo».

Rari uccelli neri in stormi di poche unità attraversavano lo spazio aereo sopra di noi con trilli e gridi.

Poco oltre il punto in cui il nostro sentiero cominciava un rapido percorso a zig zag verso il fondo del cratere, un cartello color arancio piantato nella terra, indicava la strada per un luogo chiamato la Bottega del Falegname.

Vi arrivammo dopo altri quindici minuti di cammino, nel silenzio ventoso. Comprendendo, una volta sul posto, l’evi- denza del toponimo: si trattava di una particolare formazio- ne rocciosa, plasmata dalla pressione del meteorite, caduto milioni di anni prima. Una pressione che aveva reso la roccia simile a legno, e che aveva indotto gli archeologi a scegliere quel nome.

C’era ben poco da vedere, comunque. Nessun reperto ar- cheologico particolare. E non capivo perché la nostra guida ci avesse portato fin lì. Approfittammo dell’ombra però, assicu- rata da una faglia di roccia spiovente, che consentiva un ripa- ro per quasi tutti. Ciascuno rimase in contemplazione dello scenario lunare che ci si parava intorno, a 360 gradi, senza interruzioni.

E fu allora, non so proprio per quale associazione di pen- siero, che tornai alla visita del giorno prima, al Monastero delle Tentazioni. E alla Parabola dei talenti, che avevamo letto la sera, riuniti in circolo, a Nebi Musa. Mi fu chiaro, in quel momento, che non c’era bisogno di andare così lontano per dare un significato preciso alla moneta che il Padrone affida ai tre servi.

«È proprio la Parola», mi venne da pensare. La Parola: non c’è bisogno di andare molto lontano.

La Parola: lo si capisce in un luogo come questo. La Parola è il bene più prezioso, il Talento più bramato. E se si ha la for- tuna di riceverla, in un luogo così, pensai, non si può essere sbadati o timorosi al punto tale di seppellirla sotto uno strato di terra, pensando di restituirla semplicemente così com’è.

La Parola deve restare, proprio in un luogo come questo, viva. Deve farsi merce di scambio gratuito, unità di misura, di sviluppo, di promessa e di speranza.

La Parola degli umani, che camminano per il mondo. Che camminano sempre, e non possono mai fermarsi in nessun luogo.

Proprio mentre l’evidenza di questo pensiero si fece largo nella mente, il silenzio improvvisamente si interruppe, e l’eco di un tuono, che doveva provenire da lontanissimo, eppure era distinto e minaccioso, venne ad abitare il cavo del cra- tere, dove ci eravamo, tutti insieme, nel mezzo del giorno, riparati.


© - riproduzione riservata. Tratto da Fabrizio Falconi, Dieci Luoghi dell'Anima, Cantagalli Editore, Siena, 2009.