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12/01/26

Perché "Una Battaglia dopo l'altra" è il film politico più importante degli ultimi anni - (Il mondo è ancora fermo alle razze)


 C’è una prima ragione per la quale Una battaglia dopo l’altra (One battle after another), Paul Thomas Anderson, 2025 è il film politico più importante degli ultimi anni: innanzitutto perché non solo è americano, ma parla dell’America, o meglio degli Stati Uniti e gli Stati Uniti di oggi, sotto questa prima e seconda amministrazione Trump stanno mettendo in scena il cambiamento più rilevante e preoccupante del mondo, non solo quello occidentale.

Se l’intervallo drammatico globale della pandemia Covid e prima ancora la rivoluzione tecnologica socials (con l’elezione di Obama negli USA e le effimere, ma travolgenti primavere arabe) avevano illuso che il mondo potesse avviarsi a una svolta inclusiva, riformatrice, ri-umanizzante, ri-mediante per il mondo stesso, delle catastrofi ambientali, demografiche in corso, il primo mandato presidenziale affidato a D. Trump, la sua drammatica conclusione (con l’assalto violento alla Casa Bianca) e la sua rielezione dopo quattro anni, ha bruscamente risvegliato dal sonno i sostenitori del progresso evolutivo e del meglio globale.

Eppure in questi ultimi dieci anni, nessuno era stato capace di raccontare ciò che sta veramente succedendo in America come ha saputo fare Paul Thomas Anderson, per statura e consistenza il più grande dei registi americani della generazione dei cinquantenni, l’unico che pare in grado di misurarsi con i vecchi leoni del nuovo cinema USA fiorito dagli anni ‘70 in poi: Coppola, Scorsese, Altman e via dicendo.

Quel cinema glorioso aveva fatto cinema facendo politica. Un cinema diretto a spettatori/cittadini (polítēs). Un cinema fatto di maestria e sogni, ma anche di pensiero.

I primi 40 minuti di Una battaglia dopo l’altra mi hanno fatto subito pensare ad Athena, il magnifico film francese (2022) in concorso per il Leone d’Oro a Venezia, diretto da Romain Gavras (non a caso figlio di Costa-Gavras), che ha appreso così bene la lezione del padre e che in quel film descrive da dentro l’inferno delle banlieue parigine con lo strepitoso piano sequenza iniziale di 15 minuti.

Anche i primi 40 minuti del film di Anderson sono un prodigio realizzativo che mette insieme piani sequenza e camera a spalla, resi funzionali dal montaggio adrenalinico e dalla colonna sonora magicamente dissonante di Jonny Greenwood (Radiohead).

E alla fine di questi 40 minuti l’apparizione di un famoso film italiano su uno schermo televisivo, che Pat/Bob Di Caprio sta guardando nella casa nel bosco in cui si è rifugiato, mi ha ulteriormente indirizzato sull’intento che stava a cuore ad Anderson realizzando il suo film: si tratta de La Battaglia di Algeri, Gillo Pontecorvo, 1966, di certo uno dei film politici più importanti della storia.

Anderson voleva realizzare un film come quello, un film impegnato come si diceva una volta. Un film americano, però, che non può avere il rigore realistico del film di Pontecorvo. Siamo nel 2025, non nel 1966.

Si ride anche, dunque. Anche se Anderson è consapevole del fatto che negli (e degli) Stati Uniti di oggi è ben difficile ridere, e farlo può essere pericoloso o inutile o addirittura controproducente. Perché invece, tutto è drammatico.

Sono dunque drammatici i primi 40 minuti del film, ambientati nel 2008 o giù di lì, quando in America è già cominciata - sulla spinta dell’iniziale islamofobia a seguito dell’attentato delle Torri Gemelle - la caccia all’immigrato.

Pat/Bob fa parte di un (abbastanza) squinternato gruppo rivoluzionario di estrema sinistra che si è chiamato French ‘75. Lo spunto della storia è, com’è noto, tratto dal romanzo di Thomas Pynchon, Vineland (in realtà ambientato nel 1984, in piena era Reagan, durante le proteste universitarie partite da Berkeley).

Nel film di Anderson la vicenda politica ha come sottofondo il legame di Pat/Bob con la rivoluzionaria Perfidia Beverly Hills (la strepitosa Teyana Taylor), dal quale nasce una bambina, che viene subito abbandonata dalla madre e portata dal padre con sé dall’altra parte dell’America.

Sedici anni dopo (ed è oggi), i conti non sono chiusi: Perfidia ha tradito i suoi ex compagni di lotta ed è sparita. Le unità anti-immigrati armate fino ai denti - quelle che oggi scorrazzano impunite (anzi, dotate di totale immunità) per il Paese in cerca di meticci, indios, messicani, immigrati, bambini, famiglie, donne, da rinchiudere nelle gabbie con i coccodrilli (Trump dixit), da scovare ovunque, insieme agli ancora più pericolosi fiancheggiatori cittadini americani che li aiutano a nascondersi.

Pat/Bob è ormai il fantasma di sè stesso (anche allora non è che fosse un rivoluzionario modello, piuttosto un Lebowski di certo più agguerrito), tra canne e alcool e l’unico scopo della sua vita è proteggere la figlia Willa ora sedicenne, che nulla o poco sa delle imprese familiari e soprattutto di sua madre.

Inutile dire che Pat/Bob è nell’occhio del ciclone o nel mirino dell’esaltato superomista bianco frustrato, colonnello Lockjaw (Sean Penn), che si autodefinisce razzista modello ma con un debole inconfessato e inconfessabile per la carne delle donne nere.

C’è di mezzo proprio Willa, perché il circolo dei ricchi bianchi neo-razzisti riuniti sotto il comico nome di Pionieri del Natale (ma chissà quanti ce ne saranno veri e con nomi anche più ridicoli di questo, attualmente negli USA) ha il sospetto che la ragazza sia nata da un rapporto sessuale avuto da Lockjaw con Perfidia e ammoniscono il colonnello perché si sbrighi a cancellare quel delitto di sangue che ha compiuto, unendosi con una nera, perdipiù rivoluzionaria, perdipiù mettendo al mondo un bambino.

La seconda parte del film prende dunque le forme di un action-movie (senza che il ritmo si spenga mai) anche se memorabili rimangono le scene dei riots notturni per le strade di Bakton Cross, la città dove si nascondono migliaia di latinos e dove si scatenano le retate delle truppe anti-immigrati.

Poco importante è il finale, anche se tutto rimane solido e compiuto, senza indugi di scrittura, né tantomeno di regia.

Anderson ha così disegnato il suo affresco sul rovesciamento avvenuto negli ultimi dieci anni. Il sogno ingenuo della cultura woke, delle sue grottesche distorsioni e della globalizzazione hanno prodotto una reazione su scala mondiale di proporzioni incalcolabili, guidata da autocrati assassini, feldmarescialli fedeli, orrore per la cultura, disprezzo per la legge, persecuzione su grande scala delle minoranze.

La parola razza è di nuovo tornata centrale - come nei peggiori incubi del passato - in ogni politica autoritaria-espansionista, ma quel che fa la differenza è che adesso questa politica sia capeggiata a spron battuto, in occidente e su scala mondiale, dal leader degli Stati Uniti, lo stato nato poco più di due secoli fa, che ha (aveva?) inscritti nei suoi cardini i princìpi sacri della democrazia, dei diritti umani fondamentali, dell’accoglienza, della giustizia.

La razza. Siamo ancora alla razza. Come prima, c’è ancora bisogno di qualcuno che metta in ridicolo il cappellone da cow boy e gli stivali di John Wayne; c’è ancora bisogno di specificare che esistere non è un crimine soltanto perché si appartiene a una diversa tribù e si appartiene a un colore diverso.

La vecchia storia del mondo reclama ancora la sua parte sul proscenio: gli scimmioni dell’alba del mondo in 2001 Odissea nello Spazio ancora massacrano i rivali per tenerli lontano dalla loro acqua.

Nel frattempo il mondo agonizza. E tutti sembrano ipnotizzati davanti agli schermi che gli amici di Silicon Valley hanno predisposto per tutti, perché si illudano che un meme sui socials o una indignazione su instagram taciti le coscienze. In fondo che cosa si potrebbe mai fare?

Per esempio combattere una battaglia dopo l’altra, suggerisce il film di Anderson. Di sicuro tra di noi non c’è più un Che Guevara, nemmeno uno, e al massimo ci sono anime buone come quella di Pat o esagitate pazze e irresponsabili come Perfidia.

Ma se una via d’uscita (o di speranza) esiste, suggerisce Anderson, e subito qualuno appioppierà la qualifica di buonista anche a questo, è nell’indisciplina, nella ribellione, nella disperata voglia di non soccombere di Willa, che la sua battaglia vuole ancora giocarla tutta.

Fabrizio Falconi

Leggi su Substack: https://fabriziofalconi.substack.com/p/perche-una-battaglia-dopo-laltra

17/10/22

Putin, Trump e tutti i megalomani potenti di oggi: La "Sindrome di Napoleone" spiegata da Tolstoj in "Guerra e Pace"


Pensando ai vari Putin, Trump, Lukashenko, Bolsonaro, ai tanti megalomani malati al potere oggi in diverse parti del mondo, ricorrono le parole che Lev Tolstoj usò per descrivere il tiranno di allora, Napoleone, definendo per primo, con parole profetiche, quella Sindrome (
la Sindrome di Napoleone), che catturò lui e dopo di lui, molti altri tiranni assoluti alla velleitaria conquista del mondo. 


Un uomo senza principi, senza abitudini, senza tradizioni, senza nome, che non è neppure un francese, per i più strani casi si fa avanti tra tutti i partiti che agitano la Francia, e senza aderire a nessuno di essi, è portato a un posto eminente

L’ignoranza dei colleghi, la debolezza e la nullità degli avversari, la sincerità nel mentire, la mediocrità brillante e sicura di sé di quest’uomo lo portano alla testa di un’armata

Una innumerevole quantità di cosiddetti casi lo accompagna dovunque. 

Al suo ritorno dall’Italia egli trova il governo in tale stato di disfacimento che gli uomini che vengono a far parte di questo governo vengono inevitabilmente stritolati o distrutti. 

Quell’ideale di gloria e grandezza che consiste non solo nel credere che nulla sia male per la propria persona, ma anche nell’inorgoglirsi di qualsiasi misfatto, attribuendogli un incomprensibile significato sovrannaturale si foggia liberamente in lui

Egli non ha nessun progetto: ha paura di tutto; ma i partiti si aggrappano a lui ed esigono la sua collaborazione. 

Lui solo, col suo ideale di grandezza e di gloria, con la sua folle adorazione di se stesso, con la sua audacia nel misfatto, con la sua sincerità nel mentire, lui solo può adempiere a ciò che si deve compiere.

E’ necessario per il posto che lo aspetta, e perciò quasi indipendentemente dalla sua volontà e malgrado la sua indecisione, la mancanza di un piano e tutti gli errori che commette, è trascinato nella congiura che ha per fine la conquista del potere, e la congiura è coronata da successo

Il caso, milioni di casi gli danno il potere e tutti gli uomini, come fossero d’intesa, cooperano al consolidamento di questo potere. 

Non c’è un’azione, non un misfatto, non il minimo inganno che egli commetta, che subito non si trasformi sulle bocche di coloro che lo circondano in una grande gesta. E non soltanto lui è grande, ma sono grandi i suoi avi, i suoi fratelli, i suoi figliastri, i suoi cognati. Tutto concorre a privarlo delle ultime forze della ragione e a preparare per lui una tremenda parte da rappresentare. E quando egli è pronto, sono pronte anche le forze. 

Lev Tolstoj – “Guerra e Pace”, da pag. 1326 (edizione italiana) in poi

15/09/20

Paul Auster: "L'America è in pericolo! Gli scrittori si stanno mobilitando



"Il momento che stiamo affrontando e' terribile e urgente, perché mancano solo due mesi alle elezioni. Sono entrato a far parte di un nuovo gruppo che si chiama Writers Against Trump e stiamo facendo tutto il possibile per convincere la gente ad andare a votare, soprattutto i giovani che non votano di solito perché scontenti dei candidati democratici che non considerano abbastanza progressisti". 

Lo ha detto Paul Auster in diretta streaming con Peter Florence in una delle 'Interviste impossibili' del Festival Letteratura di Mantova. 

Writers Against Trump "in dieci giorni e' arrivato a 1.100 scrittori di ogni eta' etnia e genere letterario. Ci sono anche scrittori di canzoni, chiunque scriva puo' entrare a farne parte. Con l'aiuto di alcuni giovani, tra cui mia figlia, siamo anche online

In www.writersagainsttrump.org si possono scoprire tutti i nostri progetti.

Proprio l'altro giorno ho fatto una diretta su Instagram con persone che guardavano e facevano domande" ha raccontato lo scrittore americano. 

"Stiamo lavorando da ogni angolazione possibile. Al momento ci stiamo concentrando sul far votare i piu' giovani. Ci stiamo preparando anche al caos post 3 novembre che sembra inevitabile negli Stati Uniti. Se l'elezione non avra' un esito certo per via delle schede elettorali inviate per posta, c'e' la seria possibilita' che Trump e i Repubblicani dichiarino vittoria anche se non avranno vinto. Oppure potrebbe vincere Biden, ma Trump potrebbe rifiutarsi di riconoscere i risultati e lasciare l'incarico" ha spiegato preoccupato Paul Auster.

"Questo non e' mai accaduto negli Stati Uniti. Siamo stati un Paese afflitto dai problemi, ma abbiamo sempre seguito i protocolli e le leggi. Da oltre 200 anni il potere e' transitato pacificamente. Ogni volta che e' stato eletto un nuovo presidente gli elettori e la fazione opposta accettano l'esito e si va avanti pacificamente. Ma questa volta e' tutto molto incerto" afferma. 

E ha aggiunto: "Credo una cosa: l'intero esperimento americano e' in pericolo in questo momento. Stiamo correndo il rischio di vedere questa democrazia imperfetta evolversi in una forma di governo autoritario. Una volta accaduto, non so se riusciremo mai a tornare all'esperimento americano. Sara' finita. Per questo tutti noi stiamo lavorando per cercare di fare quel poco che possiamo. Ci sono centinaia di gruppi in tutta America che fanno quel che possono. Vedremo se sara' sufficiente. Non ne ho idea" ha detto lo scrittore. 

"In questo momento io e Siri pensiamo che non possiamo restare fermi a guardare e sentirci infelici per tutto senza fare qualcosa. Lo stiamo facendo come scrittori perché scriviamo e presentiamo dichiarazioni, ma soprattutto come cittadini che sono disperatamente preoccupati per quello che stiamo vivendo" ha sottolineato facendo riferimento anche alla moglie, la scrittrice Siri Hustvedt. 

Nella diretta streaming a Mantova lo scrittore ha parlato anche del suo prossimo libro. "Non e' un romanzo. E' un libro sulla vita e sulle opere di Stephen Crane, lo scrittore americano di cui mi sono interessato molto. Dopo '4 3 2 1' leggevo un sacco di libri, volevo fare una pausa dalla scrittura. Ho ricominciato a leggere Crane che non leggevo dai tempi della scuola e mi sono reso conto di quanto fosse ricco e grande. Poi ho letto la sua vita, una delle piu' avventurose, folli e imprevedibili che si possano immaginare e ho pensato che mi sarebbe piaciuto scrivere un libro su Crane. Qualcosa di breve, 200 pagine o giu' di li'. Bene, il manoscritto e' di 1000 pagine. E' enorme" ha raccontato lo scrittore. "Cosa mi ha spinto a passare tutto questo tempo a scrivere di questo giovane che mori' a 28 anni nel XIX secolo?", si e' chiesto Paul Auster. "A un certo punto mi sono reso conto che Crane e' l'incarnazione vivente del giovane che cercavo di rappresentare nel mio romanzo". 

20/11/17

"Il mondo è dei mediocri - E la politica in Primis". L'intervista a Alain Deneault.


è da leggere questo saggio di Alain Deneault, filosofo canadese, ora tradotto anche in Italia da Neri Pozza.  Analizza un fenomeno oramai diffuso in tutto l'Occidente e che ha ormai riscontri da tempo anche nel nostro paese.  Perché i mediocri hanno in mano la politica ? Perché le èlites e le eccellenze, ma più in generale le intelligenze, si tengono lontano dalla politica ? Risponde Alain Deneault, in questa intervista rilasciata a Sara Ricotta Vaza per la Stampa di Torino. 

Il mondo è dei mediocri. Sarà che è un assunto non difficile da sperimentare - e anche consolatorio per spiegarsi certi successi o insuccessi ugualmente distanti dalle vette del genio e dagli abissi dell’indegnità - ma il saggio La mediocrazia(Neri Pozza, pp. 239,  18) del filosofo canadese Alain Deneault a un anno dall’uscita è ormai un longseller internazionale. E dire che in centinaia di pagine, dense di pensiero e di citazioni, ne ha davvero per tutti. In politica, da Trump a Tsipras, vede solo un «estremo centro», nell’impresa la «religione del brand», il «consumatore-credente», la «dittatura del buonumore». Nel lavoro «devitalizzato» individua la skill fondamentale nel «fare propria con naturalezza l’espressione: alti standard di qualità nella governance nel rispetto dei valori di eccellenza». E, in ogni ambito, rileva certi tic verbali come «stare al gioco», «sapersi vendere», «essere imprenditori di se stessi». Insomma, dice, «non c’è stata nessuna presa della Bastiglia ma l’assalto è avvenuto: i mediocri hanno preso il potere».  

Lo abbiamo incontrato a Milano dove ha parlato al Wired Fest, il festival dell’innovazione, altra parola che non manca nel vocabolario mediocratico. Oggi sarà al Circolo dei Lettori di Torino.  

Professor Deneault, l’ha colpita questo successo? Anche perché a molti che la leggono lei dice in faccia che sono dei mediocri…  

«Mi aspettavo un’eco molto più ristretta, ma questo libro parla di un malessere sociale condiviso da molti. Detto ciò, ho cercato di evitare moralismi e di puntare il dito. Lo scopo era indicare la pressione sociale molto forte che incoraggia a restare persone “qualunque”». 

Lei è stato particolarmente duro con il mondo accademico a cui appartiene. Qualcuno si è offeso?  
«Sì, visto che sono stato bandito. Tengo corsi stagionali, la mia presenza è episodica. Gli ambienti universitari formano sempre meno una élite capace di gettare luce sulla strada giusta da seguire per l’uomo comune. Sono più simili a una corte d’altri tempi, vendono risultati di ricerca a dei finanziatori. Molta autocensura, molti format replicati per far piacere al potere».  

Ha avuto critiche «non mediocri»?  
«Nell’era della mediocrazia non si discute più… i pensieri seguono dei corridoi, si preferisce ricevere notizie che confortino». 

Perché bisogna temere la mediocrazia?  
«Perché fa soffrire. Chiede a persone impegnate nel servizio pubblico di gestire come si trattasse di una organizzazione privata, così si trovano in conflitto perché avevano un’etica diversa; chiede a ingegneri di progettare oggetti che si rompano in maniera deliberata perché vengano sostituiti, chiede ai medici di diagnosticare malattie che potrebbero diventare davvero pericolose a 130 anni… Senza parlare della manipolazione dei consumatori da parte del marketing». 

La mediocrazia è anticamera di dittature, anche edulcorate?  
«La dittatura è psicotica, la mediocrazia è perversa. Psicotica perché la dittatura non ha alcun dubbio su chi deve decidere. Hitler, Mussolini, Tito sono stati tutti personaggi ipervisibili, affascinanti, che schiacciano con le loro parole; la mediocrazia è perversa perché cerca di dissolvere l’autorità nelle persone facendo in modo che la interiorizzino e si comportino come fosse una volontà loro». 

L’inglese standard è la lingua ufficiale della mediocrazia?  
«L’inglese manageriale sì, e uccide l’inglese. È un suicidio linguistico parlare questa lingua quando si è anglofoni, non si può pensare il mondo nella sua complessità o qualsiasi fenomeno sociale utilizzando un vocabolario che non è utile se non alla organizzazione privata». 

Tecnologia, social, colossi del web. Anche lì domina la mediocrazia?  
«Dobbiamo immunizzarci da un certo lessico che parla di progresso, innovazione, eccellenza. Mi interessa che si utilizzino questi strumenti ma si deve analizzare l’impatto che hanno su pensiero, morale, politica. Un utilizzo mirato dei social media, per esempio durante le elezioni, può rendere le persone estremamente manipolabili».  

Il contrario del mediocre è il superuomo, l’eroe?  
«No. L’antidoto è il pensiero critico, perché smaschera l’ideologia, che è un discorso di interessi sotto la parvenza di scienza. E fa subire un trattamento critico analitico a una nozione che qualcuno ci vuole ficcare nel cervello, per esempio l’inevitabilità della vendita di armi o di una nuova autostrada». 

È più ottimista sul futuro?  
«Qualsiasi impegno politico è a metà tra lo scoraggiamento e la speranza. Ed è proprio quando la situazione è scoraggiante che ci vuole il coraggio». 

14/02/17

Il Nobel Vargas Llosa contro Trump : "gli ispanici reagiscano agli insulti".



Il premio Nobel per la letteratura, Mario Vargas Llosa, ha invitato oggi il mondo ispanico a solidarizzare con i latini degli Stati Uniti e di paesi come il Messico "insultati" dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. 

"Noi, tutte le comunità di lingua spagnola, dovremmo mobilitarci in solidarietà non solo con loro (latinos), ma anche con i paesi che sono chiaramente insultati dal nuovo presidente degli Stati Uniti, come il Messico", ha spiegato lo scrittore peruviano ai giornalisti a Madrid. 

Secondo Vargas Llosa, la comunità ispanica negli Stati Uniti è in una "situazione difficile" dal giorno dell'insediamento di Trump alla Casa bianca, il 20 gennaio

Ma la stessa lingua spagnola è in "pericolo" negli Stati Uniti, "dove ha radici profonde e dove almeno una cinquantina di milioni di lingua spagnola non vogliono rinunciare al loro idioma, adottando l'inglese", ha sottolineato lo scrittore, che in passato aveva già qualificato Trump come un "clown" e un "demagogo".

fonte askanews - afp


04/07/16

Bauman: "Trump, Le Pen, Boris Johnson: ecco perché la gente vuole i Demagoghi."



La lettura del momento storico che stiamo vivendo, con eventi epocali - migrazioni, guerre sante, ascesa dei nazionalismi e dei populismi - è sempre più complesso. 

Credo sia molto riflettere su queste considerazioni che traggo dalla intervista di Wlodek Goldkorn a Zygmunt Bauman uno dei maggiori pensatori contemporanei. 

La prima domanda  riguarda proprio la sconfitta delle élite, che - dopo la Brexit, la crisi della UE e del sistema americano occidentale, con l'avvento di personaggi come Trump - sembra un fenomeno sempre più diffuso. 

L'élite politica - dice Bauman - nel suo modo di pensare (e di agire) è sempre più globalizzata, perché costretta a confrontarsi con potenze e poteri indipendenti dalla politica e sempre più extraterritoriali. Si tratta di una élite che ha altre preoccupazioni e diverso linguaggio rispetto alle angosce che attanagliano la gente che essa in teoria dovrebbe rappresentare.   

I vari Trump,Orbàn, Boris Johnson, Kaczynski o Le Pen (è un elenco che cresce ogni giorno) hanno il vantaggio di dire pane al pane.  E sanno quanto sia facile alle emozioni della moltitudine, della massa amorfa.  Basta descrivere la realtà adattando il modo di raccontare agli orizzonti mentali dei propri ascoltatori; usare lo stesso idioma che utilizzano i commensali al pub quando dopo un paio di boccali di birra condividono sentimenti di rabbia e di odio nei confronti dei presunti colpevoli delle proprie angosce. 

Solo difficoltà di comunicazione o invece furbizia dei nuovi leader senza scrupoli ? 

C'è una seconda parte della mia analisi, forse più significativa. Per quale motivo Trump e i suoi simili si trovano così numerosi a grati ascoltatori ?  Qui dobbiamo tornare alla prima domanda. Il voltare le spalle alle autorità politiche che definirei "ortodosse" o tradizionali, con tutti i loro difetti, è dovuto principalmente all'uso ormai abituale delle autorità statali a non mantenere le promesse.  I demagoghi hanno quindi un'ottima base per attribuire l'incapacità delle autorità di mantenere la parola data alla corruzione, all'ignoranza, alla viltà, o addirittura alle cattive e perfide intenzioni.  E' sempre più diffusa quindi la convinzione che la democrazia abbia fallito e tradito i suoi compiti. Che sia inefficiente e indolente. Che è debole e incapace di agire.  In parole povere: è da buttar via. Meglio rivolgersi ai demagoghi.

E cosa chiediamo a loro ?

Il ritorno a un certo passato, per quanto i nostri ricordi siano avvolti dalla nebbia, o artificialmente colorati. In concreto: vogliamo un capo potente in grado di imporre il governo della mano forte. Vogliamo un potere che si assuma la responsabilità per le conseguenze delle proprie azioni, togliendola dalle nostre spalle.
Bentornato quindi, grande capo, e tutto il passato sarà dimenticato o comunque perdonato (direbbe Nietzsche: abbasso tu, Apollo, con la tua disgraziata predilezione per l'armonia delle diversità; torna dal tuo esilio Dioniso a capo di una massa che avanza ballando a righe serrate). 


tratto da l'Espresso n.27 del 7 luglio 2016.