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01/06/26

"A Swarm of Thoughts", "La messe di pensieri",di Fabrizio Falconi (traduz. di Lynne Lawner)





A swarm of thoughts

A swarm of thoughts
dissipates in a flash,
from multiple orations of pallid,
sunken hours
dawn emerges,
as usual the windiest time—
shrugged shoulders,
a calm awakening—
the phantasm’s axe far off;
calmly I go sit down
on an azure armchair in the empty house.

Within the messy drapery of sky
no snow falls, no bird flies:
merely a thread of white smoke.

The game of dominos that objects play around us lacks one
piece—the very one you moved,
as left hanging the air
was your incipient laughter.

(traduz. di Lynne Lawner)

Lynne Lawner è una fotografa d'arte e poetessa pluripremiata statunitense che ha vissuto per molti anni a Roma. Ora risiede a Manhattan.

Le sue fotografie, ampiamente esposte, sono presenti in importanti collezioni private. Ha partecipato più volte al MIA International Photography Fair di Milano, organizzato dal suo curatore Fabio Castelli. Recentemente, il suo lavoro visivo è stato pubblicato sulla rivista internazionale di fotografia Musée Magazine (aprile 2021) .

Raccolte di poesie di Lawner sono state pubblicate da Atlantic Monthly Press e Harper & Row, mentre i suoi libri sull'arte sono stati editi da Rizzoli, Longanesi, Harry N. Abrams e altre case editrici. Ha inoltre scritto libri su temi socio-politici e tradotto poesie e opere in prosa europee




La messe di pensieri

La messe di pensieri
dipana improvvisa, tra molte
orazioni di ore pallide
e sommerse, una: all'alba,
come sempre,
nell'attimo più ventoso
uno scrollare di spalle,
quieto risveglio
al riparo dalla scure dei fantasmi;
quieto nella casa vuota
venni a sedermi sulla poltrona azzurra.

Nel drappo disadorno
del cielo, senza neve
o senza uccelli
un solo filo di fumo bianco.

Nel dominio degli oggetti
intorno, manca un pezzo: quello
che tu spostavi,
in un inizio di riso
lasciato a risplendere nell'aria.


22/05/26

Poesia del giorno: "Assillo"

 



assillo

 

 

dimenandosi,  i giorni perdono

attrito, lubrificano le corde e le tempeste

svellono i tronchi da terra, si portano via

le inutili danze,  ignorano i resti disinvolti

delle cerchie, delle apparenze, dei contrasti

 

non avevo detto niente

 

stancamente giungerà anche l’armata

inverno, dividerà in due il giorno e la notte

piegherà le assi, scombinerà le folle

radunate ai piedi del patibolo, ogni cosa

raggelerà scurendosi senza senso

 

non avevo detto niente

 

questo silenzio cadrà come una tomba

invecchiata dai secoli, sfaldandosi

tornerà all’origine, troverà l’uscita

niente agosto, niente primavera

nulla in mundo pax sincera.

 

 © - riproduzione riservata. Tratta da Fabrizio Falconi, Nessun pensiero conosce l'amore, Interno Poesia, Latiano, 2018, p. 77. 




07/05/26

"L'onda lunga della notte" (da "Il respiro di oggi" di Fabrizio Falconi)




Non resta da fare altro 
alla pioggia che piegare 
le grandi dita delle palme
spargere al vento il rosso 
dei datteri. 

Bruna la terra, e verde di rospi, 
significante il giorno prima del vespro,
prima che l’onda lunga della notte
ricopra d’ogni ombra il frutto 
di una attesa

e l’illusione perisca 
come ogni aurora prima dell’alba
come i sogni dell’ora
singolare 
che inganna e non sfama. 

Al passo vanno e vengono
i dolori scardinati dell’esistenza,
s’agitano per poco, 
colorano di festa un giorno nuovo 
prima di andarsene, prima che piova, di nuovo.


(C) riproduzione riservata - tratta da Fabrizio Falconi, "Il respiro di oggi", Terre Sommerse, Roma, 2009. 



25/12/25

CERCARE IL BIANCO NELLE COSE SCURE - Un nuovo scopo


In una recente intervista, il premio Nobel per la letteratura 2024 Han Kang, dice qualcosa di notevole: “in questi giorni quando osservo delle ombre sul muro o il sole che batte vicino alle ombre penso che anche quello è bianco. Cerco il bianco nelle cose scure.”

E al bianco, o meglio, alla ricerca del bianco infatti, la scrittrice coreana ha dedicato il suo ultimo libro: Il libro bianco (Adelphi, 2025).

Nel suo romanzo c’è Varsavia distrutta da Hitler, c’è il dolore, ci sono le cicatrici personali. Ma c’è anche una candela accesa in una stanza gelata, per far danzare le ombre.

Ho avvertito quanto ci sia di propizio in questo. Cos’è del resto che facciamo tutti noi? Cos’è il racconto dell’umilissima natività occidentale - innestatosi sui miti arcaici del solstizio invernale - se non la speranza da sempre alimentata di qualcosa di chiaro che rinasce dal cuore più cupo dell’oscuro, quando - come in ogni ciclo annuale - la luce sembra destinata a estinguersi del tutto?

Tutti noi celebriamo il nostro sol invictus e non lo facciamo soltanto in questi giorni inutilmente chiassosi.

Lo facciamo perché è il nostro modo di stare al mondo.

Se fossimo solamente sopraffatti dall’oscurità, se - oltrepassata la linea d’Ombra - non vi fosse altro che l’orrore del comandante Kurtz; se Rust - dopo aver ucciso il mostro a prezzo quasi della propria vita - (True Detective stagione 1) non fosse convinto che “la luce stia vincendo”, nonostante tutta quella oscurità feroce là fuori; se Isaac Newton non avesse dimostrato che il bianco è dato dalla “combinazione di tutti i colori”, mentre il nero, anch’esso senza tinta, è dato dalla sintesi sottrattiva di tutti i colori dello spettro visibile (cioè “assenza di colore”); se le moderne teorie cosmologiche non avessero ipotizzato un destino impensabile (i cosidetti wormholes) anche per i buchi neri dell’Universo, gli oggetti più oscuri esistenti e concepibili, allora, se tutto questo non fosse vero, non resterebbe altro da dire a riguardo dell’impero dell’oscurità, dominante su ogni cosa visibile e invisibile (e quindi anche sul nostro fato mortale).

Invece gli umani a quanto pare non rinunciano mai a “cercare il bianco nelle cose scure” (è forse un vizio o un archetipo che viaggia con noi dalla notte dei tempi?).

Mi vengono in mente quelle foto scattate nel ranch di Roxbury, nel Connecticut, due ore da New York, che ritraggono Arthur Miller e Marilyn Monroe, dopo il loro matrimonio del 1956. Il ranch che Miller aveva comperato per lei e dove sperava riuscissero entrambi ad allontanarsi dalle proprie cruciali ombre.

Miller si dice fosse ossessionato dal bianco e queste famose foto sembrano dimostrarlo. Marilyn è vestita tutta di bianco, come una sposa o una vestale. Suo marito la osserva, tocca la sua pelle bianchissima con prudenza, come fosse un sogno materializzatosi, una visione di luce incarnata, fragile ed eterea, non di questo mondo.

Invece anche questo sarà un matrimonio molto reale, molto concreto, pieno di oscurità. Marilyn voleva un figlio da Miller, ma lei non riusciva a portare avanti le gravidanze. Dodici o quattordici aborti, nella sua intera vita, sembra. In parte dovuti all’endometriosi della quale soffriva.

Appena cinque anni dura il matrimonio: il divorzio arriva appena 19 mesi prima della morte di Marilyn, sopraffatta dalla depressione, dalle delusioni, dall’alcool e dagli psicofarmaci.

Miller, com’è noto, non andò al funerale. Contrariamente a quel che si potrebbe pensare, un indice di quanto gli costasse separarsi definitivamente da tutto quel bianco.

Ma quella “creatura fuori dell’ordinario” (come la definì Miller) continuò a produrre luce anche dopo la sua sfioritura terrestre.

Perché solo la vera poesia, a quanto pare, sa scovare il bianco anche nell’oscurità più disarmante. L’amore ne è un corredo, anche quando non ha speranze.

Perché il bianco può essere scorto soltanto con l’attenzione. E l’attenzione - o la cura - sono soltanto di chi ama.

Quando il poeta-contadino Sergej Esenin ritorna al suo villaggio, nel 1921, tre anni dopo la rivoluzione d’Ottobre, da disertore è già un noto poeta, anche se a Pietrogrado lo hanno snobbato quando lo hanno visto arrivare. Nei circoli intellettuali, lui era una sorta di bifolco. Seppure di bellezza stupefacente.

Al ritorno a casa si incontra con Anna Snègina, una giovane intellettuale, figlia del feudatario del luogo, sposata con un ufficiale. Sergej e Anna, coetanei, si sono amati da adolescenti. Ora Borja, il marito di Anna, è morto, ucciso dai contadini per l’esproprio delle terre. I due, Sergej e Anna, potrebbero ritrovarsi. E così è: si ritrovano e si riamano, ma non possono restare insieme, perché c’è stato troppo dolore.

Esenin che sta raccontando la sua vera storia, ha dato alla donna un nome inventato, che parla di bianco. Snégina viene da sneg, cioè neve: in esso è quasi l’immagine della fanciulla - ciliegio selvatico, quella che è “come la neve chiara e lucente.”

Anna, una donna accorta e sensuale, il cui nome delicato e niveo non è semplicemente un nome: in esso è celata l’immagine della fanciulla in bianca mantellina che diventa simbolo non solo della giovinezza perenne, ma anche di quella Russia celeste di un tempo, che se ne va per sempre. (1).

Immagine destinata a permanere e sopravvivere come fa il bianco, quando viene riconosciuto nell’oscurità:

Lontani, cari anni!… / Quell’immagine in me non s’è spenta.

Tutti noi, in quegli anni abbiamo amato,/ ma certo,/ hanno amato anche noi.

  1. I.De Luca, Anna Snegina, Einaudi, 1976, p.57  




21/05/25

POETICA-MENTE ! - Secondo Incontro Domenica 25 maggio ore 18,30

 



Si svolgerà domenica prossima, 25 maggio 2025 alle ore 18,30 presso la Libreria Eli di Roma, Viale Somalia 50/A, il secondo incontro di Poetica-Mente!, confronto trans-generazionale sui temi della poesia, incentrato stavolta sui testi di canzoni di ieri e di oggi, sulla loro rilevanza poetica, e sulle differenze di scritture, di espressione e di fruizione.

Si ascolteranno canzoni, si discuterà insieme. E tutti saranno benvenuti!




30/03/25

POETICA-MENTE! - Sabato 12 aprile alle ore 18 alla Libreria Eli di Roma

 Primo incontro gratuito, aperto a tutti, sul tema della poesia nel confronto tra generazioni.

Moderano e conducono l’incontro con letture di testi propri e di grandi poeti:

Matteo Falconi

Fabrizio Falconi

LIBRERIA ELI 


15/03/25

"Preparare la partenza"







Preparare la partenza 


Nel sogno sto sempre a preparare la roba 

e ogni cosa mi scappa e mi fa piangere: 

è come se si nascondesse. Ma ce n’è così tanta!

E a me non andrebbe di partire, di perdere

la tenerezza, il gioco della pelle e della bocca

della bella schiena e delle pieghe, mi volto

e mi ripiego in cerca di una spilla, di un guscio

o una moneta.

Ma che t’importa di uno spillo?

E cosa ti mette angoscia, cosa malinconia?

Il desiderio terrestre non dovrebbe appartenere

al sogno; nemmeno lì puoi volare a distesa, 

sempre qualcosa ti trattiene,

la tua roba che non è mai stata tua

la bocca che non è mai stata tua

lo spillo, il passaporto

la vecchiaia, la giovinezza

la rovina di un passaggio che non puoi

tramutare

in fretta d’andare. 


Fabrizio Falconi - 2025 (inedito ©)


17/10/24

"Il Mare dei Poeti" di Raoul Precht - Castelporziano 1979 un romanzo per chi c'era e per chi non c'era.

 



Il mare dei poeti non è solo quello delle Cinque Terre. In questo caso, è quello quasi giallognolo, nobilmente calmo del litorale laziale, a due passi dal luogo dove il Tevere, il fiume dove tutto ha avuto inizio, va a morire: Castelporziano 1979

Basta un nome e una data per evocare un mondo. Per chi c'era e per chi non c'era. Su quel pezzo di litorale, tra Fiumicino e Pomezia, dal 28 al 30 giugno del 1979, su un palco approntato per l'occasione, vennero chiamati a raccolta tra le dune di sabbia da Franco Cordelli, Simone Carella e Ulisse Benedetti, decine di poeti italiani e stranieri per il primo (e unico!) Festival Internazionale dei poeti

Simbolo di una stagione non facilmente dimenticabile nella storia recente della Capitale, per merito dell'assessorato alla cultura del Comune di Roma, guidato allora da Renato Nicolini. 

Vi parteciparono alcune tra le maggiori personalità poetiche del tempo, tra cui si ricordano in ordine sparso: Dario Bellezza, Milo De Angelis, Fernanda Pivano, Amelia Rosselli, Maria Luisa Spaziani, Valentino Zeichen, William Burroughs, Gregory Corso, Evgenij Evtušenko, Erich Fried, John Giorno, Lawrence Ferlinghetti, Allen Ginsberg e molti altri. 

Il Festival divenne un vero "evento" (quando questa parola aveva ancora un significato), grazie alla partecipazione popolare che andò oltre ogni previsione e che trasformò il Festival in un happening di sapore  "woodstockiano" (in Italia certamente il più vicino allo spirito di quello). 

In quel mese di giugno del 1979, su quella spiaggia sulla quale è stato allestito un gigantesco e spoglio palco, proprio sulla riva del mare, si ritrova catapultato il protagonista di questo romanzo, il diciannovenne brillante studioso di letteratura germanica, il quale è chiamato a  tradurre "in presa diretta" le poesie che in quella affollatissima tre-giorni di reading leggeranno quattro poeti tedeschi "laureati": Erich Fried, Gerald Bisinger, Volker von Törne e Johannes Schenk.

Il romanzo, scritto interamente in prima persona e in forma di memoriale "torrenziale", come un vero flusso di coscienza, ricostruisce la vita e la leggenda di quei tre giorni, mettendo in scena le aspettative, le ansie i dubbi e le scoperte del giovane se stesso osservate con "il senno di poi" alla luce di quello che Precht è diventato poi (scrittore e traduttore) e dei destini dei quattro poeti incontrati in quella piccola epopea (e tutti e quattro passati ormai a miglior vita), imbastendo un delicato e potente caleidoscopio che apre continue prospettive tra vissuto e presente, memoria personale, nostalgia, riflessioni di quell'ultima epoca - almeno finora - in cui la poesia è stata capace, in Italia, di muovere masse, coinvolgendole in un evento nuovo e singolare, espressione palpitante di una esperienza che già volgeva al termine: quella della parola condivisa, declamata - anche duramente contestata - comunque divenuta sostanza vitale. 

Una esperienza iniziatica per il giovane scrittore di belle speranze, esperienza formativa accelerata, incontro destinico che chiede di essere rielaborato in nuova forma, quarantacinque anni dopo. 

Un romanzo completamente atipico, sorprendente, che trasporta in un mondo di ieri che trasmette ancora lampi di energia, come una stella lontana, non ancora spenta. Perché la poesia ha vite insospettabili, anche quando la si crede e la si prega morta.

Fabrizio Falconi

02/08/24

22/07/24

Un'immortale poesia di E. E. Cummings: "Il tuo più tenue sguardo"

 


Il tuo più tenue sguardo

facilmente mi aprirà
benché abbia chiuso me stessa
come dita
sempre mi apri petalo per petalo
come la primavera fa
toccando accortamente
misteriosamente la sua
prima rosa
e io non so quello che c’è
in te che chiude e apre
solo qualcosa in me
comprende che è più
profonda la luce dei tuoi
occhi di tutte le rose.
Nessuno… neanche
la pioggia ha…
Così piccole mani.

Edward Estlin Cummings

09/07/23

La Poesia della Domenica: "Baccano"




Baccano


E non è vero che Floki non sappia

morire: che ne sanno le anime

                                     del pandemonio?

Lui sente, come senziente, la sua vita

minacciata ad ogni istante e il pericolo

                                    è già morte;

come tutti si prostrano prima

di chiudere gli occhi, al dio del non-senso,

Floki invece abbaia e guaisce, si tiene

stretto a quello che viene, il suo chiasso

è la porta del paradiso; nessuno 

del resto lo sa: che la vita vera finisce 

senza finire                   in un baccano.


Fabrizio Falconi - 2023

(foto Elliot Erwitt)

  

13/02/23

Poesia del Giorno: "L'ape d'oro"




L’ape d’oro 


Non può entrare nessuno nel reticolo 
dei sensi, dove l’ape d’oro costruisce
il suo ricciolo di delizia e di pathos,
esci al mattino dimenticando gli stivali, 
crei disordine con le tue mani
mentre la pioggia è così silenziosa
così vera ed essenziale, 
e non deciderà di smettere finché
il sole non verrà deposto dalla sua 
culla misteriosa, torni a casa
bagnato con l’acqua nelle tasche
e i piedi imbalsamati, ascolti
qualcosa nel fango che gorgoglia:
non puoi dire che non c’è senso
solo perché non è il senso che vuoi tu.



Fabrizio Falconi - 2022

15/01/23

Poesia della domenica - "Amore e amicizia" di Emily Bronte



Amore e amicizia 


Amore è come una rosacanina,
amicizia è un agrifoglio.
E' bruno l'agrifoglio quando la rosa è in boccio
ma chi dei due verdeggerà più a lungo?
La rosa selvaggia è dolce in primavera,
i suoi fiori profumano l'estate,
ma aspetta che l'inverno ricompaia
e chi loderà la bellezza del rovo?
Sdegna la fatua corona di rose
e vestiti di lucido agrifoglio,
perché Dicembre che sfiora la tua fronte
ti lasci ancora una verde ghirlanda.


---

Love and friendship


Love is like the wild rose-briar,
Friendship like the holly-tree
The holly is dark when the rose-briar blooms
But which will bloom most constantly?
The wild-rose briar is sweet in the spring,
Its summer blossoms scent the air;
Yet wait till winter comes again
And who will call the wild-briar fair?
Then scorn the silly rose-wreath now
And deck thee with the holly's sheen,
That when December blights thy brow
He may still leave thy garland green.



tratta da: EMILY BRONTE - POESIE - a cura di Ginevra Bompiani - Einaudi Poesia, 1971