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16/02/26

La vera storia di Ilia Malinin, il "Dio del ghiaccio" o meglio l'Angelo caduto.

 


tratto da Vogue italiano: Ilia Malinin stasera riscrive la storia 

Ilia Malinin:

«L'unica vera saggezza è sapere di non sapere nulla. Il perduto è nell'ignoto. Abbraccia la tempesta. Sei qualcosa, ma non niente. Il passato non è una catena ma un filo: tiralo, e potrebbe riportarti a casa. Inizia dove la luce non arriva più, dove nessun sentiero è stato ancora tracciato»

Da queste parole comincia il nostro viaggio a ritroso per capire chi è il “Quad God”, soprannome che deve alla capacità di eseguire l'impossibile sul ghiaccio, partendo da una bisnonna, una fede nuziale, e un sacrificio che attraversa tre generazioni, tre continenti e arriva fino a Milano. 

L'anello venduto in Siberia in cambio dei pattini 

Novosibirsk, Siberia, anni Settanta. L'Unione Sovietica è un paese grigio acciaio, dove il superfluo non esiste e ogni copeco si spende con fatica. In una città della Siberia occidentale, una donna, la bisnonna di Ilia, prende una decisione che cambia il destino della sua famiglia. Si sfila la fede nuziale, l'unico oggetto prezioso che possiede e la vende per comprare un paio di pattini da ghiaccio alla nipote, Tatiana.

Quella bambina era la mamma di Ilia, figlia a sua volta di una ginnasta e di un pattinatore, aveva qualcosa di speciale e forse quei pattini potevano rappresentare la via per un futuro diverso. 

E così è stato: cinquant'anni dopo Ilia Malinin ha parlato di quel gesto con la voce spezzata: «Mi ha fatto sciogliere il cuore, molte volte i miei genitori dicono che dovrei essere grato di tutto, guardandomi penso che sono viziato». 

Da quell'anello, simbolo di un matrimonio nell'era sovietica è nato tutto: la carriera di Tatiana, il suo incontro con Roman, e infine il ragazzo che a Milano, potrebbe trasformarlo in un oro olimpico

Il nome che risuona al palazzetto milanese è Malinin, ma non è quello del padre. Ilia porta il cognome della madre, Tatiana Malinina, nella forma maschile russa. 

Il motivo? «Nessuno sapeva pronunciare il cognome di mio padre in America» ha spiegato Ilia. Skorniakov è effettivamente una sfida fonetica ma "Malina" in russo significa lampone, e Ilia ha voluto rendere omaggio alle sue radici con un esercizio tecnico che ha chiamato “Raspberry Twist”, un ingresso coreografico unico in cui usa un movimento a farfalla per lanciarsi in aria prima di eseguire una torsione laterale. 

Prima di diventare “Quad God” Ilia era conosciuto sui social con un altro soprannome: “Lutzboy”. Lo aveva scelto in onore della madre, famosa per il suo triplo lutz. Era un ragazzino che cresceva in un palazzetto in Virginia, dove i genitori allenavano, e che pattinava per gioco, ascoltando la musica che gli piaceva. 

«Quando è nato, abbiamo pensato, 'Oh no, non diventerà un pattinatore, troppo tempo, dedizione, sacrifici e lavoro durissimo, volevamo che vivesse una vita diversa dalla nostra», ha raccontato Tatiana in un'intervista. 

Ma il ghiaccio chiamava e il nonno Valeri, che di mestiere faceva l'allenatore a Novosibirsk e portava il piccolo al palazzetto, disse una frase profetica: «Aspettate che riesca a fare i tripli salti. Poi non riuscirete più a trascinarlo via». 

La saga della famiglia Malinin è un atlante geopolitico del pattinaggio post-sovietico. Tatiana Malinina nasce nel 1973 a Novosibirsk, in Siberia, da una famiglia di sportivi: la madre ginnasta, il padre pattinatore . Quando è ancora adolescente, la famiglia si trasferisce a Tashkent, in Uzbekistan . Lì Tatiana diventa una leggenda: dieci titoli nazionali consecutivi (1993-2002), la prima campionessa nella storia dei Four Continents nel 1999, e una vittoria nella Finale di Grand Prix dove batte niente meno che Irina Slutskaya, monumento del pattinaggio sovietico.

Alle Olimpiadi di Nagano 1998 arriva ottava, nel 2002, a Salt Lake City, pronta per il riscatto, l'influenza la costringe al ritiro dopo il programma corto. 

Roman Skorniakov, nato nel 1976 a Sverdlovsk (oggi Ekaterinburg), segue un percorso simile: pattinatore per la Russia prima di passare all'Uzbekistan nel 1996, sette titoli nazionali uzbeki, due Olimpiadi. 

I due si sposarono nel gennaio 2000 e, nell'autunno del 1998, avevano già compiuto il grande salto, il trasferimento in America, a Dale City, in Virginia, alla ricerca di migliori condizioni di allenamento . 

Nel marzo 2025, Tatiana e Roman hanno ricevuto il Best Coach Award agli ISU Skating Awards, il riconoscimento più prestigioso per un allenatore di pattinaggio. Elli Beatrice: la sorellina dal nome italiano Dieci anni dopo Ilia, nel 2014, nasce la secondogenita, Elli Beatrice, da tutti soprannominata Liza, anche lei pattinatrice, anche lei promessa del ghiaccio. 

Agli U.S. Eastern Sectionals del 2025, categoria juvenile girls, si è piazzata 17ª, un risultato già notevole per una bambina di 10 anni. Ilia ha ammesso: «A nove anni era già più brava di me». Ma perché si chiama Elli Beatrice? Due nomi italiani per una famiglia russa-uzbeka-americana. Probabilmente è un omaggio alla cultura italiana, ma né Ilia né i genitori hanno mai rivelato pubblicamente il motivo di quella scelta.

Se c'è una cosa che Ilia ama quanto il ghiaccio, sono i suoi due gatti Ragdoll: Mysti e Miu Miu, che lui chiama affettuosamente Quadcats”, un soprannome collettivo che gioca sul suo nickname. Glieli ha regalati la madre dopo la vittoria del secondo campionato mondiale, e da allora sono diventati i compagni di decompressione. Dopo l'oro olimpico nel Team Event, ha pubblicato una foto su Instagram di Mysti con la medaglia al collo, scrivendo: «Grazie a tutti per il supporto, soprattutto a questo speciale sostenitore: Mysti». 

Ilia racconta: Sono molto caotici, corrono in giro a mezzanotte mentre cerco di dormire. Saltano nella mia stanza, sul letto, su tutto e sono geloso del fatto che mia sorella riceva più attenzione di quanta ne riceva io». Anche i Quadcats, dunque, puntano su Liza. 

Se i genitori di Ilia sono le fondamenta tecniche, i salti, la disciplina, la resistenza, Max Hamilton è l'architetto che ha disegnato l'estetica. Ex pattinatore, coreografo e allenatore con esperienza in Disney on Ice, ha trasformato Ilia Malinin da prodigio atletico a performer completo. È lui che ha coreografato "Succession", il programma libero che ha portato Ilia alla vittoria del Mondiale 2024, e "I'm Not a Vampire", tra gli altri. Il suo lavoro è stato fondamentale per colmare il divario tra la parte tecnica e quella artistica. 

Hamilton lavora in stretta sinergia con i genitori: «È come una famiglia allargata» ha spiegato Ilia, «ognuno ha un ruolo ben definito e insostituibile». 

Per le Olimpiadi 2026, il testimone coreografico è passato a Shae-Lynn Bourne per "A Voice", ma Max Hamilton rimane una presenza costante e una guida fondamentale. 

Sul ghiaccio insime a Ilia Malinin c'è una bisnonna che vendette il suo anello più prezioso, c'è un nonno che sapeva guardare lontano, ci sono due genitori olimpionici che hanno sacrificato tutto e ci sarà una sorellina che ha qualcosa di italiano. E forse, ora che sappiamo la sua storia, quando la sua voce registrata dirà: “Il passato non è una catena ma un filo: tiralo, e potrebbe riportarti a casa”, capiremo qualcosa di più. 

31/07/24

Lo Spirito olimpico è morto.

 


Seguo ormai poco le Olimpiadi, a parte l'Atletica leggera che guarderò tutta.

Mi sembra che, nonostante l'inutile prosopopea macroniana, ormai sia stato del tutto calpestato e cancellato dai Giochi lo spirito olimpico.
Mi allontana l'insopportabile retorica patriottarda dei telecronisti, per cui ogni medaglia d'oro vinta da un italiano, anche nel tiro al piattello, è "leggenda", "eroica", "trionfale", è una "impresa" da consegnare agli Annales di Tacito.
Mi allontana il totale tradimento dello spirito decoubertiano per il quale la vera vittoria che conta a una olimpiade è quella del partecipare. Qui invece conta solo l'oro, se arrivi secondo o terzo sei uno sconfitto, se arrivi quarto sei un pezzente.
Mi allontana il marketing che ha fagocitato da tempo ogni ideale olimpico: gli atleti sono tutti professionisti pagati a peso d'oro [è il caso di dire] dai comitati olimpici nazionali e dalla manna dorata degli sponsor.
Mi allontana che ogni medaglia d'oro sia pagata, in Italia, 220.000 euro, e in proporzione l'argento e il bronzo: tra le più alte tariffe in assoluto stabilite dalle federazioni olimpiche di tutti i paesi del mondo, anche se ci sono ancora paesi virtuosi come la Norvegia che si rifiutano di monetizzare le medaglie olimpiche e prevedono un compenso pari a zero euro.
Mi allontanano le scelte della programmazione televisiva nazionale che ignorando del tutto la bellezza dello e degli sport e la differenza qualitativa delle diverse competizioni, privilegia sempre e comunque il seguire la gara dove c'è un compatriota. Se ce n'è uno che sta facendo i sedicesimi nel Badminton, si segue lui anche se c'è Simone Biles che sta facendo un esercizio spaziale a corpo libero.
Mi allontana infine il vittimismo complottistico quando non si vince o si sfiora una medaglia, come a una banale partita di campionato italiano dove c'è l'arbitro cornuto.
Insomma, questo è, almeno per me, ahimé.

Fabrizio Falconi - 2024

05/09/20

5 Settembre 1960 - 60 anni fa a Roma nasceva il mito di Cassius Clay/Mohammed Alì, il più grande



Cinque settembre 1960, la nascita di un mito universale

Anche se un giornalista locale, vedendo in azione Cassius Clay durante quell'Olimpiade romana, disse avventatamente "io quel negretto li' lo vedo male". Una caduta di tono, peraltro bilanciata dalla previsione di Sport Illustrated ("Clay e' il miglior candidato per una medaglia d'oro americana") e smentita da quel match per l'alloro dei mediomassimi in cui il 18enne statunitense, che due anni prima aveva annunciato che avrebbe vinto ai Giochi e gia' strafottente e sfrontato, alle parole fece seguire i fatti e sul ring distrusse il polacco Zbigniew Pietrzykowski. 

Questi, 'dilettante di Stato', aveva dieci anni piu' del rivale e ai Giochi si era gia' preso il bronzo nel '56 a Melbourne. Aveva anche vinto tre volte l'oro agli Europei e in semifinale a Roma aveva battuto l'azzurro Giulio Saraudi, ma contro Clay non ci fu nulla da fare. 

Dopo una prima ripresa equilibrata, il mancino Pietrzykowski venne annientato: uno sul quadrato 'scherzava' col destro e faceva il doppio passo, l'altro perdeva sangue dalla bocca e dal naso, e alla fine del terzo round il verdetto fu unanime. 

 All'Olimpiade romana il giovanissimo Clay era arrivato battendo nei Trials americani Henry Hooper per ko, Fred Lewis ai punti e Allen Hudson per ko, ma soprattutto il rivale piu' insidioso: la paura di volare.

Lo racconto' lui stesso: dopo aver fatto tanto, stava per rinunciare proprio perche' non se la sentiva di prendere l'aereo, e i dirigenti di Team Usa dovettero sudare sette camicie per fargli capire che non era il caso di viaggiare verso l'Italia in nave.

Continuava a ripetere che "se Dio avesse voluto farci volare, ci avrebbe fatto le ali" e lo imbarcarono sul volo per Roma quasi a forza. 

Nella sua autobiografia Clay racconta che "viaggiai indossando un paracadute che avevo comprato a un svendita militare, col cavo stretto in pugno: ero pronto a lanciarmi se l'aereo avesse cominciato ad agitarsi". 

 Alla fine arrivo' e in breve divenne uno dei 'sindaci' del Villaggio Olimpico, non smettendola mai di parlare: stringeva decine di mani, si presentava dicendo che avrebbe vinto l'oro, parlava in continuazione e nei primi giorni al Villaggio aveva gia' posato per foto ricordo con una trentina delegazioni e firmato centinaia di autografi

Quando usciva, lo faceva con altri pugili e con un gruppo di quelli dell'atletica, fra i quali una ragazza, anzi una 'gazzella', per la quale sembra che avesse preso una cotta: la sprinter Wilma Rudolph, ventesima di 22 fratelli e altra stella di quelle Olimpiadi. 

Ma lei gli preferi' l'azzurro Livio Berruti, e poi Eduard Crook junior, un altro pugile, con il quale si sarebbe sposata. 

Del giovane Clay in libera uscita qualcuno a Roma ancora ricorda che cercava delle t shirt con l'immagine del Colosseo in un bar-souvenir shop dalle parti di piazza Venezia. 

Nel villaggio Olimpico viveva con gli altri nelle stanze con letti a castello della delegazione Usa. Clay racconta nella sua biografia che prima di allora non aveva mai visto un bidet e la prima volta, li' a Roma, lo aveva scambiato per una fontanella. 

Si era meravigliato, poi aveva cercato di bere.

McClure, con cui divideva la camera, non aveva piu' smesso di ridere. Dopo la vittoria del 5 settembre non si toglieva mai la medaglia d'oro dal collo, nemmeno quando andava a dormire. Rimase al villaggio, incontro' il campione del mondo dei massimi Floyd Patterson, in visita di cortesia, e promise a se stesso che un giorno lo avrebbe battuto. 

Poi avendo gia' a quei tempi inclinazioni letterarie scrisse la sua prima poesia: "il mio scopo e' rendere l'America piu' grande, quindi ho battuto i russi (Gennady Shatkov , nei quarti n.d.r.) e i polacchi, e ho vinto la medaglia d'oro per gli Usa. Gli italiani mi hanno detto 'sei piu' grande dell'antico Cassio. Ci piace il tuo nome e come ti batti, se vorrai Roma sara' la tua casa. Io risposi che apprezzavo ma che gli Usa sono ancora il mio paese". 

Che poi lo tradi', rendendolo l'uomo capace di gettare la sua medaglia olimpica "che non perdevo d'occhio neanche per un momento", nel fiume quando, tornato a casa, gli impedirono di entrare in un bar perche' di colore. Penso' che a Roma, dove quel 5 settembre il mondo si accorse di lui, non gli sarebbe successo e comincio' a diventare The Greatest. 

07/04/08

Il Sacro Fuoco di Olimpia e le contestazioni.


Fa una gran tristezza assistere in questi giorni a quel che avviene al passaggio della sacra fiaccola olimpica, in viaggio verso Pechino: contestazioni ovunque, a Londra tentativi di spegnimento con l'estintore, da ultimo a Parigi le autorità costrette a caricare la fiaccola a bordo di un pullmino, per oltrepassare i gruppi di protesta.

Protesta sacrosanta, sia bene inteso.

Come sarebbe possibile non indignarsi per quello che sta accadendo in Tibet in questi giorni ?

Ma la tristezza assale ugualmente, pensando a quel che dovrebbero essere i Giochi Olimpici, a quel che rappresentano simbolicamente, all'ideale perduto di uguaglianza, fraternità tra i popoli, amicizia, pace.

Che è rimasto di questi ideali, nel mondo ?

Stiamo vivendo, mi sembra, tempi sempre più difficili, contrassegnati da una evidente schizofrenia degli uomini, specie in Occidente:

un Occidente che pensa da pessimista e vive da ottimista. Crede che la vita sia brutta e che tutto finisca con la morte, che nulla abbia senso, che siamo solo un insieme di molecole in movimento e materia in disgregazione; ma pretende di vivere allegramente circondandosi di benessere economico, salutismo, diavolerie tecnologiche, divertimenti, distrazioni.

Come è possibile non diventare schizofrenici, vivendo e pensando in questo modo ?

E' chiaro che anche il simbolo Olimpico sia vissuto - allo stesso modo, oggi.

Da una parte si pensa tutto il peggio possibile di questa fiamma Olimpica che potrebbe rappresentare e rappresenta, la legittimazione del potere di Pechino. Dall'altra vorremmo tutti goderci lo spettacolo sano dei Giochi, vissuti come momento di competizione, di svago e anche - in Italia soprattutto - di vanto nazionale.

Come se ne esce ? Non se ne esce.