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20/10/26

"L'immedicabile disparità", un nuovo affascinante saggio di Raoul Precht sul teatro di Pier Paolo Pasolini

 


Ecco un libro importante, appena uscito, dal titolo apparentemente ostico, che apre però, dopo la sua comprensione, come sempre accade nel linguaggio usato da Pier Paolo Pasolini, squarci di complessità. 

Si tratta del saggio di Raoul Precht, L'immedicabile disparità. Padri e figli nel teatro di Pasolini edito dalla casa romana Bordeaux.  

Il saggio indaga un ambito cruciale ma molto poco conosciuto ed esplorato dell'opera di Pier Paolo Pasolini, ovvero il suo "teatro di parola" analizzato attraverso la lente interpretativa del corto circuito relazionale, ideologico ed esistenziale tra i padri e i figli, un tema cruciale in Pasolini.

Attraverso una rilettura puntuale delle sei tragedie pasoliniane (tra cui Affabulazione, Calderón, Pilade, Orgia), Precht mette in luce la frattura generazionale approfondita da Pasolini tra gli anni Sessanta e Settanta. 

La "disparità" citata nel titolo è la distanza incolmabile e "immedicabile" tra l'autorità patriarcale (incarnazione del potere borghese, del Capitale e delle istituzioni) e i figli (schiacciati tra omologazione consumistica, alienazione e tentativi fallimentari di rivolta). 

Quella che Precht mette in opera è una rivalutazione del Pasolini drammaturgo restituito a** un  ruolo non marginale rispetto alla narrativa (Ragazzi di vita) e al cinema, e anzi centrale come modalità privilegiata di sperimentazione formale e contestazione teorica. 

Precht collega il linguaggio simbolico e tragico delle pièces alle battaglie pubblicistiche degli Scritti corsari e delle Lettere luterane. 

Viene qui sviscerato il mito edipico e la trasfigurazione della figura paterna, letta non solo sul piano biografico/biologico, ma come simbolo del Potere, dello Stato e della Tradizione, un'analisi che torna particolarmente attuale oggi in anni di  evaporazione della figura del Padre.

Nel teatro di Pasolini il conflitto generazionale è tragico, frontale e violento, mentre nella società contemporanea assistiamo spesso al fenomeno opposto: una perdita di autorevolezza e un'assenza di conflitto, con padri che tendono ad assimilarsi ai figli o ad azzerare le distanze.  

Il saggio invita a chiedersi se la categoria pasoliniana della "disparità" conservi una capacità ermeneutica verso il presente. Se la distanza tragica viene anestetizzata dall'omologazione e dal consumismo, il dramma pasoliniano rischia di apparire come la testimonianza di una stagione storica e culturale ormai tramontata più che un modello interpretativo attuale. 

In particolare la posizione di Pasolini nei confronti dei movimenti studenteschi del '68, notoriamente complessa e provocatoria è sintomo della complessità del teatro politico pasoliniano affrontata da Precht con riflessi  sulla sua ambivalenza politica di Pasolini  e sugli aspetti più problematici della sua opera, che guarda alle figure del mito tragico. 

Pasolini definiva la propria drammaturgia un "teatro di parola", pensato prioritariamente per l'ascolto e la riflessione concettuale. Precht privilegia qui la dimensione esegetica, filosofica e letteraria. Resta aperto il confronto con la critica propriamente teatrale: fino a che punto questi drammi, estremamente densi sul piano teorico, riescono a tradursi in un'efficace tenuta drammaturgica e scenica senza risultare farraginosi nella rappresentazione reale? 

Di certo la centralità accordata al binomio Padre-Figlio pone in secondo piano nel teatro di Pasolini l'altro grande polo del suo immaginario: il legame viscerale e mitico con la Madre. 

Ci si può interrogare se l'assolutizzazione del dramma patriarcale lasci sufficiente spazio all'analisi delle figure femminili presenti nel teatro (come la Rosa di Calderón o la Donna di Orgia), verifcando se esse agiscano da soggetti autonomi o solo in funzione del conflitto maschile.

Una lettura quanto mai istruttiva, direttaa non soltanto ai lettori interessati all'analisi delle dinamiche dell'autorità e dei conflitti generazionali.

Fabrizio Falconi

29/01/24

"Quintetto Romano" - cinque racconti di Raoul Precht che diventano un romanzo (su Roma)

 




"Roma assegna a ciascuno il proprio posto", così scriveva Ludwig Feuerbach, uno dei tanti uomini illustri stregati dalla magia di Roma, quando gli capitò di visitarla. 

E' qualcosa che viene in mente quando si legge il nuovo libro di Raoul Precht, uno dei più interessanti autori italiani (anche se vive in Lussemburgo), recentemente finalista al Premio Comisso, con il suo Stefan Zweig - L'anno in cui tutto cambiò (Bottega Errante, 2023).

Lettore accanito e studioso quasi onnivoro, Precht con questo libro - dalla classificazione piuttosto difficile - sceglie dal mazzo dei suoi autori preferiti (o inseguiti o ammirati), con gusto eterogeneo, cinque grandi, uniti da un fil rouge  "territoriale", ovvero accumunati dalla stessa esperienza di aver attraversato la Città Eterna, di averla visitata, di averci vissuto per qualche tempo o esserci semplicemente capitato per un breve viaggio, e comunque, di esserne stati trasformati, come è successo a tanti, in ogni epoca, prima di loro. 

Questo sottile fil rouge - apparentemente labile - diventa invece consistente durante la lettura perché lo "sguardo emotivo" come direbbe Wim Wenders di questi grandi scrittori, intercetta anche senza volerlo, l'essenza impalpabile di Roma, quella che - faceva notare Georg Simmel - si esprime attraverso l'accostamento "casuale" di cose e resti che come relitti si abbinano insieme, a Roma costituendo qualcosa di nuovo e di diverso rispetto alle parti singole. Qualcosa di quasi organico se è vero, come sottolineava Sigmund Freud (anche lui ammaliato da Roma), che l'Urbe assomiglia ad una entità psichica, dove ad ogni strato, ad ogni epoca, ad ogni livello di rovine, corrisponde un livello psichico, dall'esteriorità del carattere (la superficie, il caos quotidiano) fino all'inconscio più profondo delle catacombe, dei mitrei, delle cavità inesplorate. 

E' dunque un viaggio "dell'anima" quello di cui Precht si fa voce, reinventando (sempre sulla base di rigorosissimi referti "veri", cioè lettere, racconti personali, diari, biografie dei 5 diversi autori) una sorta di "romanzo collettivo" o "a più voci", che nell'ambito di racconti contingenti - le "panzane" di Stendhal sulla sua qualità di testimone del celebre e disastroso incendio di San Paolo fuori le Mura o il seppellimento di un topolino nel prato di Villa Borghese compiuto un giorno da John Cheever - costituiscono un continuum dentro il quale si finisce per abbandonarsi. 

I cinque autori scelti da Precht - ciascuno portatore della sua voce e del suo contributo - sono Stendhal, Nikolaj Gogol, Romain Rolland, Malcom Lowry e John Cheever e l'intervallo di tempo che coprono i loro soggiorni vanno, in ordine cronologico, dal 1823 (quello di Stendhal) al 1956 (quello di Cheever). 

I cinque "racconti" scritti da Precht, tutti senza dialoghi, alcuni in prima persona (Stendhal mediante una lunga lettera "inventata" ma del tutto realistica), altri in terza persona, non hanno però lo scopo di imitare lo stile e la voce degli autori (tranne forse Stendhal per la necessità di dover scrivere una lettera "come avrebbe fatto lui"), quanto di aggiungere una interpretazione, di leggere attraverso la lente di ingrandimento della Città - Roma (che Precht ama (pur odiandola, a volte, come tutti quelli che la amano) e in cui è nato - i mutamenti impercettibili, gli spostamenti interiori, subiti da queste cinque grandi anime, come una sorta di redde rationem delle loro vite. 

Nel primo racconto, dunque, Stendhal scrive una lettera apocrifa alla sua amica Clémentine Curial, descrivendo scene di vita vissuta e popolare, descrivendo l'impressione delle maestose rovine, in particolare di quelle lasciate appunto dall'incendio della Basilica di San Paolo avvenuto nel luglio del 1823; nel secondo racconto Nikolaj Gogol descrive i piaceri culinari della Roma dell'epoca, la sua frequentazione della nutrita comunità russa che lì vive o è di passaggio, le esperienze nei salotti romani dove gli capita di incontrare e di fare conoscenza con Giuseppe Gioacchino Belli; nel terzo racconto Romain Rolland è alle prese con i continui paragoni che Roma gli suscita con Parigi, mentre soggiorna nello splendido Palazzo Farnese grazie alla borsa di studio ricevuta dell’Ambasciata francese; nel quarto racconto, quello relativo a Malcolm Lowry è di scena invece la Roma del dopoguerra, misera e stracciona, che lo scrittore inglese attraversa immerso in una sorta di febbre etilica, come un antesignano del Toby Dammit felliniano; nel quinto racconto, seguiamo invece John Cheever mentre sta cercando di seppellire il cadavere di un topolino, anzi di una topolina bianca a Villa Borghese, compagna di giochi del figlio. E anche per Cheever questa strana peregrinazione finisce per diventare una sorta di bilancio personale della sua vita, dei rapporti che è stato capace di tessere con le persone che ama, con i suoi fallimenti, con le mancanze. 

Insomma, la polifonia che Precht mette in piedi, in questo romanzo lungi dall'essere dissonante, riesce a ricreare proprio quel magico, imprendibile equilibrio caratteristico di Roma, di cui parla Simmel, quello di tenere insieme, accostate le une alle altre cose che sembrano molto diverse, ma che insieme formano qualcosa di nuovo e di diverso. Proprio grazie alla linfa vitale della Città che da tremila anni non fa che produrre - e raccontare - storie. I cinque protagonisti scelti da Precht - e la voce stessa di Precht che li racconta a Roma - sono un nuovo capitolo di un romanzo più grande che non si sa dove sia cominciato e che non è ancora finito. E di cui il libro di Precht è pienamente degno.