Tra le mille e bellissime chiese di Roma, ve n’è
una che ha un nome davvero singolare, che non trova riscontro alcuno nella
storia del cattolicesimo. È dedicata infatti – ed è comunemente indicata così –
ad una Santa che non appare in nessun martirologio e nessun elenco di beati:
Santa Passera.
Chi
era mai costei? E com’è finita ad essere titolare di una chiesa così antica? L’edificio
è in effetti, antichissimo: risale infatti al V secolo d.C. e sorge nel
quartiere Portuense, quasi sull’argine del Tevere, prospetticamente di fronte
alla Basilica di San Paolo fuori le Mura, che è dall’altra parte del fiume. Fu
costruita, secondo gli studi archeologici, su un preesistente mausoleo romano
del II secolo, quando furono qui portati dal lontano Egitto, i resti di due
martiri cristiani, Ciro e Giovanni. Furono proprio loro quindi a dare il titolo
alla chiesa che, nei documenti medievali, è sempre chiamata Sancti Cyri
e Iohannis oppure Abbacyri (derivato da Abbàs Cyrus, ovvero Padre
Ciro), finché soltanto molto più tardi, nel XV secolo, ecco apparire
l’appellativo di Santa Pacera o Passera, in sostituzione di
quello precedente. Nella certa inesistenza di una santa o martire che si sia
mai chiamata in questo modo, gli studiosi hanno ipotizzato che il termine sia
una macchinosa derivazione popolare, con molti passaggi, dal nome Abbacyro,
divenuto Appaciro, e poi Pacero e infine, per assonanza Passera.
Quel
che è certo, al di là di questa ricostruzione etimologica che appare piuttosto
problematica, è che oggi la piccola chiesa, rimasta incastonata nel caotico
quartiere della Magliana, appare ancora nelle sue suggestive forme medievali, a
navata unica e pianta rettangolare, con – al livello sotterraneo – un oratorio
e la cripta che anticamente conteneva le spoglie dei due santi cui era
intitolata.
La suggestione di questo luogo ispirò anche Pier Paolo Pasolini che vi
ambientò una delle scene di uno dei suoi film più apprezzati dalla critica, Uccellacci
e Uccellini, del 1966, con Totò e Ninetto Davoli protagonisti.
Il toponimo di Santa Passera, comunque, che
riuscì a prender piede ed è rimasto a contrassegnare la chiesa per molti
secoli, ha colpito, come era inevitabile, la fantasia popolare romanesca, anche
perché, com’è noto, nel vernacolo romano, la “passera” è associata all’organo
genitale femminile, come insegna il principe dei poeti romani, Giuseppe
Gioachino Belli, che nei suoi 2279 sonetti compilò un fitto catalogo delle
espressioni più popolari a Roma, comprese quelle relative alla sessualità.
Così, ad esempio, ne La madre de le
Sante, del 1832, in
cui enumera tutti i divertenti sinonimi della vagina:
Chi vvò cchiede la monna a Ccaterina,
pe ffasse intenne da la ggente dotta
je toccherebbe a ddí vvurva, vaccina,
e ddà ggiú co la cunna e cco la potta
Ma nnoantri fijjacci de miggnotta
dìmo scella, patacca, passerina,
fessa, spacco, fissura, bbuscia, grotta,
fregna, fica, sciavatta, chitarrina,
sorca, vaschetta, fodero,
frittella,
ciscia, sporta, perucca, varpelosa,
chiavica, gattarola, finestrella,
fischiarola, quer-fatto,
quela-cosa,
urinale, fracoscio, ciumachella,
la-gabbia-der-pipino, e la-bbrodosa.
E ssi vvòi la scimosa,
chi la chiama vergogna, e cchi nnatura,
chi cciufèca, tajjola, e ssepportura.[1]
L’anno
prima, invece, il Belli aveva dedicato un altro sonetto erotico ad una donna
del quartiere, particolarmente procace, A Nina, in cui di nuovo compare
il termine riferito alla passera:
Tra ll’antre tu’ cosette che un cristiano
ce se farebbe scribba e ffariseo,
tienghi, Nina, du’ bbocce e un culiseo,
propio da guarní er letto ar gran Zurtano.
A cchiappe e zzinne, manco in ner
moseo
sc’è robba che tte po arrubbà la mano;
ché ttu, ssenz’agguantajje er palandrano,
sce fascevi appizzà Ggiuseppebbreo.
Io sce vorrebbe franca ’na
scinquina
che nn’addrizzi ppiú ttu ccor fà l’occhietto,
che ll’antre cor mostrà la passerina.
Lo so ppe mmé, cche ppe ttrovà
l’uscello,
s’ho da pisscià, cciaccènno er moccoletto:
e lo vedessi mó, ppare un pistello![2]
