Anche a Roma esistono alberi
centenari com’è il meraviglioso Cedro del Libano, alto più di venti metri che
campeggia al centro di Villa Borghese, proprio di fronte alla Casina dell'Orologio, dove è stato
piantato tra il 1852 e il 1854, prima ancora che fosse costruito l'idrocronometro,
l'orologio ad acqua (da Giovanni Battista Embriaco nel 1873) e prima della
realizzazione del chiosco in legno (opera di Addone Soccorsi nel 1922),
divenuto poi un elegante caffè.
In un pomeriggio di luglio, affaticato dalla canicola implacabile che
Roma sa regalare, riposando sotto questa maestosa pianta, per la prima volta
l'ho osservata. Ero con i miei figli.
Avevamo lasciato il risciò poco distante.
Per un momento un silenzio quasi totale si era impadronito del
viale. I radi turisti boccheggiavano
disfatti sulle panche del chiosco, la giostra dei bambini era ferma, come il raid dei pattinatori a rotelle, particolarmente
intenso in quel punto.
Gabriele e Isabella provarono a circondare il tronco del Cedro,
legandosi le mani, senza riuscirvi.
Abbiamo alzato gli occhi al cielo. I miei erano stupefatti come i loro:
non si riusciva quasi a distinguere il cielo, tanto era fitto e alto l'intrico
dei rami e delle foglie.
Ho pensato a quante volte, inconsapevole, sono passato sotto quelle
fronde. Quante volte il tetto del grande Cedro mi ha ricoperto senza che ne
sapessi niente. Quante volte gli uccelli nascosti tra i rami mi hanno osservato
tra i rami. Quante volte, io bambino, le
foglie d'autunno, staccatesi dolcemente, sono venute a sfiorarmi le spalle.
Più tardi, ripreso il cammino e fatti pochi metri, siamo passati di
fronte all'Obelisco di Antinoo, fatto erigere da Adriano in onore del suo amato
disperso nelle acque del Nilo, per cercare di lenire il proprio dilaniante dolore.
Inevitabilmente ho fatto caso alla diversità di questa ombra: l'ombra
dell'Obelisco, una lama sull'asfalto, lo gnomone affilato di una meridiana,
niente di più.
Nessun calore e nessun riparo era affidato a questo tipo di ombra di
costruzione umana.
C'era poco da scoprire dentro questa ombra, se non i significati
reconditi che il raziocinio umano vi ha trasferito nella ambizione smisurata di
collegarsi al cielo.
L'ombra del Cedro, che mi ero lasciato alle spalle, raccontava invece tutto
il mistero della natura, di cui anche l'anima umana fa parte.
La mia vita e quella di molte altre persone sono custodite dentro quell'ombra
secolare, anche se è molto difficile averne consapevolezza.
In fondo si tratta di questo: le rovine sono piene di ombra e la natura
è piena di ombre. Le ombre ci parlano
più della luce perché contengono misteri e segreti, dei quali siamo soltanto
molto parzialmente coscienti.
L'ombra personale e l'ombra della natura custodiscono il grande tesoro
da esplorare, da cui ripartire, quando tutto sembra perduto.
È un viaggio lungo e faticoso quello che
attraversa la linea d'ombra e il cuore di tenebra. Ma è lì che, come sapevano bene Giovanna e Pier
Paolo, si nasconde la vita più intensamente.
È lì che bisogna indagare se si vuole conoscere.
Uno dei grandi registi contemporanei, David Lynch, per spiegare il suo
cinema pieno di ombre e la sua filosofia ha scritto: «È come quando si vede un iceberg. Noi sappiamo che quello che appare
fuori dall'acqua è solo una parte molto piccola di tutto il resto. Ci sono
persone che mostrano di più e altre di meno. Io sono interessato alle cose
nascoste». (10)
Questo interesse non è – e non dovrebbe mai essere – soltanto compiaciuto
o voyeuristico, come appare consuetudine oggi: attrazione speculativa e
puramente estetica per il morboso e l'occulto.


