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13/05/26

La Chiesa di Roma dedicata a una Santa che non esiste: Santa Passera (da Fabrizio Falconi, "Storie su Roma che non ti hanno mai raccontato"

 


Tra le mille e bellissime chiese di Roma, ve n’è una che ha un nome davvero singolare, che non trova riscontro alcuno nella storia del cattolicesimo. È dedicata infatti – ed è comunemente indicata così – ad una Santa che non appare in nessun martirologio e nessun elenco di beati: Santa Passera.

       Chi era mai costei? E com’è finita ad essere titolare di una chiesa così antica? L’edificio è in effetti, antichissimo: risale infatti al V secolo d.C. e sorge nel quartiere Portuense, quasi sull’argine del Tevere, prospetticamente di fronte alla Basilica di San Paolo fuori le Mura, che è dall’altra parte del fiume. Fu costruita, secondo gli studi archeologici, su un preesistente mausoleo romano del II secolo, quando furono qui portati dal lontano Egitto, i resti di due martiri cristiani, Ciro e Giovanni. Furono proprio loro quindi a dare il titolo alla chiesa che, nei documenti medievali, è sempre chiamata Sancti Cyri e Iohannis oppure Abbacyri (derivato da Abbàs Cyrus, ovvero Padre Ciro), finché soltanto molto più tardi, nel XV secolo, ecco apparire l’appellativo di Santa Pacera o Passera, in sostituzione di quello precedente. Nella certa inesistenza di una santa o martire che si sia mai chiamata in questo modo, gli studiosi hanno ipotizzato che il termine sia una macchinosa derivazione popolare, con molti passaggi, dal nome Abbacyro, divenuto Appaciro, e poi Pacero e infine, per assonanza Passera.

         Quel che è certo, al di là di questa ricostruzione etimologica che appare piuttosto problematica, è che oggi la piccola chiesa, rimasta incastonata nel caotico quartiere della Magliana, appare ancora nelle sue suggestive forme medievali, a navata unica e pianta rettangolare, con – al livello sotterraneo – un oratorio e la cripta che anticamente conteneva le spoglie dei due santi cui era intitolata.

          La suggestione di questo luogo ispirò anche Pier Paolo Pasolini che vi ambientò una delle scene di uno dei suoi film più apprezzati dalla critica, Uccellacci e Uccellini, del 1966, con Totò e Ninetto Davoli protagonisti.

          Il toponimo di Santa Passera, comunque, che riuscì a prender piede ed è rimasto a contrassegnare la chiesa per molti secoli, ha colpito, come era inevitabile, la fantasia popolare romanesca, anche perché, com’è noto, nel vernacolo romano, la “passera” è associata all’organo genitale femminile, come insegna il principe dei poeti romani, Giuseppe Gioachino Belli, che nei suoi 2279 sonetti compilò un fitto catalogo delle espressioni più popolari a Roma, comprese quelle relative alla sessualità. Così, ad esempio, ne La madre de le Sante, del 1832, in cui enumera tutti i divertenti sinonimi della vagina:

 

Chi vvò cchiede la monna a Ccaterina,

pe ffasse intenne da la ggente dotta

je toccherebbe a ddí vvurva, vaccina, 

e ddà ggiú co la cunna e cco la potta

 

     Ma nnoantri fijjacci de miggnotta

dìmo scella, patacca, passerina,

fessa, spacco, fissura, bbuscia, grotta,

fregna, fica, sciavatta, chitarrina,

 

     sorca, vaschetta, fodero, frittella,

ciscia, sporta, perucca, varpelosa,

chiavica, gattarola, finestrella,

 

     fischiarola, quer-fatto, quela-cosa,

urinale, fracoscio, ciumachella,

la-gabbia-der-pipino, e la-bbrodosa.

 

     E ssi vvòi la scimosa, 

chi la chiama vergogna, e cchi nnatura,

chi cciufèca, tajjola, e ssepportura.[1]

              

       L’anno prima, invece, il Belli aveva dedicato un altro sonetto erotico ad una donna del quartiere, particolarmente procace, A Nina, in cui di nuovo compare il termine riferito alla passera:

 

 Tra ll’antre tu’ cosette che un cristiano

ce se farebbe scribba e ffariseo,

tienghi, Nina, du’ bbocce e un culiseo,

propio da guarní er letto ar gran Zurtano.

              

     A cchiappe e zzinne, manco in ner moseo 

sc’è robba che tte po arrubbà la mano; 

ché ttu, ssenz’agguantajje er palandrano, 

sce fascevi appizzà Ggiuseppebbreo.

              

     Io sce vorrebbe franca ’na scinquina 

che nn’addrizzi ppiú ttu ccor fà l’occhietto,

che ll’antre cor mostrà la passerina. 

              

     Lo so ppe mmé, cche ppe ttrovà l’uscello,

s’ho da pisscià, cciaccènno er moccoletto:

e lo vedessi mó, ppare un pistello![2]



[1] G. G. Belli, Sonetti [560 (561], a cura di G. Vigolo, Arnoldo Mondadori Editore, 1958

[2] G. G. Belli, Sonetti [70], Garzanti Editore, 1991 p.42  


© Riproduzione riservata - Tratto da Fabrizio Falconi, Storie incredibili su Roma che non ti hanno mai raccontato, Newton Compton, Roma, 2024