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12/01/26

Perché "Una Battaglia dopo l'altra" è il film politico più importante degli ultimi anni - (Il mondo è ancora fermo alle razze)


 C’è una prima ragione per la quale Una battaglia dopo l’altra (One battle after another), Paul Thomas Anderson, 2025 è il film politico più importante degli ultimi anni: innanzitutto perché non solo è americano, ma parla dell’America, o meglio degli Stati Uniti e gli Stati Uniti di oggi, sotto questa prima e seconda amministrazione Trump stanno mettendo in scena il cambiamento più rilevante e preoccupante del mondo, non solo quello occidentale.

Se l’intervallo drammatico globale della pandemia Covid e prima ancora la rivoluzione tecnologica socials (con l’elezione di Obama negli USA e le effimere, ma travolgenti primavere arabe) avevano illuso che il mondo potesse avviarsi a una svolta inclusiva, riformatrice, ri-umanizzante, ri-mediante per il mondo stesso, delle catastrofi ambientali, demografiche in corso, il primo mandato presidenziale affidato a D. Trump, la sua drammatica conclusione (con l’assalto violento alla Casa Bianca) e la sua rielezione dopo quattro anni, ha bruscamente risvegliato dal sonno i sostenitori del progresso evolutivo e del meglio globale.

Eppure in questi ultimi dieci anni, nessuno era stato capace di raccontare ciò che sta veramente succedendo in America come ha saputo fare Paul Thomas Anderson, per statura e consistenza il più grande dei registi americani della generazione dei cinquantenni, l’unico che pare in grado di misurarsi con i vecchi leoni del nuovo cinema USA fiorito dagli anni ‘70 in poi: Coppola, Scorsese, Altman e via dicendo.

Quel cinema glorioso aveva fatto cinema facendo politica. Un cinema diretto a spettatori/cittadini (polítēs). Un cinema fatto di maestria e sogni, ma anche di pensiero.

I primi 40 minuti di Una battaglia dopo l’altra mi hanno fatto subito pensare ad Athena, il magnifico film francese (2022) in concorso per il Leone d’Oro a Venezia, diretto da Romain Gavras (non a caso figlio di Costa-Gavras), che ha appreso così bene la lezione del padre e che in quel film descrive da dentro l’inferno delle banlieue parigine con lo strepitoso piano sequenza iniziale di 15 minuti.

Anche i primi 40 minuti del film di Anderson sono un prodigio realizzativo che mette insieme piani sequenza e camera a spalla, resi funzionali dal montaggio adrenalinico e dalla colonna sonora magicamente dissonante di Jonny Greenwood (Radiohead).

E alla fine di questi 40 minuti l’apparizione di un famoso film italiano su uno schermo televisivo, che Pat/Bob Di Caprio sta guardando nella casa nel bosco in cui si è rifugiato, mi ha ulteriormente indirizzato sull’intento che stava a cuore ad Anderson realizzando il suo film: si tratta de La Battaglia di Algeri, Gillo Pontecorvo, 1966, di certo uno dei film politici più importanti della storia.

Anderson voleva realizzare un film come quello, un film impegnato come si diceva una volta. Un film americano, però, che non può avere il rigore realistico del film di Pontecorvo. Siamo nel 2025, non nel 1966.

Si ride anche, dunque. Anche se Anderson è consapevole del fatto che negli (e degli) Stati Uniti di oggi è ben difficile ridere, e farlo può essere pericoloso o inutile o addirittura controproducente. Perché invece, tutto è drammatico.

Sono dunque drammatici i primi 40 minuti del film, ambientati nel 2008 o giù di lì, quando in America è già cominciata - sulla spinta dell’iniziale islamofobia a seguito dell’attentato delle Torri Gemelle - la caccia all’immigrato.

Pat/Bob fa parte di un (abbastanza) squinternato gruppo rivoluzionario di estrema sinistra che si è chiamato French ‘75. Lo spunto della storia è, com’è noto, tratto dal romanzo di Thomas Pynchon, Vineland (in realtà ambientato nel 1984, in piena era Reagan, durante le proteste universitarie partite da Berkeley).

Nel film di Anderson la vicenda politica ha come sottofondo il legame di Pat/Bob con la rivoluzionaria Perfidia Beverly Hills (la strepitosa Teyana Taylor), dal quale nasce una bambina, che viene subito abbandonata dalla madre e portata dal padre con sé dall’altra parte dell’America.

Sedici anni dopo (ed è oggi), i conti non sono chiusi: Perfidia ha tradito i suoi ex compagni di lotta ed è sparita. Le unità anti-immigrati armate fino ai denti - quelle che oggi scorrazzano impunite (anzi, dotate di totale immunità) per il Paese in cerca di meticci, indios, messicani, immigrati, bambini, famiglie, donne, da rinchiudere nelle gabbie con i coccodrilli (Trump dixit), da scovare ovunque, insieme agli ancora più pericolosi fiancheggiatori cittadini americani che li aiutano a nascondersi.

Pat/Bob è ormai il fantasma di sè stesso (anche allora non è che fosse un rivoluzionario modello, piuttosto un Lebowski di certo più agguerrito), tra canne e alcool e l’unico scopo della sua vita è proteggere la figlia Willa ora sedicenne, che nulla o poco sa delle imprese familiari e soprattutto di sua madre.

Inutile dire che Pat/Bob è nell’occhio del ciclone o nel mirino dell’esaltato superomista bianco frustrato, colonnello Lockjaw (Sean Penn), che si autodefinisce razzista modello ma con un debole inconfessato e inconfessabile per la carne delle donne nere.

C’è di mezzo proprio Willa, perché il circolo dei ricchi bianchi neo-razzisti riuniti sotto il comico nome di Pionieri del Natale (ma chissà quanti ce ne saranno veri e con nomi anche più ridicoli di questo, attualmente negli USA) ha il sospetto che la ragazza sia nata da un rapporto sessuale avuto da Lockjaw con Perfidia e ammoniscono il colonnello perché si sbrighi a cancellare quel delitto di sangue che ha compiuto, unendosi con una nera, perdipiù rivoluzionaria, perdipiù mettendo al mondo un bambino.

La seconda parte del film prende dunque le forme di un action-movie (senza che il ritmo si spenga mai) anche se memorabili rimangono le scene dei riots notturni per le strade di Bakton Cross, la città dove si nascondono migliaia di latinos e dove si scatenano le retate delle truppe anti-immigrati.

Poco importante è il finale, anche se tutto rimane solido e compiuto, senza indugi di scrittura, né tantomeno di regia.

Anderson ha così disegnato il suo affresco sul rovesciamento avvenuto negli ultimi dieci anni. Il sogno ingenuo della cultura woke, delle sue grottesche distorsioni e della globalizzazione hanno prodotto una reazione su scala mondiale di proporzioni incalcolabili, guidata da autocrati assassini, feldmarescialli fedeli, orrore per la cultura, disprezzo per la legge, persecuzione su grande scala delle minoranze.

La parola razza è di nuovo tornata centrale - come nei peggiori incubi del passato - in ogni politica autoritaria-espansionista, ma quel che fa la differenza è che adesso questa politica sia capeggiata a spron battuto, in occidente e su scala mondiale, dal leader degli Stati Uniti, lo stato nato poco più di due secoli fa, che ha (aveva?) inscritti nei suoi cardini i princìpi sacri della democrazia, dei diritti umani fondamentali, dell’accoglienza, della giustizia.

La razza. Siamo ancora alla razza. Come prima, c’è ancora bisogno di qualcuno che metta in ridicolo il cappellone da cow boy e gli stivali di John Wayne; c’è ancora bisogno di specificare che esistere non è un crimine soltanto perché si appartiene a una diversa tribù e si appartiene a un colore diverso.

La vecchia storia del mondo reclama ancora la sua parte sul proscenio: gli scimmioni dell’alba del mondo in 2001 Odissea nello Spazio ancora massacrano i rivali per tenerli lontano dalla loro acqua.

Nel frattempo il mondo agonizza. E tutti sembrano ipnotizzati davanti agli schermi che gli amici di Silicon Valley hanno predisposto per tutti, perché si illudano che un meme sui socials o una indignazione su instagram taciti le coscienze. In fondo che cosa si potrebbe mai fare?

Per esempio combattere una battaglia dopo l’altra, suggerisce il film di Anderson. Di sicuro tra di noi non c’è più un Che Guevara, nemmeno uno, e al massimo ci sono anime buone come quella di Pat o esagitate pazze e irresponsabili come Perfidia.

Ma se una via d’uscita (o di speranza) esiste, suggerisce Anderson, e subito qualuno appioppierà la qualifica di buonista anche a questo, è nell’indisciplina, nella ribellione, nella disperata voglia di non soccombere di Willa, che la sua battaglia vuole ancora giocarla tutta.

Fabrizio Falconi

Leggi su Substack: https://fabriziofalconi.substack.com/p/perche-una-battaglia-dopo-laltra

02/01/24

"SALTBURN" IL FILM DI EMERALD FENNELL, GENIALE E DISTURBANTE


"Saltburn" è quello che una volta si definiva un film "disturbante".

Lo ha scritto e diretto la geniale londinese trentottenne Emerald Fennell, alla seconda prova dopo l'assai interessante "Una donna promettente", candidato all'Oscar 2021 come migliore sceneggiatura e al Golden Globe come miglior film drammatico.
La Fennell lanciata dalla serie di successo "Killing Eve", da lei ideata e scritta, è ormai diventata un po' la gallina dalle uova d'oro del nuovo cinema anglosassone.
E lo è per merito, perché i suoi lavori sono sempre originali, spiazzanti, qualitativamente alti, notevoli per scrittura e realizzazione.
Con "Saltburn" la Fennell non ha avuto paura di compiere un passo ulteriore, affrontando un copione tutto 'in negativo', una specie di discesa ad inferos, realizzata attraverso la particolarissima "formazione" di un apparente "absolute beginner" (di famiglia borghese) alla scoperta del mondo della alta nobiltà britannica.
Sostanzialmente alla Fannell interessava provare a realizzare un film "cattivo", un film cioè sul male, sulla corruzione, sulla trasgressione, sul rovesciamento delle parti sociali, sulla vendetta, l'ambiguità e sulla frustrazione, partendo da esempi illustri come "Il servo" di Joseph Losey (1963), capolavoro del cinema inglese, oppure lo stesso "Parasite" di Bong Joon Ho dominatore degli Oscar 2019.
Si può dire poco della trama, se non si vuole spoilerare e dunque rovinare il piacere dello spettatore nello scoprire le molte sorprese che si dipanano lungo la storia.
Basterà dire che Barry Keoghan (uno dei tanti bravissimi attori qui convocati) straordinario nell'impersonare il luciferino Oliver Quick (evidente richiamo ad Oliver Twist) approdato a Oxford come studente, cerca in ogni modo di diventare amico dell'irraggiungibile Felix, bellissimo e ricchissimo, appartenente alla aristocratica famiglia dei Catton.
Nella primaria illusione che Oliver sia soltanto un innocuo e tenero parvenu in cerca d'affetto, è nascosta invece la rivelazione di una terribile escalation di crudeltà, che al termine delle due ore, non conosce alcun riscatto morale.
"Saltburn" è una favola nera, che mette a nudo l'incapacità post-moderna di riconoscere e vivere i sentimenti - quindi direi, molto attuale - e il tentativo generalizzato di scambiarli con emozioni ed esperienze forti, in grado di annullare la richiesta che ogni sentimento ci chiede: quella della consapevolezza.
Oliver è una brillante personificazione del male, e il suo balletto finale, con nudo integrale, attraverso le sale del castello dei Catton, un colpo assoluto di genio (oltre che un virtuosismo registico).
Detto questo, la Fannell stavolta sembra esagerare: alcune trovate paiono fuori luogo, inutilmente trasgressive, immotivate. E anche la scrittura non ha un crescendo così irresistibile come quella del suo film precedente (che non ha mai cadute).
Barry Keoghan, dopo "Dunkirk" di Nolan, "Il sacrificio del servo sacro" di Lanthimos e "Gli spiriti dell'Isola" di Mc Donagh si conferma uno straordinario giovane attore, al quale questo personaggio si attaglia in modo perfetto (nato a Dublino nel quartiere di Summerhill, Barry è nato da una madre eroinomane, quindi dai 5 ai 12 anni fu affidato a tredici famiglie affidatarie diverse, assieme a suo fratello Eric, potendo vedere la madre soltanto nei fine settimana. Nel 2004 la madre morì a trentuno anni per un'overdose, lui e il fratello furono affidati alla nonna e alla zia.)
Accanto a lui, un ottimo cast che mette insieme giovani talenti del cinema anglosassone, tra cui l'australiano Jacob Elordi, nei panni di Felix, oltre a Rosamund Pike e la stessa Carey Mulligan nella parte di Pamela.
Esteticamente il film si fa apprezzare per la brillante regia che ripropone i colori e le atmosfere di "Patrick Melrose" (la serie) e per le musiche, sempre adeguate e originali.
Un film che va visto, e che anche se, mentre lo si vede, si fa di tutto per non prenderlo sul serio, alla fine lascia molta inquietudine e molte domande, il che - nel cinema di oggi - è un raro pregio.

Fabrizio Falconi - 2023

29/12/23

IL NASO SOMIGLIANTE, MA RIGIDO DI BRADLEY COOPER E' COME IL SUO FILM


Non mi ha coinvolto "Maestro" di Bradley Cooper, 2023, uscito in première mondiale sotto Natale (presumo per poter gareggiare per gli Oscar di quest'anno, e probabilmente farne man bassa).

E' un film di sforzo produttivo notevolissimo (c'è un esercito di produttori tra cui spiccano Martin Scorsese e Steven Spielberg) e tutti sappiamo - dalle molte interviste rilasciate per il lancio del film - che Bradley Cooper, anche regista, ha realizzato uno sforzo titanico, durato 5 anni, per rendere e rendersi il più somigliante possibile a Leonard Bernstein, curandone maniacalmente ogni aspetto: gestualità, voce, modo di fumare (la sigaretta è qui una sorta di protesi attaccata alla sua mano), tic, impeti durante la direzione d'orchestra, modo di sorridere, ecc..
E però, alla fine, è proprio questo il punto: è un film davvero TROPPO costruito, troppo perfetto, troppo studiato, preparato. E come è noto, dalla perfezione è raro che nasca qualcosa di realmente coinvolgente ("dai diamanti non nasce nulla, dal letame nascono i fior..." cantava Fabrizio De André).
Il simbolo di questa perfezione è il naso "alla Bernstein" che Cooper si è fatto installare sul volto. E' perfetto, è il naso "DI" Bernstein, ma è terribilmente rigido (essendo di lattice, presumibilmente): quindi quando parla, nei rari primi piani, ci si accorge del trucco, perché sembra di gesso e non fa una minima piega che segua le espressioni del volto.
Insomma, Cooper ha realizzato un ottimo e bel film, ma senza anima, come il suo naso. Perché anche la sua prestazione-monstre di attore a tutto campo, mentre dirige, fa parte di quel modo di recitare che appartiene più al tipo di recitazione da Museo delle Cere, che all'arte del Cinema.
Ricorda, fatte le debite proporzioni, il Craxi di Favino di qualche anno fa: anch'esso mostruosamente somigliante (migliaia di ore di trucco, come qui in "Maestro"), ma non una vera grande "prova d'attore", perché l'arte della recitazione non è imitazione, ma interpretazione: è inventare, rielaborare, fornire nuovi contributi per la comprensione di un essere umano o dei sentimenti umani, non pedissequa ricostruzione: quella è un'altra arte, è l'arte del documentario, del racconto biografico.
Ma il Biopic va sempre alla grande, ed è la strada più sicura, per raggiungere il massimo del plauso e dei riconoscimenti (primariamente, Oscar).
Detto questo, il pregio encomiabile del film è nella regia: qui Cooper ha cercato coraggiosamente strade originali, con l'utilizzo di molti (forse troppi) campi lunghi, molte inquadrature fisse, molti piani sequenza. Perfino nella scena madre del film, quella del litigio tra i coniugi che, potendo contare su due attori straordinari come Cooper e la Mulligan, si svolge INTERAMENTE in campo lungo, senza mai mostrare l'espressione in primo piano, del volto di uno di loro.
Tutto questo confeziona una veste di grande eleganza al film (comunque indeciso tra diversi stili, perché nella prima parte sembra orientarsi al musical, mentre nel prosieguo diventa racconto intimista), una eleganza però fredda, priva di vero coinvolgimento.
E' chiaro che a Cooper interessava soprattutto tessere l'elogio di una relazione amorosa - quella tra Bernstein e la moglie Felicia - difficile e anticonformista, basata sull'eroico senso di tolleranza di lei, che accetta di vivere con un uomo-artista diviso a metà, diviso cioè tra la moglie e i figli, e i suoi continui e sempre più importanti amori maschili.
In questo, Carey Mulligan si conferma forse la migliore attrice oggi in circolazione, e regala grazia e commozione al suo personaggio, anche se nei continui dialoghi quasi sempre circonvoluti, di cui è disseminato il film, quasi mai si riesce a cogliere il pieno senso di questo "patto" esistente tra i due e il vero, misterioso, legame che li unisce.
Ultima notazione: la musica NON è l'elemento più importante del film, e sembra rimanere piuttosto in sottofondo, con l'unica eccezione del lunghissimo piano sequenza della esecuzione in chiesa del finale della Sinfonia n. 2 di Mahler, che è anche la scena dove Cooper quasi si supera nel gioco di vero-simiglianza con il Maestro.

Fabrizio Falconi - 2023

27/04/20

100 film da salvare alla fine del mondo: 63. "Roma" di Alfonso Cuaròn, 2018



Questo blog dedica, ad appuntamenti fissi - ogni lunedì - un catalogo personale dei miei 100 film da salvare "alla fine del mondo". Non saranno ovviamente vere e proprie recensioni, ma un piccolo campionario degli affetti per queste opere che hanno segnato epoche e vite di molti, se non di tutti. 

100 film da salvare alla fine del mondo: 63. "Roma" di Alfonso Cuaròn, 2018

Era da tantissimo tempo, più o meno da 35 anni, che non mi capitava, al cinema, di veder girare, di veder muovere la macchina da presa, di veder fotografare un film, come faceva Andrej Tarkovskij. 

E' l'unico paragone - e direi quello definitivo - che mi è venuto, guardando il film del messicano Alfonso Cuaròn, che ha fatto incetta di premi in tutto il mondo (compreso l'Oscar 2018 per il miglior film straniero e 10 candidature complessive), affascinando pubblico e critica con una pellicola che - essendo stata prodotta interamente da Netflix - è stata distribuita solo per qualche giorno nei cinema (purtroppo) ed è stata poi universalmente vista mediante streaming. 

Cuaròn ha scritto e girato una storia molto semplice, di chiarezza esemplare, e universale. Girandola con una fotografia stupefacente, in un bianco e nero scintillante e argenteo, con lenti o lentissimi movimenti di camera, pochissimi (quasi nessuno) primi piani, continue carrellate, con un senso dell'inquadratura incredibile, in cui ogni taglio diventa perfetto, incornicia un pezzo di realtà significante nella vita - apparentemente insignificante - di un gruppo di persone, che compongono una famiglia.  

Un senso della visione orizzontale e verticale.  Tutto in questa storia e in questo racconto è allo zenit. Tutto è come sotto una lente, che amplifica e scalda.

Al punto che chi osserva resta soggiogato, diventa parte della storia e della pellicola, perdendo la distanza che esiste tra osservatore e osservato. Si è immersi in una altra dimensione. I sensi restano vigili, allerta, l'emozione è palpitante, non si può che essere trasportati dentro (non con) quello che succede sullo schermo. 

ROMA 
Regia di Alfonso Cuarón.
Mexico, Usa, 2018 
con Yalitza Aparicio, Marina de Tavira, Marco Graf, Daniela Demesa, Diego Cortina Autrey. 
durata 135 minuti


Qui sotto la trama, con avvertenza di spoiler, per chi deve vedere ancora il film: 

Gli eventi del film si svolgono nel 1970 e nel 1971, prevalentemente a Città del Messico. Cleo è una domestica nella casa di Sofia, suo marito Antonio, i loro quattro bambini piccoli, la madre di Sofia, Teresa e un'altra cameriera, Adela. 

Tra scene della vita di Cleo con la famiglia - la pulizia, la cucina, portare i bambini a scuola, servire i pasti, mettere a letto i bambini e svegliarli - diventa chiaro che il matrimonio tra Sofia e Antonio è teso, fino a quando Antonio, medico, parte per due settimane per recarsi ad una conferenza in Québec. In realtà non tornerà alla fine del viaggio, ma Sofia tiene nascosto il suo allontanamento ai bambini, dicendo loro che il viaggio si è prolungato. 


16/09/16

Il film del giorno: "Giulia" di Fred Zinnman (1978).



Pluricandidato all'Oscar '78 Giulia, opera del grande Fred Zinnemann, e uno dei più bei film sull'amicizia e sulla solidarietà femminile.  

E' ambientato in due diverse fasi storiche ed è ispirato dal romanzo Pentimento di Lilian Hellman, scrittrice americana morta a Tisbury nel 1984. 

Tutto si svolge intorno all'amicizia passionale e quasi morbosa di due ragazze, la Hellman (Jane Fonda) e Giulia (Vanessa Redgrave), iniziata e sbocciata in solitari castelli di proprietà degli aristocratici nonni di Giulia e conclusasi durante la guerra, quando dopo molte peripezie, Giulia viene dapprima sfigurata durante l'occupazione nazista di Vienna, e poi ritrova la sua amica, parecchi anni più tardi, quando è arruolata in una organizzazione segreta e ha una figlia piccola da salvare. 

Un film incredibilmente lucido e mai compiaciuto, con la fotografia del grande Douglas Slocombe, e ricostruzioni storiche accuratissime. 

Ne viene fuori la figura di due donne molto diverse ma profondamente umane in un momento storico in cui anche Hollywood finalmente cominciò a interessarsi di storie e psicologie femminili non convenzionali. 

La Redgrave conquistò per questo film l'Oscar come migliore attrice non protagonista, anche se il suo ruolo è il vero fulcro del film. 

Oscar per il migliore attore non protagonista a Jason Robards. 





29/02/16

Oscar a Morricone - Un ricordo di Giuliano Montaldo e quell'incontro con Joan Baez.



Per celebrare l'Oscar ad Ennio Morricone, ecco questo ricordo di Giuliano Montaldo raccolto dall'agenzia Lapresse:


"Io detengo ancora il record delle collaborazioni con Ennio Morricone, anche se sento la scalata sempre più vicina del grande Tornatore. Sono 16 le colonne sonore, fra film, documentari e il 'Marco Polo' che abbiamo fatto assieme, Ennio ed io. E ogni volta è stata una emozione. Mi piaceva la musica, ma non ne avevo capito tanti meccanismi che mi ha spiegato Morricone. Trovare cioè nei film lo spazio musicale, che è fondamentale e va pensato già durante la sceneggiatura". 

Fra i tifosi del maestro Ennio Morricone, c'è anche il regista Giuliano Montaldo, classe 1930, intervistato da La Presse, nella sua casa di Roma, 

"Morricone - dice Montaldo - mi ha insegnato che la musica, per raccontare delle emozioni durante un film, deve avere sempre uno spazio dedicato interamente a lei, non può esserci solo nei titoli di testa e di coda e non può solo sovrapporsi a ciò che accade, un bombardamento, un passaggio di carri armati, o un brusio di folla". 

"Nel dramma o nell'ironia ci deve essere uno spazio dedicato di accompagnamento musicale. Questo per me è stato fondamentale. Io gli ho fatto sempre leggere la sceneggiatura prima di iniziare le riprese - continua Montaldo - : non è che lui dia dei consigli, perché è incredibilmente schivo. Non è mai un presenzialista, un esibizionista". 

Morricone quindi grande maestro della composizione che non interferisce con l'arte del regista? 
"Se interferisce, lo fa con la musica. Lì, eccome, se interferisce. Per il mio 'Sacco e Vanzetti' io proposi una ballata e lui mi prese un po' in giro: 'che fai la canti te?', mi disse". Il film 'Sacco e Vanzetti' del 1971, diretto da Montaldo, si avvale di una tra le più celebri colonne sonore del famoso autore delle musiche dei western di Sergio Leone. La canzone di chiusura 'Here's to you', cantata da Joan Baez, divenne un inno generazionale. 

"A un certo punto, per un colpo di fortuna - prosegue nel suo ricordo Montaldo - cercando il materiale di repertorio del periodo dei fatti di 'Sacco e Vanzetti', ebbi la fortuna di incontrare la signora Baez. Allora le lasciai il copione e il giorno dopo lei mi chiamò per dirmi 'mi piace, ci sto'. Quando con Ennio si sono incontrati con Joan, parlavano fra loro con la musica, un dialogo meraviglioso, l'interprete c'era, ma non serviva. Joan Baez mi disse che era stupefatta di come lui avesse intuito perfettamente quale fossero le sue note più basse e quelle più alte".

17/02/12

Hugo Cabret, prendersi cura dell'altro è il senso dell'esistenza.



Hugo Cabret è il ventiduesimo film di Martin Scorsese.  

Ed è uno strano film.  Ho vinto con ritrosia la necessità di dotarmi dei - per me - fastidiosissimi occhiali per il 3D.  E già mi ero preparato alla evenienza di trovarmi di fronte un film ridondante, come mi sono parsi tutti gli ultimi film di Scorsese - da Gangs of New York in poi.

La qual cosa non mi sarebbe piaciuta. Perché ritengo - avendo visto praticamente tutti i film di questo grande regista - che Scorsese abbia dato il meglio di sé, nella sua carriera, con film nudi, con pochi fronzoli, con i film di grande sostanza - morale - come Toro Scatenato, Taxi Driver, Fuori Orario, Lezioni dal Vero (ep. New York Stories), Fuori Orario. 

Sono contento di essermi sbagliato.  Al di là del 3D e di qualche giustificato effetto fiabesco - grandissimo lavoro, come sempre di Dante Ferretti - funzionale alla storia, Hugo Cabret è un film nudo, semplice, quasi scarno.  Che non ha timore, anzi, di apparire perfino noioso. 

Però, mi sembra, qui Scorsese torna al nocciolo della sua prima e vera ispirazione.

Il bambino che guarda il mondo (ciò che fu il piccolo Martin, bambino asmatico, costretto a guardare la rutilante New York per lunghi anni dalla finestra), il bambino che ha perso l'innocenza, e che deve 'ricreare' il senso del mondo - e del suo mondo - a partire dalla sua interiorità.  La forza del lavoro creativo, la capacità di trovare nell'armonia tra le cose una salvezza. La capacità di prendersi cura dell'altro come unico e vero scopo della nostra esistenza. 

Tutto questo è raccontato da Scorsese con semplicità e incanto attraverso la vicenda di George Méliès e del suo pazzo cinema di cartapesta.  

Complimenti a Mr. Martin: ha fatto un altro centro.