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13/05/26

La Chiesa di Roma dedicata a una Santa che non esiste: Santa Passera (da Fabrizio Falconi, "Storie su Roma che non ti hanno mai raccontato"

 


Tra le mille e bellissime chiese di Roma, ve n’è una che ha un nome davvero singolare, che non trova riscontro alcuno nella storia del cattolicesimo. È dedicata infatti – ed è comunemente indicata così – ad una Santa che non appare in nessun martirologio e nessun elenco di beati: Santa Passera.

       Chi era mai costei? E com’è finita ad essere titolare di una chiesa così antica? L’edificio è in effetti, antichissimo: risale infatti al V secolo d.C. e sorge nel quartiere Portuense, quasi sull’argine del Tevere, prospetticamente di fronte alla Basilica di San Paolo fuori le Mura, che è dall’altra parte del fiume. Fu costruita, secondo gli studi archeologici, su un preesistente mausoleo romano del II secolo, quando furono qui portati dal lontano Egitto, i resti di due martiri cristiani, Ciro e Giovanni. Furono proprio loro quindi a dare il titolo alla chiesa che, nei documenti medievali, è sempre chiamata Sancti Cyri e Iohannis oppure Abbacyri (derivato da Abbàs Cyrus, ovvero Padre Ciro), finché soltanto molto più tardi, nel XV secolo, ecco apparire l’appellativo di Santa Pacera o Passera, in sostituzione di quello precedente. Nella certa inesistenza di una santa o martire che si sia mai chiamata in questo modo, gli studiosi hanno ipotizzato che il termine sia una macchinosa derivazione popolare, con molti passaggi, dal nome Abbacyro, divenuto Appaciro, e poi Pacero e infine, per assonanza Passera.

         Quel che è certo, al di là di questa ricostruzione etimologica che appare piuttosto problematica, è che oggi la piccola chiesa, rimasta incastonata nel caotico quartiere della Magliana, appare ancora nelle sue suggestive forme medievali, a navata unica e pianta rettangolare, con – al livello sotterraneo – un oratorio e la cripta che anticamente conteneva le spoglie dei due santi cui era intitolata.

          La suggestione di questo luogo ispirò anche Pier Paolo Pasolini che vi ambientò una delle scene di uno dei suoi film più apprezzati dalla critica, Uccellacci e Uccellini, del 1966, con Totò e Ninetto Davoli protagonisti.

          Il toponimo di Santa Passera, comunque, che riuscì a prender piede ed è rimasto a contrassegnare la chiesa per molti secoli, ha colpito, come era inevitabile, la fantasia popolare romanesca, anche perché, com’è noto, nel vernacolo romano, la “passera” è associata all’organo genitale femminile, come insegna il principe dei poeti romani, Giuseppe Gioachino Belli, che nei suoi 2279 sonetti compilò un fitto catalogo delle espressioni più popolari a Roma, comprese quelle relative alla sessualità. Così, ad esempio, ne La madre de le Sante, del 1832, in cui enumera tutti i divertenti sinonimi della vagina:

 

Chi vvò cchiede la monna a Ccaterina,

pe ffasse intenne da la ggente dotta

je toccherebbe a ddí vvurva, vaccina, 

e ddà ggiú co la cunna e cco la potta

 

     Ma nnoantri fijjacci de miggnotta

dìmo scella, patacca, passerina,

fessa, spacco, fissura, bbuscia, grotta,

fregna, fica, sciavatta, chitarrina,

 

     sorca, vaschetta, fodero, frittella,

ciscia, sporta, perucca, varpelosa,

chiavica, gattarola, finestrella,

 

     fischiarola, quer-fatto, quela-cosa,

urinale, fracoscio, ciumachella,

la-gabbia-der-pipino, e la-bbrodosa.

 

     E ssi vvòi la scimosa, 

chi la chiama vergogna, e cchi nnatura,

chi cciufèca, tajjola, e ssepportura.[1]

              

       L’anno prima, invece, il Belli aveva dedicato un altro sonetto erotico ad una donna del quartiere, particolarmente procace, A Nina, in cui di nuovo compare il termine riferito alla passera:

 

 Tra ll’antre tu’ cosette che un cristiano

ce se farebbe scribba e ffariseo,

tienghi, Nina, du’ bbocce e un culiseo,

propio da guarní er letto ar gran Zurtano.

              

     A cchiappe e zzinne, manco in ner moseo 

sc’è robba che tte po arrubbà la mano; 

ché ttu, ssenz’agguantajje er palandrano, 

sce fascevi appizzà Ggiuseppebbreo.

              

     Io sce vorrebbe franca ’na scinquina 

che nn’addrizzi ppiú ttu ccor fà l’occhietto,

che ll’antre cor mostrà la passerina. 

              

     Lo so ppe mmé, cche ppe ttrovà l’uscello,

s’ho da pisscià, cciaccènno er moccoletto:

e lo vedessi mó, ppare un pistello![2]



[1] G. G. Belli, Sonetti [560 (561], a cura di G. Vigolo, Arnoldo Mondadori Editore, 1958

[2] G. G. Belli, Sonetti [70], Garzanti Editore, 1991 p.42  


© Riproduzione riservata - Tratto da Fabrizio Falconi, Storie incredibili su Roma che non ti hanno mai raccontato, Newton Compton, Roma, 2024






05/05/26

Storia di Asturcone, il cavallo di Giulio Cesare ("Storie di Animali di Roma" di Fabrizio Falconi)


Asturcone o semplicemente Asturco
, fa la sua comparsa in modo definitivo nelle pagine del più grande dei biografi romani, Svetonio, il quale, vissuto circa un secolo dopo Giulio Cesare, traccia e descrive nelle Vite dei Cesari, opera monumentale in otto libri pubblicata tra il 119 e il 122, le vicende del grande condottiero insieme a quelle dei primi undici imperatori romani.

Così ecco che, a proposito di Giulio Cesare, nel capitolo 61 del primo libro della sua opera, Svetonio ci fornisce anche un saggio delle doti cavallerizze del generale Cesare, il quale, scrive il biografo, era un espertissimo cavaliere, con «un’abilità da cosacco tanto che si divertiva a galoppare con le mani dietro la schiena» Grande condottiero, grande stratega, di carisma superiore, Cesare era noto per essere infaticabile durante le lunghissime marce dei suoi legionari, che lo veneravano come un dio e che ispirava con la sua naturale fermezza, coraggio, resistenza alla fatica, ponendosi sempre alla testa dell’esercito in movimento, in sella al suo destriero. E qui Svetonio introduce proprio Asturcone, con queste parole:

Montava un cavallo eccezionale, con piedi quasi umani con unghie fesse quasi a dita, che gli era nato in casa e che egli aveva allevato con gran cura dopo che gli aruspici ebbero pronosticato ch’egli annunciava al suo padrone l’impero del mondo. Era insofferente di altri cavalcatori, ed egli lo montò per primo. Gli dedicò poi una scultura davanti al tempio di Venere Genitrice.

Asturcone era dunque per Giulio Cesare più di un semplice cavallo. Si era instaurato tra lui e il suo padrone un rapporto davvero unico, maturato sin da quando nelle stalle della famiglia Giulia (da cui proveniva Cesare) era nato il puledro appartenente alla razza asturiana (da qui il suo nome), di cui molti esemplari erano stati portati a Roma, dopo le guerre di conquista iberiche di un secolo prima.

Fu probabilmente proprio quella caratteristica di Asturcone, citata da Svetonio – le «unghie fesse quasi a dita» – a sollecitare inizialmente la curiosità del giovane Giulio Cesare nei confronti del cavallo.

L’unghia fessa, secondo la zoologia, è la definizione di uno zoccolo di un mammifero artiodattilo (cioè quei mammiferi i cui arti hanno un numero di dita pari e terminano con uno zoccolo formato dal terzo e dal quarto dito, sul cui asse è distribuito il peso del corpo) diviso in due parti e tipico dei cervidi e dei bovidi – molto più raramente dei cani e dei cavalli. Questa particolare conformazione già dall’antichità era stata associata a varie forme di superstizione (e continuò a esserlo per tutto il Medioevo, collegando l’unghia fessa al diavolo); al tempo dei romani era considerata propizia perché il piede equino sembrava così somigliare a quello umano. Asturcone dunque fu, per questa caratteristica, sottoposto a vaticinio da parte degli aruspici, i quali decretarono che il possessore di questo animale, che lo avesse preso come compagno di imprese, sarebbe diventato il padrone del mondo.

La profezia dovette sicuramente suggestionare il giovane ambizioso Cesare, che volle essere dunque il primo e unico a poterlo montare. Probabilmente il futuro generale e pontefice massimo di Roma scelse Asturcone non soltanto per i motivi suddetti: a differenza dei cavalli arabi, che erano da sempre i più richiesti, il cavallo di Giulio Cesare, come tutti i cavalli asturiani, aveva caratteristiche pragmatiche che si adattavano perfettamente al ruolo che doveva svolgere, cioè una muscolatura potente e resistente, la solidità e la facilità con cui obbediva ai comandi, che lo rendevano un compagno ideale sui campi di battaglia. Tutte qualità che il generale ebbe modo di verificare quando portò con sé Asturcone nel giogo delle violente battaglie dell’epoca. Il cavallo accompagnò Giulio Cesare come infaticabile compagno per tutta la campagna gallica e quella civile, da Roma alla Britannia, dalla Spagna a Farsalo. Dimostrandosi coraggioso e intrepido e allo stesso tempo calmo durante gli scontri.

Quando fu arrivato al massimo del suo potere, Cesare pensò che fosse giunta l’ora di concedere ad Asturcone il meritato riposo, ricompensandone il servigio con l’erezione di una statua – probabilmente in terracotta – non giunta fino a noi, davanti al tempio di Venere Genitrice che, come si sa, veniva considerata la progenitrice della gens Iulia, cui Cesare apparteneva, in quanto discendente da Iulo (figlio di Enea, a sua volta figlio di Afrodite, la Venere dei romani).

© riproduzione riservata - tratto da Fabrizio Falconi, Mostri e Animali Fantastici di Roma, Newton Compton Editore, 2025 




05/11/22

Esce il 25 novembre "Le Basiliche di Roma", il nuovo Libro di Fabrizio Falconi

 



Esce in tutte le librerie (e su quelle online) il prossimo 25 novembre "Le Basiliche di Roma", il nuovo Libro di Fabrizio Falconi.

Sinossi

Dalle costruzioni pagane e paleocristiane fino a San Pietro e San Giovanni in Laterano

La storia bimillenaria di Roma è indissolubilmente legata a quella delle numerose basiliche che punteggiano la città. Che si tratti delle grandi chiese della cristianità o degli edifici pubblici pagani superstiti, questi luoghi sono diventati iconici della grandezza di Roma, e non mancano mai di stupire e affascinare i milioni di turisti che visitano la Città Eterna. In questo prezioso libro, Fabrizio Falconi illustra la nascita e il significato originale delle basiliche, per poi condurre il lettore in un percorso che tocca tutte quelle presenti nell’Urbe. Si raccontano aneddoti e curiosità sulla costruzione e la storia di questi magnifici luoghi, spaziando dalle quattro basiliche apostoliche ai ruderi di quelle di Roma antica, fino ad arrivare alle basiliche minori e a numerose chiese di fondazione paleocristiana. Da San Pietro in Vaticano alla Ulpia, da San Giovanni in Laterano a Santa Croce in Gerusalemme fino a Santa Cecilia in Trastevere e San Martino ai Monti: uno straordinario viaggio all’interno della storia della Capitale.

La storia di intere generazioni racchiusa in monumenti eterni

La basilica di San Paolo fuori le mura
Santa Maria Maggiore
Santa Croce in Gerusalemme
San Sebastiano fuori le mura
San Lorenzo fuori le mura
Santa Prassede
Santa Maria degli Angeli e dei Martiri
Santi Dodici Apostoli
Santa Maria sopra Minerva
Santa Maria in Domnica
San Clemente

e tante altre...

  • ISBN: 8822767179
  • Casa Editrice: Newton Compton
  • Pagine: 288
  • Data di uscita: 25-11-2022

TUTTE LE INFORMAZIONI QUI







03/05/22

A Roma esisteva una "Via Tiradiavoli" - una storia di apparizioni e bizzarrie

 


Non è celebrata come la sorella consolare Appia Antica, che per una lunghezza di quasi dodici chilometri di percorso cittadino (entro il Raccordo Anulare) ha mantenuto lo stesso aspetto che aveva duemila anni fa, ma anche la Via Aurelia è capace oggi di stupire il visitatore.

Del resto questa consolare fu una delle primissime costruite a Roma, esattamente nella metà del III secolo a.C. e come le altre prese il nome del suo costruttore, Gaio Aurelio Cotta. Aveva lo scopo di collegare l’Urbe a Cerveteri, l’antica Caere Vetus, etrusca, la cui fondazione sembra risalire addirittura al XII secolo a.C.

L’Aurelia Vetus – questo primo tratto – fu poi prolungato fino alla colonia di Pyrgi, alle pendici del Monte della Tolfa, e poi sempre più su fino a Cosa – la colonia che si trovava sul promontorio di Ansedonia – a Populonia, Vada (oggi in provincia di Livorno, che sorgeva al duecentottantasettesimo chilometro della Via), Pisa, Luna, Genova e Sabatia, cioè fino al confine naturale delle Alpi liguri, al confine con la Francia odierna, scavalcando con la geniale ingegneria romana, zone paludose (come quella nel Versiliese) e popolazioni ostili che si incontravano durante la costruzione (come i temibili Apuani).

Una costruzione che durò per tre secoli e che fu completata nel 13 a.C. sotto Augusto, con la via Julia Augusta che celebrò il consolidamento delle conquiste del nord e la sottomissione delle popolazioni alpine.

Ma a noi interessa qui il circuito cittadino della Via consolare, che prende origine dalla Porta San Pancrazio, anche se anticamente la Via partiva proprio dal Campidoglio, come tutte le altre consolari, nella computazione chilometrica (e come del resto avviene anche oggi), scavalcando il Tevere attraverso il cosiddetto Ponte Rotto, i cui resti monumentali sono ancora oggi visibili a valle dell’Isola Tiberina, opera del console Manlio Emilio Lepido e costruito negli stessi anni della Via Aurelia, intorno al 241 a.C.

La Via Aurelia poi, si inerpicava sul colle del Gianicolo, attraversava le campagne oggi occupate dalla Villa Doria-Pamphilj ( attraverso un sentiero laterale si accedeva al Casale di Giovio) per spingersi poi sempre più a nord, a una distanza più o meno regolare dal litorale.

Al giorno d’oggi, l’Aurelia antica, nel suo tracciato, rimasto lo stesso da secoli, separa con esattezza il confine tra il quartiere Aurelio e il quartiere Gianicolense, fino all’altezza della via Bravetta.

E proprio lungo questo itinerario c’è una vecchia consolidata leggenda romana, secondo cui una carrozza trainata da cavalli con occhi di fuoco e con a bordo il fantasma di donna Olimpia (la celebre cognata di papa Innocenzo X Pamphilj) partiva a tutta velocità dalla villa della famiglia, in direzione del centro di Roma, lungo la Via Aurelia Antica, attraversava come un fulmine Ponte Sisto per tornare poi nuovamente a sparire all’interno della stessa villa percorrendo obbligatoriamente la via Tiradiavoli, una strada ricordata fino a tutto il 1914 nella toponomastica romana (e dall’origine piuttosto eloquente), poi incorporata anch’essa nell’Aurelia Antica.

Come nacque la leggenda è opportuno brevemente narrare.

A Donna Olimpia Maldaichini, che il popolo dell’Urbe chiamava, a metà tra il familiare e lo sprezzante, la pimpaccia, il nomignolo che alla temuta dama aveva affibbiato l’irriverente Pasquino, sono ancora oggi intitolate a Roma una importante via e una piazza.

La gente di Roma la chiamava anche Papessa,  per le sue frequentazioni importanti oltretevere e la sua parentela acquisita con il Papa, e per le stesse ragioni: il Cardinal padrone.

Quello invece di pimpaccia derivava dalla geniale scritta che giocando sulla separazione delle lettere del suo nome, apparve un giorno affissa sulla più celebre statua parlante di Roma, Pasquino: « Olim pia, nunc impia »,  che tradotto dal latino si leggeva: olim (una volta)  pia (religiosa), nunc adesso) impia (peccatrice).

Nata a Viterbo nel 1592 da una famiglia modesta, Olimpia Maidalchini aveva  sposato in seconde nozze Pamfilio amphilj,  fratello di quel cardinale, Giovanni Battista Pamphilj, che pochi anni dopo sarebbe diventato papa con il nome di  Innocenzo X. 

Grazie alla sua sottile intelligenza e alle sue arti politiche, Olimpia divenne con gli anni la consigliera molto influente del papa, ed in poco tempo la donna più potente e temuta di Roma, al punto che alla sua morte lasciò l’incredibile somma di due milioni di scudi d’oro, contribuendo in questo modo a consolidare la fortuna dei Pamphilj. 

Innocenzo X, avvalendosi dell’opera dei più geniali architetti e artisti dell’epoca – in primis Bernini e Borromini – cambiò il volto alla città, risistemando Piazza Navona, la Basilica di San Giovanni in Laterano,  edificando la sontuosa Villa Pamphilj, organizzando una celebrazione sfarzosa, destinata a rimanere negli annali, dell’Anno Santo del 1650, il tutto con la stretta collaborazione della cognata.

Dopo la morte di Panfilio, il fratello del futuro papa, che aveva sposato in seconde nozze e che era più vecchio di lei di trent’anni, infatti Olimpia si era ritrovata  nel 1639 libera dall’assolvere i doveri coniugali, e soprattutto libera di dedicarsi completamente al cognato, alimentando in tal modo le dicerie e i veleni (generati in gran parte proprio dalle pasquinate)  secondo le quali i due erano stati amanti, ed era stata la stessa Olimpia a provocare la morte del marito, somministrandogli nel sonno un potente veleno.

Cinque anni dopo, l’ascesa di Giovanni Battista Pamphilj, si completò con la sua elezione a papa: era il trionfo per Donna Olimpia: ad essa, il  cognato consegnò un potere immenso. Non v’era praticamente affare importante  che a Roma potesse essere deciso senza averla prima consultata, non v’era la possibilità di essere ricevuti in udienza privata dal pontefice, senza prima passare dal suo avallo.  Al figlio della nobildonna, Camillo, fu inoltre concesso l’onore di diventare dapprima capo della flotta e delle forze dell’Ordine della Chiesa, e poi di divenire a sua volta Cardinale, ricevendo la porpora nel concistoro del 1644 direttamente dalle mani dello zio paterno.

Questo potere smisurato attirò però su Olimpia, inevitabilmente, l’odio feroce di molti avversari, con la proliferazione  di rumorosi scandali, che ne aumentarono la fama controversa.  

Un ultimo episodio infamante fu attribuito ad Olimpia nella occasione della morte di Innocenzo X,  che morì il 7 gennaio del 1655 – alla bella età di 81 anni: sembra proprio che, con il cadavere ancora caldo del Pontefice,   Olimpia non si fece problemi a cavare, dal di sotto del suo letto,  due casse piene d’oro, e al contempo, professandosi  ‘una povera vedova’, a esimersi dal fargli fabbricare una cassa da morto. Non solo, l’ingrata cognata non volle saper nulla, né di esequie, né di sepoltura  o dei convenzionali, lussuosi abiti da lutto che si imponevano al pontefice morto: con il risultato che  la salma di Innocenzo fu abbandonata per tre giorni in una segreta del Vaticano, dove venne vegliato da tre operai i quali si incaricarono quanto meno di proteggere il cadavere dall’insidia dei topi. Sembra incredibile, ma anche la poverissima bara e le esequie furono poi pagate da due generosi  maggiordomi (uno dei quali fra l’altro era stato da lui perfino malamente licenziato), nella indifferenza totale dell’austera Olimpia.

Ritiratasi a vivere nelle sue sconfinate tenute di San Martino al Cimino, nel viterbese,  Olimpia sopravvisse due anni, prima di morire.

Ma anche dopo la morte la leggenda nera intorno ad Olimpia continuò per molti e molti anni. Basti pensare, come abbiamo detto, che soltanto nel 1914 fu cancellata dagli stradari cittadini quella certa Via Tiradiavoli, nella quale la tradizione popolare voleva che il carro fiammeggiante con a bordo il celebre fantasma fosse bloccata, nelle notti di tempesta, dai demoni che volevano portare con loro l’anima avida della signora.

Ma anche l’abolizione della Via e del suo lugubre nome, non ha cancellato la memoria del curioso destino di Donna Olimpia e del suo inquieto, esoterico andirivieni, lungo il tracciato della antica Via Aurelia.

Tratto da: Fabrizio Falconi, Misteri e Segreti dei Rioni e dei Quartieri di Roma, Newton Compton, 2013 


30/12/21

Torna in libreria, in una nuova edizione, "I Fantasmi di Roma" di Fabrizio Falconi

 



La storia della città eterna attraverso i suoi misteri, le sue inquietanti presenze, le sue figure spettrali

Lo spirito di Messalina, le ombre che frequentano le catacombe cristiane, i celebri spettri di Beatrice Cenci e Lucrezia Borgia; altri meno conosciuti come la bella Costanza De Cupis, il fantasma dalle mani mozze o l'infelice Emmeline che abitò la splendida Villa Stuart, e poi i fantasmi di Shelley e Keats fino alle ossessioni di Dario Argento: questo libro ripercorre la storia millenaria della città dei papi e degli imperatori da un punto di vista insolito, attraverso i racconti dei suoi fantasmi e delle sue presenze occulte. Ne emerge una Roma dai tratti magici, legata alle religioni e ai riti misterici del passato, alla tradizione etrusca, ai culti orientali, ai primi riti cristiani. Si parte dai fantasmi che si dice infestino i teatri della città antica e imperiale, per passare a quelli creati dai roghi e dai processi della Santa Inquisizione, e arrivare infine ad alcune presenze più vicine a noi: una finestra su una Roma esoterica misteriosa, inquietante e dal fascino sorprendente.

Tra i fantasmi di Roma:

Storia infelice di Berenice, l'amante dell'imperatore Tito, e del suo fantasma
Il Pantheon, monumento esoterico per eccellenza, e i suoi abitanti misteriosi
La notte delle streghe e il fantasma di Salomè al Laterano
Le geometrie di Athanasius Kircher e il suo spaventoso museo del Collegio Romano
Il fantasma di Donna Olimpia Maidalchini, la Pimpaccia, la donna più temuta di Roma
Piazza Vittorio e la porta magica degli alchimisti
Il terribile fantasma di Lorenza, moglie del Conte di Cagliostro
I fantasmi del Museo delle Anime del Purgatorio
Beatrice Cenci, il più famoso fantasma di Roma
I Borgia a Roma, una storia di fantasmi
Costanza de Cupis, la nobildonna dalle mani mozze
Il fantasma della chiesa dei Cappuccini e il racconto gotico di Hawthorne
Shelley e Keats, fantasmi a Roma
I fantasmi di Emmeline e di Lord Allen e Villa Stuart
Il Quartiere Coppedè, set per Dario Argento


Fabrizio Falconi

Nato a Roma, ha scritto i saggi Osama bin Laden. Il terrore dell'Occidente (con Antonello Sette), Dieci luoghi dell'animaIn Hoc vinces (con Bruno Carboniero) e i romanzi Il giorno più bello per incontrarti, Cieli come questoPer dirmi che sei fuoco, Porpora e Nero. Saggi e articoli di argomento storico e archeologico sono apparsi su varie riviste italiane. Con la Newton Compton ha pubblicato I fantasmi di RomaI monumenti esoterici d'ItaliaMisteri e segreti dei rioni e dei quartieri di Roma, Roma esoterica e misteriosa, 501 domande e risposte sulla storia di Roma.


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27/10/21

Il Palazzo del Monte di Pietà a Roma e l’orologio dalle ore matte

 


Il Palazzo del Monte di Pietà e l’orologio dalle ore matte

 

E’ davvero molto lunga la storia del Palazzo del Monte di Pietà che affaccia sulla piazza omonima, nel cuore del rione di Regola. Il Palazzo fu costruito nel 1588 come nobile residenza di un Cardinale, Prospero Santacroce. E’ soltanto quindici anni più tardi, nel 1603, dopo la morte del Cardinale, che divenne la sede del Monte dei Pegni fondato nel 1527 da un padre minorita, Giovanni da Calvi e che era originariamente ospitato in Via dei Coronari.

Per destinarlo alla nuova funzione – che era quella del Monte dei Pegni, istituita da un gruppo di nobili romani papalini per combattere la piaga dell’usura – furono necessari lavori di ampliamento del Palazzo Santacroce, affidati ai più geniali architetti dell’epoca, Carlo Maderno e Francesco Borromini: il Palazzo fu ingrandito e diviso in due parti, una destinata a conservare il denaro, e l’altro i pegni che da quel periodo in poi i Romani in difficoltà economica andavano a piazzare al Monte.

Tra i numerosi abbellimenti e ornamenti del Palazzo, si provvide nel Settecento anche a dotare il Palazzo di un grande orologio – uno dei più grandi di quelli pubblici a Roma – al di sotto del campanile a vela sul frontone.

A quanto pare però, questo orologio monumentale, sin dalla sua installazione, cominciò a mostrare difetti di funzionamento, con gli orari che quasi mai coincidevano con gli altri orologi romani.

Una leggenda – probabilmente basata su un fondamento di verità – allora, spiegò questo malfunzionamento con l’ira di un orologiaio, quello che si era dedicato alla costruzione del meccanismo, il quale indignato per la somma ricevuta, ben più bassa rispetto a quanto pattuito, aveva deciso di sabotare il congegno lasciando perfino la firma del suo dispetto, con una iscrizione incisa sull’orologio stesso: Per non esser state a nostre patte/ orologio del Monte sempre  matte. E cioè, in pratica: accordi saltati, orario impazzito. Più verità che leggenda visto che l’iscrizione pare vi fosse realmente e fu cancellata dalle autorità cittadine in tempi relativamente recenti.

Resta la singolare circostanza che proprio una comune, quotidiana questione di soldi finì per condizionare e per restare ad emblema – visto che l’orologio anche ai tempi nostri continua a seguire un suo orario – del Palazzo che più di ogni altro a Roma è stato ed è il simbolo del denaro.


tratto da: Fabrizio Falconi - Misteri e segreti dei Rioni e dei Quartieri di Roma, Newton Compton editore, 2014-2017 

 


10/05/21

L'Acqua acetosa - La fonte miracolosa di Roma (storia e attualità)



L’Acqua Acetosa, la fonte miracolosa

 

In un magnifico dipinto conservato alla Tate Gallery di Londra e realizzato dal pittore danese Christoffer-Wilhelm-Eckersberg nel 1814 si ammira una veduta della fontana dell’Acqua Acetosa com’era in quell’epoca e lascia senza fiato la vista del panorama verso nord, dove si vede la campagna romana ancora del tutto intatta e l’ansa del fiume Tevere che la attraversa.

È quindi ancora più suggestivo immaginare come dovesse essere questo luogo ai primi del Seicento, quando cominciò a diffondersi la voce che l’acqua sorgiva, che sgorgava tra la collina di Villa Glori e il grande fiume di Roma, dal sapore vagamente ferruginoso (e quindi acido), possedeva delle miracolose proprietà taumaturgiche.

La voce arrivò fino alle orecchie di qualche solerte cardinale che pensò bene di farla assaggiare al papa, all’epoca quel Camillo Borghese salito al soglio pontificio nel 1605 con il nome di Paolo v.

Nel 1619, sei anni prima della morte avvenuta per un colpo apoplettico, il pontefice, così convinto delle proprietà miracolose dell’acqua, decise di far erigere una fontana dall’architetto Giovanni Vasanzio.

Di questo primo monumento esiste memoria nella lapide di fianco alle tre piccole vasche, che si trova ancora in loco e che descrive i mille malanni per il quale l’acqua risultava salutare: Renibus et stomacho, spleni corique medetur – Mille malis prodest ista salubris aqua (Quest’acqua salubre è medicina per il mal di reni e di stomaco, per la milza e il fegato e per mille altri mali).

Altre due lapidi ricordano i successivi interventi sulla «mostra d’acqua» che oggi è stata finalmente protetta da una recinzione. La prima ricorda l’intervento di restauro di papa Alessandro vii Chigi (1655 – 1667) al quale si deve il progetto a esedra che ancora oggi si può ammirare, opera di Bernini; la seconda il rifacimento operato sotto papa Clemente xi (1700 – 1721).



Christoffer Wilhelm Eckersberg La Fontana dell'Acqua Acetosa, 1814 


Questo secondo intervento fu reso necessario dal fatto che la quantità d’acqua era grandemente diminuita, anche a causa del commercio che ne veniva fatto.

I romani impossibilitati a recarsi personalmente alla fonte, decisamente fuori mano rispetto al centro di Roma, potevano rifornirsi dai cosiddetti “acquacetosari”, una cooperativa di venditori ambulanti che viveva dello smercio in città della preziosa acqua.

Le proteste popolari per questo taglieggio e per la mancanza di adeguato rifornimento alla fonte, giunsero fino alle orecchie di Clemente xi che decise di intervenire affidando i lavori di bonifica all’architetto Egidio Maria Bordoni.

Finalmente liberata dal fango e dalle erbacce, la fonte ricominciò a produrre acqua e la tradizione degli acquacetosari poté continuare indisturbata fino ai primi del Novecento.

Insieme alle qualità taumaturgiche, i venditori abusivi avevano cominciato anche a propagandare altre misteriose proprietà dell’acqua, quella di garantire fortuna personale, o di scongiurare ogni tipo di malocchio.

Finalmente nel 1910 si decise di stroncare il traffico d’acqua miracolosa e il Comune di Roma provvide ad appaltare la fonte a un servizio autorizzato.

La fama dell’Acqua Acetosa si protrasse però ancora per tutto il Novecento e non era insolito vedere, ancora nel secondo dopoguerra, file di persone con recipienti di ogni tipo in attesa di portare a casa l’agognato liquido portentoso.

Oggi il monumento, anche se salvato dal degrado, resta infelicemente compresso tra l’espansione continua dei circoli sportivi sulla sponda del fiume e la stazione ferroviaria omonima, che fa parte del tracciato della linea Roma – Viterbo.

Tratto da: Fabrizio Falconi, Roma segreta e misteriosa, Newton Compton, Roma, 2018 



17/12/20

"La Storia di Roma - in 501 domande e risposte" di Fabrizio Falconi anche in E-book (Kindle) a 4,99 Euro

 


La storia di Roma - in 501 domande e risposte, appena uscito in libreria, è disponibile anche in E-book in formato E-pub per dispositivi E-reader/Kobo, Ios, Android, Kindle acquistabile QUI a 4.99 Euro


Scheda del Libro

La grande storia di Roma è universalmente nota. Ma tra le pieghe delle sue vicende si annidano curiosità spesso poco conosciute, che invece meritano di essere scoperte. In questo libro verranno proposte 501 domande che hanno per argomento la storia, gli aneddoti, l’architettura, l’arte, i costumi, le leggende di Roma, dalle origini fino ai giorni nostri. A ogni quesito segue una risposta, che prova a far luce sul complesso mosaico della storia della Città Eterna. I capitoli sono divisi in un ordine cronologico che abbraccia quasi tre interi millenni, dalle origini e dalla fondazione della città, passando per la Roma repubblicana, quella  imperiale, il Medioevo, il Rinascimento, la Roma papalina, il Risorgimento e il Novecento e arrivare fino ai giorni nostri. Una carrellata di notizie, approfondimenti, spigolature, sulla grande storia della città più famosa del mondo.

Tanti interrogativi per soddisfare tutte le curiosità sulla grande storia della Città Eterna

La storia immortale della Città Eterna

Le origini – la Fondazione – I re di Roma
L’età antica – La Roma repubblicana
L’età antica – La Roma Imperiale
Dalla Caduta dell’Impero Romano d’Occidente all’anno Mille
La Roma Medievale
Il Rinascimento a Roma
La Roma Papalina
Il Risorgimento a Roma e l’Ottocento
Dai primi del Novecento alla fine della Seconda Guerra Mondiale
Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ai giorni nostri


28/11/20

Il Libraio: Esce oggi "La Storia di Roma - in 501 domande e risposte" di Fabrizio Falconi

 


Illibraio.it annuncia oggi l'uscita de "La storia di Roma - in 501 domande e risposte" di Fabrizio Falconi, nelle librerie e in vendita nei siti online (qui tutte le info)

Sinossi

La grande storia di Roma è universalmente nota. Ma tra le pieghe delle sue vicende si annidano curiosità spesso poco conosciute, che invece meritano di essere scoperte. In questo libro vengono proposte 501 domande che hanno per argomento la storia, gli aneddoti, l’architettura, l’arte, i costumi, le leggende di Roma, dalle origini fino ai giorni nostri. A ogni quesito segue una risposta, che prova a far luce sul complesso mosaico della storia della Città Eterna. I capitoli sono divisi in un ordine cronologico che abbraccia quasi tre interi millenni, dalle origini e dalla fondazione della città, passando per la Roma repubblicana, quella  imperiale, il Medioevo, il Rinascimento, la Roma papalina, il Risorgimento e il Novecento e arrivare fino ai giorni nostri. Una carrellata di notizie, approfondimenti, spigolature, sulla grande storia della città più famosa del mondo.

Tanti interrogativi per soddisfare tutte le curiosità sulla grande storia della Città Eterna

La storia immortale della Città Eterna

Le origini – la Fondazione – I re di Roma
L’età antica – La Roma repubblicana
L’età antica – La Roma Imperiale
Dalla Caduta dell’Impero Romano d’Occidente all’anno Mille
La Roma Medievale
Il Rinascimento a Roma
La Roma Papalina
Il Risorgimento a Roma e l’Ottocento
Dai primi del Novecento alla fine della Seconda Guerra Mondiale
Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ai giorni nostri

  • ISBN: 8822746317
  • Casa Editrice: Newton Compton
  • Pagine: 352

23/10/20

Il "Leone della berlina" al Campidoglio: una statua romana dalla storia molto particolare

 


Il Leone che azzanna un cavallo è una scultura marmorea di età romana restaurata nel ’500 e che, dopo essere stata adottata come ornamento nel giardino del Museo Nuovo Capitolino, è oggi una delle opere più ammirate della esposizione permanente, al suo interno.

E ha una storia veramente particolare. In epoca medievale, infatti, e per lunghi secoli si trovava semiinterrata ai piedi del Palazzo Senatorio, posizione da cui fu spostata in seguito alla risistemazione del Campidoglio di Michelangelo.

La statua, meravigliosa opera di rappresentazione ferina che coglie in pieno dinamismo la scena di caccia di un leone, era adibita a compiti veramente umilianti che ne accrebbero la fama macabra.

Di fianco al leone, eretto, venivano lette infatti le sentenze di morte, e su di esso venivano esposti al pubblico ludibrio malfattori di ogni sorta: ladri, briganti, assassini, mercanti disonesti, debitori insolventi, truffatori, sedicenti maghi e alchimisti. 

L’usanza risaliva agli statuti romani del 1363 e generò il proverbiale detto, di dar il culo al lione”, che si applicava inesorabilmente a chi si metteva nei guai.

La statua è citata anche in diversi passi della Vita anonima di Cola di Rienzo, come quello relativo alla morte, avvenuta l’8 ottobre 1354, quando, ormai abbandonato da tutti, il tribuno cercò per l’ultima volta di arringare la folla, in Campidoglio. Ricevendone, in cambio il linciaggio.

Oggi nei giardinetti a sinistra della rampa capitolina si eleva una statua raffigurante Cola di Rienzo, eretta nel 1887 (opera dell’artista fiorentino Girolamo Masini) e che si pretendeva fosse stata apposta proprio nel punto esatto dove il tribuno cadde morto

Si tratta però di un errore: Cola morì esattamente ai piedi del Palazzo Senatorio, proprio nel cosiddetto “loco del lione”, dove cioè si trovava il gruppo scultoreo del Leone che azzanna un cavallo, il luogo prescelto per dare pubblica lettura delle sentenze.

Anche la morte tragica di Cola di Rienzo, dunque, che alla fine per tentare di sottrarsi al linciaggio si era anche travestito da popolano, contribuì nel tempo ad accrescere la fama sinistra della statua, che del resto già nella scena rappresentata metteva in scena la morte, nel suo aspetto più violento.

Tratto da: Fabrizio Falconi, Roma segreta e misteriosa, Newton Compton Editore, 2015


 

03/04/20

"I Misteri dei Rioni e dei Quartieri di Roma" di Fabrizio Falconi disponibile in ebook a 5.99 euro





Dalle leggende di Roma sotterranea agli enigmi delle chiese e dei vicoli più nascosti 

Quanti libri sono stati scritti su Roma e sulle sue meraviglie? Eppure, nella città de La dolce vita, non si finisce mai di scoprire qualcosa di nuovo, di imbattersi in un reperto, una pittura, un palazzo o una semplice pietra in grado di dischiudere un mondo nuovo di conoscenze

Roma è un insieme di storie e di luoghi che viaggiano nel tempo da tremila anni e parlano agli uomini d’oggi. In questo libro affascinante si viaggia per i rioni e per i quartieri della Capitale, dai più antichi a quelli di nuova costruzione, alla ricerca di aspetti e di angoli poco conosciuti, di storie dimenticate, di fantasmi e apparizioni, di antiche leggende, di curiosità e piccoli segreti, di palazzi e abitazioni davanti ai quali si passa tutti i giorni senza conoscerne il fascino nascosto e ciò che custodiscono.

29/08/19

Guarda Qui lo Speciale "Roma Segreta e Misteriosa" di Fabrizio Falconi in Onda su Italia Uno



Ecco il Link dove trovare lo Speciale Roma Segreta e Misteriosa che ho realizzato per Studio Aperto/Italia Uno andato in onda lo scorso 19 Agosto. 

Una passeggiata suggestiva attraverso i luoghi di cui ho scritto nel mio libro pubblicato nel 2017 per Newton Compton.

Durata: 19 minuti.

Per vedere lo speciale cliccare al Link qui sotto - dal minuto 26.00


https://www.mediasetplay.mediaset.it/video/studioaperto/edizione-ore-1830-del-19-agosto_F309455501046201

Fabrizio Falconi