03/03/25
3.000.000 di Visualizzazioni per Il Blog di Fabrizio Falconi - Si festeggia con i tre libri usciti da poco. Grazie a tutti!
10/02/25
"Il Giorno più Bello per Incontrarti" - RECENSIONE
IL LIBRO
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31/01/25
"Il Libro dei Bambini" di Antonia S. Byatt - Un grande libro
Ci sono libri difficili che ripagano la fatica del lettore. Con il tempo capisci quando vale la pena di insistere perché ti verrà dato il premio di un grande libro.
Una lucida analisi sulla perfettibilità degli esseri umani, sul crudele egoismo della natura d'artista, sulla fascinazione per l'infanzia.
12/12/24
1846: Il primo volo in Mongolfiera a Roma ! - Un estratto da "Storie incredibili su Roma che non vi hanno mai raccontato" di Fabrizio Falconi, in tutte le librerie
Con il tempo, però, e soprattutto negli ultimi decenni, la villa aveva subito notevoli trasformazioni, a opera soprattutto del principe Marcantonio IV Borghese (1730-1809) che, tra le altre cose, aveva ordinato ai suoi architetti la costruzione di un anfiteatro destinato a ospitare corse di cavalli, esibizioni e feste, e ispirato alla piazza del Campo di Siena, città da cui la famiglia Borghese, originariamente, proveniva.
Nacque così piazza di Siena, subito divenuta il fulcro della villa, che nel frattempo i Borghese avevano deciso di aprire al pubblico, cioè al popolo di Roma, per il passeggio durante i giorni festivi e dove, in quelle occasioni, erano ospitati eventi e balli. Uno dei fatti memorabili che ebbero luogo a Roma, nell’Ottocento, fu il primo volo in mongolfiera, che si levò proprio da piazza di Siena.
Il protagonista fu il francese François (o Francisque) Arban, nato a Lione nel 1815, pio niere dell’aviazione che aveva iniziato a dedicarsi alla mon golfiera nel 1832. Qualche anno più tardi, Arban venne a Roma, invitato dai Borghese. Ospite della villa, annunciò che avrebbe ten tato un’esibizione sui cieli della capitale. Dopo due mesi di permanenza romana e di preparazione, finalmente, alle tre e mezzo del pomeriggio del 14 aprile del 1846 Arban salì a bordo del suo pallone, davanti a una folla straboccante assiepata sulle tribune di piazza di Siena, che cominciò ad applaudirlo mentre compiva un primo giro a pochi metri d’altezza, ancora trattenuto da una corda di ancoraggio.
Qualche minuto dopo, sciolto l’ormeggio, al suono della banda militare e spinto dal vento di sud-est, Arban prese quota con l’aerostato sorvolando l’intera Villa Borghese. Seguendo la direzione del vento, come raccontano i cro nachisti dell’epoca, l’aviatore «sorpassò più volte i giri del Tevere, dirigendosi rapidamente verso i monti Sabini, po tendo però sempre scorgere da quel punto, la Villa [Borghese], le fabbriche e la maestosa cupola della città da cui pochi minuti prima si dipartiva».
Continuando l’avventura, Arban si trovò ben presto a quote altissime, al punto tale che cominciò ad avere problemi di respirazione, con il termometro che segnava un grado sopra lo zero. Rifocillatosi col vino che aveva a bordo e col cibo «di cui si era ugualmente munito», e verificata l’altezza ormai troppo elevata, aprì la valvola abbassando la mongolfiera di diverse centinaia di metri quando, dopo un’ora di viaggio, gli si aprì sotto gli occhi lo scenario del fiume Velino e poi della valle reatina, accorgendosi subito delle moltitudini di persone che lo indicavano e gli face vano cenno di avvicinarsi, abbassandosi ancora.
La popolazione reatina era entusiasta, seguiva il percorso a piedi, a cavallo o con vetture, e finalmente, nei pressi del lago di Piediluco, convinse Arban ad atterrare, visto anche che si profilavano, minacciose, le montagne degli Appennini.
Aveva viaggiato per cinquanta miglia (ottanta chilometri) quando gettò via gli ultimi sacchi di zavorra, lanciando a una trentina di persone che lo aspettavano le corde per l’ancoraggio. Particolare curioso, tra i primi che vennero ad aiutare Arban a scendere dall’aerostato ci fu un tipo che, dopo averlo abbracciato e baciato, chiese a bruciapelo al volatore, in italiano: «Mi dai tre numeri?». Ancora provato dall’impresa e ostacolato dal non sapere la lingua, Arban capì soltanto in un secondo momento che quello gli chiedeva con insistenza tre numeri per giocare al Lotto.
Arban, insomma, era visto come una specie di mago, al quale non dovevano mancare nemmeno capacità divinatorie e – immaginiamo più che altro per togliersi il fastidio di torno – con il lapis scrisse alcuni numeri a casaccio che furono ricevuti dal “villico reatino” come un prezioso tesoro. Invitato a riposarsi dopo l’impresa nella casa di un notabile del luogo, alle tre del mattino seguente Arban prese la diligenza che doveva riportarlo a Roma, dove giunse alle tre del pomeriggio, subito accolto dal principe Borghese, grato per l’impresa che aveva appena compiuto.
La popolarità di Arban dopo quel primo viaggio aumentò a dismisura, al punto che in diverse altre città italiane furono organizzate sue esibizioni a bordo della mongolfiera. La sua carriera di aviatore però si infranse presto in circostanze tragiche: tre anni dopo, preso il volo da Barcellona per un’esibizione, con l’intenzione di superare i Pirenei e arrivare fino a Lione, Arban non riuscì a portare a compimento l’impresa. La forza dei venti sospinse infatti l’aero stato verso il largo del mar Mediterraneo, dove scomparve nel nulla. I suoi resti e quelli del velivolo non furono mai più ritrovati, dando adito alle più diverse leggende, tra cui quella secondo cui la sua mongolfiera, arrivata addirittura fino in Africa, aveva consegnato l’aviatore agli indigeni che lo avevano fatto prigioniero e ucciso.
Estratto da: Fabrizio Falconi, Storie incredibili di Roma che non ti hanno mai raccontato, Newton Compton Editore, 2024
10/11/24
"Now and Then" i Beatles tornano candidati ai Grammy Awards dopo 53 anni! La persistenza del Mito in un libro "La Fine della Storia", appena uscito
28/10/24
Intervista a Fabrizio Falconi su “La fine del sogno. Beatles, Manson, Polanski” (Da VCB)
“Gli Anni ’60 sono stati un decennio incredibile”. E, “di sicuro, quel che fecero quei quattro ragazzi di Liverpool, i Beatles, è qualcosa di unico e perfino leggendario”.
Parola di Fabrizio Falconi, giornalista e scrittore che si è immerso proprio in quel tempo per realizzare il suo nuovo libro: “La fine del sogno. Beatles, Manson, Polanski”, pubblicato da Arcana. Del resto, sono stati gli anni in cui anche l’Italia è stata protagonista del boom economico e il mondo intero è stato attraversato dal cosiddetto Sessantotto, con i suoi movimenti di massa, ma anche con la sua Summer of Love e la sua Era dell’Acquario, con Woodstock, il Flower Power e la liberazione sessuale.
In questo contesto, anche il cinema e la musica hanno cambiato completamente stile e contenuti rispetto al passato. Ma cosa ha rappresentato davvero quell’epoca e cosa è cambiato dopo? E, soprattutto, che ruolo hanno avuto i “Fab Four”?
Lo abbiamo chiesto all’autore del libro, scritto con l’intento di offrire una chiave di lettura differente di quei tempi, mettendo in luce “l’incredibile mole di coincidenze, circostanze, fatti e fatalità che collegavano l’uno all’altro alcuni personaggi di quel periodo”.
Quando e perché è nata l’idea di scrivere un libro che racconta in che modo la storia dei Beatles si è intrecciata con la storia di personaggi come il fondatore della meditazione trascendentale Maharishi, il regista Roman Polanski, sua moglie Sharon Tate, la setta di Charlie Manson e l’assassino di John Lennon?
L’idea del libro è maturata nel corso degli ultimi due o tre anni. Collezionavo e studiavo da tempo materiale riguardante gli anni 1969-70 con l’ultimo periodo prima e dopo lo scioglimento dei Beatles. Più andavo avanti, più mi accorgevo dell’incredibile mole di coincidenze, circostanze, fatti e fatalità che collegavano l’uno all’altro alcuni personaggi di quel periodo.
Erano come i grani di un rosario, sembrava che ci fosse un filo unico nella storia di quegli incontri, una storia più grande che li teneva insieme e che chiedeva di essere nuovamente dipanata. Così, anche se la pubblicistica sui Beatles è smisurata, ho deciso di scrivere il libro, da questo punto di vista, che mi pare poco esplorato e assai interessante da scoprire”.
16/10/24
La foto esoterica dei Beatles, dopo la morte di John
Guardate bene questa foto.
Fu scattata nel 1996, quando i tre Beatles rimasti si riunirono per stare un po' insieme.
Durante il servizio fotografico, si sentivano vuoti senza John Lennon. Poi, misteriosamente, un pavone bianco apparve dietro George per una delle foto.
Quando lo videro, sentirono tutti la presenza di John e l'atmosfera si alleggerì.
Probabilmente erano al corrente di quanto aveva spesso riferito Julian Lennon, il figlio del leggendario membro dei Beatles, secondo cui suo padre, prima di morire, aveva promesso a lui e al resto della sua famiglia di ritornare proprio sotto forma di una piuma bianca. "Quando vedrete una piuma bianca, sappiate che sono io, vicino a voi", aveva detto John.
Anche recentemente Julian ha raccontato di aver percepito la presenza dello spirito di suo padre, morto 25 anni fa. L’apparizione ha avuto luogo mentre Julian partecipava ad un’antica cerimonia di una tribù aborigena in Australia. Una fonte del Daily Express ha riferito che quando uno degli anziani gli ha dato una piuma bianca il figlio 44enne del cantante si è emozionato profondamente, ricordandosi di quello che gli aveva sempre detto il padre.
Julian era in Australia per girare il documentario "Whaledreamers", vincitore di diversi premi nel 2006 e proiettato durante il Festival di Cannes quest’anno.
Qui, nel 1995, è la prima volta in cui il compagno perduto si sarebbe manifestato, come rivelò Paul McCartney, anche ai suoi ex-compagni di band con le sembianze di un pavone bianco, perdipiù mentre erano in studio per completare le registrazioni del singolo "Free as a Bird", originariamente inciso dallo stesso Lennon nel 1977.
12/10/24
L'emozionante omaggio di Paul a John Lennon nel giorno del suo compleanno - Il Tributo
Mercoledì 9 ottobre John Lennon avrebbe compiuto 84 anni. Due in più del suo amico Paul McCartney, che gli ha dedicato il toccante tributo sui social.
07/10/24
La Magia Beatles continua: Paul Mc Cartney la notte scorsa incanta 70.000 persone allo stadio Monumental di Buenos Aires !
Grande successo, la notte scorsa a Buenos Aires, per Paul McCartney: l'ex Beatle ha incantato il pubblico con quasi tre ore di concerto e 33 canzoni, facendo tremare di emozione lo Stadio monumentale, nell'ultimo dei suoi due show nella capitale argentina.
04/10/24
Un nuovo bellissimo "Docu" dedicato a John Lennon con molte immagini mai viste.
da: Vogue Italia
John Lennon e Yoko Ono, la storia d'amore di una delle coppie più discusse del '900. Un documentario svela nuovi dettagli
John Lennon e Yoko Ono. Due persone, una cosa sola. Bastano i loro nomi per suscitare, anche nelle generazioni che non li hanno vissuti realmente, qualcosa di unico. Lui, uno dei grandi (ex), leggendari, membri dei Beatles, lei, proveniente da una ricca famiglia di banchieri giapponesi, artista e musicista. Formarono, fino alla morte di Lennon, nel 1980, ucciso da Mark David Chapman, una delle coppie a cui guardare, che più hanno ispirato una forma di ribellione e resilienza creativa, musicale, culturale, di protesta.
Si erano conosciuti il 9 novembre del 1966 all'anteprima di un'esposizione proprio della Ono, all'Indica Gallery di Londra, nella quale lo stesso Lennon fu attratto da diverse opere esposte, una in particolare chiamata, ‘Celing painting’, che prevedeva si dovesse salire con una scala, per vedere attraverso un vetro (e degli specchietti) la parola YES che si ingrandiva. Fu la scintilla, il mix tra immaginazione, ironia e provocazione, a legarli. Si sposarono il 20 marzo 1969.
Continua a leggere su Vogue Italia
Non perdere il nuovo libro sui Beatles appena uscito: "La Fine del Sogno - Beatles, Manson, Polanski", Arcana Editore, 2024
26/09/24
Quando il sogno si spezzò: 1970, la dichiarazione di guerra di Lennon ai Beatles. Nel libro "La fine del Sogno - Beatles, Manson, Polanski", presentato domenica prossima alla Libreria Eli
Qui di seguito un estratto (p. 162 e ss), de "La Fine del Sogno - Beatles, Manson, Polanski", libro che verrà presentato domenica prossima, 22 settembre alla Libreria Eli di Roma. E' uno dei momenti cruciali della storia, quando Lennon pubblica un album immediatamente dopo l'annuncio dello scioglimento della band che ha cambiato il mondo. E' un regolamento di conti durissimo, principalmente tra i due fautori - John e Paul - della grande rivoluzione musicale (e non solo) del Novecento, e la definitiva rottura del loro "patto di sangue" siglato quando avevano quindici anni e mai violato sino ad allora.
La prima bordata contro Paul, ma contro la storia stessa dei Beatles, è una iniziativa di John– che del resto non si è mai fatto problemi a “lavare i panni sporchi in pubblico” – ed è contenuta in John Lennon/Plastic Ono Band, uscito pochi mesi dopo lo scioglimento: God, penultima traccia del LP, ballata dai toni ultimativi (da resa dei conti appunto), rappresenta il più esplicito “manifesto programmatico” di Lennon, all’indomani del divorzio dei/dai Beatles.
John mette le cose in
chiaro: vuole esprimere in modo essenziale e definitivo, quello in cui egli
crede – quello cioè che lui sostanzialmente è ora – ora che
l’incantamento dei dieci anni sull’Helter Skelter è finito. Quella
giostra si è fermata. Lui è sceso. Cosa è rimasto? Cosa è adesso John, appena oltrepassata
la linea d’ombra dei suoi primi trent’anni di vita?
God lo afferma esplicitamente, ma nel tipico stile di John, cominciando
dall’enunciazione di ciò in cui lui non crede. Di ciò che lui non è o
non è più.
Anche God, come Mother,
viene scritta durante il periodo della Primal Therapy, nella casa di
Nimes Road, a Bel-Air. John ne incide una prima versione acustica, suonata alla
chitarra, oggi presente in diversi bootleg bramati dai collezionisti,
nella quale fa ironicamente precedere al testo vero e proprio, un proclama
nello stile dei predicatori americani: “Ho una missione
dall'alto. E sono qui per dirvi che questo messaggio riguarda il nostro amore.
Gli angeli devono avermi mandato per consegnarvi questo messaggio. Ora
ascoltatemi, fratelli e sorelle.” L’iconoclasta Lennon usa questo espediente
per lanciarsi così, di seguito, in un radicale peana contro-religioso, il
manifesto di un ateismo che sembra radicale e che viene affermato con forza già
a partire dai primi versi:
God
is a concept
By which we measure our pain
I'll say it again
God is a concept
By which we measure our pain
Yeah
Pain
Yeah
Dio, dice Lennon, è
semplicemente un concetto che gli uomini hanno inventato per dare un
nome, o meglio, per misurare, il loro dolore. È una definizione filosofica
lapidaria, che sembra provenire dal pensiero filosofico di Janov, dalle
conversazioni fatte con il dottore, prima del rilascio delle urla del paziente,
nella stanza insonorizzata.
A questo punto, sull’incalzare dello stesso tema, ribattuto in
crescendo, ad ogni rima John elenca ciò in cui non crede, non ha mai creduto o
non crede più. Anche questo è un elenco radicale, che non ammette discussioni,
e che Lennon stila con tono perentorio, definitivo:
I don't believe in magic
I don't believe in I-Ching
I don't believe in Bible
I don't believe in Tarot (cioè nei tarocchi)
I don't believe in Hitler
I don't believe in Jesus
I don't believe in Kennedy
I don't believe in Buddha
I don't believe in Mantra
I don't believe in Gita
I don't believe in Yoga
I don't believe in Kings
I don't believe in Elvis
I don't believe in Zimmerman (cioè in Bob Dylan)
E qui, con un abile colpo di teatro, dopo una improvvisa pausa della
sequenza, e un eloquente vuoto, arriva la voce dell’elenco più difficile
da mandar giù, specie per le moltitudini di fans che avevano fatto del gruppo
di Liverpool, i loro idoli:
I
don't believe in Beatles
John, dunque, ha fatto finalmente a pezzi tutto: non solo non crede ad
alcuna divinità – e Gesù e la Bibbia sono stati inseriti nell’elenco subito
prima e dopo dei Tarocchi e di Hitler - ma non crede nemmeno in alcun idolo
della musica, né Elvis (che pure fu un suo idolo giovanile), né in Dylan, né
nei “suoi” Beatles, che sono, al pari delle altre voci in capitolo, puri idoli,
simulacri, simboli rivestiti di un valore immaginario e inconsistente. Al
dunque, inutili.
E dunque, cosa resta? In cosa crede l’uomo John, al termine di questa
distruzione di miti, divinità e simboli? John crede alla realtà. E la realtà si
restringe, con un cambio di passo drastico della melodia, all’improvviso fattasi
dolce e malinconica, a “me” e a “Yoko e me”:
I
just believe in me
Yoko and me
And that's reality
Ogni sogno è dunque
tramontato, continua John. Anche i Beatles erano fatti di quel sogno.
Adesso che egli è rinato, tutto è più chiaro: il sogno era “Ieri”, con una
velenosa allusione alla canzone di Paul, Yesterday (sempre considerata,
da John, la sua migliore), e ai tempi dei Beatles. Che vengono ripudiati con i
versi seguenti, di facile interpretazione per tutti i fans del gruppo: John non
è più The Walrus (il “tricheco”), nel chiaro riferimento a una delle
canzoni più celebri e autobiografiche di John (scritta sotto acido e ispirata a
una poesia di Lewis Carroll, I’m the Walrus, contenuta nel Doppio
Bianco). The Walrus, cioè il John-nei-Beatles, il dreamweaver (cioè
il “tessitore di sogni”) è diventato ora, soltanto John, il ri-nato.
The
dream is over
What can I say?
The dream is over
Yesterday
I was the dreamweaver
But now I'm reborn
I was the walrus
But now I'm John
And so dear friends
You'll just have to carry on
The dream is over
Il sogno è finito: ed è piuttosto singolare che a decretarlo sia proprio
John che - con le sue utopie pacifiste, i bed-in, le tirate contro i
potenti e il loro cinismo - tutto il mondo identifica come il sognatore
per eccellenza. E lui stesso, del resto, così si definisce nella sua più famosa
canzone, Imagine: You may say, i’m a dreamer, but i’m not the only
one. Tu puoi chiamarmi un sognatore. Lui non lo nega, risponde soltanto che
di certo non è l’unico.
Questa canzone, God, è allora un proclama nel più caratteristico
stile provocatorio di John. La sua identità – se ne esiste una – è ora ciò che
risulta da una serie di negazioni: “non posso affermare ciò che sono, posso
soltanto dire ciò che non sono.”
Di sicuro, la canzone è uno shock per molti fan dei Beatles, con effetti
potenziali imprevedibili e violenti, come vedremo tra poco.
Ma ciò che sta a cuore a John, al di là dei toni, è smontare il mito dei
Beatles e ridimensionarlo, nel momento in cui sta “imparando a nuotare”. I
Beatles andavano bene, ma non il loro mito. E lo ribadisce con chiarezza nella
famosa intervista del 1980: “Se i Beatles hanno un messaggio, era quello. Con i
Beatles, il punto sono i dischi, non i Beatles come individui. Non hai bisogno del
pacchetto, così come non hai bisogno del pacchetto cristiano o del pacchetto
marxista per ricevere il messaggio… Se i Beatles o gli anni Sessanta hanno un
messaggio, era imparare a nuotare. Punto. E una volta che impari a nuotare,
nuoti. Le persone che sono attaccate al sogno dei Beatles e degli anni Sessanta
hanno perso il punto, quando il sogno dei Beatles e degli anni Sessanta è
diventato il punto. Portare in giro il sogno dei Beatles o degli anni
Sessanta per tutta la vita è come portare in giro la Seconda Guerra Mondiale e
Glenn Miller. Questo non vuol dire che non puoi goderti Glenn Miller o i
Beatles, ma vivere in quel sogno è una zona crepuscolare. Non è vivere adesso. È
un’illusione.” [1]
Sembra un discorso impeccabile, e in effetti lo è, ma c’è sicuramente di
più, oltre a questo: la lunga intervista di Lennon – una sorta di bilancio,
senza sapere che stava arrivando la sua morte – è in realtà una presa di
distanza dalle biografie dei Beatles, non soltanto dal fenomeno musicale,
culturale che essi hanno rappresentato. Perché ogni aspetto, in questa vicenda,
parla prima di tutto di vite, traumi, mancanze, nevrosi, sogni, utopie,
delusioni, malinconie, perdite, fallimenti. In primis, di John e Paul. Così, il
mistero che resta – l’argomento che John scantona nell’intervista – è perché
queste vicende personali, queste vite, si siano assemblate così stranamente e
per quali cause – con potenza simbolica – esse abbiano collegato le anime di
così tanta gente nel mondo, fino a oggi. Forse Lennon, morendo nel 1980, non ha
fatto in tempo a constatare la durevolezza, la consistenza e l’autorevolezza
nel tempo, del “mito” dei Beatles. E forse se fosse vivo ancora oggi, avrebbe
una percezione parecchio diversa di quello che realizzò con i suoi compagni di
allora.
[1] D.
Sheff, Lennon Interview, op. cit.
Ogni diritto d'autore riservato. Testo tratto da: Fabrizio Falconi, La Fine del Sogno, Beatles, Manson, Polanski, Arcana Editore, Roma, 2024.