15/05/26

Il centenario Cedro del Libano al Pincio (da "Le rovine e l'ombra di Fabrizio Falconi" )

 



Anche a Roma esistono alberi centenari com’è il meraviglioso Cedro del Libano, alto più di venti metri che campeggia al centro di Villa Borghese, proprio di fronte alla Casina dell'Orologio, dove è stato piantato tra il 1852 e il 1854, prima ancora che fosse costruito l'idrocronometro, l'orologio ad acqua (da Giovanni Battista Embriaco nel 1873) e prima della realizzazione del chiosco in legno (opera di Addone Soccorsi nel 1922), divenuto poi un elegante caffè.

   In un pomeriggio di luglio, affaticato dalla canicola implacabile che Roma sa regalare, riposando sotto questa maestosa pianta, per la prima volta l'ho osservata.  Ero con i miei figli. Avevamo lasciato il risciò poco distante.  Per un momento un silenzio quasi totale si era impadronito del viale.  I radi turisti boccheggiavano disfatti sulle panche del chiosco, la giostra dei bambini era ferma, come il raid dei pattinatori a rotelle, particolarmente intenso in quel punto.

   Gabriele e Isabella provarono a circondare il tronco del Cedro, legandosi le mani, senza riuscirvi. 

   Abbiamo alzato gli occhi al cielo. I miei erano stupefatti come i loro: non si riusciva quasi a distinguere il cielo, tanto era fitto e alto l'intrico dei rami e delle foglie.

   Ho pensato a quante volte, inconsapevole, sono passato sotto quelle fronde. Quante volte il tetto del grande Cedro mi ha ricoperto senza che ne sapessi niente. Quante volte gli uccelli nascosti tra i rami mi hanno osservato tra i rami.  Quante volte, io bambino, le foglie d'autunno, staccatesi dolcemente, sono venute a sfiorarmi le spalle.

   Più tardi, ripreso il cammino e fatti pochi metri, siamo passati di fronte all'Obelisco di Antinoo, fatto erigere da Adriano in onore del suo amato disperso nelle acque del Nilo, per cercare di lenire il proprio dilaniante dolore. 

   Inevitabilmente ho fatto caso alla diversità di questa ombra: l'ombra dell'Obelisco, una lama sull'asfalto, lo gnomone affilato di una meridiana, niente di più.

   Nessun calore e nessun riparo era affidato a questo tipo di ombra di costruzione umana.

   C'era poco da scoprire dentro questa ombra, se non i significati reconditi che il raziocinio umano vi ha trasferito nella ambizione smisurata di collegarsi al cielo.

   L'ombra del Cedro, che mi ero lasciato alle spalle, raccontava invece tutto il mistero della natura, di cui anche l'anima umana fa parte.

   La mia vita e quella di molte altre persone sono custodite dentro quell'ombra secolare, anche se è molto difficile averne consapevolezza.

   In fondo si tratta di questo: le rovine sono piene di ombra e la natura è piena di ombre.  Le ombre ci parlano più della luce perché contengono misteri e segreti, dei quali siamo soltanto molto parzialmente coscienti.  

   L'ombra personale e l'ombra della natura custodiscono il grande tesoro da esplorare, da cui ripartire, quando tutto sembra perduto.

   È un viaggio lungo e faticoso quello che attraversa la linea d'ombra e il cuore di tenebra.  Ma è lì che, come sapevano bene Giovanna e Pier Paolo, si nasconde la vita più intensamente.  È lì che bisogna indagare se si vuole conoscere.

   Uno dei grandi registi contemporanei, David Lynch, per spiegare il suo cinema pieno di ombre e la sua filosofia ha scritto: «È come quando si vede un iceberg. Noi sappiamo che quello che appare fuori dall'acqua è solo una parte molto piccola di tutto il resto. Ci sono persone che mostrano di più e altre di meno. Io sono interessato alle cose nascoste». (10)

   Questo interesse non è – e non dovrebbe mai essere – soltanto compiaciuto o voyeuristico, come appare consuetudine oggi: attrazione speculativa e puramente estetica per il morboso e l'occulto. 

   L'ombra, se si è interessati alla vita e non alla morte, è un cammino, non un totem.

© - riproduzione riservata - Tratto da: Fabrizio Falconi, "Le rovine e l'ombra", Castelvecchi Editore, Roma, 2017 




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