IL GIORNO PIU’ BELLO PER INCONTRARTI di Fabrizio Falconi
Per far nascere una storia occorre silenzio. Ma io non ho bisogno di far nascere una storia. Essa c’è già, esiste. Reclama semplicemente di essere raccontata. Dovrò spiegare tutto, nulla potrà essere tralasciato. Dare conto anche del silenzio.Per far questo, come si conviene, è bene prima rendere omaggio a colui che questa storia ha generato, o dalla quale è stato immotivatamente sospinto.A lui essa ritorna, a lui affido queste parole, pronunciate, ricordate, ripetute, nonostante da ogni parte giungano fin qui inarrestabili rumori, grida e stridori dissennati.
Racconterò dunque la storia iniziando dal tuo funerale. Il feretro arrivò in ritardo, quando era passato mezzogiorno. Ad un lato del piazzale, di fianco alla chiesa, riconobbi tra le auto parcheggiate la Taunus azzurra di Vivienne. Sul sedile posteriore, un mazzo di gigli nel cellophane.Quando arrivò la Mercedes scura, eravamo ancora in pochi. L’aria perfida decisamente troppo calda per essere ottobre, una spessa coltre di umidità nascondeva il sole.Quattro commessi in completo grigio e guanti neri portarono a spalla la bara, nella chiesa disadorna. Una guida di velluto color malva era stata posta nel corridoio tra i banchi, sul pavimento cosmatesco. Uno dei presenti, un uomo tarchiato e calvo si asciugava il cranio sudato con il palmo delle mani. Tra i ritardatari che continuavano ad affluire, quando la cerimonia era già iniziata, vidi subito Salvini, che - mi era stato detto - non aveva voluto collaborare alla perizia per il riconoscimento. Tra i banchi della chiesa e nella luce grigia spiccava il verde acceso della sua giacca. Era ancora più magro di come me lo ricordavo. Gli occhi lucidi, dietro le spesse lenti da vista tradivano commozione. Ci stringemmo la mano, senza dire nulla. La cerimonia fu introdotta da un breve fraseggio d’organo. Tutto appariva consueto, lontano, senza emozione. Ma quando uno dei ragazzi del borgo dei pescatori salì al lato dell’altare per leggere dalla Lettera agli Efesini, il silenzio divenne più tenace e vibrante :
Dio ha vivificato
anche voi,
voi che eravate
morti
nelle vostre
colpe e nei vostri peccati.
Un
colpo di tosse tra i banchi, interruppe la lettura che riprese:
Infatti è per grazia che voi siete stati
salvati, mediante la
fede; e ciò non viene
da voi; è il dono
di Dio.
Non so raccontarti altro di lei. Immagino lo vorresti. Di lei potrei dirti solo che sembrava assente, lo sguardo asciutto e livido. La pelle del volto chiazzata, le occhiaie. Continuava a tirare su con il naso, ma senza piangere. All’uscita dalla chiesa, mi concesse un lungo sguardo affaticato e distratto, mentre sorrideva a tutti dolcemente, debolmente, senza dire nulla. Il silenzioso corteo si trasferi' al cimitero, in collina. Il caldo aumentava, eccessivo, fuori stagione. Sull’erta diritta che portava al camposanto, la Mercedes procedeva a passo d’uomo accompagnata dalla gente di A. uscita in strada a curiosare. Dietro al feretro per prima camminava tua madre. Vivienne accanto a lei, con il cappotto sul braccio, e la testa china. A metà dell’ascesa, mi sentii sfiorare il braccio: riconobbi subito Jacques, il francese. Era diverso rispetto all’ultima volta che lo avevo visto, in quella vacanza d’inverno di parecchi anni prima, quando sembrava ancora un adolescente cresciuto troppo in fretta, vestito con la sua giacca a vento stretta e la fascia elastica a tener fermi i capelli lunghi. Quel giorno, invece, tutto elegante, con la cravatta nera, gli occhiali, e l’impermeabile sulle spalle aveva l’aspetto di un indaffarato professionista. Il suo italiano sembrava peggiorato, sdrucciolava piacevolmente gli accenti:
“ Ho fatto tardi,” disse, stringendosi il nodo della cravatta, “ sono partito ieri pomeriggio... più di mille chilometri in auto, mi hanno distrutto... “ Iniziò a piovigginare: minuscole gocce sabbiose sulla superficie lucida della bara. Le mani callose del custode dischiusero il cancello del cimitero. Il corteo sembrò ad un certo punto perdersi nello stretto labirinto dei viali di pini. Si fermò incerto al centro di un incrocio, fino a quando un operaio che spingeva una carriola, indicò agli inservienti la direzione giusta. Ogni perdersi, ogni ripensamento, ogni improvvisa confusione, in quel mesto viaggio convenzionale, mi apparivano un segnale beneaugurante, come rappresentassero nient’altro che il tuo estremo, bizzarro saluto.
Trovarono la sezione giusta, la colonna. E mentre il gruppo dei convitati rimaneva in attesa, un meraviglioso profumo si levò intensissimo e compatto, come una nube. Soffocò il tanfo di fiori ammuffiti nei vasi. Per un momento anche Vivienne ne sembrò contagiata: alzò la testa, guardandosi intorno, cercandone con gli occhi l’origine. Due addetti prepararono infine la lastra di marmo con inciso il tuo nome. Jacques, il francese, si torceva le mani, sotto la pioggia sottile. “ Lo sai, non l’hanno proprio trovata, sul corpo, “ mi sussurrò nell’orecchio, mentre il sacerdote concedeva alla salma l’ultima benedizione. “ Cosa ?” “Quella piccola pietra nera, che avevamo portato con noi dalla Grecia. La portava sempre al collo. Mi sarebbe piaciuto... ereditarla.”


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