Monastero del monte delle Tentazioni a Jericho e deserto del Negev, Israele
Il 4 agosto del 1999 alle due e mezza del pomeriggio sono salito, insieme ad un gruppo di una ventina di persone, sul- la teleferica rossa che dal centro abitato di Jericho porta al Mont Quarantana, dove si affaccia, a strapiombo, il Monaste- ro greco ortodosso della Tentazione, detto “Jabal Quarantal”. Era un’estate incredibilmente calda. All’interno della cabi- na c’era, quel giorno, una temperatura disumana. Dai due pic- coli deflettori aperti non passava nemmeno un soffio d’aria. La lamiera e i sedili erano arroventati, il sudore scendeva con rapide gocce sulla schiena, la gola era secca e la vista perfinoappannata dalla calura.
Pensai, durante quei lunghi minuti,
di svenire. Il viaggio a bordo del vagoncino sospeso, mi parve
interminabile.
La nostra guida ci aveva avvertito: eravamo prossimi ai 42 gradi centigradi e chi non se la sentiva, poteva evitarsi di sa-
lire fin lassù. Jericho che le guide
locali si ostinano
a definire come «la città più antica del mondo» – ci informò
– detiene un altro
record, questo assolutamente certificato: è il centro
abitato più “basso” del mondo,
visto che sorge
250 metri sot- to il livello del mare.
C’erano dunque buoni
motivi per astenersi. Ma ero venu- to per vedere, e non avevo nessuna
voglia di rinunciare.
Fummo fortunati. Quella fu una delle ultime occasioni per
poter visitare liberamente la Terra Santa, anche là dove di so- lito
è arduo, oltre i recinti di filo spinato e le strisce di terra contese, sorvegliate dai Leopard dell’esercito israeliano. Di lì
a poco, iniziò la seconda Intifada,
e nuove scorribande, atten- tati,
rappresaglie, auto-bomba. Del resto, basta vedere sulla cartina la posizione di
Jericho, per capire che il suo destino è segnato: nel cuore del paese, a pochi chilometri dal fiume, cioè dal
confine con la Giordania. E qui la guerra è già nei nomi, perché
se per gli arabi non c’è altro
nome possibile per questa terra che quello di
“Cisgiordania”, non troverete un israeliano disposto a chiamare questa zona con
quel nome. Per loro è, e resta,
Giudea, o Samaria.
I nomi della Bibbia.
Dagli anni della
prima Intifada, Jericho,
come Betlemme o Nablus
o Hebron, hanno
conosciuto solo brevi
lampi di re- lativa pace.
Eravamo in uno di quei rari periodi,
e non potevamo non
approfittarne. Anche se, una volta
giunti in città
avevamo re- spirato ugualmente, all’ombra dei palmizi e di quel che resta- va
di un’oasi tutt’altro che lussureggiante, i fermenti di una tensione
sotterranea, mai sopita, tra la gente che abita quei luoghi. Sui muri delle
pensiline degli autobus, sull’esterno delle
botteghe, ovunque vi fosse una superficie disponibile, vedevi disegnati
i realistici murales
inneggianti ai guerriglieri
palestinesi, e al generale Arafat,
in primis.
I soldati israeliani, armati fino ai denti, ci passavano da- vanti con
apparente indifferenza, senza togliere mai gli oc- chiali da sole, e senza
allentare le dita dall’impugnatura dei piccoli
e luccicanti mitra.
Ma dopo qualche
tempo, chiunque finisce per
abituarsi, anche il visitatore di passaggio.
In quei giorni, da molti giorni, non succedeva niente di grave, e la pace
armata, sorvegliata, blindata, sembrava il male minore che ci si potesse
augurare.
Durante il viaggio in teleferica pensavo, per combattere l’angoscia provocata dal caldo, che se la Parola aveva trovato il modo di diffondersi proprio qui, proprio a partire da qui, c’era speranza per il mondo intero. Non era facile, e non era stato facile, fino a quel momento lasciarsi catturare dai luoghi di Gesù Cristo, pensarli come dovevano essere duemila anni fa, quando non v’era nulla di questo campeggiare sterminato di cordoni di filo spinato e fortilizi militari, ovunque.
Arrivati alla stazione della teleferica, e scesi all’aria aperta,
finalmente respirammo. Un minimo di ventilazione arrivava fin lì dalle porte
orientali del mediterraneo, e già solo l’oriz-
zonte spianato permetteva di rifiatare.
C’era da salire
ancora numerosi gradini
di pietra, scavati nella roccia, due rampe ed un
gomito strettissimo, per arri- vare al Monastero, che qualche folle eremita era riuscito a co- struire, non si sa con quali
strumenti e con quali tecnologie, all’alba del XII secolo,
direttamente sul crepaccio del monte,
senza apparenti sostegni di struttura.
Il che ne fa certamente – seppure non il più antico della zona, considerando che il molto
più celebrato Monastero di San Giorgio del Wadi Qelt, distante quaranta
minuti di cam- mino, fu costruito addirittura nel V
secolo – sicuramente il più ardito, per posizione.
Giunti al portone d’ingresso, lo trovammo spalancato. E nonostante la corrente d’aria
che pareva attraversarlo da una parte
all’altra, sentimmo fuoriuscire dall’interno un odore forte, di chiuso, di
stantio.
Oltrepassammo la soglia di grandi ciottoli di pietra e in fila indiana,
entrammo. Sul lato nord del wadi – così vengo-
no
chiamati qui i canali dei ruscelli prosciugati che solcano le montagne – l’attuale Monastero. Sul lato sud le antiche
celle dei primi eremiti.
Il monaco che si palesò nella terza o quarta stanza, in pe-
nombra, non ci degnò nemmeno di uno sguardo. Sembrava il barbuto padre Zosima
di Dostoevskij, assorto
nei suoi pen- sieri, seduto su di una panca vecchia nel cono di luce di una
finestra, dentro il suo saio di colore grigio scuro, con il cappel-
lo a cilindro degli ortodossi sopra gli abbondanti capelli ricci
completamente bianchi.
Le stanze del Monastero si susseguivano orizzontalmente una dietro l’altra, come
i vagoni di un treno, e non poteva essere diversamente, visto che l’intera costruzione sorgeva su di
una sporgenza minima di roccia.
Nell’ultimo passaggio, aldilà di una coltre polverosa, si aprì finalmente
una piccola cappella, anch’essa in penombra,
appena rischiarata da una finestra
con le imposte socchiuse.
Oltre il muro, un piccolo altare rozzo, addossato alla pare- te di nuda roccia.
E questa roccia,
consunta dal passaggio di molte mani adoranti nei secoli, era proprio la Sacra Pietra ve-
nerata, sopra la quale, secondo
la tradizione millenaria di quel luogo, Gesù sedette, il giorno che fu tentato
dal Demonio.
Fui subito meravigliato dalla semplicità del luogo, e in un certo
senso dalla mancanza
di solennità. Che invece è possi-
bile
notare quasi in ogni luogo della Terra Santa dove si ricor-
da il passaggio di Gesù Cristo.
Qui, non v’era che quell’umilissimo altare di pietra – sotto il quale sporgeva la Pietra della Tentazione, direttamente in- castonata nella parete della montagna
– un vecchio inginoc-
chiatoio e al di sopra
dell’altare i resti,
quasi illeggibili, di un
affresco, altrettanto umile, con la figura del Cristo seduto con le
braccia aperte.
Nel silenzio quasi assordante di quel pomeriggio, fu na- turale spiare
attraverso l’unica finestra del piccolo assorto ambiente, far scivolare
lentamente le imposte di legno sui cardini, e contemplare il paesaggio
sottostante.
Il paesaggio davvero non molto diverso da come Gesù Cri- sto dovette
averlo visto, sporgendosi da quello stesso
picco.
Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte al- tissimo e gli mostrò
tutti i regni
del mondo, con la loro ma-
gnificenza, e gli disse: «Tutte queste cose io te le darò, se prostrato a terra
mi adorerai».
Il capitolo quarto di Matteo ha inizio proprio dopo il Bat- tesimo di Gesù nelle acque del
Giordano, e quel “deserto” dove viene condotto
il Messia dallo
Spirito (Mt 4,1) è allora assai probabile che sia proprio questo deserto,
intorno all’an- tichissima
Gerico.
Un deserto di pietre, gelido di notte e torrido di giorno, del tutto
inospitale. Un deserto fatto solamente di dure pietre. Montagne di pietre,
valli di pietre, sentieri di pietre.
Il secondo monaco
lo incontrammo soltanto
all’uscita del cammino
obbligato, al termine del percorso nella teoria di stanze tutte uguali.
E forse non dovevano essere che quei due –
in tutto – gli abitatori del Monastero.
Ci aspettava sulla soglia della porticina sul retro. Proba- bilmente aspettava
anche una mancia,
un gesto di generosità
dei visitatori. Era più giovane dell’altro.
Ugualmente barbuto, ma con i capelli brizzolati, e gli occhi di un blu intenso.
La nostra guida
gli disse, in francese, che eravamo inten- zionati a salire fino in vetta
alla montagna, per poi ridiscen- dere fino al Monastero di San
Giorgio.
Il monaco ci sconsigliò, spiegando che il sentiero fino alla vetta era ripido, faticoso
e l’attraversamento del deserto fino al Monastero di San Giorgio altrettanto. Faceva troppo caldo,
lo espresse a gesti, allentando con la punta dell’indice della mano il
collare bianco sotto la veste.
Decidemmo allora di evitare l’arrampicata, e di seguire sol-
tanto il wadi fino al Monastero di San Giorgio. Che, con le sue meraviglie,
non mi colpì allo stesso modo. Forse era anche colpa della stanchezza e del
caldo soffocante.
Quel giorno in Israele terminò con un tramonto infinito, e la calura che improvvisamente, quasi da un momento all’al-
tro, si trasformò in vento umido, rinforzato, da ponente.
La sera, nel cortile dell’albergo, vicino a Nebi Musa, in- sieme agli altri compagni
di viaggio, leggemmo
ad alta voce alcuni passi del Vangelo di Matteo, in particolare, la Parabola
dei talenti:
«Avverrà come di un uomo che, partendo per un
viaggio, chiamò i suoi servi
e consegnò loro i suoi beni».
Come sempre, restammo
in silenzio, al termine della let-
tura, a meditare il senso
profondo e in parte oscuro,
delle pa- role di Gesù.
E come sempre, risuonarono severe
le parole del Padrone
nei confronti del servo che per paura (si direbbe: per forza, sa che egli, cioè il Padrone,
«è un uomo duro, che miete dove non
ha seminato, e raccoglie dove non ha sparso»), solo per
paura, ha nascosto sottoterra il talento, cioè la moneta che ha ricevuto in
affidamento, limitandosi a restituirlo al Suo legittimo proprietario, intonso.
Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato
e raccolgo dove non ho sparso; avresti
dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento,
e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto
an- che quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre;
là sarà pianto e stridore di denti.
Chi è – mi chiedevo, ci chiedevamo – questo Padrone, que- sto
Signore, così apparentemente ingiusto, che “miete dove non ha seminato”
e che “raccoglie dove non ha sparso”? E che tipo
di giustizia è questa?
La risposta alle nostre domande,
è evidente, si nasconde-
va nel significato simbolico di quella parola:
talento.
Cos’è? Cosa rappresenta quella moneta che il padrone
af- fida ai suoi servi? È la fede? Il destino? La fortuna (che la parola “talento”
evoca al giorno d’oggi per noi occidentali)? L’amore?
Il giorno seguente, sarebbe stato il deserto stesso,
implici- tamente, a fornire una risposta.
A bordo del pullman bianco che ci trasportava, ci spingem- mo ancora più a Sud, molto più a Sud. Sull’unica strada che attraversa il Negev – il grande deserto meridionale – come una lama, fino ad Eilat, avamposto israeliano sul Mar Rosso. Appena superata Beer-sheba, la città del pozzo del giura- mento di Abramo, oggi di rara bruttezza e del tutto moderna, più niente. Deserto e deserto. Una distesa continua di rocce abbaglianti, nessun segnale di vegetazione, di nessun tipo. La strada statale, una carretera senza speranza dove al massimo si può sperare di incontrare una delle rare pompe di benzina,con il chiosco all’aperto e le tende pitturate di scuro.
Il Negev, un mare al contrario. Proprio come si vede nei depliant turistici. Le sagome dei TIR in lontananza sulla
stri- scia d’asfalto sembravano
materializzarsi dal nulla, dietro alla curva, insieme allo squarcio
di luce accecante, il riflesso
del sole sulle pareti di pietre. Seguimmo le indicazioni per Avdat,
e poi sempre più a Sud, fino a Mitzpe
Ramon. Anche i nomi,
mano a mano che si avanzava, sembravano perdere identità,
connotazione, appartenere ad altri luoghi e altre latitudini.
Mitzpe Ramon, un villaggio anonimo
e polveroso. Sette- mila abitanti, diceva la guida. Un manipolo di case tirate
su dal nulla da un gruppo
di famiglie di immigrati: che c’erano
venute a fare in questo angolo sperduto? Forse si fidavano del deserto, del progetto di ricavare prosperità dalla nuda pietra. E non doveva essere andata così
male, se poi avevano resi- stito. Ma anche gli uomini,
in fondo sono come le pietre: se vogliono, resistono a tutto.
E anche noi, cosa eravamo
venuti a fare fin qui? La nostra guida ci spiegò che era per il cratere,
che eravamo venuti.
Il cratere: Maktesh Ramon, il cratere
più grande su tutta la ter-
ra. Mitzpe, significa appunto: belvedere.
E che quello fosse davvero un belvedere straordinario, anzi uno dei luoghi più straordinari che a un uomo sia dato vedere,
lo verificammo con i nostri occhi poco più tardi, quando, scesi
sotto il sole rovente, ci incamminammo tra bassi
prefabbricati fino ad una passerella sospesa, e ad una tenso-struttura
che permetteva di affacciarsi, sospesi, proprio al centro del cratere,
profondo 300 metri,
largo 8 chilometri, lungo 40 chilometri!
Sporgendosi sulla terrazza circolare, sospesa oltre il bordo,
ecco che potevi abbracciare con lo sguardo la distesa immen-
sa dell’intero cratere,
e oltre ancora, le spoglie vette rocciose,
gli altopiani, ogni sfumatura di colore, fino a perdita d’occhio,
fino all’orizzonte.
Il silenzio,
solo il silenzio del vento.
La nostra guida, qui, ci invitò a sedere, in circolo. Sussurrò
la storia di Abramo, dei suoi incontri nel deserto, in questo deserto, dell’albero di Terebinto, della serva egiziana
Agar, che chiama il nome dell’Eterno Atta-El-Roi, e dice «Ho io, pro- prio qui, veduto andarsene Colui che
mi ha vista?».
«Tu sei un Dio che vede».
Atta-El-Roi.
Lentamente, iniziavano a schiarirsi i pensieri. A ridursi all’essenziale. Mi dissi anche che c’era una ragione perché io avessi scelto
di fare quel viaggio con altri uomini
e altre don- ne. Solo attraverso di loro potevo sperare di imparare qualco-
sa, qualcosa di nuovo.
Riposammo qualche minuto, poi, dal punto di osservazio-
ne, imboccammo un piccolo
sentiero, a sinistra, che scendeva
proprio dentro il cratere, per tutto il dislivello di trecento me- tri, fino alla base.
La nostra guida, sotto il sole cocente,
con il capo coperto da un
fazzoletto bianco annodato, ci spiegò uno dei motivi di unicità di quel luogo: osservando con attenzione il bordo
del cratere, dall’interno, era possibile
ripercorrere mediante le diverse
colorazioni delle rocce, tutte le fasi dell’evoluzione
terrestre.
«È come un libro aperto»,
ci disse, «dove
si legge la storia
del mondo».
Rari uccelli neri in stormi di poche unità attraversavano lo spazio
aereo sopra di noi con trilli e gridi.
Poco oltre il punto in cui il nostro sentiero
cominciava un rapido percorso
a zig zag verso il fondo del cratere, un cartello
color arancio piantato nella terra, indicava la strada per un luogo
chiamato la Bottega del Falegname.
Vi arrivammo dopo altri quindici
minuti di cammino,
nel silenzio ventoso. Comprendendo, una volta sul posto, l’evi- denza del toponimo: si trattava di una particolare formazio- ne rocciosa, plasmata dalla pressione del meteorite,
caduto milioni di anni prima. Una pressione che aveva reso la roccia simile a legno, e che aveva indotto gli archeologi a scegliere
quel nome.
C’era ben poco da vedere,
comunque. Nessun reperto
ar- cheologico particolare. E non capivo perché la nostra guida ci
avesse portato fin lì. Approfittammo dell’ombra però, assicu-
rata da una faglia di roccia spiovente,
che consentiva un ripa- ro
per quasi tutti. Ciascuno rimase in contemplazione dello scenario lunare che ci
si parava intorno, a 360 gradi, senza interruzioni.
E fu allora, non so proprio per quale associazione di pen- siero, che
tornai alla visita del giorno prima, al Monastero delle Tentazioni. E alla Parabola dei talenti, che avevamo letto la sera,
riuniti in circolo,
a Nebi Musa. Mi fu chiaro, in quel
momento, che non c’era bisogno di andare così lontano per dare un significato preciso
alla moneta che il Padrone
affida ai tre servi.
«È proprio la Parola», mi venne da pensare. La Parola: non c’è
bisogno di andare molto lontano.
La Parola: lo si capisce in un luogo come questo. La Parola è il bene più prezioso, il Talento più bramato. E se si ha la for- tuna di riceverla, in un luogo così, pensai, non si può essere sbadati o timorosi al punto tale di seppellirla sotto uno strato di terra, pensando di restituirla semplicemente così com’è.
La Parola deve restare, proprio
in un luogo come questo, viva. Deve farsi merce di scambio gratuito, unità di misura, di sviluppo,
di promessa e di speranza.
La Parola degli
umani, che camminano per il mondo.
Che camminano sempre, e non possono mai fermarsi in nessun luogo.
Proprio mentre l’evidenza di questo pensiero
si fece largo nella mente, il silenzio improvvisamente si interruppe, e l’eco di
un tuono, che doveva provenire da lontanissimo, eppure era distinto e
minaccioso, venne ad abitare il cavo del cra- tere, dove ci eravamo, tutti
insieme, nel mezzo del giorno, riparati.
© - riproduzione riservata. Tratto da Fabrizio Falconi, Dieci Luoghi dell'Anima, Cantagalli Editore, Siena, 2009.


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