18/08/21

Quando Bruce Chatwin viaggiò in Afghanistan e la sua profezia oggi

 


Come tutti sanno, Bruce Chatwin amò soprattutto tre cose nella vita: viaggiare, scrivere, stupire.

I suoi libri, punti di riferimento il cui valore di testimonianza e di scrittura aumenta con il passare degli anni, dalla morte avvenuta troppo precocemente.

Bruce Chatwin, che era un fiero coltivatore dell'arte degli opposti, e che non amava nessun tipo di etichetta, una cosa fu di sicuro e certamente: un grande viaggiatore, intendendo con questo, qualcuno capace di percepire lo spirito dei luoghi e delle persone incontrate che diventano protagonisti dei suoi libri. 

Un titolo meno conosciuto della bibliografia che lo riguarda, è Bruce Chatwin: Viaggio in Afghanistan, volume nato in occasione di una mostra svolta a Bologna nell'autunno del 2000: Bruce Chatwin e il tesoro perduto di Fullol. A Palazzo Poggi furono esposti i disegni, le fotografie, gli appunti dello scrittore raccolti in un viaggio fatto nel 1969 in Afghanistan, in compagnia del gesuita Peter Levi, alla ricerca di resti archeologici che documentassero la presenza greca in questa regione. 




Chatwin, raggiunto poi dalla moglie Elizabeth, attraversò parte del paese, affascinato dagli usi e costumi locali e particolarmente colpito dal tesoro di Fullol, conservato al museo di Kabul e sconosciuto all'Occidente. 

Ma il viaggio rappresentò soprattutto la "scoperta" di una nuova visione dell'esistenza che lo portò a decidere di intraprendere seriamente la professione di scrittore, mantenendo viva e forte la voglia di percorrere le strade del mondo

Stephen Spender lo ricollegò a Lawrence. "Due secoli fa Bruce avrebbe potuto conquistare una vasta porzione di impero e probabilmente sarebbe morto giovane per essere sepolto in Afghanistan. L'Inghilterra non gli piaceva, ma anche questo è molto inglese. Dopotutto l'impero britannico si è fondato su persone che cercavano di allontanarsi dalla Gran Bretagna."

Come scrive oggi L'intellettuale dissidente Chatwin tornò a scrivere dell'Afghanistan, una sorta anzi di Lamento per l’Afghanistan scritto nel 1980, quando l’Armata Rossa era appena entrata a Kabul, dopo aver invaso il paese da lui amato. 

Chatwin in Afghanistan nel 1969


In questo saggio, Chatwin scrive:

“Nel 1962 – sei anni prima che gli hippies lo rovinassero (spingendo gli afghani istruiti tra le braccia dei marxisti)si poteva partire per l’Afghanistan con le stesse aspettative, diciamo, di un Delacroix diretto ad Algeri. Per le strade di Herat si vedevano uomini con vertiginosi turbanti passeggiare mano nella mano, una rosa in bocca e i fucili avvolti in chintz a fiori. 
Nel Badakhshan si poteva fare un pic-nic su tappeti cinesi e ascoltare il canto del bulbul. A Balkh, la Madre delle Città, chiesi a un fachiro la strada per il santuario di Haji Piardeh. ‘Non lo conosco’, mi rispose. ‘Dev’essere stato distrutto da Genghiz’… Non leggeremo più le memorie di Babur nel suo giardino di Istalif, né vedremo il cieco avanzare tra cespugli di rose facendosi guidare dall’olfatto. Non andremo a sederci nella Pace dell’Islam con i mendicanti di Gazor Gah. Non dormiremo nella tenda dei nomadi, né daremo la scalata al minareto di Jam. E avremo perduto i sapori: il pane rustico, caldo e amaro; il tè verde speziato col cardamomo; l’uva che facevamo raffreddare nella neve; e le noci e le more secche che masticavamo per difenderci dal mal di montagna. Né ritroveremo l’aroma dei campi di fagioli, il dolce, resinoso profumo del legno di deodara, o l’afrore di un leopardo delle nevi a quattromila metri. Mai più. Mai più. Mai più”

E' davvero un lamento che oggi, dopo la nuova tragedia afghana, suona ancora più vibrante, e commovente.

Fabrizio Falconi



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