La natura alluvionale del Tevere è ben nota dall’antichità, ed ha accompagnato la storia del fiume e della città per molti secoli, a partire dalla sua fondazione, se è vero che scaturisce proprio da una piena del fiume la nascita della leggenda di Romolo e Remo, i due fratelli trasportati da una cesta fino all’argine ai piedi del colle Palatino.
Gli allagamenti del Tevere, dunque, sono testimoniati
dall’età più antica (almeno sin dalla fine del V secolo a.C.) e anche nella Roma
Imperiale la cura del fiume e il problema delle inondazioni, impegnarono non
poco prefetti, consoli e senatori, tutti coloro che dovevano amministrare la
cosa pubblica.
Con una certa regolarità, dunque, più o meno ogni
venticinque anni, con periodi più intensi e altri meno, i disastri provocati da
piene del Tevere furono protagonisti della vita cittadina, aggravati da due
fattori, la minima pendenza dell’alveo del fiume, che in alcuni punti della
città è appena dodici metri più in alto rispetto al livello del mare, e la
costruzione dei ponti, in particolare di Ponte Milvio e di Ponte Sant’Angelo
che hanno creato barriere artificiali al libero scorrimento delle acque.
La memoria storica romana si è dunque formata sul
ricordo di questi eventi eccezionali, che sono testimoniati da lapide e
iscrizioni (le cosiddette manine) su
molti degli edifici del centro storico e che ancora oggi è possibile notare,
per esempio sulla fiancata destra della chiesa di Santa Maria Sopra Minerva.
Perché una piena fosse davvero
eccezionale e particolarmente catastrofica, il livello delle acque, misurato
dagli idrometri, in particolare quello del Porto di Ripetta, doveva superare il
livello di sedici metri. Questo evento,
dall’anno 1000 all’anno 1870 è stato superato ventuno volte, con una
particolare concentrazione nel corso di due secoli e mezzo, dal 1450 al 1700,
quando si sono contate ben tredici delle ventuno piene catastrofiche.
Il Cinquecento fu il secolo più
devastante, con ben cinque piene eccezionali, di cui quattro oltre i diciotto
metri e una, quella della vigilia di Natale, 24 dicembre 1598, che con 19,56 m di altezza
idrometrica a Ripetta, costituisce il massimo storico mai registrato a Roma,
con una portata di circa quattromila metri cubi al secondo.
Questa piena fu davvero qualcosa di
impensabile. In quella occasione, le
acque fuoriuscite dall’alveo del Tevere raggiunsero una altezza di cinque
metri, sommergendo perfino le colonne del Pantheon (il punto del centro di Roma
più basso rispetto al livello del mare) di ben sei metri.
Le lapidi della spaventosa piena del
1598 testimoniano il livello record delle acque del Tevere a Roma sono ancora
ben visibili a Roma, e in particolare come abbiamo detto sulla facciata della
Chiesa della Minerva, vicino al Pantheon, dove è possibile rendersi conto della
altezza che avevano raggiunto le acque e confrontare questo livello con le altre piene (quelle del 1422, 1495,
1530, 1557 e 1870).
Oltre a quella della Minerva, ben 11
lapidi in memoria di quella inondazione sono giunte fino a noi, tra le quali
quella di via S. Maria de’ Calderari quasi alla congiunzione con via Arenula.
I dati sulla piena del 1598, di cui disponiamo, sono molto dettagliati e derivano dalla cronaca dalla cronaca di Jacopo Castiglione, da dove si apprende che il Tevere inondò la città a partire dalle ore 23 circa del giorno 23 dicembre e fino alle ore 10 del giorno 25 dicembre, quando il livello dell’acqua cominciò a calare. L’acqua del Tevere era dunque fuoriuscita dagli argini per trentacinque ore consecutive, seminando il panico tra la popolazione, che non aveva avuto nemmeno il tempo di mettersi al riparo. Le case furono sommerse fino al terzo piano. I morti furono quasi quattromila, il recupero dei corpi avvenne solo parzialmente e con molti giorni di ritardo. Decine, centinaia di corpi furono tumulati in fosse comuni e ricoperti di calce, per scongiurare il rischio altissimo di epidemie.
Il conto dei morti infatti continuò
per molto tempo dopo l’alluvione, a causa delle malattie causate dal ristagno
delle acque, rigurgitate dalle fogne e dell’umidità.
Con un’altezza idrometrica di 19,56 m
a Ripetta, cui corrisponde una portata al colmo di circa 4000 m3/s,
l’inondazione del 1598 divenne dunque -
ed è a tutt’oggi - la maggiore piena del
Tevere conosciuta, a coronamento di un anno veramente eccezionale visto che, come riporta la cronaca del Castiglione, il Tevere era già più volte
uscito dal suo letto (con piene già notevoli il 2 febbraio e il 7 marzo)
allagando la zona dell’attuale lungotevere Marzio, ed uscì nuovamente anche
pochi giorni dopo, il 10 gennaio 1599. Castiglione così commenta: “Quest’anno
del 1598 è stato quasi tutto si humido, che la maggior parte di giugno si passò
con pioggia e freddo, né per questo havemo avuto l’Autunno asciutto. Anzi in
detta stagione non ha mai fatto altro, che piovere quasi continuamente”.
Gli effetti dell’alluvione furono
devastanti anche sulle cose, oltre che sulle persone. La città storica rimase
sotto metri d’acqua per parecchie ore e la corrente impetuosa del fiume fece crollare
due piloni (e quindi tre arcate) del Ponte Senatorio (cioè del cosiddetto Ponte
Rotto) dalla parte della riva sinistra, con il vantaggio che il ponte mai più
ricostruito liberò l'alveo del fiume da un pesante ingombro che durante le
inondazioni si trasformava in una pericolosissima diga.
La situazione cominciò quindi a
migliorare dopo la piena del 1598 anche a causa di ragioni propriamente
tecniche come ad esempio la diminuzione di circa mille chilometri quadrati di
bacino della Val di Chiana che passarono all’Arno; la deviazione dei torrenti
Tresa e Rio Maggiore; la costruzione del ponte Regolatore sul Velino, ultimata
nel 1602.
Per arrivare però ad una risoluzione definitiva delle
alluvioni del Tevere in città, bisognò aspettare fino alla fine dell’Ottocento.
Come un presagio, fu proprio poche settimane dopo la presa di Roma, il 28
dicembre del 1870, che Roma subì una nuova, grande inondazione, con ben 17,22
metri di altezza, la seconda in assoluto più alta dal 1637. Una piena che
avrebbe raggiunto e superato i livelli di quella del 1598 se nel frattempo,
come abbiamo detto, una parte del bacino del fiume non fosse stata deviata sul
corso dell’Arno.
Fu però proprio sulla spinta emotiva di questa nuova
disastrosa piena, che si decise finalmente di mettere mano ai progetti di
difesa degli argini del fiume, che già da diverso tempo giacevano nelle
segreterie parlamentari.
Tra i molti e diversi progetti – ve n’era anche uno
“sponsorizzato” da Giuseppe Garibaldi che prevedeva una monumentale opera di
deviazione del corso delle acque del Tevere e dell’Aniene, per evitare il
tratto cittadino – prevalse quello di rinforzare gli argini del fiume con alti
e poderosi muraglioni in travertino, in grado di resistere ad una piena anche
più alta di quella del 1870.
Tratto da Fabrizio Falconi, Roma Segreta e Misteriosa, Newton Compton editore, Roma, 2015
Nessun commento:
Posta un commento
Se ti interessa questo post e vuoi aggiungere qualcosa o commentare, fallo.