21/06/18

Il Libro del Giorno: "La guerra invernale in Tibet" di Friedrich Dürrenmatt.



Nella copiosa produzione di Friedrich Dürrenmatt (1921-1990), uno dei maggiori scrittori del secolo scorso, ritorna, pubblicato da Adelphi nella traduzione di Donata Berra, La guerra invernale nel Tibet, romanzo breve scritto nel 1975 e pubblicato nel 1981. 

Si tratta di un terribile e durissimo apologo ambientato in un futuro distopico, post-nucleare.  Il mondo infatti è stato distrutto da una catastrofe bellica, i governi e i parlamenti supertiti sono sopravvissuti rinchiusi in rifugi bunker sotterranei dai quali non possono uscire e non possono nemmeno comunicare con l'esterno. 

Il mondo desolato - o ciò che ne resta - è un cumulo di rovine fumanti e di fantasmi contaminati che vi si aggirano sperduti in attesa della morte, distruggendo biblioteche e edifici e soprattutto qualsiasi simulacro della cultura, alla quale essi attribuiscono il fallimento completo della razza umana. 

La guerra nel frattempo continua, in modo furibondo e privo di ogni senso, ad opera di bande di mercenari che si combattono in bande in lunghissimi cunicoli sotterranei scavati sotto le montagne del Tibet.  

Non si sa chi sia il nemico. E non ci si pone nemmeno la domanda, né se esista davvero - questa domanda anzi può valere la morta immediata al solo essere pronunciata - si spara a vista appena un'ombra si incontra nelle gallerie, ci si trascina feriti e ustionati, si consumano le ultime energie vitali in allucinanti bordelli costruiti sottoterra dove le prostitute concedono ai soldati feriti o mutilati - e a loro stesse - le ultime disperate gioie del sesso. 

Il mondo fuori è nelle mani di una misteriosa Amministrazione senza volto, per cui qualcuno dei mercenari è convinto di combattere. Tra di loro il sordomuto Jonathan, mutilato ridotto su una carrozzella e con un mitra come protesi al braccio e un altro mercenario - che forse sono la stessa persona - il quale incomincia a scrivere sulle pareti dei cunicoli attraversati, iscrizioni lunghe chilometri, che verranno ritrovate molti anni più tardi. 

Si tratta di una sorta di memoriale, in cui il mercenario - che prima della guerra studiava filosofia -  racconta come sia finito lì, dalla Svizzera da cui proviene. Di come si sia aggirato a lungo tra le rovine di quella città, dell'incontro con Nora, una donna che ha avuto traffici con l'Amministrazione e con il capo di questa Edinger, che viene ucciso a freddo proprio dal mercenario, dopo un drammatico colloquio notturno. 

Cosa stava a cuore a Dürrenmatt, in questa favola agghiacciante e disperata? La stupidità umana che è capace di innescare qualunque abiezione ? La falsità di ogni mito di progresso e di emancipazione? La protesta furibonda contro l'organizzazione asettico-finanziaria del mondo di cui la Confederazione Elvetica è da sempre emblema insuperato? Non vi è salvezza, qui. E nel buio senza speranza della condanna individuale - e di genere, il genere umano - una sola considerazione: anche nella sua espressione più abietta, anche nella consumazione totale del proprio germe vitale, l'uomo non può fare a meno di scindersi in due: i due mercenari sono forse uno solo, quello attivo, che spara e uccide e fa l'amore con il corpo di Nora; e quello speculativo che ha bisogno di raccontarsi con i graffiti sulle pareti degli infimi tunnel per lasciare traccia di sé e forse per testimoniare che anche nel buio della illusione platoniana in cui si muove come un pesce nell'acquario, può far parlare il suo cuore e lasciare il suo - inutile - messaggio nella bottiglia. 

Friedrich Dürrenmatt
La Guerra Invernale in Tibet
traduzione di Donata Berra
Adelphi Milano, 2017
Euro 12,00

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