15/12/25

Quando Lennon urlò il suo dolore al mondo - Curare le ferite interiori

 


All'inizio dell'anno di grazia 1970, John Lennon è all'apice della sua crisi interiore.

Paul McCartney ha appena indetto una conferenza stampa, annunciando la fine dei Beatles e spiazzando così i compagni di avventura che avrebbero voluto una fine più soft .

Volano gli stracci trattenuti a lungo - per anni. I fan di tutto il mondo sono sconvolti. Lennon è trasvolato molto, molto lontano, in California. Lui e Yoko si sono fatti recuperare in clinica per disintossicarsi dall'eroina.

E John è alla ricerca dell'ennesimo guru che possa indicargli un percorso di salvezza, per far pace con i suoi demoni, il padre che lo abbandonato da piccolissimo, la madre perduta in un assurdo incidente stradale, la zia severa che lo ha cresciuto, tutto quello che l'infanzia e l'adolescenza gli hanno irrimediabilmente portato via e che ora, dopo l'ubriacatura degli anni Beatles, riaffiora ancora più ferocemente di prima.

Il nuovo guru di John Lennon è Arthur Janov. Nato a Los Angeles da due immigrati ebrei russi, ha quarantacinque anni quando John e Yoko lo incontrano: ha studiato psichiatria ed è diventato psicoterapeuta in California, cominciando a lavorare soprattutto con ridotti e veterani di guerra.

Nel 1967 ha avuto l'intuizione che gli ha cambiato vita e carriera: durante la seduta con un paziente, percepisce chiaramente “l'urlo inquietante che sgorga dalla profondità interiore” di quel giovane sdraiato sul pavimento. Gli dà un nome: Primal dolore , ovvero dolore primario .

Si tratta di un blocco di dolore represso che si è fossilizzato nel mondo emotivo del paziente, durante esperienze infantili traumatiche, producendo quello che Janov chiama un “adulto emotivamente danneggiato”.

Per questo dolore “primario”, serve una “terapia primaria”. Una terapia d'urto in grado di far rivivere e liberare questi ricordi e sentimenti così a lungo repressi. Quell'urlo dal profondo, ascoltato durante la seduta col suo giovane paziente, lo porta a elaborare una terapia fondata sul grido, sul gettare fuori, mediante un linguaggio totalmente radicale e primitivo, il dolore sedimentato nel blocco emotivo. La teoria primaria di Janov è diventata di moda proprio durante i mesi del turbolento scioglimento dei Beatles, prima come terapia, in seguito come fenomeno culturale.

Nello studio di Janov, a West Hollywood, opportunamente insonorizzato, cominciano a sfilare quelli della California che conta, compresi diversi esponenti del mondo dello spettacolo.

La sua popolarità si sposta anche sulla East Coast, a New York, poi a Londra. Yoko e John, in clinica, hanno appena letto il libro di Janov, The Primal Scream (sottotitolo: Primal Therapy: The Cure for Neurosis ) e Yoko fissa subito un appuntamento con lo psichiatra: Lennon ha quantomai bisogno di aiuto. Janov racconterà più tardi di averlo trovato in condizioni pessime: “non riuscivano nemmeno a uscire dalla stanza”.

Il secondo aborto di Yoko, lo scioglimento del gruppo, i guai finanziari, la stampa appostata fuori casa a caccia di ogni dettaglio della storia con Yoko, una cupa depressione. Janov sembra la persona giusta. Quando John sente dalla sua bocca che la terapia primaria ha a che fare “con i traumi che hai subito nel grembo materno, alla nascita e durante l'infanzia”, pensa che sta parlando proprio di quello che è successo a lui.

“Quando quel dolore è abbastanza grande, è impresso nel sistema”, spiega Janov, “cambia il nostro intero sistema fisiologico e tutti quei dolori trattenuti nel magazzino interno, causano tensione, ansia e depressione”. John intravede una luce in fondo al tunnel e vorrebbe cominciare subito. Il fatto è che Janov riceve a Los Angeles, ma non è un problema, perché John e Yoko hanno messo già i piedi in America. Così la coppia affitta una casa in California, a Nimes Road, proprio a Bel-Air, a seicento metri in linea d'aria da Cielo Drive 10050, la casa dove Manson ha sterminato Sharon Tate ei suoi amici.

Quando si trovano lì, e sarà sempre più a lungo, dopo lo scioglimento dei Beatles, John guida la sua auto lungo Beverly Glen fino allo studio di Janov. Entra in una stanza buia e totalmente insonorizzata e comincia a urlare più forte e più violentemente che può.

Anche Yoko si sottopone al trattamento. Nel libretto di accompagnamento alla ristampa dell'album John Lennon/Plastic Ono Band, pubblicato alla fine di quell'anno, Yoko scrive: “Durante il 1970 abbiamo fatto un'ampia terapia Primal Scream per sei mesi, il che è stato molto importante per noi e molte delle canzoni sono state ispirate da quelle sessioni.”

Anche se Janov racconta che John esce alla fine di ogni seduta, “sentendosi incredibilmente bene”, le ricadute della terapia dell'urlo primario non sono soltanto rose e fiori, come testimonial Klaus Voormann, il vecchio amico di John dai tempi di Amburgo, che nella fase solista di Lennon diventerà il suo più stretto collaboratore: “Era cambiato moltissimo a causa di questa cosa dell'urlo primordiale, ed era davvero pesante. no." [1]

Cambiato moltissimo, dice Voormann: lo si vede anche nelle foto del periodo. John, nei primi mesi del 1970 appare smagrito, quasi scheletrico, i lunghi capelli e il barbone di pochi mesi prima (quelli della foto di Abbey Road) tagliati radicalmente, corti, come quelli di Yoko. Le occhiaie che spuntano dietro le lenti colorate di giallo. La terapia dei Primal Scream è per John una sorta di katábasis, di discesa agli inferi, i suoi personali. Regredire al blocco del dolore primordiale vuol dire per lui rivivere – non semplicemente “ripensare” – la causa dei suoi tormenti.

Tutto questo è terribile da rivivere, ma è certamente catartico. E per un genio musicale come Lennon, perfino propizio, nel momento in cui la sua carriera solista sta per decollare, e dovrà navigare in mare aperto senza i Beatles.

Poco importa che le teorie di Janov siano malviste nell'ambiente della psicoterapia “importante”, specialmente europea. John sa che anche quello può servire, per la sua vita e per la sua musica. E finché funzionerà, finché non subentrerà qualcosa di nuovo, ci starà dentro con tutto sé stesso.

La sorellastra di John, Julia Baird, nata dall'unione della madre di John con il secondo marito, John Dykins, nel suo libro, pubblicato nel 2010, ricorda Lennon bambino, “praticamente recluso da zia Mimi.” Un bambino che con il passare degli anni cominciò a far visita sempre più spesso a casa Dykins: lì c'era sua madre. “Non era facile per John”, dice Julia oggi, “senza un padre e con una madre che non poteva vedere”. Un problema che ebbe, secondo Julia, un ruolo decisivo sulla psicologia di John. "Ha sempre avuto bisogno di una figura più matura, che si prendesse cura di lui. Alla fine, l'ha trovata. So che chiamava Yoko "mamma" negli anni prima di morire... non è normale. Noi, comunque, finché lui rimase con Cynthia avevamo un rapporto ancora molto stretto. Poi con l'arrivo di Yoko e il trasferimento in America, i rapporti di John con me e la famiglia si sono rarifatti." [2]

“Il bisogno di una persona più matura”. Julia centra con semplicità il problema evidente della personalità di Lennon, la sua necessità di ancorarsi a qualcuno “che ne sappia più di lui”, che sia in grado di fare chiarezza nel torbido delle sue emozioni e stati d'animo, di cui spesso è preda. Un “problema” che, anche se John è un grande artista, riguarda molte persone comuni. Un “problema” di cui lo stesso Lennon, nell'ultima fase della sua vita è completamente consapevole. E che in qualche modo, come dice Julia, pensa di aver “risolto” con l'aver trovato Yoko.

Sorprendentemente, anche in questo caso, la vita e l'opera di Paul e John si intrecceranno in modo sincronico: se infatti Paul lascia i Beatles con la commovente ballata – Let it Be – dedicata alla madre, altrettanto fa, a suo modo, a distanza di pochi mesi, John, nel suo primo vero album solista – John Lennon & Plastic Ono Band – ricominciando da Mother, struggente canzone dedicata alla madre, Julia, nella quale l'urlo di John diventa – come gli aveva insegnato Janov – potente protesta, ribellione e liberazione: atto d'amore. La sincronicità, tra Paul e John, ritorna in modo impressionante nella tempistica della composizione definitiva sul loro reciproco lutto materno: Mother – quella di Lennon – sembra anzi quasi essere una risposta, nel tipico stile di John, all'inno malinconico di Let it Be. Se quest'ultima rappresenta infatti la sintesi del più puro estro mccartiano , cioè la classica ballata melodica, John risponde con la sua versione nel più tipico stile lennoniano : ruvido, radicale, viscerale.

Ma non è l'unica differenza: se infatti il ​​titolo si riferisce solo alla madre, la canzone chiama direttamente in causa anche il padre di John ed esprime un duro j'accuse nei confronti di entrambi i genitori, incapaci di evitare al figlio le sofferenze psichiche che si è portato dietro tutta la vita.

Lennon la compone nei primi mesi del 1970, proprio mentre sta affrontando le dolorose sedute della Primal Therapy del dottor Janov, nel suo Istituto di Los Angeles. Il brano, registrato con Ringo alla batteria e Voormann alla batteria, viene introdotto eloquentemente da quattro lugubri rintocchi lugubri di campana a morto. Ad esso fanno seguito i semplici accordi della ballata, con il testo:

Mamma, tu mi hai avuto [ma] io non ho mai avuto te

Ti volevo [ma] tu non mi volevi

Quindi devo solo dirti

Addio, addio.

Padre, tu mi hai lasciato [ma] io non ti ho mai lasciato

Avevo bisogno di te [ma] tu non avevi bisogno di me

Quindi devo solo dirti

Addio, addio

Bambini, non fate quello che ho fatto io

Non potevo camminare e ho provato a correre

Quindi devo solo dirti

Addio, addio

Mamma non andare

Papà torna a casa

Madre, mi avevi [ma] io non avevo mai te

Ti volevo [ma] tu non volevi me,

Quindi devo dirti

Addio, addio.

Padre, mi hai lasciato [ma] non ho mai lasciato te

Avevo bisogno di te [ma] tu non avevi bisogno di me

Quindi devo dirti

Addio, addio

Bambini, non destino quello che ho fatto

Non riesco a camminare e ho provato a correre

Quindi devo dirvi

Addio, addio

Mamma non andare,

Papà torna a casa.

Un testo fin troppo eloquente, che riassume il trauma infantile di John, visto dalla sua prospettiva di bambino, rievocata vividamente durante la terapia del dottor Janov, con i sentimenti di rabbia, impotenza, dolore, vissuti allora.

L'apice drammatico della canzone è raggiunto nella doppia invocazione contenuta nei due versi finali, “mamma non andare, papà torna a casa”, ripetuti parecchie volte attraverso un urlo sempre più disperato, lancinante.

La testimonianza dell'amico Voormann,racconta che la registrazione di quella canzone lasciò ammutoliti tutti i presenti, preoccupati del fatto che Lennon potesse compromettere definitivamente le corde vocali, a furia di ripetere quelle urla dilanianti.

Alla fine, John è stato entusiasta del risultato, che in un certo rappresentava il corollario e la summa dei mesi di terapia con Janov. I dubbi di Spector sulla eccessiva cupezza della canzone, dissuasero John dall'idea di pubblicare Mother come singolo del LP John Lennon/Plastic Ono Band, cosa che avvenne invece, per il solo mercato americano in una versione “edulcorata”, dalla quale furono eliminati i rintocchi di campana a morto e una parte delle grida disperate della fine.

Oggi le due canzoni, pietre miliari della musica rock e pop, raccontano come meglio non si potrebbe, il genio dei due dioscuri beatlesiani, Lennon e McCartney: le loro ombre, la loro grande luce, il modo personalissimo di entrambi di elaborare l'ineluttabile mancanza primaria: quella della propria madre.

Qui per riascoltare la canzone di Paul

Qui per riascoltare la canzone di John

Fabrizio Falconi

(con estratti dal libro: La fine del sogno, I Beatles, Manson, Polanski, Arcana Editore, 2024 )



05/12/25

INDECISI A TUTTO - L'amore al tempo dell'AI

 


Mi ronza nella testa che sia sempre più difficile amarsi.

Sembra che le patologie dell'amore (o meglio dei modi di amare) siano in crescita costante, nonostante (o forse a causa, cercheremo di indagare) delle opzioni dell'eros sempre più ampie o disponibili.

In realtà l'unica cosa che cresce costantemente è il numero di persone single (felici o meno di esserlo) e l'aumento di rapporti inconcludenti.

Sì ma, si dirà, perché mai un rapporto d'amore (erotico, passionale, persino platonico) dovrebbe essere “concludente”?

Beh, perché di solito i rapporti inconcludenti non generano felicità negli esseri umani. Piuttosto frustrazione, perché ce lo aveva già raccontato Platone, gli esseri umani così sono fatti e se ne vanno sempre in cerca, anche quando non lo dicono o non lo sanno, di un'altra metà che li completi. O almeno fornisca questa rassicurante sensazione.

L'attuale difficoltà di “completarsi” sembra a che fare con le ferite individuali non risolte. Il mondo sempre più “in cura”: psicologia di massa, psichiatria di massa, tecniche di autoconoscenza di massa, rivela sempre nuove “ferite” che cerchiamo di risolvere prima di proporci a qualcuno.

Come scriveva Krishnamurti : “Se non risolvete le vostre ferite, nel corso della vita vorrete ferire gli altri, sarete violenti, oppure vi ritrarrete dalla vita e dai rapporti con gli altri perché non vi feriscano più”.

Qualche volta succede anche che le ferite non risolte non determinano nessuna di queste due reazioni - essere violenti o ritrarsi dalla vita e dai rapporti con gli altri.

E' ciò che descrive - come un moderno esemplare trattato sull'amore - quel meraviglioso e doloroso film che è La persona peggiore del mondo Verdens verste menneske, Joaquim Trier, 2021 per il quale Renate Reinsve ha vinto il premio per la migliore attrice a Cannes).

Qui viene narrata in dodici stringenti capitoli, la vicenda di Julia, studentessa di medicina a Oslo.

Julia è brillante, molto bella, disinibita e intelligente. Circondata di uomini, ovviamente. A partire dal suo insegnante universitario. Il primo capitolo è velocissimo: basta poco a capire che Julia è in piena fase edonistica. Come è giusto che sia. Passa da una esperienza e da una relazione all'altra, senza farsi troppi problemi. E' moderatamente inquieta e sufficientemente narcisista per attrarre, sedurre e divertirsi.

La prima relazione vera (“impegnativa” si diceva una volta) è con Aksel, acclamato fumettista, politicamente sensibile, più grande di lei di una quindicina d'anni. Aksel è insomma ancora un “boomers”. Giulia no, Giulia è fluida. Ma proprio per questo, Aksel appare in questo momento della sua vita come una “occasione di senso”.

E' l'amore, insomma. E tutto andrebbe bene, se non fosse che tutti gli amici di Aksel sono sposati e hanno figli, mentre Julia non sembra affatto propensa a mettere su famiglia. In più Aksel, amorevole, evoluto, comprensivo, progressista, è anche “risolto”, riceve gratificazione dal suo ruolo intellettuale e dal suo lavoro. Julia no, Julia non sa ancora che fare nella/della sua vita. Sa di possedere - forse - anche un valente talento creativo, ma non sa per fare cosa (la malattia dell'epoca).

Scopriamo anche, in uno dei capitoli, che Julia è così anche perché ha anche lei la sua bella ferita familiare. In particolare il rapporto freddissimo e ir-risolto con il padre anaffettivo, che pensa solo a sè stesso.

Al contrario di ciò che afferma Krishnamurti però, Julia non ha reagito né facendo violenza agli altri (così almeno crede), né isolandosi dal mondo.

Nel frattempo comunque la sua irresolutezza non guarisce, nemmeno dentro il confortante rapporto con Aksel.

Un giorno, mentre Aksel è celebrato a una festa per il suo ultimo libro (guarda un po'), Julia incontra casualmente un ragazzone simpatico insieme al quale ritrova la “leggerezza” del cazzeggio (anche erotico), della seduzione. Non ci va a letto, ma è quasi peggio. Perché Eivind, che di mestiere fa il barista, si è incarnato dentro di lei la via di fuga possibile .

Una via di fuga dall'impegno con Aksel, dall'essere all'altezza, dall'essere responsabile e progettuale, dal sentirsi insomma “incasellata” come tutti.

In poco tempo la relazione con Aksel esplode. Julia lo lascia anche con una certa “crudeltà”: la crudeltà inevitabile di chi mette fine a un rapporto e chiudendo le porte all'innamoramento e poi all'amore dell'altro.

La relazione con Eivind (che nel frattempo lascia la sua compagna per Julia) è un ritorno all'innocenza, alla irresponsabilità, alla giocosità, alla leggerezza. Insomma, Eivind non ha certo lo spessore culturale, filosofico di Aksel, ma nemmeno la sua “pesantezza” e soprattutto le sue richieste e le sue aspettative sul loro futuro di coppia.

In tutto questo, Julia ha messo un bel punto anche ai suoi (molto vaghi) progetti di vita. E tra i molti talenti che potrebbero provare a realizzare, non ne nessuno segue, e finisce a fare la commessa in una libreria.

Il redde rationem della vicenda avviene per la scoperta casuale di Julia, della malattia di Aksel. Non si frequentavano più. Viene a saperlo da un amico di Aksel che passa in libreria. Julia è sconvolta, perché la malattia è molto grave e incurabile.

Inizia un lacerante percorso di addio alla vita di Aksel, che Julia vuole accompagnare, anche forse per spegnere i sensi di colpa che prova nei confronti dell'ex.

Aksel non nutre nessun rancore: è evoluto, è progressista, è amorevole. Fa anzi di tutto per tranquillizzare Julia. Così le cose dovevano andare. Erano diversi. L'età, soprattutto. Per lui lei è stata il grande amore della sua vita. Per lei no, perché ha ancora troppa vita davanti.

Inutile dire che la tragedia di Aksel porta con sè come conseguenza anche la fine del rapporto con Eivind. Un rapporto bloccato che - soprattutto per l'inconcludenza di Julia - è ibernato nella fase adolescenziale e non è e non può diventare “progetto”.

Dunque cosa ne sarà di Julia?

Il film si conclude con un grande punto interrogativo. Di sicuro la morte (di Aksel) è stato uno spartiacque. Ma per colomba? Per diventare cosa? Per essere cosa?

La ferita non è “risolta”, la fuga dal mondo non ha funzionato e non è quel che Julia cerca (del resto la sua bellezza attrattiva la mette al riparo dall'essere “dimenticata” dai maschi), la violenza agli altri beh, lei di sicuro ha cercato di non farla. Non è certo “la persona peggiore del mondo”. Aksel ha sofferto certo. Ma ha sofferto come si soffre sempre in amore.

Trier è riuscito nell'impresa di mettere in scena un dramma paradigmatico (come faceva di mestiere il grande Ingmar Bergman) sui moti dell'animo umano dentro le sfere del tempo che trascorre per gli individui e per l'umanità.

L'inconcludenza può anche non essere un disvalore. Ma è quello che abbiamo oggi. Ha a che fare con la frammentazione dell'offerta che si presenta a ciascuna vita. Le prospettive appena 60 anni fa erano di una limitatezza sconvolgente a quello che oggi la vita può-o meglio potrebbe , come semplice opzione ; ho l'impressione che più del 90% di queste opzioni siano illusioni o semplici pretese - offrire.

Stare soli, si sa, se non è una vera scelta, è una condanna. Anche se le condanne sono di diversi, infiniti tipi e ciascuno può viverla in mille modi.

Di certo l'amore non è un algoritmo. Nemmeno quello erotico. E dubito che l'AI possa “risolvere” qualcosa sul piano dell'aiuto individuale in questo campo. Prova a chiedere a Chapt: "come posso trovare la mia anima gemella? Come posso completarmi in un rapporto?"

L'amore passa ancora per la via della sperimentazione e soprattutto dell'esperienza. Passa e può passare dal “sentirsi la persona peggiore del mondo” al dolore lancinante dell'amare essendo rifiutati. Ma è solo per vie impervie (e diremmo oggi “pericolose”) che esso può manifestarsi. Richiede di mettersi in gioco, richiede di rischiare, di muoversi, di uscire dalla zona di comfort.

Cose che oggi, che abbiamo tutto, appaiono sempre più difficili.

Fabrizio Falconi

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