29/04/26

LE COSE CHE NON SI DICONO - Bugie dell'era digitale

 

L’oggetto levigato che ci portiamo tutti nelle tasche non è il nostro placebo.

L’intelligenza artificiale non è intelligente.

La vita digitale è una parvenza di vita.

La felicità e il benessere indipendono dalla tecnologia digitale e anzi spesso ne sono l’esatto contrario.

Sono contento di non essere il solo a pensarlo. Alfonso Berardinelli ha proposto, recentemente, un luddismo non violento. Non so se prima o poi il malcontento anti-digitale prenderà anche una piega ribellista concreta. Per ora, non se ne vedono i prodromi.

Quello però che in questo articolo vorrei scrivere è, una volta per tutte, quello che non si dice mai, che nessuno dice mai e che se per caso viene detto durante un consesso sociale, suggerito o sostenuto, suscita immediato imbarazzo, teste ciondolanti, compassionevoli, disapprovanti, come dire: “ma che?”

E allora ecco qui di seguito 10 constatazioni e affermazioni apodittiche che esprimono il mio pensiero, esasperato dalle bugie che ci continuiamo tutti a ripetere a proposito della svolta tecnologico-digitale dei primi anni del millennio, che ha cambiato per sempre le nostre vite.

  1. “I libri si comprano comunque. Dipende dai contenuti.”

    No, i libri non si comprano comunque. I libri si comprano sempre di meno, le librerie chiudono, i giornali chiudono, si stampano molti titoli per questioni fiscali e di marketing, ma di ogni titolo si vendono poche o pochissime copie, anche per i titoli più commerciali o di scrittori “affermati”.

  2. “I libri si leggono lo stesso, soltanto in un altro formato (digitale).”

    No, non è vero che i libri si leggono lo stesso. I libri e più in generale i testi scritti si leggono sempre di meno, perché le vendite dei libri online sono modeste e la soglia personale di attenzione, a causa della travolgente rapidità digitale, è sempre più bassa, a partire dai bambini nelle scuole elementari. La lettura digitale poi, non è (e non può essere) la stessa cosa.

  3. “I film si vedono lo stesso, il cinema è sopravvissuto all’impatto digitale”.

    No, non è vero che i film al cinema si vedono lo stesso. Le sale cinematografiche sono in crisi ovunque e una gran parte ha chiuso o continua a chiudere e i motivi sono piuttosto chiari. La disponibilità del cinema a casa, cioè della tv con le piattaforme è una concorrenza troppo forte per le sale.

  4. “Vedere un film al cinema o in casa, alla fine è la stessa cosa.”

    No, non è vero che vedere il cinema a casa è la stessa cosa che vederlo in una sala. La sala cinematografica è un mezzo, ma è anche un contenuto dell’arte cinematografica. Nessun televisore casalingo può mai restituire l’equivalente di un film pensato e realizzato per il grande schermo.

  5. “Si continua a produrre musica nuova, la tecnologia digitale è soltanto un altro mezzo per farlo.”

    No, non è vero che la tecnologia “è solo un' altro mezzo per comporre e eseguire musica.” La tecnologia digitale è in grado oggi con l’intelligenza artificiale di comporre brani “nuovi” (in realtà assemblati dalla memoria informativa dell’AI), eseguirli “perfettamente”, promuoverli, sostituendosi alla parte umana sia in fase creativa che in quella esecutiva.

  6. “La musica di oggi è dal punto di vista dei contenuti, la stessa di sempre. La tecnologia non influenza la creatività umana.”

    Non è vero. Una vera e propria atrofia creativa è espressa ormai dalla musica contemporanea. La musica prodotta dalla o con la tecnologia digitale sta rapidissimamente svuotando la creatività umana, nel discorso medio e in quello artistico (teoricamente più elevato).

  7. “La tecnologia digitale è solo uno strumento che aiuta nello sviluppo educativo.” No, non è vero che la tecnologia digitale per i bambini e i ragazzi di oggi sia solo uno strumento. Per i bambini e i ragazzi di oggi - e anche per una gran parte di adulti - la tecnologia digitale e in particolare lo smartphone è la protesi di fondamentale importanza, perché quasi il 100% delle informazioni che essi ricevono - di qualunque tipo - passano attraverso lo smartphone.

  8. “I socials sono soltanto uno strumento attraverso il quale si esprime la personalità”.

    No, i socials sono la terra di vita di intere generazioni che trascorrono la gran parte delle loro ore e delle loro giornate nel maremagnum degli algoritmi che rimandano loro immagini e prodotti digitali consumistico/confermativi.

  9. “Il mondo digitale permette il libero scambio di pensieri e di informazioni”.

    No, non è così. Il mondo digitale è una immensa gabbia di contenuti massivi personalizzati che hanno lo scopo di plasmare ed esaudire i desideri consumistici individuali, trasformandoli in target. Le stesse “opinioni” diventano semplici bit,

    funzionali al piano complessivo gestito dalle grandi e poche piattaforme mondiali in grado di dettare (ai fini economici) lo zeitgeist o più modestamente il “trend”.

  10. Il mondo digitale è soltanto una fase della storia dell’umanità, una fase transitoria che passerà (come tutte le altre).

    No, la rivoluzione tecnologico/digitale non è soltanto una fase qualsiasi della storia dell’umanità: è un cambiamento totalmente antropologico. Non è l’invenzione del treno o della ruota: meccaniche che hanno facilitato lo sviluppo economico e le comunicazioni, ecc. perché la rivoluzione digitale afferisce direttamente alla qualità umana, all’essere umano, al corpo umano e soprattutto alla sua mente, che è già in fase di profondissima modificazione, in proporzione con le età delle diverse generazioni. Lo aveva già detto Isaac Asimov: “Io robot”. I robot diventeranno umani, gli umani stanno già diventando robot.

Oh, ora mi sento meglio…

(il tiro al bersaglio sulla croce rossa può cominciare)

Fabrizio Falconi

(articolo originale su Substack:

https://fabriziofalconi.substack.com/p/le-cose-che-non-si-dicono )

13/03/26

Due o tre cose sul Cambiamento

 


Chi si è impossessato del cambiamento?

Tutta la politica è sempre sopravvissuta sulla dicotomia: progresso/conservazione. E siccome il cambiamento sembra connaturale al progresso, i progressisti sono stati scambiati per fautori del cambiamento e i conservatori paladini del non-cambiamento ovvero della custodia del fuoco della tradizione, tanto per dirla con G. Mahler.

Adesso però le cose stanno cambiando, per il cambiamento.

Cambiare è l’essenza stessa dell’essere umano, in quanto mortale. “Non puoi bagnarti due volte nello stesso fiume” dice Eraclito. Il che vuol dire non soltanto che il fiume non sarà lo stesso di quando tu ti sei bagnato la prima volta, ma che anche tu non sarai lo stesso che si è bagnato la prima volta.

Questa affermazione è però neutra: né Eraclito e nessun altro potrà dirci se quel nuovo fiume sia migliore o peggiore del precedente, e se noi, al momento di bagnarci per la seconda volta saremo migliori o peggiori.

Il concetto di cambiamento è del tutto neutro.

E’ il risultato a posteriori (e a volte nemmeno quello) a fornire un giudizio valutativo/soggettivo.

I trumpisti di oggi vogliono a gran voce un cambiamento ma lo vogliono, esplicitamente, per tornare indietro: Make America Great Again. C’è stato un tempo, dicono, in cui l’America è stata grande. Noi vogliamo tornare a quel tempo, a quei fasti. Restaurazione.

Il cambiamento in avanti, invece, oggi gode di pessima salute. Non è molto popolare. I cambiamenti globali che si annunciano infatti - climatici, naturali, tecnologici, geopolitici, finanziari - non appaiono rosei. Piuttosto, scenari inquietanti, almeno per chi non ha gli occhi cuciti.

Anche se c’è chi si sforza di restare ottimista. In una recente intervista Jeremy Rifkin ha detto:

“La civiltà dell’empatia è alle porte. Stiamo rapidamente estendendo il nostro abbraccio empatico all’intera umanità e a tutte le forme di vita che abitano il pianeta. Ma la nostra corsa verso una connessione empatica universale è anche una corsa contro un rullo compressore entropico in progressiva accelerazione, sotto forma di cambiamento climatico e proliferazione delle armi di distruzione di massa. Riusciremo ad acquisire una coscienza biosferica e un’empatia globale in tempo utile per evitare il collasso planetario?”

La civiltà dell’empatia sarà un cambiamento positivo? Dubito che i trumpisti siano di questa opinione. L’alternativa però non sembra esserci. La restaurazione infatti non ha mai portato buoni frutti, a lungo termine. Neanche nel caso di restaurazioni molto personali, individuali.

L’unica cosa che si ripete costante nella vita è il cambiamento, ammonisce Krishnamurti e affrontare ciò pensando di conservare e di resistere al cambiamento è puerile e frustrante. Ecco perché il cambiamento richiede il discernimento.

E’ il tempo che (ci) cambia. E non possiamo farci niente. Se non essere quel cambiamento, che non è poco. Vale nel piccolo, vale nel grande. E’ quello che oggi assomiglia di più a ciò che chiamiamo rivoluzione.

Il mondo non può finire in un lamento sul passato.

In Changes, Bowie, lo specialista del cambiamento, così cantava:

Ch-changes
Turn and face the strange
Ch-changes
Don't want to be a richer man
Ch-changes
Turn and face the strange
Ch-changes
There's gonna have to be a different man
Time may change me
But I can't trace time

C-cambiamenti
(Voltati e affronta gli sconosciuti)
C-cambiamenti
Non voglio essere un uomo più ricco
C-cambiamenti
(Voltati e affronta gli sconosciuti)
C-cambiamenti
Dovrò solo essere un uomo diverso
Il tempo può cambiarmi
Ma io non posso determinarne il corso

(nemmeno a ritroso)

Fabrizio Falconi

leggi su Substack



16/02/26

La vera storia di Ilia Malinin, il "Dio del ghiaccio" o meglio l'Angelo caduto.

 


tratto da Vogue italiano: Ilia Malinin stasera riscrive la storia 

Ilia Malinin:

«L'unica vera saggezza è sapere di non sapere nulla. Il perduto è nell'ignoto. Abbraccia la tempesta. Sei qualcosa, ma non niente. Il passato non è una catena ma un filo: tiralo, e potrebbe riportarti a casa. Inizia dove la luce non arriva più, dove nessun sentiero è stato ancora tracciato». 

Da queste parole comincia il nostro viaggio a ritroso per capire chi è il “Quad God”, soprannome che deve alla capacità di eseguire l'impossibile sul ghiaccio, partendo da una bisnonna, una fede nuziale, e un sacrificio che attraversa tre generazioni, tre continenti e arriva fino a Milano. 

L'anello venduto in Siberia in cambio dei pattini 

Novosibirsk, Siberia, anni Settanta. L'Unione Sovietica è un paese grigio acciaio, dove il superfluo non esiste e ogni copeco si spende con fatica. In una città della Siberia occidentale, una donna, la bisnonna di Ilia, prende una decisione che cambia il destino della sua famiglia. Si sfila la fede nuziale, l'unico oggetto prezioso che possiede e la vende per comprare un paio di pattini da ghiaccio alla nipote, Tatiana.

Quella bambina era la mamma di Ilia, figlia a sua volta di una ginnasta e di un pattinatore, aveva qualcosa di speciale e forse quei pattini potevano rappresentare la via per un futuro diverso. 

E così è stato: cinquant'anni dopo Ilia Malinin ha parlato di quel gesto con la voce spezzata: «Mi ha fatto sciogliere il cuore, molte volte i miei genitori dicono che dovrei essere grato di tutto, guardandomi penso che sono viziato». 

Da quell'anello, simbolo di un matrimonio nell'era sovietica è nato tutto: la carriera di Tatiana, il suo incontro con Roman, e infine il ragazzo che a Milano, potrebbe trasformarlo in un oro olimpico. 

Il nome che risuona al palazzetto milanese è Malinin, ma non è quello del padre. Ilia porta il cognome della madre, Tatiana Malinina, nella forma maschile russa. 

Il motivo? «Nessuno sapeva pronunciare il cognome di mio padre in America» ha spiegato Ilia. Skorniakov è effettivamente una sfida fonetica ma "Malina" in russo significa lampone, e Ilia ha voluto rendere omaggio alle sue radici con un esercizio tecnico che ha chiamato “Raspberry Twist”, un ingresso coreografico unico in cui usa un movimento a farfalla per lanciarsi in aria prima di eseguire una torsione laterale. 

Prima di diventare “Quad God” Ilia era conosciuto sui social con un altro soprannome: “Lutzboy”. Lo aveva scelto in onore della madre, famosa per il suo triplo lutz. Era un ragazzino che cresceva in un palazzetto in Virginia, dove i genitori allenavano, e che pattinava per gioco, ascoltando la musica che gli piaceva. 

«Quando è nato, abbiamo pensato, 'Oh no, non diventerà un pattinatore, troppo tempo, dedizione, sacrifici e lavoro durissimo, volevamo che vivesse una vita diversa dalla nostra», ha raccontato Tatiana in un'intervista. 

Ma il ghiaccio chiamava e il nonno Valeri, che di mestiere faceva l'allenatore a Novosibirsk e portava il piccolo al palazzetto, disse una frase profetica: «Aspettate che riesca a fare i tripli salti. Poi non riuscirete più a trascinarlo via». 

La saga della famiglia Malinin è un atlante geopolitico del pattinaggio post-sovietico. Tatiana Malinina nasce nel 1973 a Novosibirsk, in Siberia, da una famiglia di sportivi: la madre ginnasta, il padre pattinatore . Quando è ancora adolescente, la famiglia si trasferisce a Tashkent, in Uzbekistan . Lì Tatiana diventa una leggenda: dieci titoli nazionali consecutivi (1993-2002), la prima campionessa nella storia dei Four Continents nel 1999, e una vittoria nella Finale di Grand Prix dove batte niente meno che Irina Slutskaya, monumento del pattinaggio sovietico.

Alle Olimpiadi di Nagano 1998 arriva ottava, nel 2002, a Salt Lake City, pronta per il riscatto, l'influenza la costringe al ritiro dopo il programma corto. 

Roman Skorniakov, nato nel 1976 a Sverdlovsk (oggi Ekaterinburg), segue un percorso simile: pattinatore per la Russia prima di passare all'Uzbekistan nel 1996, sette titoli nazionali uzbeki, due Olimpiadi. 

I due si sposarono nel gennaio 2000 e, nell'autunno del 1998, avevano già compiuto il grande salto, il trasferimento in America, a Dale City, in Virginia, alla ricerca di migliori condizioni di allenamento . 

Nel marzo 2025, Tatiana e Roman hanno ricevuto il Best Coach Award agli ISU Skating Awards, il riconoscimento più prestigioso per un allenatore di pattinaggio. Elli Beatrice: la sorellina dal nome italiano Dieci anni dopo Ilia, nel 2014, nasce la secondogenita, Elli Beatrice, da tutti soprannominata Liza, anche lei pattinatrice, anche lei promessa del ghiaccio. 

Agli U.S. Eastern Sectionals del 2025, categoria juvenile girls, si è piazzata 17ª, un risultato già notevole per una bambina di 10 anni. Ilia ha ammesso: «A nove anni era già più brava di me». Ma perché si chiama Elli Beatrice? Due nomi italiani per una famiglia russa-uzbeka-americana. Probabilmente è un omaggio alla cultura italiana, ma né Ilia né i genitori hanno mai rivelato pubblicamente il motivo di quella scelta.

Se c'è una cosa che Ilia ama quanto il ghiaccio, sono i suoi due gatti Ragdoll: Mysti e Miu Miu, che lui chiama affettuosamente Quadcats”, un soprannome collettivo che gioca sul suo nickname. Glieli ha regalati la madre dopo la vittoria del secondo campionato mondiale, e da allora sono diventati i compagni di decompressione. Dopo l'oro olimpico nel Team Event, ha pubblicato una foto su Instagram di Mysti con la medaglia al collo, scrivendo: «Grazie a tutti per il supporto, soprattutto a questo speciale sostenitore: Mysti». 

Ilia racconta: Sono molto caotici, corrono in giro a mezzanotte mentre cerco di dormire. Saltano nella mia stanza, sul letto, su tutto e sono geloso del fatto che mia sorella riceva più attenzione di quanta ne riceva io». Anche i Quadcats, dunque, puntano su Liza. 

Se i genitori di Ilia sono le fondamenta tecniche, i salti, la disciplina, la resistenza, Max Hamilton è l'architetto che ha disegnato l'estetica. Ex pattinatore, coreografo e allenatore con esperienza in Disney on Ice, ha trasformato Ilia Malinin da prodigio atletico a performer completo. È lui che ha coreografato "Succession", il programma libero che ha portato Ilia alla vittoria del Mondiale 2024, e "I'm Not a Vampire", tra gli altri. Il suo lavoro è stato fondamentale per colmare il divario tra la parte tecnica e quella artistica. 

Hamilton lavora in stretta sinergia con i genitori: «È come una famiglia allargata» ha spiegato Ilia, «ognuno ha un ruolo ben definito e insostituibile». 

Per le Olimpiadi 2026, il testimone coreografico è passato a Shae-Lynn Bourne per "A Voice", ma Max Hamilton rimane una presenza costante e una guida fondamentale. 

Sul ghiaccio insime a Ilia Malinin c'è una bisnonna che vendette il suo anello più prezioso, c'è un nonno che sapeva guardare lontano, ci sono due genitori olimpionici che hanno sacrificato tutto e ci sarà una sorellina che ha qualcosa di italiano. E forse, ora che sappiamo la sua storia, quando la sua voce registrata dirà: “Il passato non è una catena ma un filo: tiralo, e potrebbe riportarti a casa”, capiremo qualcosa di più.