23/11/11

Intervista a Robert Pogue Harrison - Il dominio dei morti.



Robert Pogue Harrison  è direttore del Dipartimento di Francese e Italiano presso l’Università californiana di Stanford, una delle più prestigiose d’america. Ma, da diversi anni è anche autore raffinato sulla scena internazionale, con saggi che attraversano materie differenti e contigue come la letteratura, la filosofia, l’antropologia. Un percorso originale che gli è valso l’attenzione  dei massimi critici, riconoscimenti, e traduzioni in tutto il mondo.
In Italia, il suo primo lavoro, Foreste,  L’ombra della civiltà ( Garzanti ) è apparso nel 1992, seguito da un curioso e affascinante piccolo libro dedicato alla sua “seconda città” ( Harrison ha vissuto per molti anni a Roma ), Roma, la pioggia. A cosa serve la letteratura ( I Coriandoli, Garzanti, 1995 ). Ancora inedito in Italia è il suo lavoro su Dante, The Body of Beatrice, mentre dalla Fazi è pubblicato Il Dominio dei morti  un saggio che è costato cinque anni di lavoro, e che sceglie come suggestivo campo di indagine il rapporto culturale e antropologico tra morti e vivi, attraverso l’opera di grandi scrittori, poeti e filosofi. Un’opera impegnativa, ma allo stesso tempo di grande leggibilità ed enormemente stimolante, che in America ha raccolto reazioni entusiastiche, ed è già stata con successo tradotta in Francia, Germania, e ora anche in Italia. 

D. : Dunque, Harrison, cominciamo dal titolo.  Perché:  ‘ il dominio dei morti ‘ ?  Viviamo in un mondo che sembra ignorare i morti. Un mondo dove la morte, i morti, sembrano completamente rimossi. Lei invece suggerisce addirittura un ‘dominio’.
R. :  Nel titolo, nel titolo di questo libro, ci sono almeno due allusioni. La prima ad un celebre verso di Dylan Thomas, and death shall have no dominion. La seconda, a San Paolo che nella Prima Lettera ai Corinzi, chiede: O morte, dov’è il tuo dominio (o la tua vittoria, a seconda delle traduzioni )?  E’ ovvio che in questo mio titolo è contenuta una sfumatura polemica. In effetti viviamo in un mondo dove sembra che la morte non esista, e dove facciamo di tutto per esorcizzarla, rimuoverla.  Ma, nonostante tutti i nostri sforzi, non possiamo fare a meno, noi viventi, di essere totalmente influenzati dai nostri predecessori, da coloro che sono morti. Le nostre religioni, i comandamenti, ma anche le istituzioni, il diritto, le costituzioni e soprattutto il linguaggio che noi viventi abitiamo, sono stati ‘pre-abitati’ da coloro che ci hanno preceduto. Noi parliamo una lingua creata da coloro che sono morti. Ogni parola che noi usiamo ci è stata tramandata. Le parole sono abitate dai morti, così come tutte le cose umane.
 Non solo i cimiteri, o i monumenti ci ricordano i morti, ma anche l’immagine ( alla quale ho dedicato l’ultimo capitolo ), possiede qualcosa di fortemente evocativo, e in certo senso mortuario. Come appare chiaro specialmente nel ritratto fotografico: grazie al ritratto, continuiamo a vedere persone che non ci sono più, che non abitano più tra noi. L’invenzione della tecnologia moderna ha fatto sì che siamo ormai circondati da immagini dei morti ( pensiamo solo ai vecchi film, continuamente trasmessi in televisione ). Da un lato quindi siamo privati di un rapporto proficuo, continuo con i nostri morti, e tendiamo a metterli a distanza, dall’altra siamo circondati e sovrappopolati dalle immagini dei morti.



D. : Le sue guide, in questo viaggio nel dominio dei morti, sono Vico e Heidegger. Ci potrebbe spiegare il perché di queste scelte ?
R. :  Heidegger è il filosofo occidentale che ha fondato tutta la sua filosofia sulla finitudine umana. Essere e tempo, per esempio, la sua opera monumento. Essere per la morte, il cosiddetto Da-sein è il concetto chiave della filosofia di Heidegger. Vico, non era invece un filosofo della morte. Ma lui ha pensato il ruolo dei morti nella fondazione della Cultura e della Società. Per Vico, i morti sono alla radice stessa della città, o della casa, nel senso di abitazione umana: è questa l’autorità che i morti hanno sempre avuto sui rapporti umani, e da qui proviene il potere degli antenati. I viventi sono comandati, secondo Vico, dalla volontà degli antenati. Vico, il fondatore dello storicismo, in un certo senso mette in evidenza i limiti del pensiero di  Heidegger, che può risultare troppo astratto. Il dominio dei morti  non è un libro sulla morte, ma sul ruolo dei morti nella nostra vita, e quindi l’influenza di Vico è più importante, ai fini del mio discorso.
D. : Il suo libro ritorna spesso sull’idea di Fondazione. Ogni città, ogni abitazione, ma potremmo dire, ogni impresa umana, sembra fondata sulla tomba. Sembra vi sia necessità di questo, perché un’impresa umana abbia successo, e sia duratura.
R.: Sì, esistono esempi infiniti di questo semplice principio. C’è sempre un morto alla base delle cose. Lo storico Walter Burkert sottolineava come ogni città nuova greca doveva necessariamente basarsi sulla fondazione da parte di un eroe morto. Gli dei non possono fondare. Quando c’è di mezzo una fondazione, c’è bisogno di una fondazione umana. Questo resta un mistero non del tutto comprensibile. E’ più che altro un fatto, un destino tipicamente umano. L’etimologia di uomo del resto, di humanum,  deriva, vichianamente da humus, cioè dalla terra. La radice è la stessa.
D. : Ne ‘Il dominio dei morti’ uno spazio davvero rilevante hanno i poeti, la poesia. Sembra, mi dica se è così, che la poesia sia il principale tramite per dialogare con i morti, o meglio per dare loro voce, come illustra l’esempio di Dante. Perché la poesia ha questo potere ?
R. : Non solo Dante, ovviamente. Prima di lui possiamo pensare a Orfeo, Omero, Virgilio. In ogni grande opera del passato, a un certo punto c’è un eroe che deve scendere nell’ade, a parlare con i  morti. Ma questo non è nient’altro che un’allegoria della poesia. Sia della poesia lirica, che di quella epica. Visto che ogni nostra parola ha una storia antichissima, la poesia ci ricorda che tutte queste parole sono abitate da antenati che parlano. Per restituire alle nostre parole uno spessore storico/temporale non possiamo che affidarci alla poesia, è questa la funzione più nobile della poesia. Scrivere versi è già un modo di essere in dialogo con i predecessori.
D.: Lei ha scelto, cita, anche diversi poeti italiani, quale, in questo contesto le è più caro ?
R. : Beh, vi sono molti poeti, e tra essi molti poeti italiani, che sono ossessionati da temi come i fantasmi, o l’assenza. Credo che tutta l’opera di Montale, ad esempio, sia circondata da ombre. Ma certamente Dante è colui il quale, meglio di chiunque altro, ha rappresentato per me, non solo in questo lavoro, un punto di riferimento essenziale. E’ semplice constatare che sia proprio Virgilio la guida nel viaggio oltremondano di Dante. Virgilio: un poeta che era morto da 1300 anni, quando Dante decide di restituirgli la parola. E’, anzi, Virgilio che viene a proteggere, a salvare un suo erede. I poeti inventano i propri antenati, o meglio li scelgono, o ne vengono scelti. Un morto, un poeta morto, può scegliere autonomamente la propria voce nella contemporaneità. Come nel caso di Baudelaire: è lui che ha scelto Poe, o è Poe – un autore molto più francese che americano – a scegliere la voce di Baudelaire ?
D. : Il tema del libro, la tesi che sostiene, sembra essere messa in crisi dalla civiltà contemporanea della morte. Molte delle morti moderne sono ‘senza sepoltura’.  Pensiamo al recente caso dello tsunami, ma anche ai desaparecidos argentini, o all’esempio che lei cita del Veterans Memorial di Washington. Ma, sembrerebbe, non è necessario che vi sia una tomba, perché i morti influiscano e determinano le scelte e le vite dei viventi. Può bastare anche il semplice nome… Un nome pronunciato.
R. : Sì, è così. Basta anche un nome. Il problema della sepoltura riguarda più i viventi che coloro che sono morti. E’ un problema dei viventi: serve loro per quello che si chiama  in francese il travail du deuil , o l’elaborazione del lutto, insomma. Anche se la parola ‘travaglio’ rende molto bene l’idea. Il travaglio del lutto è un modo che permette in un certo senso ai morti di rinascere, di rinascere nell’altro mondo, e occupare il loro posto, il posto loro assegnato nell’aldilà.  Non a caso le lamentazioni delle donne ai funerali – che ha studiato per tutta la vita Ernesto De Martino – sono molto simili a quello del parto. Quando si muore, si muore come essere umano vivente. Ma in qualche modo non si è ancora morti. C’è bisogno di una particolare forma di elaborazione, di rito del Dolore perché il morto divenga tale veramente, oltrepassi il limite. Purtroppo stiamo vivendo un grande impoverimento del nostro mondo culturale, proprio per il fatto abbiamo perso o abbandonato, stiamo abbandonando, le forme ritualizzate del lutto. Stiamo vivendo una fase storica in cui esiste una specie di lutto interminabile che viene vissuto però nella solitudine dell’anima individuale. Il lutto è diventato un fatto privato, quando dovrebbe essere per eccellenza un fatto pubblico. E questo, come ho detto, comporta un triste impoverimento del nostro tessuto culturale.


Fabrizio Falconi.

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