17/02/14

Dieci grandi anime. 6. Pavel Florenskij (1./)



  Dieci grandi anime. 6. Pavel Florenskij (1./)



Quando Pavel Florenskij scriveva, nel 1914: Tutto scivola dalla memoria, passa attraverso la memoria, si dimentica. Il tempo …  divora i propri figli. L'essenza stessa della coscienza, della vita, di ogni realtà, sta nella transitorietà, cioè in una specie di dimenticanza metafisica (1) probabilmente non poteva certo immaginare che proprio la sua opera – unitamente alla parabola della sua vita – avrebbe così evidentemente contraddetto questa legge.   La nascita e la morte, aggiungeva,  sono i poli di un'unica realtà: chiamala vivere, chiamala morire, ma il nome più esatto è destino o tempo. Questo tempo uno, questo destino, consta a sua volta di nascita-morte unite polarmente, e così via fino agli ultimi elementi della vita, cioè ai minimi fenomeni di attività vitale. (2)

Il destino di Pavel Florenskij era stato quello di morire fucilato vicino Leningrado -  insieme ad altri 500 deportati dal Gulag delle isole Solovki, brandelli di terra nel nulla del Mar Bianco, dove Florenskij era stato internato dopo essere stato arrestato  il 26 febbraio del 1933 -  con questa accusa: “svolge attività controrivoluzionaria, inneggiando al nemico del popolo Trockij”.

Davvero uno strano destino, per lui, ordinato sacerdote della Chiesa Ortodossa nel 1911 finire i suoi giorni in un campo di prigionia - nell’estremo nord della Russia, esattamente sulla linea del Circolo Polare Artico -  che era in origine un antico complesso monastico, uno dei maggiori centri di spiritualità dell’ortodossia russa, trasformato dal regime bolscevico nel 1923 in SLON, ovvero Lager a destinazione speciale delle Solovki.        

Pavel ci era finito proprio perché ad ingrossare le fila dei detenuti di questo gulag erano soprattutto credenti, in particolare vescovi, preti, monaci e religiosi. 

Eppure, Florenskij non si era mai sognato di essere un controrivoluzionario militante, e pagava l’unica colpa di testimoniare la libertà di pensiero e di aver scelto l’esperienza ecclesiale al termine di un lungo percorso di consapevolezza, in un tempo in cui tutta l’intelligencija russa virava verso un forte sentimento anticlericale e antireligioso.   

Non v’è dubbio alcuno che quella che fu spenta in quel giorno d’ottobre, nel massacro di Sandormoch, fu una delle menti più brillanti dell’intero Novecento.  E la personalità, il pensiero scientifico, la filosofia di Florenskij sono sfuggite all’oblio. Non solo: oggi fioriscono ovunque saggi e studi a lui dedicati, e il suo lascito spirituale  - specialmente dopo l’apertura degli archivi del KGB -  oltre che puramente letterario continua ad apparire un luminoso esempio per le generazioni future.

Nato il 9 gennaio del 1882 nella città di Evlach, nell’Azerbaigian, Florenskij era il primogenito di sette figli nato dall’unione tra un ingegnere e la colta erede di una famiglia armena.   Su di lui, studente precoce e portato per la scienza, ebbero  una grande influenza le  opere dell’ultimo  Tolstoj:  il grande romanzo di Resurrezione,   e soprattutto La confessione. 

All’inizio del 1900, dopo molti anni passati in Georgia con la famiglia, intraprese gli studi all’Università di Mosca, dove si laureò in Matematica e Fisica quattro anni più tardi, discutendo una tesi di laurea sul principio di discontinuità che suscitò immediato interesse nel mondo accademico.   Ma lo studio della fisica e della matematica non bastavano ad una sete di conoscenza famelica: Florenskij negli stessi anni, cominciò a nutrire interesse per la filosofia antica, per la storia, per la poesia.   Infine nel 1904 la decisione di iscriversi alla Facoltà teologica di Mosca, dove come se non bastasse, cominciò ad approfondire le materie bibliche, liturgiche, insieme allo studio delle lingue antiche.  Forse più e meglio di altri Florenskij finì per incarnare un modello di aspirazione per un nuovo sapere multidisciplinare, sintesi di un modo di ri-pensare il mondo che – a cavallo del Novecento – si andava disfacendo, disgregando in una nuova (per molti aspetti spaventosa) complessità.

Nella religione Florenskij cercava il necessario complemento a quella metafisica completa capace di affrontare la lettura del mondo come un insieme.  Il cammino verso l’unità e quindi verso la verità era, per lui, fatto di passaggi attraverso i contrari, fino a congiungerli insieme, ma senza mai  fare confusione  e mantenendo le distinzioni; nella sintesi del Simbolo perfetto (Uno e Trino),  separato e inseparabile - era il pensiero di Florenskij -  c’è la formula che si può estendere a qualsiasi simbolo relativo, e a qualsiasi opera d’arte.


Cari figli miei, scriveva nel Testamento – iniziato l’11 aprile del 1917 , pochi giorni dopo lo smantellamento dell’Accademia Teologica moscovita nella quale Florenskij insegnava, e la cui redazione si protrasse per diversi anni fino al 1922 nel presagio dei drammi futuri che lo aspettavano - non permettete a voi stessi di pensare in maniera grossolana. Il pensiero è un dono di Dio ed esige che si abbia cura di sé. Essere precisi e chiari nei propri pensieri è il pegno della libertà spirituale e della gioia del pensiero. (3)

(1./segue) 

Fabrizio Falconi © - proprietà riservata/riproduzione vietata. 

1.      Pavel A. Florenskij, La colonna e il fondamento della Verità, tr. it. di P. Modesto, Rusconi, Milano 1974, p. 54.   Questa è la prima traduzione mondiale di un’opera di Florenskij, e certamente contribuì in modo rilevante alla sua riscoperta in tutto l’occidente.
2.     Pavel A. Florenskij , Lo spazio e il tempo nell'arte, a cura di N. Misler, Adelphi, Milano 1995, p. 261
3.     Il Testamento di Pavel Florenskij è contenuto nella edizione italiana di Non dimenticatemi, a cura di Natalino Valentini e Lubomir Zak,  edizioni Mondadori, Milano, 2000.  Cit. pag. 418. 

16/02/14

La poesia della domenica - "Rimani dove sei" di Umberto Fiori.





Rimani dove sei
(e non sei più, e non sei stata mia, 
neppure allora) - rimani,
bella vista piena d'amore
cuore del mondo
che una volta mi hai preso 
e mi tieni.

Come il turista inglese in bicicletta
o la donnetta delle acciughe, come l'autista
sdraiato sul volante della corriera
che spunta dal tornante, 
come la bagnante che asciuga 
il telo-spugna sulla balaustra, 
io mi sono affacciato al belvedere
e ho visto cosa è vero,
cosa è giusto.

Ho visto il fico e l'agave,
gli scogli, le piane,
queste parole italiane
che nella mia voce
ti dicono.

La voce ho visto.
Ho visto lo sguardo, il seme.

I monti e i motoscafi
ho visto quello
che li teneva insieme.



15/02/14

Michelangelo e il Monte dell'Altissimo .




Il 18 febbraio 1564, all’età di 88 anni, Michelangelo Buonarroti muore nella sua casa romana. 

A 450 anni dalla sua morte si ricorda uno degli episodi più importanti e tormentati della sua vita: il sogno mai realizzato di cavare e rifornirsi gratuitamente dello statuario del Monte dell’Altissimo, nel territorio lucchese, in Alta Toscana. 

Dopo aver ottenuto l’incarico per la realizzazione della facciata della Chiesa Fiorentina di San Lorenzo, obbedendo alla volontà di Leone X (Giovanni dei Medici), Michelangelo, nel 1518 inizia a costruire la strada che sarebbe servita per raggiungere i bacini marmiferi dell’Altissimo. 


Seguendo un’intuizione pari alla sua capacità di svelare le figure celate nei blocchi di marmo, il Buonarroti percepisce le potenzialità e la qualità del marmo racchiuso nelle cave dell’Altissimo, uno statuario ancora più bello e prezioso di quello carrarino: di grana unita, omogenea, cristallina, e ricorda lo zucchero. Michelangelo qui desidera cavare e far cavare ogni et qualunque quantità di marmi o di qualunque altra miniera in decte montagne dello Altissimo, et loro vicine circustanze

Il Monte, un bacino marmifero di enorme ampiezza era ripieno di marmi in tutte le parti che ve n’è da cavare fino al giorno del Giudizio.

Nel dare il via alla sua impresa più ambiziosa, e consapevole del grande tesoro custodito dalla montagna, Michelangelo aveva chiesto e ottenuto, non senza penare, dall’Opera di Santa Maria del Fiore e dai Consoli dell’Arte del Lana di potersi rifornire gratuitamente e per tutto il resto della sua vita di marmi dell’Altissimo, una volta che fosse riuscito a mettere in esercizio quelle cave. 


Malauguratamente un “breve” di papa Leone X del 20 di febbraio 1520 sollevava Michelangelo dall’incarico della costruzione della strada

Per l’artista, giunto alla soglia dei quarantacinque anni e attento imprenditore di se stesso, ciò fu motivo di grande delusione. Ricordava il Vasari nella “Vita” che a Michelangelo …convenne fare una strada di parecchi miglia fra le montagne

Ma il sogno di Michelangelo, da lui mai realizzato, prese forma. 

Nei quasi cinquecento anni che separano l’inizio della costruzione della strada dell’Altissimo il bacino marmifero di Seravezza ha donato un capitolo sostanzioso alla storia, all’arte e all’architettura mondiali. 

 Le cave dell’Altissimo vengono raggiunte dalla strada che si completò per volere di Cosimo I dei Medici nel 1567, che riusciva, laddove aveva fallito il divino Michelangelo, a dare il via all’estrazione di quei marmi bianchi che “…producono colonne alte più di 50 cubiti”. 

Di quel marmo, che il Buonarroti sognava già per la facciata di San Lorenzo in Firenze, venne calato alla marina nel 1569 il primo blocco fra l’esultanza del popolo seravezzino che vedeva, nel discendere del carro a valle, l’inizio di un’attività economica rilevante per la comunità. 

Fu il Giambologna a realizzare la prima figoura di marmi bianco ocire fuora di quel monto del Haltissimo la “Fiorenza”, o Vittoria, oggi al Bargello. 

Al disegno di Michelangelo e di Cosimo I seguì quello di Francesco I dei Medici. Le cave di Seravezza rappresentavano un vero patrimonio. 

Nel sunto storico della cava si intersecano anche periodi di abbandono, ma una nuova vita ha inizio con l'arrivo nelle Apuane del Signor Jean Baptiste Alexandre Henraux nel 1820. Il Signor Henraux è Soprintendente Regio alla scelta e acquisto dei marmi bianchi e statuari di Carrara per i monumenti pubblici nella Francia di Napoleone

E il Signor Henraux che visita le cave di Michelangelo stringe la storia degli ultimi duecento anni del Monte dell’Altissimo al suo stesso nome, e da attento imprenditore quale è dona nuova vita al bacino marmifero seravezzino. 

Sono numerose e importanti le opere portate a compimento con i marmi dell’Altissimo, dall’epoca di Cosimo e di Francesco dei Medici le pagine di storia dell’arte e dell’architettura si arricchiscono considerevolmente con i materiali estratti dalle cave. 

Ma dal 1821 Monsieur Henraux traccia la via a commesse di notevole prestigio, come quella del 1845 per lo Zar di Russia che ordinava grandi quantità di marmo per la costruzione della Cattedrale di Sant’Isacco a Pietroburgo. Anche Auguste Rodin fu ospite di Henraux a Querceta. 

L’Altissimo è un importante comprimario di quel genio dell’uomo che costruisce bellezza. Da qui iniziano storie di opere e capolavori dell’arte concepiti da artisti, per citarne alcuni in epoca moderna o contemporanea, quali Henry Moore, Hans Jean Arp, Joan Mirò, Antoine Poncet, Jacques Lipchitz, Rosalda Giraldi, lsamu Noguchi. 

E ancora le cave dell'Altissimo, come profetizzato da Michelangelo, continuano a fornire materiale per la realizzazione di grandi opere in tutto il mondo: da qui sono stati realizzati numerosi progetti quali il pavimento policromo della Basilica di San Pietro, o la ricostruzione della chiesa Abbaziale di Montecassino come, più recentemente la Grand Mosque per lo Sceicco Zayed Bin Sultan al Nayhan II ad Abu Dhabi, il Campus Exxon Mobile a Houston (detto anche Delta project), e negli Stati Uniti il Devon Energy World Center, One Market Plaza a San Francisco e molti altri.

Ancora oggi le cave sono proprietà della Henraux Spa e della Fondazione Henraux ad esso collegata.

14/02/14

I curiosi graffiti di Porta San Sebastiano, sulla Via Appia.




Poco in vista, defilata rispetto ai monumenti e agli itinerari del centro storico, la maestosa Porta San Sebastiano è la più grande e anche la meglio conservata di quelle che anticamente esistevano lungo le Mura Aureliane per l’accesso alla città. Era collocata al termine della Via Appia, che si percorreva da sud per raggiungere l’Urbe, come del resto è anche oggi. 

Anticamente però la Via Appia si snodava anche nel tracciato cittadino, partendo direttamente dal Campidoglio e questo spiega come mai, appena fuori della Porta, sulla destra, all’inizio della via sia murata l’antica colonna miliaria (in realtà si tratta di una copia, l’originale fu spostato in epoca medievale ai piedi della collina del Campidoglio, dove si trova tuttora) che aveva il compito di segnare il primo miglio della Via Consolare e che fra l’altro funzionò come modello di lunghezza lineare per tutte le altre strade romane.


Oggi la Porta è invece collocata al termine di quella che è stata chiamata Via di Porta San Sebastiano (e che era in origine l’Appia), subito dopo quello che viene chiamato comunemente Arco di Druso e che gli archeologi hanno scoperto essere nient’altro che uno dei fornici dell’Acquedotto Marcio che alimentava le monumentali Terme di Caracalla, e non invece un arco trionfale. 

Il progetto originario della Porta, con i due torrioni circolari che la caratterizzano e che ancora esistono, risalgono proprio all’epoca di Aureliano, ma il monumento fu completamente rifatto sotto l’imperatore Onorio (nel 401 d.C.) con la realizzazione di una fortificazione a livello superiore, con un cammino di ronda merlato e due basi quadrangolari rivestite di blocchi di marmo che furono messe a circondare (e quindi a rafforzare) le torri rotonde. 



I rivestimenti marmorei di queste basi angolari hanno la strana caratteristica di alcune escrescenze di forma rotonda e convessa che hanno suscitato la curiosità degli archeologi. A che servivano ? L’ipotesi più probabile è che si tratti di elementi decorativi ispirati agli umboni, cioè le parti sporgenti collocate nel mezzo degli scudi militari. Un’altra teoria invece spiega la presenza di questi orpelli come elementi apotropaici, destinati ad allontanare le energie negative dei nemici intenzionati a dare l’assalto alle mura della città.

Ma un altro motivo di interesse della Porta (che ospita fra l’altro l’interessante Museo delle Mura, poco conosciuto) sono i numerosi graffiti e le numerose incisioni di cui è ricoperto il marmo del fornice centrale, dell’ingresso, verso la città.


Tra di esse è celebre la figura, sullo stipite destro (con le spalle al Campidoglio) dell’Arcangelo Michele, con una lunga iscrizione in latino che ricorda la battaglia vinta dalle truppe romane (guidato da Giacomo Ponziano) contro l’esercito del Re di Napoli, Roberto D’Angiò il 29 settembre 1327, il quale voleva occupare Roma e che proprio qui si svolse. L’iscrizione così risulta tradotta: L'anno 1327, indizione XI, nel mese di Settembre, il penultimo giorno, festa di S. Michele, entrò gente straniera in città e fu sconfitta dal popolo romano, essendo Jacopo de' Ponziano capo del rione.

La dedica all’Arcangelo Michele, una delle figure più care della iconografia cristiana, nella Roma medievale era il tributo a quello che si supponeva essere stato un intervento divino, in grado di ribaltare la sproporzione delle forze in campo, nettamente a favore del Re di Napoli.

Ma sugli stipiti, a destra e a sinistra, se soltanto si esamina con attenzione – con la necessaria accortezza visto il continuo transito di automobili – sono presenti molti altri graffiti, molto semplici, con iniziali, date e croci, lasciati dai pellegrini che erano riusciti a raggiungere la città dopo viaggi che si immaginano molto molto difficili e pericolosi. 


Altrettanto interessante è notare la scanalatura della saracinesca che scendeva a chiudere ermeticamente la Porta manovrata dalla camera soprastante, assicurando, insieme al duplice battente di legno, la resistenza contro gli attacchi nemici.

In effetti, forse in pochi altri monumenti come questo, a Roma, si percepisce, attraverso il connubio tra fortificazioni e graffiti votivi, l’alternarsi delle sorti di guerra e pace che hanno contrassegnato i lunghi secoli di storia dell’Urbe.

13/02/14

La remora è un pesce (e nessuno lo sa).







Rèmora in italiano ha il significato di indugio, freno.
Secondo la Treccani il s. f. deriva dal lat. remŏra, derivato di mora, ovvero "indugio" nel doppio significato, letterale (coniugato al plurale) che definisce ciò che ritarda o ostacola qualcosa: non porre remore e di ciò che trattiene dall'agire (non avere remore; essere senza remore).

Ma le Remore, pochi lo sanno, sono anche dei pesci che, muniti di una sorta di ventosa, si attaccano a scafi o a pesci più grandi facendosi trainare - e in antichità (e l'immagine rende bene il senso generale di "remora") si pensava che questi pesci potessero addirittura fermare le navi, da cui il loro nome.

Appartengono alla famiglia delle Echeneidi, presenti in tutti i mari del mondo, a eccezione di quelli freddi, con 4 generi, tra i quali Echeneis e Remora. Hanno corpo slanciato, lungo circa 70 cm, manca la vescica natatoria; sono provvisti di un organo di adesione discoidale situato sul capo e derivato da una trasformazione della prima pinna dorsale, con cui si attaccano a grossi pesci e battelli.

È presente anche nel mar Mediterraneo, anche in acque italiane. Il disco adesivo giunge all'altezza delle pinne pettorali. Il colore è grigio scuro o nero con opercoli e bordi delle pinne chiari. Misura fino a 70 cm.

E' ovvio per queste sue caratteristiche, come questo animale abbia, sin dall'antichità attratto su di sé fortissime connotazioni simboliche.

Come scrive Carl Gustav Jung, in Aion – Ricerche sul simbolismo
La Remora, piccola per statura e grande per la potenza, costringe le superbe fregate del mare a fermarsi: avventura che come ci racconta Plinio toccò alla quinquereme dell'imperatore Caligola. Mentre questi ritornava dall'Astura ad Anzio, il pesciolino, lungo mezzo piede, si attaccò succhiando al timone della nave, provocandone l'arresto. Plinio non finisce mai di stupirsi del potere dell'Echeneis. La sua meraviglia evidentemente impressionò gli alchimisti al punto di indurli a identificare 'il pesce rotondo del nostro mare' con la Remora. La Remora divenne così il simbolo dell'estremamente piccolo nella vastità dell'inconscio, che ha un significato tanto fatale: esso è infatti il Sé, l'Atman, quello di cui si dice che è il più piccolo del piccolo, più grande del grande. 

Ispirandoci alle caratteristiche di questo pesce, nel 2003, Filippo Tuena ed io abbiamo creato e diretto una collana di poesia, Le Remore, nel quale sono stati presentati testi poetici di narratori, saggisti e scrittori che raramente hanno pubblicato versi attribuendo a questa forma, il valore di sperimentazione o palestra intima personale.  A volte, l'esigenza di emergere dal mare profondo può spingere queste parole nascoste verso la superficie. Allora, come la remora di Jung, la loro forza può stupire e costringere le grandi navi a fermarsi.

12/02/14

"Vi racconto Elsa segreta" di Brunella Schisa. (dal Venerdì di Repubblica).



Parigi. Il primo incontro tra Elsa Morante e Jean-Noël Schifano fu brusco e terribile. La scrittrice era ricoverata alla clinica Villa Margherita di Roma dove cercava invano di riprendersi dalle complicanze dopo un tentativo di suicidio. Il giovane entrò nella stanza con in mano la traduzione francese di Aracoeli sulla quale aveva sgobbato per un anno intero. Elsa Morante era in compagnia di Carlo Cecchi e lo aspettava. Era stato l'attore a combinare l'appuntamento. La scrittrice aveva un foulard azzurro che le copriva i riccioli bianchi e dei grandi occhiali da miope sul naso. Prese il libro, lo sfogliò appena e poi piantando i suoi occhi violetti sul giovane emozionato sentenziò: «Manca una pagina!». Nel ricordare quel momento Schifano sorride. «Ero giovane, terrorizzato da quel mostro sacro. Avevo letto tutti i suoi libri, provavo per lei un'ammirazione sperticata, una devozione totale. Ma il suo commento mi parve ingiusto e reagii. "Non manca proprio niente, ne sono sicuro!". Evidentemente voleva provocarmi perché accettò di rivedermi il giorno dopo con un ammonimento: "Non pensi di ottenere alcuna intervista, perché non ne do!"».

In effetti Elsa Morante fu di parola. Non diede nessuna intervista il giorno dopo, e nemmeno il seguente. Ma concesse molto di più a quel giovane francese: la sua amicizia, la sua confidenza. Le sue confessioni. Per un anno intero, fino alla morte della scrittrice, avvenuta il 25 novembre 1985, ci fu tra loro una lunga condivisione di pensieri, parole, racconti. «Nell'ultimo periodo Elsa aveva litigato con tutti, non voleva vedere più nessuno. E forse perché anche io avevo un padre siciliano ed ero un bastardo come lei, o forse perché ha visto in me un figlio, un'amante dell'ultima ora, ha sentito che poteva andare oltre il dicibile. Io avrei capito».

Dalle confessioni nella stanza 127 della clinica è nato il romanzo-memoir E.M. O la Divina Barbara, quarant'anni dopo la pubblicazione de La Storia e trenta da quegli eventi. Un tempo lunghissimo. «Ho aspettato tre decenni perché mi sentivo depositario di una specie di tesoro. Elsa mi aveva confessato i suoi segreti, per esempio la sua data di nascita. Aveva sempre imbrogliato tutti. Sull'edizione francese di Aracoeli era scritto 1916, invece era nata nel '12. Della morte non aveva paura, temeva la vecchiaia. Mi aveva raccontato dei suoi due padri. Augusto Morante, il marito di sua madre. Che, essendo impotente, per non perdere la faccia aveva preteso che la moglie si facesse fecondare da un altro. E la madre aveva scelto un siciliano biondo con gli occhi azzurri, Ciccio Lo Monaco, che le aveva dato quattro figli Morante. Lei disprezzava il padre legittimo e considerava quello naturale un estraneo e non ha mai potuto pronunciare la parola papà».

Brunella Schisa, Vi racconto Elsa segreta, Il venerdì di Repubblica, 7.2.2014.

11/02/14

Bilancia - di Fabrizio Falconi (da 'Il respiro di oggi') .







Riparto. Tornano indenni a placarsi i rumori di fondo del mondo. Nel viaggio di ritorno non li ascolterò. E’ così: sono ancora in bilico: metà quel che sono, ed ero, metà quel che sarò. La mia condizione è quella del camminante, e più sento di essere arrivata, più ho bisogno di ricominciare.
Ho provato a fermare il canto con la paura. Illudendomi. Non posso fare altro che unire gli opposti, braccia e gambe. Sul punto più estremo del sentiero, torno indietro. Simmetricamente, percorrerò rinnovandolo con i miei passi, l’antro che mi ha portato fin qui.
Cantano i giunchi, le mille voci delle paludi, alla cantilena della luna mi affiderò, sicura di non perdermi.
Ho già fatto molto. Ho provato, ho creduto. E non è stata che la metà del tutto, che ancora mi attende.



in testa: Bilancia, opera di Justin Bradshaw.

Il ciclo Il Canto dei segni è stato concepito per la mostra Zodiac, realizzata da Justin Bradshaw, a Tuscania, ottobre 2003. 




ZODIAC

Il progetto rappresenta una ricerca e una personale elaborazione della simbologia dei segni dello zodiaco. 
Questa ricerca prende spunto là dove inizia il concetto del cerchio zodiacale e di gran parte delle costellazioni; lungo la valle dell’Eufrate abitato dal popolo dei Sumeri.
I disegni a china sono studi che esplorano i significati di ogni segno ricavato da poesie e sculture sumeriche, per arrivare ad un ciclo di vita che passa da un segno all’altro, come il sole e gli altri pianeti passano attraverso le costellazioni, da Ariete a Toro, da Toro a Gemelli, e così via.
Le immagini delle costellazioni sono state viste come figure femminili; è la dea madre che sottopone il suo corpo alle varie peripezie del viaggio ciclico. 
Ogni posa è basata sulla posizione delle stelle all’interno di ogni costellazione, come si vede nei disegni da studio. 
Nello stesso tempo ogni posa è anche un momento nella vita della dea: si abbandona alla morte in Scorpione, siede, smarrita, nel limbo in Sagittario, arriva in fondo agli Inferi in Capricorno, comincia a risvegliarsi in Aquario, continuando in Pesci per ritrovarsi viva in Ariete. In Toro, ancora debole, subisce l’attacco passionale del dio, selvaggio come un toro, in Gemelli si rispecchia, riunisce anima e corpo, in Cancro si unisce in matrimonio con il dio (in tempi antichi si festeggiava un rituale matrimonio sacro a giugno, mese che corrispondeva al segno del Cancro, indicata anche dal nome romano del mese, ‘Iunius’, da ‘iunire’ (unire)), in Leone, ormai forte, è lei che domina la preda. Infine, in Vergine è madre, partorisce, e precede la crisi ‘post-parto’ di Bilancia.
(nota di Justin Bradshaw)

Justin Bradshaw, nato a Londra nel 1971, vive in Italia dal 1994, prima a Roma e ora a Civita Castellana in provincia di Viterbo. Le sue prime due mostre personali sono state organizzate dai fratelli Sestieri nel 2000 e nel 2002 a piazza Margana, con cataloghi e introduzioni di Maurizio Fagiolo dell’Arco e di Marco Fabio Apolloni. Nel 2003 ha esposto alla Galleria Croma, via del Governo Vecchio 118, Roma. Sono seguite una mostra a Tuscania nell’Ottobre 2004 nell’ex chiesa di Santa Croce, accompagnato dalle poesie di Fabrizio Falconi, e due mostre-serate a Roma; la prima nella bottega di Marco Ancona e Giuseppe Sedita a via dei Falegnami 72 nel Giugno del 2004, e la seconda nella hall dell’Hotel Due Torri di Cinzia Pighini nel marzo del 2005.

10/02/14

"Acque morte" di William Somerset Maugham, un capolavoro.




E' il mio romanzo preferito di W. Somerset Maugham.

Per i mari del Sud naviga il dottor Saunders, medico, ospite della goletta capitanata dall'infido Nichols e dal misterioso giovane Fred, fuggito dall'Australia per le conseguenze di un misterioso omicidio.

Saunders, drogato e radiato dall'Albo, a suo agio "solo nella futilità", è la lente attraverso cui partecipiamo questo lento naufragio attraverso le Acque Morte

In un clima estenuato, febbrile, malato, sull'ultima isola visitata, il ragazzo andrà incontro al suo destino che a lui si presenterà nelle forme di Laurie, fidanzata al danese Erik.

Un romanzo perfetto, magistralmente scritto, che contagia il lettore come un morbo e affascina e abbaglia per la precisione dei dettagli e degli incastri narrativi.

Tutti i personaggi vivono.

Tra di loro, Saunders è la voce silenziosa della coscienza: apparentemente impassibile o cinico, eppure massimamente saggio (come si rivela pagina dopo pagina), nel considerare divertito la "differenza che corre tra quello che gli uomini professano e quello che realmente fanno."



09/02/14

La poesia della Domenica - 'Ho gli occhi pieni del bianco delle vele' di Angelo Maria Ripellino.




Ho gli occhi pieni del bianco delle vele,
confitte nella còncava conca del mare,
le dita intrise del verde miele
delle metafore, i capelli blu come nuvole.
Carri fioriti sfilano sul litorale, e in ciascuno
è una ragazza impettita come un sovrano,
che abbia ridotto l’imposta sulla birra.
Nel cielo di carta azzurrina
si va ritagliando in gabbiano.
Vecchie caracche cariche dei miei mali,
rullando sui crisantemi di lacera fiamma dei flutti,
salpano da Zeebrugge verso lidi lontani,
portandosi via la mia zavorra, la mia ruggine,
e un’esile gioia vacillante, pinguina,
la mia gioia contumace, assorbita dai morbi e dai lutti,
si sveglia, sorride, si inebria, si adombra, si strugge,
la mia goffa gioia dignitosa in bombetta e marsina.


Angelo Maria Ripellino, tratto da Poesie 1952 - 1978, a cura di Alessandro Fo, Antonio Pane e Claudio Vela, Einaudi, 1990, pag.122.

08/02/14

La lentezza, secondo Peter Handke.





Più di dieci anni fa presi un volo notturno da Anchorage, in Alaska, per New York.

Fu un volo molto lungo, con decollo, un pezzo dopo mezzanotte, dalla città sul Cook Inlet - nel quale, quando si alza la marea, i blocchi di ghiaccio, drizzandosi tutti, penetrano al galoppo, per rifluirne poi, quando la marea si abbassa, nel vasto oceano, ormai grigiastri e neri - , uno scalo intermedio ad Edmonton/Canada, mentre spuntava l'alba e c'era nevischio, un altro scalo, girando nel circuito di attesa, e poi in coda giù sulla pista, nell'abbagliante sole mattutino di Chicago, e atterraggio nel soffocante pomeriggio molto fuori New York.

Finalmente in albergo, volevo mettermi subito a dormire, come malato - tagliato fuori dal mondo - dopo la notte senza sonno, aria e movimento.

Ma poi vidi in basso le strade lungo il Central Park dilatate dal sole del primo autunno, nelle quali - così mi pareva - la gente passeggiava come i giorni di festa, e all'idea che ora lì nella stanza mi sarei perso qualcosa, mi sentii attratto fuori verso di esse.

Mi sedetti al sole sulla terrazza di un caffé, vicino al fracasso e ai fumi di benzina, ancora stordito, anzi dentro di me indotto a un temibile tentennamento dalla nottata insonne.

Ma poi, non so più come, a poco a poco ?, o di nuovo passo per passo ? la trasformazione.

Una volta ho letto che i depressi potevano superare le loro crisi, se per notti e notti venivano impediti di dormire; in tal modo il "ponte sospeso dell'Io", pericolosamente vacillante, si sarebbe ristabilizzato.

Quella immagine l'avevo presente, mentre ora in me l'angoscia lasciava il posto alla stanchezza. Questa stanchezza aveva qualcosa di un risanamento.  Non si diceva "lottare contro la stanchezza"? - Questo duello era finito.

Adesso la stanchezza mi era amica.

Ero di nuovo qui, nel mondo, e addirittura - non perché fosse Manhattan - al centro di esso. Ma a questo si aggiungevano altre cose, molte, e ciascuna una delizia più grande dell'altra. 

Fino a sera inoltrata non feci più altro, se non stare seduto a guardare; era come se intanto non avessi più bisogno nemmeno di respirare.

Niente vistosi e esibiti esercizi di respirazione o tecniche yoga: siedi e respiri alla luce della stanchezza ora, quasi per caso, bene. 

Passavano in continuazione molte donne, all'improvviso indicibilmente belle - una bellezza che lì per lì mi inumidiva gli occhi -, e tutte nel passare prendevano nota di me: mettevo conto.(Strano che soprattutto le donne belle notassero questo sguardo di stanchezza, come anche molti uomini anziani e i bambini).  

Ma non ci pensavo proprio che noi, una di loro e io, al di là di questo cominciassimo qualcosa insieme; da loro non volevo niente, mi bastava poterle finalmente guardare in quel modo.  

... E in quelle ore c'era pace anche al Central Park. E la cosa sorprendente è che la mia stanchezza là pareva collaborare al momento di pace - acquietando ? attenuando ? - disarmando ogni volta già sul nascere con lo sguardo i gesti di violenza, di rissa o anche soltanto di scortesia, in virtù di una compassione del tutto diversa da quella a volte sprezzante della stanchezza da lavoro creativo: in virtù della commiserazione come comprensione. 

.. Grazie alla mia stanchezza il mondo si sbarazzava dei suoi nomi e diventava grande.


Peter Handke, tratto da Saggio sulla stanchezza, Traduzione di Emilio Picco, Postfazione di Rolando Zorzi, Garzanti (Coriandoli), 1991.




07/02/14

Nessun tempo esiste oltre quello che vivi.




Nessun tempo esiste oltre quello che vivi. 

La fretta non ti aiuterà a fare in fretta, la fretta non aiuta in niente. La fretta, comprendilo, è soltanto il modo che hai escogitato di rimuovere le paure. 

Il tuo spirito sia quello di qualcuno che si addentra nel santuario di una foresta inesplorata.  La circospezione e la lentezza saranno le tue armi. E l'osservazione di quel nuovo mondo pieno di silenzio e di odori. 

La lentezza ti aiuterà a riconoscere la speranza.  Molto tempo fa, al principio, la speranza era rimasta imprigionata nel fondo del Vaso, prima che Pandora si decidesse a risollevare il coperchio e a lasciarla andare per il mondo, a placare gli altri vizi e gli altri mali. 

Nessuna fretta calmerà il tuo dolore, nessuna fretta stempererà l'ansia del cuore.  

Rivolgiti dentro, ritrova te stesso - senza fretta - ascoltando quello che eri prima che la fretta ti consumasse come un lugubre cero. 

Nel silenzio della foresta vedrai, di lontano, gli occhi della tigre. Vedrai tintinnare la pioggia ed esplodere il lampo. 

Ma nulla toccherà il tuo cuore purificato.  La vita di ieri, le tue cadute, il tuo fango, descriveranno un giorno realmente nuovo, quando la lentezza ti consentirà di lasciarli andare, nel più profondo mare della foresta. 


Fabrizio Falconi © - proprietà riservata/riproduzione vietata. 





06/02/14

Il decalogo per chi vuole scrivere. Di Keith Botsford.



Annie (foto di Keith Botsford)

Keith Botsford (1928) è nato a Bruxelles e vive da alcuni anni a Cahuita, in Costarica.
Per metà italiano e per metà americano ha studiato in Inghilterra e negli Stati Uniti, all'università di Yale. 
La sua biografia infatti per vastità di luoghi esplorati - dall'Europa agli Stati Uniti, dall'America Latina e Centrale al Giappone - e di storia vissuta - dalla Polonia sotto il giogo sovietico all'Inghilterra degli angry youg men, dalla Partisan Review alle sue frequentazioni, nella Tokyo degli anni cinquanta, di Mishima Yukio e Donald Keene, dall'effervescenza parigina delle illusioni sartriane (a cui non ha mai creduto) alla Hollywood dei grandi registi fuggiti dal nazionalsocialismo - racchiude il romanzo del secolo scorso. Dall'epoca della Seconda Guerra mondiale non c'è evento storico di una qualche entità di cui Botsford non abbia memoria, senza contare che di molti è stato spesso attore non marginale.
Romanziere, editor, compositore, avvocato, professore universitario, direttore di rivista (confondatore con Saul Bellow di: ANON, The Noble Savage, News from The Republic of Letters), poliglotta, ex-ufficiale dell'Intelligence, sportivo, giornalista (Sunday Times, The Indipendent), gastronomo di una certa fama, traduttore, collezionista... Keith Botsford è sempre di un'umiltà che nobilita l'autore dell'opera, facendogli allo stesso tempo il più grande omaggio che su questa terra egli possa ottenere: essere letto in ogni sua frase. Pretende di essere citato in molte note a piè di pagina nelle biografie degli altri, di chiunque altro, e desidererebbe essere letto più di quanto non lo sia, un tratto che condivide con gli autori più seri in assoluto. Fra le sue ultime opere: Out of Nowhere (2000), Editors: The Best of Five Decades (con Saul Bellow, 2001), The Mothers (2002), Emma H. (2003), Collaboration (2007), Death and the Maiden (2007), Fragments I (2008), Fragments II (2010), Jozef Czapski: A Life in Translation (2010), Fragments III (2011). 

Questo è il suo decalogo per chi, nella vita, si è messo in testa di scrivere. 


I - A vent'anni, avendo già pubblicato qualche libro, mi vedevo come una figura letteraria. Era solo presunzione. Scrivere è un mestiere e un'arte. Il mestiere richiede arte e l'arte richiede mestiere. Sono gli altri i migliori giudici di quello che scrivi, non tu. E' sciocco accordare a te stesso qualcosa che non hai meritato.

II - Ci vuole molto tempo prima di sviluppare la propria voce. Nel frattempo sono gli altri scrittori che ti spronano ad andare avanti. Non c'è niente di male nell'imitarli a lungo (anzi, è una buona pratica). Arriverà il momento in cui sarai in grado di trovare la strada di casa.

III - Non c'è un modo giusto di scrivere, ma ci sono molti modi sbagliati e, peggio ancora, molta ignoranza e imprecisione. Nessun insegnante mi ha insegnato a scrivere, ma molti hanno corretto i miei errori. Di solito non facevano altro che indicarmeli.

IV - Ho avuto molte difficoltà nel pubblicare i miei libri e sono stato spesso umiliato dagli editors. Mi sono vendicato pubblicando con generosità molti autori e riscrivendo le pagine degli altri con umiltà.

V - La letteratura non è che un modo di scrivere. Con una nidiata di figli da mantenere ho dovuto pensare a come guadagnarmi da vivere. Questo mi ha insegnato che, se nutri un vero interesse, qualsiasi cosa può diventare interessante - perfino un resoconto bancario o un referto giudiziario. L'interesse per le cose ti rende interessante. Per apprendere questa lezione e allo stesso tempo portare a casa lo stipendio, è necessaria molta pratica. Per questa ragione bisogna scrivere costantemente. Se vuoi suonare bene il pianoforte devi esercitare le tue dita ogni giorno. Anche lo scrivere ha i suoi esercizi tecnici per rendere le dita più agili: note, diari, trascrizione di passi scelti dai libri che leggi e ricordi, e soprattutto, la traduzione, l'esercizio supremo nel renderti maestro sullo stile di qualcuno.

VI - Sono stato abbastanza fortunato nel trovare un lavoro nel giornalismo. Ho scritto di tutto: articoli di sport, di gastronomia, ritratti, necrologi, cronache, articoli d'attualità... Da questo mestiere ho imparato l'importanza delle scadenze, ad abbandonare un testo quando è necessario, a scrivere rapidamente, a pensare in fretta e a rispondere immediatamente ai tempi e alle richieste.

VII - Ho imparato che per ogni testo c'è un lettore (una grande gioia per uno scrittore non ancora sicuro di sé) e che dovevo rivolgermi a quel lettore e non a me stesso. La brevità è un giudice implacabile. Il mio miglior editore mi raccontava sempre la storia di quello scrittore che diceva a se stesso: "Se solo avessi più tempo, potrei renderlo più breve". Scrivere in un inglese (o in qualsiasi altra lingua) chiaro e efficace dipende dal grado di considerazione in cui teniamo il lettore. Il mio caro amico Saul Bellow me lo diceva sempre: "Prendi il Lettore per mano, Keith, e lui ti seguirà in capo al mondo". O come io dico ai miei studenti: "Non scrivete per me, ma per il mondo. O almeno per vostra zia Nelly di Boise, nell'Idaho".

VIII - Il segreto dello scrivere per un lettore è la semplicità. Io non l'ho ancora del tutto appreso, per questo sulla mia scrivania tengo una targa su cui c'è scritto a lettere cubitali: SEMPLIFICA! Niente a che vedere con gli sfarzi della letteratura, e della vita. Non penso che esista ciò che di solito viene chiamata "giovane (immatura) promessa letteraria". Un giovane scrittore mostra i suoi talenti, si gingilla allo specchio, ostenta le sue capacità. I veri scrittori devono conoscere tutto. Per questo hanno bisogno di tempo per crescere e per smettere di pensare a loro stessi. Gli scrittori maturi sono in grado di mettere in relazione le idee più disparate. Si interessano a ogni cosa: alle chiacchiere del barbiere come alla densità di una poesia.

IX - Per questo tipo di ricchezza sono necessarie vaste letture e la conoscenza di diverse lingue. A meno che non vogliate ascoltare una sola voce. Quello che Catullo scrive (e il modo in cui lo scrive) è importante per uno scrittore, ma "Odio e amo" non è la stessa cosa di "Odi et amo". La curiosità che ci spinge verso altre voci è ciò che ci permette di avere qualcosa da dire. Bisogna imparare ad ascoltare. A domandare. Chiedi a tuo nonno com'è stata la sua vita, così come un giorno chiederai ai tuoi nipoti com'è la loro.

X - A tutti gli scrittori è richiesta tenacia. Devono capire che scrivere non è sempre il frutto dell'ispirazione, che si possono avere giorni buoni e giorni cattivi e che a volte sono necessari venti o trenta tentativi prima di raggiungere quello che si vuole dire. Come scrittore mi sono spesso domandato: "Come si fa a diventare scrittori?". La mia sola risposta è: scrivendo. A ciò potrei aggiungere - ma raramente lo faccio, e solo per scoraggiare coloro che pensano che scrivere sia un mestiere che si impara in una scuola di scrittura - che scrivere è ciò che di meglio possa capitare a coloro che si sentirebbero orfani se non lo facessero. In altre parole, per il povero servo che non ha altro modo per sopravvivere.

05/02/14

"Quando passeggio per la strada" - di George Berkeley.




Quando passeggio per la strada, faccio uso della massima ricordata (cioè, che il vero proprietario di una casa è colui che ne gode, non colui che la possiede senza goderne) per convincermi che sono proprietario della parte più gaia dei cocchi dorati che passano, che considero come divertimenti intesi a dilettare i miei occhi, e mi immagino che quelle persone gentili che stanno sedute in essi in vesti così gaie lo facciano soltanto per farmi un piacere.

Io derivo un piacere reale, mentre essi ne risentono solo uno immaginario, da tutti quegli abbellimenti esteriori.

Per la stessa ragione, ho scoperto di essere il vero proprietario di tutte le collane di diamanti e delle croci e delle stelle e dei broccati e degli abiti ricamati che vedo in teatro o a una serata di gala, perché danno maggiore piacere agli spettatori che a coloro che li portano. 


E contemplo i damerini e le signore come tanti pappagallini in una uccelliera, messi lì solo per il mio divertimento. 


George Berkeley, dall'intervento pubblicato sul Guardian, n.49 del 1713.  Tradotto da M. Rossi in "L'estetica dell'empirismo inglese," Tomo II, Sansoni, Firenze 1944, pag.771. 



Immagine in testa tratta da Metropolis, Fritz Lang.




04/02/14

Partendo da te stesso trova la via per uscire da te stesso - Monoimo, Lettera a Teofrasto.





Impara chi è colui che, in te, si appropria di ogni cosa e dice: "Il mio Dio, il mio spirito, il mio pensiero, la mia anima, il mio corpo." 

Impara donde vengono il dispiacere, la gioia, l’amore, l’odio; donde viene che si vegli senza volerlo, che senza volerlo ci si assopisca, che si vada in collera senza volerlo, che senza volerlo si ami. 

Si cerchino con attenzione queste cose. 

Le troverai in te, al tempo stesso Uno e Molteplice, perché partendo da te stesso, avrai trovato la via per uscire da te stesso.


 Monoimo (filosofo arabo, gnostico, del II sec. d.C.),  Lettera a Teofrasto.



in testa: foto di Julia Hetta (http://www.juliahetta.com/)

03/02/14

Il linguaggio italiano dell'inciviltà - di Ernesto Galli della Loggia, sul Corriere di oggi.





Abito a Roma nei pressi di una scuola (medie e liceo), e all’inizio e alla fine delle lezioni la mia via si riempie di ragazzi. 

Mi capita così di ascoltare assai spesso le loro chiacchiere, gli scambi di battute. Ebbene, quello che mi arriva alle orecchie è una continua raffica di parolacce e di bestemmie, un oceano di turpiloquio. 

Praticamente, qualunque sia l’argomento, in una sorta di coazione irrefrenabile dalle loro bocche viene fuori ogni tre parole un’oscenità o una parola blasfema. 

Le ragazze - parlo anche di quattordicenni, di quindicenni - appaiono le più corrive e quasi le più compiaciute nel praticare un linguaggio scurrile e violento che un tempo sarebbe stato di casa solo nelle caserme o nelle bettole più malfamate. 

A dispetto dunque di quanto vorrebbero far credere molti dei suoi scandalizzati censori, il lessico indecente e la volgarità aggressiva mostrati da Grillo e dai suoi parlamentari nei giorni scorsi non sono affatto un’eccezione nell’Italia di oggi. Sono più o meno la regola. 

Sostanzialmente, in tutti gli ambienti il linguaggio colloquiale è ormai infarcito di parolacce e di volgarità, come testimoniano quei brandelli di parlato spontaneo che si ascoltano ogni tanto in qualche fuori onda televisivo o tra i concorrenti del Grande Fratello . 

Siamo, a mia conoscenza, l’unico Paese in cui i quotidiani non esitano, all’occasione, a usare termini osceni nei propri titoli. 

Non dico tutto questo come un’attenuante, tanto meno come una giustificazione. Lo dico solo come richiamo a un dato di fatto. 

È l’ennesimo sintomo dell’abbandono delle forme, della trasandatezza espressiva, della durezza nelle relazioni personali e tra i sessi, di un certo clima spicciativo fino alla brutalità che sempre più caratterizzano il nostro tessuto sociale. 

In una parola di un sottile ma progressivo imbarbarimento. Il declino italiano è anche questo. Il degrado dei comportamenti, dei modi e del linguaggio ha molte origini, ma un suo fulcro è di certo il grave indebolimento che da noi hanno conosciuto tutte quelle istituzioni come la famiglia, la scuola, la Chiesa, i partiti, i sindacati, a cui fino a due-tre decenni fa erano affidati la strutturazione culturale e al tempo stesso il disciplinamento sociale degli individui. 

Era in quegli ambiti, infatti, che non solo si sviluppava e insieme si misurava con la realtà esterna e le sue asperità il carattere, ma veniva altresì modellata la disposizione a stare nella sfera pubblica e il come starci. 

Tutto ciò che per l’appunto è stato battuto in breccia in nome di ciò che è «spontaneo», «autentico», «disinibito», secondo una concezione della modernità declinata troppo spesso nelle forme del più sgangherato individualismo. 


02/02/14

Poesia della domenica - "Tu nella notte" (You in the Night) di Harold Pinter.





Tu nella notte

Tu nella notte dovresti sentire
il tuono e l'aria che cammina.
Su quella riva tu devi resistere
là dove a dominare sono le intemperie.

Tutta quell'onorata speranza
fallirà sopra l'ardesia,
e spezzerà l'inverno
che strepita ai tuoi piedi.

Sebbene ardano gli altari amorosi,
e il sole abbia l'intento
di far gridare l'aquila,
tu camminerai sulla corda tesa.

Harold Pinter, 1952.  Tratto da Poesie d'amore, di silenzio, di guerra, a cura di Edy Quaggio, Einaudi, 2006.

versione originale

You in the Night

You in the night should hear
The thunder and the walking air.
You on that shore shall bear
Where mastering weathers are.

All that honoured hope
Shall fail upon the slate,
And break the winter down
That clamours at your feet.

Thought the enamouring altars burns,
And the deliberate sun
Make the eagle bark
You'll tread the tightrope.







31/01/14

'L'impero delle Luci' di Magritte in una straordinaria mostra a Venezia.





Luce e oscurità a dare forma a una delle opere più note di René Magritte, 'L'impero della luci'; rapporti di assenza e presenza, di chiari e scuri, che dal quadro dell'artista belga, vero perno centrale, si dipanano tra avanguardie storiche, con un tuffo nel tardo Impressionismo, fino al contemporaneo del teschi 'umani' di Piotr Uklanski o Philippe Halsman, omaggio quest'ultimo a Salvator Dalì. 

Il gioco di assonanze e contrasti, lungo un percorso di 74 opere, tra cui un filmato dedicato a Jackson Pollock, è il filo conduttore della mostra curata da Luca Massimo Barbero al Collezione Peggy Guggenheim, a Venezia, aperta dal primo febbraio al 14 aprile. 

Una rassegna, giunta alla quarta edizione, che prende il titolo da una serie di lavori di Fausto Melotti, 'Temi & Variazioni'. Appare cosi' naturale che la sezione conclusiva della mostra, abituale omaggio del museo americano all'arte italiana, sia dedicata stavolta a un nucleo di una ventina di opere allo scultore che ha fatto della leggerezza di opere fatte di pure linee una delle sue cifre piu' famose. 

L'omaggio a Melotti si concentra sul periodo finale del suo percorso artistico, tra gli anni Sessanta e gli Ottanta del secolo scorso, quando da vita a una sorta di 'antiscultura', quasi ad anticipare l'Arte Povera. 

Una serie di lavoro che il curatore ha voluto a conclusione della rassegna centrata sulla luce proprio "come possibile dematerializzazione della forma plastica in pura luminosità, racchiusa da un essenziale disegno nello spazio". 

L'intero tragitto espositivo, però, e' ricco di sorprese, con le opere della Collezione Peggy Guggenheim che dialogano con lavoro provenienti da collezioni private, come un Degas o un Matisse. 

Ma, tra variazioni tematiche e cronologiche attorno al soggetto della luce, a tessere un dialogo muto ci sono anche Rothko, Fontana, De Kooning, e poi Jasper Johns o Donald Judd chiamati ad aprire le porte al contemporaneo, con maestri quali Richter, Hockney, Kapoor o Kiki Smith. 

E così 'L'impero delle luci' magrittiano trova il suo contraltare finale nella silhouette dell'albero nero di Nate Lowman.

29/01/14

L'Abbazia di San Galgano, Tarkovskij e il cavaliere di Chiusdino.




Quando il grande regista russo Andrej Tarkovskij, esule dal suo paese, nei primi anni ’80 girava per l’Italia accompagnato dall’amico Tonino Guerra, alla ricerca di luoghi ideali dove ambientare il suo nuovo film – quello che si chiamava Nostalghia, vero e proprio atto d’amore per il suo paese forzosamente abbandonato – restò folgorato dalla campagna senese e in particolare da quello spettrale monumento che si erige a pochi chilometri da Chiusdino: l’Abbazia di San Galgano.

Confessò a Guerra che quella antica basilica in rovina, rimasta senza copertura, immersa nella brughiera, invasa dalle nebbie autunnali, gli ricordava i paesaggi misteriosi del suo paese.

A San Galgano, dunque – dopo aver ambientato la famosa sequenza della passeggiata esoterica del pazzo con la candela in mano nella vasca vuota di Bagno Vignoni – Tarkovskij dedicò l’ultima scena del suo film.


 
fotogramma da Nostalghia di Andrej Tarkovskij, 1983


Prima di lui, nel 1962, quel luogo aveva stregato anche Roger Vadim, che l’aveva utilizzato anch’egli per l’ultima scena del suo film, Il riposo del guerriero, quando sullo sfondo della grande Abbazia volteggiano nell’aria i biondi capelli di Brigitte Bardot.

Il fascino di San Galgano e della sua Abbazia, oramai così diffuso, non è però legato alle celebrazioni tributate da film anche illustri: affonda piuttosto le sue radici in nove secoli di storia, in vicende molto complesse e difficili per noi da decifrare, legate alle vicende di un Santo minore di cui sappiamo molto poco e la cui notorietà è di gran lunga legata al mito di una spada nella roccia, ancora esistente– apparentemente conficcata nello stesso punto da 900 anni – e custodita sotto una teca di vetro, all’interno della cosiddetta Rotonda di Montesiepi, la cappella adiacente all’Abbazia, dedicata a San Galgano, ed edificata nel luogo esatto dove si ritirò e morì nell’anno 1181.

Ma chi era Galgano ? Perché il suo nome è legato a quello di una spada nella roccia ? E in quale modo questa storia è legata al mito celtico di Artù e di Lancillotto ?

Dovremo scoprirlo anche per capire per quale motivo all’eremo e alla grande Abbazia a cielo aperto, siano legate molte credenze, molti elementi misteriosi, come fili intrecciati di un’unica grande storia che parla di montagne sacre, di centri del mondo, di cammini iniziatici di consapevolezza alla ricerca di un altrove, di un oltre, di un contatto con le forze nascoste del Cielo.

Tutto quello che sappiamo di certo riguardo la vita di Galgano Guidotti è quello che ci è pervenuto attraverso gli atti dell’inquisitio del 1185: deposizioni di testimoni che di fronte a delegati pontifici permisero di ricostruire la vita e le opere dell’uomo, facendogli meritare l’elevazione alla gloria degli altari.

Oltre a questi preziosi documenti esiste ben poco di certo, soltanto racconti agiografici che magnificano imprese più o meno mirabolanti del Santo e che si diffusero lungamente in epoca medievale.


Ricapitolando, Galgano Guidotti nacque intorno al 1150 a Chiusdino, un piccolo centro di origine longobarda, a 35 chilometri da Siena. Figlio unico e molto atteso – al punto che i passi della inquisitio riguardanti i genitori, Dionigia (ancora viva al momento del processo di beatificazione e testimone importante) e Guidotto ricordano da vicino le vicende bibliche di Abramo e Sara -  di una famiglia benestante, era destinato ad una brillante carriera di cavaliere, di militare. 




La sua vicenda però si interruppe in modo simile a quella di altri santi medievali, compreso lo stesso San Francesco di Assisi, con una chiamata mistico-religiosa, che per Galgano si manifestò sotto forma di diverse visiones, che ebbero per protagonista l’arcangelo Michele.  Nella prima, a Galgano veniva richiesto di lasciare i genitori e di abbandonare la vocazione cavalleresca.  La seconda – un grande sogno – sta invece all’origine dello stesso mito della spada nella roccia.  L’arcangelo, stavolta, gli fa strada, lo conduce presso un grande fiume, sormontato da un ponte, oltrepassato il quale gli appare un prato fiorito prima e una specie di profonda grotta, poi, che lo conduce miracolosamente in un luogo sconosciuto – scoprirà dopo essere proprio  la collina di Montesiepi  -  dove a Galgano appaiono i dodici apostoli seduti in domo rotunda, all’interno di una casa rotonda.  Gli apostoli si dispongono a cerchio intorno a lui e gli offrono un libro aperto, che Galgano non riesce a decifrare. Dopodiché, con un grande boato, gli si manifesta la Maestà divina che gli ordina di costruire in quel preciso luogo una casa in onore di Dio, della beata Maria, di San Michele Arcangelo e dei Dodici Apostoli.

Dopo il sogno, Galgano vaga alla ricerca del posto dove lo ha condotto l’Arcangelo durante la visione, e lo trova quando il suo cavallo – che si rifiutava di obbedirgli – lo conduce proprio a Montesiepi. 

Galgano si ferma, scende da cavallo, si inginocchia. E qui compie quel gesto che darà origine alla leggenda.

Ha l’idea di farsi una croce di legno e di impiantarla proprio in quel luogo, ma non trova il necessario.  

Decide allora di piantarvi la spada. E l’arma si conficca così bene nel terreno – con l’elsa che disegna una croce perfetta nell’aria – che né Galgano, né nessun altro riesce più ad estrarla.




E’ la conversio dell’ipotetico cavaliere, che rinuncia a tutto e decide, da quel momento di vivere e trasformare quel luogo nella domus che la Maestà divina gli ha indicato.

Su questa base storica – Galgano come abbiamo visto muore nel 1181 -  si sviluppa la leggenda alimentata poi dall’agiografia dei monaci cistercensi che nei pressi dell’eremo di Montesiepi decidono di costruire, nel 1220, la grande Abbazia,  sul modello di quella fondata da Bernardo da Chiaravalle ai piedi delle Ardenne in Francia, a sua volta ispirata da quella di Citeaux.  


La Cappella costruita sull’eremo di Montesiepi, invece, seguirà fedelmente il sogno di Galgano: un cerchio, una rotonda, con al suo centro il punto esatto della visione divina, dove è stata piantata la spada nella roccia, che diventa un asse cosmico, un centro del mondo che “pone in comunicazione le tre aree cosmiche: terra, cielo e quella sorta di inferi costituiti dalla sottostante caverna che Galgano ha attraversato.” (1)



1.       F. Cardini, San Galgano e la spada nella roccia,  Cantagalli, Siena, 2000, pag. 100.