21/01/16

"Emozioni (Lucio Battisti via mito note) di Tullio Lauro e Leo Turrini (RECENSIONE)




E' l'esempio di un libro intelligente, ben concepito e ben scritto. 

Scrivere un libro sul mito Battisti è impresa difficile. Unico esempio di un personaggio che dal 1976 ha deciso di scomparire dal mondo, negando di sé anche la più piccola apparenza. (Mina ha fatto qualcosa di simile, ma è rimasta sempre in contatto col mondo: tutti sanno dove vive e con chi, tutti sanno cosa pensa e cosa scrive, ha perfino curato una rubrica per anni su La Stampa di Torino).

Lauro e Turrini dunque si sono dovuti barcamenare col pochissimo - quasi nullo - materiale a disposizione.  Anche prima del 1976 come è noto, Battisti ha parlato pochissimo e si è visto molto poco in pubblico. 

Ma anziché mettersi a inventare e a speculare sul nulla, negli anni fino alla morte del cantautore di Poggio Bustone, morto prematuramente a Milano nel 1998, i due autori hanno pazientemente ricostruito i documenti disponibili, il racconto dei pochi amici o compagni di avventura del nostro, la parabola quasi inspiegabile di un cantante-autore né bello né simpatico, quasi un buon selvaggio, sbucato fuori dalla Sabina più remota, e divenuto in pochissimi anni un monumento della musica popolare italiana, qualcuno che - in coppia con l'autore Mogol - ha saputo influenzare il costume e il mito popolare come nessuno prima - e forse anche dopo - di lui.  Con un manipolo nutrito di canzoni divenute immortali, fino alla fuga dal mondo, la sparizione, l'autoisolamento volontario e remoto, finito in un arrovellamento musicale-creativo personalissimo che gli ha fatto piovere addosso accuse di tutti i tipi, nell'epoca di album scarni e ostici, condivisa con l'autore-poeta Pasquale Panella.

In totale, come si riporta nel libro, Battisti ha interpretato 105 canzoni firmate con Mogol (gran parte di esse hanno un posto di grandissima rilevanza nella storia della musica leggera italiana), 12 con la moglie sotto lo pseudonimo di Velezia, 40 con Panella, e 3 di altri autori.  Più una trentina di altre canzoni scritte per altri cantanti. 

La fenomenologia di Battisti è interessante per molti motivi. E non è un caso che di lui si siano occupati nel bene e nel male i più grandi musicologi italiani - nel libro c'è un vastissimo repertorio di commenti su L.B. e sulla sua musica dei più disparati personaggi - uomini politici, intellettuali, compreso Edmondo Berselli che firma la pregevole introduzione di questo libro. 

Nel volume si ripercorre la vieta biografia - priva di eventi veramente particolari - compresa la vasta aneddotica su Lucio Battisti, tra cui la sua fantomatica (e del tutto falsa) simpatia per la destra (la leggenda metropolitana su di lui era che finanziasse organizzazioni e movimenti dell'estrema destra) cui viene dedicato un intero volume.

Ma c'è tutto quello che serve da sapere, oltre ad un nutritissimo apparato di crediti su album, realizzazioni e l'elenco di infinite cover realizzate da artisti famosi - italiani ed esteri - delle sue canzoni. 

E' anche un modo per ripercorrere quegli anni controversi (alcuni brigatisti, dopo gli arresti, confermarono di sentire nei loro covi le musiche di Battisti), di cui queste canzoni sono state incessante colonna sonora. 

Fino all'ultima fase, quella col binomio Battisti-Panella che ha prodotto 5 album del tutto sperimentali, criptici, ai limiti dell'assurdo,  oggi osannati e apprezzati perfino da filosofi e intellettuali di diversa provenienza. 

Valga per tutti il giudizio di Renzo Arbore che paragona la creatività di Battisti a quella di Gershwin e di Michele Serra, che scrive: 

Don Giovanni ridimensiona gran parte della musica leggera degli ultimi dieci anni.... il mio voto è dieci e lode. La sua invenzione melodica è enorme. La frase musicale finisce sempre in un modo sorprendente, lasciandoti sospeso nel vuoto, in una vertigine(...) La scelta dei testi è geniale. Molto meglio di Mogol.  Io credo che L'Apparenza sia l'opera di un genio, o più probabilmente di due (...), dico genio pensando a chi sa generare miracoli, inventare cose che nessuno ha potuto inventare prima. Come artefice di una illuminazione formidabile che per un attimo ci porta via o porta via gli altri. 

Fabrizio Falconi

Tullio Lauro - Leo Turrini
Emozioni - Lucio Battisti vita mito note
Zelig Editore
Milano, 1995


20/01/16

"Little Sister", un delicato e poetico film dal Giappone.



E' un bellissimo film, il nuovo di Kore-Eda, Little Sister, dopo My father my son. Dal Giappone una lezione di stile e di sostanza sui rapporti affettivi, sulla realtà e i bisogni del mondo interiore.

Riporto qui sotto due recensioni che condivido interamente. 

"Poteva nascere un mélo di lacrime e sangue, ne esce invece il ritratto coinvolgente e pacato di una generazione alle prese con le «eredità» psicologiche lasciate dai genitori, il senso di riconoscenza in lotta con la voglia di indipendenza, il «doverismo» contro la libertà. Kore-Eda racconta tutto questo con un tocco sensibilissimo e delicato, attento a piccoli gesti privati (molti legati alla quotidianità del cibo), con un'asciuttezza e una sensibilità che evitano qualsiasi caduta verso la lacrima o il ricatto sentimentale." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 14 maggio 2015)


"Non perdetelo perché è davvero un bel film nonostante le inevitabili penalizzazioni del doppiaggio (più forti e fastidiose in film come questo), di quelli che regalano momenti di intensa emozione, leggerezza, e felicità. (...) Piccoli drammi o episodi lontani, l'incognita del futuro, sentieri impalpabili lungo i quali si avventurano i personaggi che il suo sguardo segue con pudore e dolcezza. (...) Siamo in un mondo declinato interamente al femminile, le sorelle, la anziana pro zia, la madre delle tre ragazze, la piccola Suzu, che condividono il fantasma paterno, quella figura per le tre maggiori fantasmatica, per Suzu invece concreta intorno alla quale continuano a fluttuare ricordi, rancori, delusioni, rimpianti. (...) 
Il Diario narra lo scorrere di queste giornate, il rito sospeso del tempo quotidiano in cui nulla sembra accadere, i passaggi dell'esistenza, gli incontri e gli addii, le lente scoperte di sé, la crescita dei desideri, la necessità di lasciarsi alle spalle l'infanzia mondo dell'infanzia ... Oltre i bordi delle immagini balena il Giappone in crisi delle piccole imprese oppresse dai debiti e dalle banche, di un'irrequietezza giovane, di sogni lasciati a metà. 

Non è facile mantenere teso questo filo dell'emozione, e renderlo immagine. Kore-eda guarda al cinema classico del Sol levante, alle sfumature emozionali impalpabili di Ozu, anzi 'Little Sister' è forse il più vicino per sensibilità alle storie del regista di 'Viaggio a Tokyo', e non solo per i fiori di pesco che danzano spinti dal vento o per la delicatezza con cui costruisce la sua messinscena

Il movimento delle esistenze tra conflitti, silenzi, ferite anche involontarie, sorrisi, umorismo che disegna questa geometria narrativa ci parlano di una ricerca del proprio posto al mondo in cui ognuno porta in sé le tracce di qualcun altro (...). Un film «piccolo» questo 'Little Sister', senza proclami, che lieve rende la vita, e lo scorrere delle sue stagioni nel tempo del cinema." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 2 gennaio 2016)

19/01/16

E' morto il grande Michel Tournier.




A 91 anni e' morto, lontano dai riflettori di Parigi, Michel Tournier, considerato uno dei più grandi scrittori francesi del secolo scorso, più volte citato come candidato al Nobel per la letteratura.

Arrivato tardi alla scrittura - aveva 42 anni alla pubblicazione del suo primo romanzo - Tournier ha scritto per adulti e adolescenti, riuscendo a mescolare mito e storia.

Per Gallimard, pubblicò a meta' anni Sessanta "Venerdi' o il limbo del Pacifico", ispirato al Robinson Crusoe di Daniel Defoe.

Nel 1970 ottiene - unico scrittore francese nella storia - il premio Goncourt all'unanimità della giuria, per "Il re degli Ontani", che vendera' in 4 milioni di copie.

"Venerdi' o la vita selvaggia", versione semplificata della sua prima opera, vendette 7 milioni di copie e fu tradotta in 40 lingue, diventando un classico per ragazzi letto ancora oggi in tutte le scuole.


fonte ANSA


18/01/16

"Roma rassegnata e meticcia" - intervista a Fabrizio Falconi.



Intervista realizzata da Gabriele Ottaviani per Convenzionali.


Convenzionali ha recensito Roma segreta e misteriosa di Fabrizio Falconi: ora, abbiamo il piacere di intervistarne l’autore.

Perché scrivere un libro su Roma e sui suoi aspetti più insoliti, esoterici, magici?

Perché, come disse una volta Sigmund Freud, Roma assomiglia a un’entità psichica, dove il passato è ovunque e convive con il presente e con il futuro. E proprio come una entità psichica, Roma può essere indagata ad libitum, scoprendo sempre nuovi aspetti, nuove profondità e nuove luci e nuove ombre. Poi Roma, proprio per questa lunghissima abitazione umana, lunga tre millenni, nasconde, custodisce storie e misteri più di ogni altra città al mondo.

Che città è Roma oggi?

Una città un po’ rassegnata, e completamente meticcia ormai. I Romani sono, per la prima volta nella sua storia, minoranza. Prevalgono i forestieri, la gente che vive qui ormai proviene da ogni parte d’Italia e del mondo. È ormai una città meticcia, e anche dal fascino decadente, un po’ come Istanbul.

Ci sono altri segreti e misteri oltre a quelli che ha raccontato nel suo libro?

Certo, a Roma, come dicevano i nostri nonni, basta sollevare una pietra – o un sampietrino – ed esce fuori una storia. I misteri di Roma affondano le radici nel mito stesso di Roma, e poi proseguono fino ai giorni nostri. Io qui propongo soltanto una selezione, una mia scelta.

Cosa pensano secondo lei di Roma i romani, gli italiani non capitolini e i cittadini stranieri?

I Romani, nel senso di quelli che ci abitano, non la trattano molto bene. La usano come una pantofola vecchia, ci sono abituati e la maltrattano, non la curano. Gli italiani non capitolini ne sono affascinati e in parte ne invidiano anche un po’ il suo ruolo centrale; purtroppo a causa dei palazzi del potere Roma viene ancora oggi molto bistrattata. I cittadini stranieri ne sono invece quasi tutti affascinati, innamorati. Ogni qualvolta un amico straniero viene in visita qui, a trovarmi, dopo un po’ di giorni che è rimasto qui se ne va via con le lacrime agli occhi.

Quale romanzo e quale film per lei hanno raccontato meglio la Città Eterna?

Non ho dubbi: “Roma” di Federico Fellini. Lì c’è davvero tutto lo spirito di Roma, della Roma antica e della Roma di oggi. È un capolavoro, fra l’altro creato da un non romano, che però adottato da questa città, ne comprese meglio di chiunque altro lo spirito.

Che ruolo hanno i simboli, le leggende, i luoghi comuni, i pregiudizi nella percezione di Roma?

Fondamentale. A partire dal mito fondativo, di Romolo e Remo, tutta la storia di Roma è intrisa di miti, leggende, tradizioni, usanze che affondano le radici nei riti pagani e nelle religioni, prima fra tutte il cristianesimo che ha allacciato la sua storia millenaria con quella di Roma.

Come è cambiata Roma nel corso della storia?

La pelle di Roma, come quella di un camaleonte, è cambiata molte volte nel corso della storia. Per questo non si può parlare solo di Roma in astratto: ci sono tante Roma, quella dei miti primordiali, quella della Roma imperiale, quella medievale, quella classica e papalina, quella risorgimentale, quella fascista e quella della liberazione. Ognuna, ha una storia interessante.

Roma è un centro più religioso, culturale o politico?

Oggi è sicuramente più rilevante dal punto di vista religioso. Politicamente, Roma è sempre la capitale, ma la vera capitale economica dell’Italia è ormai Milano. Culturalmente, Roma è invece parecchio indietro, rispetto alle grandi capitali europee. Ma il gap può essere colmato facilmente se ci fosse la volontà politica di farlo: nessuna città al mondo dispone di un patrimonio storico-artistico-architettonico come quello di Roma.

Cosa rappresenta Roma in Italia e nel mondo?

È sempre, come ho detto un punto di riferimento. Il centro della Cristianità in Occidente. E da un certo punto di vista la città caput mundi, quella che ha segnato la storia dell’Occidente, ponendo importanti cardini che ancora oggi reggono questa parte del pianeta.

In cosa Roma e l’Italia si somigliano e in cosa differiscono?

Si assomigliano nei limiti e nell’autolesionismo. Differiscono forse nello spirito con cui si vive: Roma è una città caotica, nella quale comunque sopravvive incredibilmente lo spirito dei padri, in certi aspetti come la sornioneria, l’ironia, lo scetticismo.

Una grande metropoli e una città di provincia: così Flaiano, più o meno. È d’accordo?

Assolutamente sì. Flaiano era un genio.

Che ruolo ha avuto la speculazione negli anni a Roma? Si può parlare della capitale con gli stessi termini che Rosi dedicò a Napoli nel suo Le mani sulla città?

Sì, il volto di Roma è stato violentato negli ultimi 50-60 anni dalla speculazione edilizia. E oggi dalla criminalità organizzata. Roma è diventata, come scrive Francesco De Gregori in una sua famosa canzone, una “vacca in mezzo ai maiali”, nel senso che per molti è soltanto una risorsa da spremere, da sfruttare fino alla morte.

Da cosa nasce il suo interesse per l’esoterismo, la magia, l’occulto?

La parola esoterico anticamente non aveva implicazioni con il satanico o l’occulto, come oggi va di moda. Io mi riconosco in quel significato, che non vuol dire altro che l’antica sapienza è stata per molto tempo occultata ai più, considerati non capaci di comprenderla, e criptata in codici, formule e simboli riservati solo agli iniziati. Così quel sapere si è conservato, e qualche volta è rimasto perfino ignoto alle generazioni successive.

Cosa ama leggere?

Leggo di tutto, sono onnivoro. Ho una curiosità irrefrenabile, e mi sembra sempre tantissimo quello che non so e che vorrei conoscere. Ma questo è in fondo, essere vivi. Si smette di esserlo quando si perde la curiosità di conoscere. La conoscenza è tutto.

Quale libro avrebbe desiderato scrivere? E quale scriverà nel futuro?

Mi sarebbe piaciuto essere forse uno di quei cronachisti che visitarono Roma nell’anno Mille e che scrissero i Mirabilia Urbis, le meraviglie di quella città, piena di rovine, che affascinava così tanto i pellegrini che venivano a visitarla a piedi da mezzo mondo… Per il futuro, sto scrivendo un nuovo libro, si intitolerà Le rovine e l’ombra. Si parlerà sempre di rovine, e anche di Roma, ma da un punto di vista molto più personale, alternando la riflessione psicologica e filosofica, con il racconto di storie legate alle rovine. Sono convinto che l’ombra che protegge le rovine – sia quelle vere, delle città, sia quelle personali, psicologiche – sia molto preziosa perché contiene grandi potenzialità e grandi riserve di vita.

Qual è la cosa più importante da fare quando si racconta una storia, qualunque essa sia?

Considerarne la verosimiglianza, approfondirne i dettagli e gli aspetti e raccontarla con la passione, come quando si cerca di interessare un bambino ad ascoltare una favola. In fondo, il nostro bisogno di storie non finisce mai, in tutta la vita, indipendentemente dalla età che abitiamo.

Intervista realizzata da Gabriele Ottaviani per Convenzionali.

16/01/16

Il racconto della fine di Esenin.

Sergej Esenin sul letto di morte


Nel 1925 Esenin sposa a Mosca Sof'ja Andreevna Tolstaja, nipote del grande scrittore. 

Con lei va ancora a Baku. Suoi versi sono tradotti in georgiano. Nel settembre torna a Mosca per curare la pubblicazione delle sue opere con le edizioni di Stato. 

E' di nuovo in preda all'alcool. I giudizi severi della critica, lo sconforto, le allucinazioni lo portano sull'orlo della catastrofe.

L'angoscia si rispecchia nel suo ultimo poema (L'uomo nero), finito il 12-13 novembre. Alla fine dello stesso mese entra in una clinica. 

Ma il 23 dicembre, eludendo la vigilanza della moglie e degli amici, parte per Leningrado.

Qui, in una stanza dell'albergo "Angleterre", nella notte dal 27 al 28 dicembre 1925 s'impicca con la cinghia della sua valigia . La notte precedente scrive col sangue, per mancanza d'inchiostro, due quartine d'addio, coi famosi versi finali: 

In questa vita morire non è nuovo,
ma neppure vivere, certo, lo è di più.

Ad essi V. Majakovskij risponderà parafrasando, coi versi finali di un'aspra poesia (A Sergej Esenin): In questa nostra vita/morire non è difficile/costruire la vita/è notevolmente più difficile. 

I funerali del poeta si svolgono a Mosca l'ultimo giorno dell'anno, il 31 dicembre con grande partecipazione di popolo.  Tra gli artisti e scrittori che portano a braccia il feretro si trovano Isaak Babel', Vsevolod Ivanov, Vsevolod Mejerchol'd e Boris Pil'niak.

Qualche tempo dopo, A.Tolstoj definisce con esattezza il dramma di Esenin in un suo commosso articolo sulla morte del poeta: Egli se n'era andato dalla campagna, ma non era arrivato nella città. 


i funerali di Esenin

tratto da S.Esenin, Il paese dei banditi, a cura di Iginio De Luca, Einaudi editore, 1985, p.XXIV

15/01/16

Biofilia: "Sul ritorno del bosco", 18 e 19 febbraio a Treviso le giornate di studio sul paesaggio.




Sul ritorno del bosco è il tema della 12ma edizione delle Giornate internazionali

di studio sul paesaggio
18 - 19 febbraio, alla Fondazione Benetton


La Fondazione Benetton Studi Ricerche riunisce, il 18 e 19 febbraio nella sua sede di Treviso, un gruppo di esperti di fama internazionale per approfondire e discutere sul tema del “ritorno del bosco” nel paesaggio contemporaneo. È questo il filo conduttore delle Giornate internazionali di studio sul paesaggio, l’incontro pubblico annuale ideato per promuovere un confronto di idee e un aggiornamento critico legato alla linea di ricerca della Fondazione, in particolare al tema dello studio e la cura dei luoghi.


“La scelta di questo tema per la dodicesima delle nostre Giornate internazionali di studio sul paesaggio - evidenzia Marco Tamaro, direttore della Fondazione -indica l’urgenza di approfondire una riflessione critica su un processo in atto, ben visibile nei paesaggi che ci appartengono, denso di contraddizioni e conflitti, ma anche di segni di riconciliazione. È una riflessione in continuità con un confronto che ci ha visto approfondire nelle edizioni precedenti temi come Curare la terra nel 2014 e Paesaggio e conflitto nel 2015”.


Il tema del ritorno alla terra, già discusso nelle passate edizioni, assume qui – anticipa Luigi Latini, presidente del Comitato scientifico della Fondazione Benetton Studi Ricerche - una connotazione specifica. Ci si interroga infatti sullo scorrere nel nostro mondo di un doppio registro che vede da un lato l’erosione di pascoli e campi incolti per via di un bosco che inesorabile avanza, mentre dall’altro vede intere regioni sconvolte da opere di disboscamento. Questo ritorno del bosco non attraversa soltanto la dimensione territoriale del paesaggio, ma sembra manifestarsi anche nelle città, dal disordine delle periferie ai giardini più accurati, con espressioni che raccolgono e attualizzano il significato di visioni culturali che da sempre individuano nel selvatico una parte imprescindibile del giardino e del paesaggio, oggi visibile nelle aspirazioni di una società che ritrova nella prossimità di un bosco una nuova qualità dell’abitare”.


Venti gli esperti internazionali, provenienti da campi disciplinari e ambiti di lavoro tra loro diversi, che si confronteranno nelle due giornate trevigiane progettate dal Comitato scientifico della Fondazione Benetton Studi Ricerche, con il coordinamento di Luigi Latini e Simonetta Zanon.


Saranno illustrate esperienze fortemente emblematiche. Come farà Peter Walker presentando la Ground Zero Memorial Forest o Georges Descombes con il suo progetto per la Voie Suisse, una strada progettata nel cuore di una foresta svizzera, e altri lavori ispirati al bosco e agli alberi; ancora, l’esperienza milanese di Boscoincittà riportata da Luca Carra o il “test” di “autorigenerazione” di un paesaggio rappresentato dal bosco spontaneamente cresciuto sul Montello, negli spazi di una polveriera dismessa dopo la fine della Guerra Fredda. A documentare questa interessante vicenda, che vede Fondazione Benetton direttamente coinvolta, sarà il paesaggista tedesco Thilo Folkerts. 


Presentazioni, contributi a carattere scientifico ma anche riflessioni culturali e sociologiche. Come quelle sulla mutazione dell’idea del bosco, da luogo di paure e ricettacolo di storie cupe e fantasie, a luogo amico, connesso alla città e agli spazi dell’abitare, oppure bosco come selva addomesticata, nel suo rapporto con la storia del giardino e del paesaggio.


Naturale il richiamo, a lato dei lavori scientifici, al bosco nella letteratura, con un omaggio affidato a Giuseppe Barbera e Isabella Panfido alle selve ariostesche nell’Orlando Furioso. E di “Alberi” si occupa anche la videoinstallazione del regista Michelangelo Frammartino che verrà proiettata in occasione delle Giornate.

Da segnalare che tutti i lavori possono essere seguiti in diretta streaming nel sito della Fondazione: www.fbsr.it. Le relazioni videoregistrare saranno on line sul sito di Fondazione Benetton, con abstract proposti attraverso brevi videointerviste ai relatori.


Informazioni
La partecipazione alle giornate è libera, fino a esaurimento dei posti disponibili. 
Per ragioni organizzative si prega ugualmente di comunicare alla Fondazione la propria adesione tramite e-mail all’indirizzo fbsr@fbsr.it oppure telefonicamente al numero 0422.5121 (lunedì-venerdì ore 9-13,14-18).
È prevista la traduzione simultanea in italiano e in inglese di tutte le relazioni.
Agli architetti iscritti all’ordine che ne faranno richiesta saranno riconosciuti i crediti formativi.




14/01/16

La Via Francigena in Bici - 1000 km e 3000 segnavia dal Colle del Gran San Bernardo a Roma.


Della Via Francigena abbiamo parlato recentemente a proposito del piano di recupero delle magnifiche case cantoniere italiane. 

Come si sa, la Francigena è un lungo itinerario che unisce Roma a Canterbury attraversando il cuore dell’Europa.

Un’antica Via, percorsa nel Medioevo da milioni di viandanti e pellegrini, e riscoperta negli ultimi anni, soprattutto da quando nel tratto italiano è stato tracciato e segnalato un cammino lungo più di 1.000 km.

Esiste un percorso pedonale e uno ciclabile, che differiscono in gran parte del tracciato per rispondere alle diverse esigenze di chi viaggia a piedi, in bici o in altro mezzo di mobilità sostenibile.

Il percorso ciclabile della Via Francigena è stato ora completamente mappato, le tracce GPS sono disponibili sui siti ufficiali, ma ancora mancano due elementi fondamentali: la segnaletica e una cartoguida dettagliata.

Anche lo Slow Travel Network, nato recentemente ha deciso di dare il suo contributo alla creazione del più lungo itinerario ciclabile mai segnalato in Italia: 1000 km dal Colle del Gran San Bernardo a Roma, su cui vogliamo posare più di 3.000 segnavia.

Per maggiori informazioni e il percorso completo della Francigena in bici, visita il sito: www.viafrancigena.bike
per l'adesione alla campagna per l'apertura vai su:
 https://www.eppela.com/it/projects/6781-ciclovia-francigena

13/01/16

Guénon, Altheim, Evola: La vera rinascita è in inverno, non in primavera. Significato Alchemico del Solstizio d'Inverno.

Athanasius Kircher, Sciaterium Selenorum

Ricorderete la citazione del Vangelo di Giovanni, là dove Cristo dice se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto (Gv.12-23).  E' solo dalla morte, dice, che la vita nasce o rinasce.  Per questo motivo, per la tradizione dei miti, ripresa dalla tradizione alchemica, forse oggi dimenticata, la vera rinascita personale e del mondo comincia non in primavera, come si ritiene comunemente, ma in pieno inverno.
Questo bellissimo articolo di Visonealchemica.com lo spiega in modo comprensibile ed esauriente. 

Il periodo natalizio nasconde un significato arcano ai più, ma profondamente sentito nell’antichità. Per gli iniziati è una porta, l’ingresso simbolico, rappresentato dal solstizio d’Inverno, a uno stato superiore di consapevolezza. Pochi sanno, che, intorno alla data del 25 dicembre quasi tutti i popoli hanno sempre celebrato la nascita dei loro esseri divini o soprannaturali: in Egitto si festeggiava la nascita del dio Horus, e il padre Osiride si credeva fosse nato nello stesso periodo; nel Messico pre-colombiano nasceva il dio Quetzalcoatl e l’azteco Huitzilopochtli; Bacab nello Yucatan; il dio Bacco in Grecia, nonché Ercole e Adone o Adonis; il dio Freyr, figlio di Odino e di Freya, era festeggiato dalle genti del Nord; Zaratustra in Azerbaigian; Buddha, in Oriente; Krishna, in India; Scing-Shin in Cina; in Persia, si celebrava il dio guerriero Mithra, detto il Salvatore ed a Babilonia vedeva la luce il dio Tammuz, “Unico Figlio” della dea Ishtar, rappresentata col figlio divino fra le braccia e con intorno al capo, un’aureola di dodici stelle, proprio come la Vergine della cristianità.

Creare e ricreare:

Nel giorno di Natale, il Sole nel suo moto annuo lungo l’eclittica – il cerchio massimo sulla sfera celeste che corrisponde al percorso apparente del Sole durante l’anno – viene a trovarsi alla sua minima declinazione nel punto più meridionale dell’orizzonte Est della Terra, che culmina a mezzogiorno alla sua altezza minima (a quell’ora, cioè, è allo Zenit del tropico del Capricorno) e manifesta la sua durata minima di luce (all’incirca, 8 ore e 50-55 minuti). Raggiunto il punto più meridionale della sua orbita e facendo registrare il giorno più corto dell’anno, riprende, da questo momento, il suo cammino ascendente.

Nella Romanità, in una data compresa tra il 21 e il 25 dicembre, si celebrava solennemente la rinascita del Sole, il Dies Natalis Solis Invicti (il giorno del Natale del Sole Invitto). Ciò avvenne dopo l’introduzione, sotto l’Imperatore Aureliano, del culto del dio indo-iraniano Mithra nelle tradizioni religiose romane, e l’edificazione del suo tempio nel campus Agrippae, l’attuale piazza San Silvestro a Roma.

Il tempio era praticamente incluso all’interno di un più vasto ciclo di festività che i Romani chiamavano Saturnalia, festività dedicate a Saturno, Re dell’Età dell’Oro, che, a partire dal 217 a.C. e dopo le successive riforme introdotte da Cesare e da Caligola, si prolungavano dal 17 al 25 Dicembre e finivano con le Larentalia o festa dei Lari, le divinità tutelari incaricate di proteggere i raccolti, le strade, le città, la famiglia.

Il mito romano narra che il misterioso Giano, il dio italico, regnava sul Lazio quando dal mare vi giunse Saturno, che potrebbe essere inteso come la manifestazione divina che crea e ricrea il cosmo a ogni ciclo, colui che attraversa le acque, ovvero la notte e la confusione-caos successiva alla dissoluzione del vecchio cosmo, per approdare alla nuova sponda, ovvero alla luce del nuovo cosmo, del nuovo creato.

Come sostiene René Guénon (1), vi è una qualche analogia fra il dio romano e il vedico Satyavrata, testimoniata dalla comune radice “sat”, che in sanscrito significa l’Uno. Nel Lazio, inoltre, nel corso del mese di dicembre, il dio Conso era festeggiato il 15 dicembre, nel corso delle Consualia, le feste dedicate alla “conclusione sacrale del vecchio anno”.

Segnaliamo come dal latino, “condere”, indica l’azione del “nascondere” e/o del “concludere”. Il già citato Giano, associato a Conso, poi, era l’antica divinità latina dalle “due facce”, “dio del tempo” e, specificamente, “dell’anno”, e il cui tempietto, a Roma, consisteva in un corridoio con due porte, chiuse in tempo di pace e aperte in tempo di guerra, corridoio che, sulla base della sua ancestrale accezione, designa “l’andare” e, più particolarmente, la “fase iniziale del camminare” e del “mettersi in marcia”.

Giano regolava e coordinava l’inizio del nuovo anno, da cui lanuarius, il mese di Gennaio. Come ci conferma Franz Altheim (2), “Ianus e Consus, nella realtà religiosa romana, si riferivano all’inizio ed alla fine di un’azione” e facevano ugualmente riferimento «ad eventi fissati nel tempo, ma che si ripetevano periodicamente», quelli dell’eterno ritorno della luce a discapito delle tenebre.

Non dimentichiamo, quindi, che come la tradizione romana della festa del dies solis novi affondava le sue radici sia nel passato preistorico delle genti indoeuropee, a cui i Romani e la maggior parte delle genti Italiche appartenevano, che in quello delle sue stesse basi cultuali. Julius Evola ci ricorda come “Sol, la divinità solare, appare già fra i dii indigetes, cioè fra le divinità delle origini romane, ricevute da ancor più lontani cicli di civiltà” (3)

Continua a leggere qui.

11/01/16

E' morto Bowie, "L'uomo che cadde sulla terra."






Quando Nicolas Roeg nel 1976 gli cucì addosso il ruolo dell'uomo che cadde sulla terra, nella storia tratta dal libro di Walter Tevis, il regista britannico eternizzò Bowie in quel ruolo di marziano che un po' egli si era scelto all'inizio della carriera, e un po' gli veniva attribuito un po' dovunque. 

Oggi che è morto, di David Bowie si può dire che fu, è stato, maestro di eleganza e di intelligenza. 

Il rock come linguaggio colto e contemporaneo, ha trovato in Bowie uno dei suoi epigoni migliori. 

L'essenza british si è mescolata in lui, con il fascino cosmopolita dell'arte tout-court: musica, finzione, rappresentazione, immagine, doppio, deviazione, ambiguità, eleganza formale. 

Come ogni vera icona, Bowie ha saputo incarnare lo spirito del tempo. 

Egli continuerà a parlare di sé - e del mondo che era e che diventa ogni giorno - alle generazioni future con la musica (che invecchia o non invecchia, resta o non resta) e con la sua immagine di pieno artista. 

Una presenza che mancherà dunque solo virtualmente. Bowie è più che mai qui, più che mai nello spirito del (nostro) tempo. 

Fabrizio Falconi

(C) -2016 riproduzione riservata

10/01/16

"Le catacombe ebraiche di Roma" di Fabio Isman.



Anche gli ebrei, nei primi secoli della nostra era, possedevano le proprie catacombe. Al contrario di quelle cristiane, non erano dei rifugi dove esercitare il culto clandestino, ma l’ultima dimora: dei sepolcreti, dei cimiteri. Ne esistono negli Stati del Medio Oriente (in Palestina, per esempio), a Malta e in Libia. 

Ma anche nel Sud Italia: a Venosa (Potenza) e a Siracusa; e in Sardegna, a Sant’Antioco. A Roma, cinque sono andate distrutte nei secoli, due sopravvivono ancora (e non si possono vedere) e costituiscono un “unicum” al mondo: al contrario delle altre che restano, sono infatti quasi un palinsesto di simboli e di arte figurativa, quantunque proibita dalle norme religiose di questo popolo. 

Ma l’ebreo romano, che si insedia nella capitale dei papi due secoli prima della nascita del cristianesimo (sotto Nerone gli ebrei erano quarantamila, e con quindici sinagoghe), è sempre stato un po’ “sui generis”: forse, ancor prima romano che ebreo, pur osservando sempre il riposo del sabato e le regole alimentari prescritte. 

Con l’editto di Caracalla, nel 212, gli ebrei diventano “cives romani”, come tutti gli abitanti dell’impero; i primi guai cominciano soltanto dopo, con Teodosio e Giustiniano. 

Per cui, quelli romani precedono la divisione tra aschenaziti (ovvero gli ebrei di origine tedesca) e sefarditi (cioè gli ebrei di derivazione spagnola); anzi, secondo alcuni recenti studi di genetica, racconta Anna Foa in un libro recentissimo(1), i primi deriverebbero proprio dalla risalita fino all’area del Reno di ebrei italiani dopo il XIII secolo

Mentre a Roma si sono salvate numerose catacombe cristiane – tra cui quelle dei santi Sebastiano, Callisto, Valentino, Pancrazio, Ermete, Felicita, Ippolito; di Domitilla, Commodilla, Ciriaca, di via Anapo, dei Gordiani, dei santi Marcellino e Pietro, di Pretestato, Priscilla, Calepodio, Novaziano, Generosa e Baldina – una pessima fine hanno invece trovato quelle ebraiche

Ne esistevano a San Sebastiano e alla stazione di Trastevere: da tempo perdute; una, alla Caffarella, è stata colmata di cemento; di un’altra, a via Labicana, resta soltanto una descrizione dell’Ottocento. 

Ne sopravvivono due, pressoché impossibili da visitare: una, privata, aperta solamente un giorno al mese, o su richiesta, l’altra chiusa da sempre e dal 1984 in restauro. Insomma, un grande tesoro, anche culturale, è praticamente sconosciuto. 

Le catacombe superstiti sono a Vigna Randanini, sull’Appia, e sotto villa Torlonia, sulla Nomentana. 

Ironia della sorte, pur essendo cimiteri ebraici, fino al 1984 dipendevano dalla Pontificia commissione centrale per l’arte sacra, cioè dal Vaticano; soltanto dalla riforma dei Patti lateranensi sono controllate dalla Soprintendenza speciale per i Beni archeologici di Roma. 

A Vigna Randanini, scoperta nel 1859 e di proprietà dei Gallo di Roccagiovine, che hanno dato autorevoli monsignori di curia alla Santa sede, si arriva da un ambiente a cielo aperto, con due absidi realizzate tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. Non vi sono scritture in ebraico, ma tante in latino e, soprattutto, in greco. 

 Delle duecento lastre tombali ritrovate, nessuna era “in situ”: segno palese di numerose incursioni ladresche. Nei cubicoli si trovano la raffigurazione di una “menorah”, il candelabro a sette bracci del tempio di Salomone a Gerusalemme; le immagini di frutti, forse cedri; quattro palme dipinte; un vaso pitturato, con rami di rose; tanti animali: pavoni, galline, pesci; anche un ippocampo e addirittura un amorino; le tavole della Legge. Le tombe giungono fino al III-IV secolo.

Le scritte sulle lapidi lasciano individuare i “grammatei”, scribi o segretari; un “archon”, capo o presidente, forse della comunità o di una sinagoga; e anche un «ar-ci-sinagogo», forse un rabbino capo. Ancora a Vigna Randanini, a poca distanza da un cubicolo detto “delle palme” per le quattro dipinte negli spigoli, perfino tombe “a forno”, scavate – spiegano Bice Migliau e Micaela Procaccia(2) – a filo terra e perpendicolari alle pareti delle gallerie, «tipiche dell’area medio-orientale e non-africana, ma assenti nelle altre catacombe di Roma», probabile testimonianza di una certa parte della comunità nell’Urbe. 

Sotto villa Torlonia sono state invece inumate almeno quattromila persone, «dal II al V secolo», spiega l’architetto Marina Magnani Cianetti, funzionaria della Soprintendenza speciale archeologica di Roma, nei due piani della catacomba: quello inferiore è meno “ricco” di quello superiore, destinato a una comunità più povera, che viveva nell’area della Suburra. 

E, paradosso della storia, la catacomba è proprio sotto l’edificio che è stato per vent’anni la residenza di Benito Mussolini: Giovanni Torlonia gli aveva ceduto la propria villa, e si era ritirato nella Casina delle civette. è l’ultima a essere stata scoperta: soltanto nel 1918. 

E le sue gallerie si sviluppano per più di un chilometro; ha una superficie di oltre tredicimila metri quadrati. 

In un’area, i loculi sono disposti in maniera regolare, sulle pareti scandite da lesene scavate nel tufo; alcuni hanno un arco, leggermente ribassato. In un’altra area, su una parete, anziché dalle lesene, le sepolture sono scandite da semplici linee di calce. Su un muro, una deliziosa piccola testa femminile in marmo, di tipo ellenistico; in un locale di tre metri per tre, e alto due e mezzo, il soffitto a quattro vele ridonda di figurazioni, anche con svariati delfini.

Sparse nelle gallerie, più di una “menorah”. Si vedono il cedro; una palma; un “lulàv”, fascio di cinque erbe, agitato nelle quattro direzioni nella festa di Succoth, quella delle Capanne. Scritte in ebraico e in greco. In una tomba di famiglia, locali affrescati e dedicati a sepolture più signorili, è dipinto un tendaggio, che copre un tabernacolo mobile. 

Quasi come se si fosse, almeno idealmente, nel tempio di Gerusalemme. Anche qui, dalle lapidi provengono interessanti scoperte. Intanto, il nome ignoto di una carica probabilmente rituale, lo “sckonòn”; poi, almeno sei “ar-chontes”, alti dignitari; sette “grammatei”, scribi o segretari, come si è già detto; un gerusiarca, consigliere anziano; due cristiani convertiti all’ebraismo; un salmista; un “padre” della sinagoga. Sono state rinvenute tante lucerne fittili; ma le scoperte di maggiore importanza sono da tempo nei Musei vaticani. Annie Sacerdoti, che ha studiato queste sepolture, racconta: 

«Tra quanti vi sono inumati, si identificano un figlio che, sulla lapide, la madre commemora con accenti strazianti: “Eri tu che dovevi piangere me, non io te”; un Eudoxios che faceva il pittore; una Ursacia, originaria di Aquileia; una Marcia. E un Niceto che si era convertito. Su una tomba di millesettecento anni fa, per la prima volta è inciso il nome tipicamente germanico di Sigismondo, accompagnato però da un’iconografia sicuramente ebraica». 

Ma se alla catacomba di Vigna Randanini è problematico accedere, quella di villa Torlonia non è nemmeno visibile: in restauro dal 1984, quando è stata attribuita alla competenza della soprintendenza. Ai primi accessi, ci si è perfino accorti che quelle pareti emanavano gas pericolosi, e comunque insalubri: era il radon, scoperto dopo una prima campagna completa di indagini e rilevamenti. 

La soprintendente, che ora è Mariarosaria Barbera, e l’architetto Magnani hanno avviato, seguito e firmato la progettazione di complessi ed estesi interventi di consolidamento e restauro, affreschi compresi. Il progetto esecutivo è stato completato nel 2005, dopo un accurato studio sui problemi statici, idrogeologici, chimici, microbiologici, mineralogici e botanici, e su quelli conservativi degli affreschi che decorano cubicoli e arcosoli. 

«La presenza di differenti problematiche apparentemente contrastanti, come la tutela archeologica e gli affreschi, il rispetto delle sepolture, i problemi ambientali, strutturali e di sicurezza da risolvere senza alterare l’immagine del monumento, hanno suggerito un progetto, con interventi “minimi” e “calibrati”», racconta Magnani. Tutto è stato consegnato al Comune che, dopo un finanziamento speciale e una convenzione del 2005 con la Soprintendenza, ha assunto la gestione del procedimento: dalla predisposizione della gara d’appalto alla formalizzazione degli atti, alla direzione dei lavori; alla Soprintendenza resta soltanto l’alta vigilanza; i tempi, sono quelli del Comune. 

E, a giudicare dai più recenti eventi della cultura nella capitale, c’è, purtroppo, ben poco di che essere ottimisti. Si può solo sperare di rivedere, prima o poi, quel complesso unico al mondo: le sole catacombe ebraiche, in Italia, potenzialmente ancora agibili e di proprietà pubblica.

 Per poi poter discutere, magari, anche dell’interdizione religiosa alla rappresentazione della figura umana; proibizione che, però, non è stata sempre rispettata, «come dimostrano ad esempio le pitture della sinagoga di Europos-Dura, in Siria, della prima metà del III secolo, o i mosaici di quelle in Galilea, del V-VI secolo»(3). Insomma, quando finalmente si potranno rivedere, costituiranno un gran bel tema anche per la storia dell’arte

(1) A. Foa, Andare per ghetti e giudecche, Firenze 2014, p. 13. 
(2) Lazio, itinerari ebraici, i luoghi, la storia, l’arte, Venezia - Roma 1997, p. 155. 
(3) Ivi. Cfr. anche, in questo numero della rivista, l’articolo di Claudio Pescio su Europos-Dura, pp. 72-77.

Fabio Isman

Fonte: Fabio Isman per Art e Dossier, settembre 2014.

09/01/16

Tornano in libreria in edizione tascabile "I fantasmi di Roma".



Tornano in libreria dal 14 gennaio I fantasmi di Roma di Fabrizio Falconi

Cop. flessibile € 9,68
Cop. rigida € 4,43


La storia della città eterna attraverso i suoi misteri, le inquietanti presenze, le figure spettrali. Lo spirito di Messalina, le ombre che frequentano le catacombe cristiane, i celebri spettri di Beatrice Cenci e Lucrezia Borgia; altri meno conosciuti come la bella Costanza De Cupis, il fantasma dalle mani mozze o l’infelice Emmeline che abitò la splendida Villa Stuart, e poi i fantasmi di Shelley e Keats fino alle ossessioni di Dario Argento: questo libro ripercorre la storia millenaria della città dei papi e degli imperatori da un punto di vista insolito, attraverso i racconti dei suoi fantasmi e delle sue presenze occulte. Ne emerge una Roma dai tratti magici, legata alle religioni e ai riti misterici del passato, alla tradizione etrusca, ai culti orientali, ai primi riti cristiani. Si parte dai fantasmi che si dice infestino i teatri della città antica e imperiale, per passare a quelli creati dai roghi e dai processi della Santa Inquisizione, e arrivare infine ad alcune presenze più vicine a noi: una finestra su una Roma esoterica misteriosa, inquietante e dal fascino sorprendente. 

Tra i fantasmi di Roma: 
Storia infelice di Berenice, l’amante dell’imperatore Tito, e del suo fantasma 
Il Pantheon, monumento esoterico per eccellenza, e i suoi abitanti misteriosi 
La notte delle streghe e il fantasma di Salomè al Laterano 
Le geometrie di Athanasius Kircher e il suo spaventoso museo del Collegio Romano 
Il fantasma di Donna Olimpia Maidalchini, la Pimpaccia, la donna più temuta di Roma 
Piazza Vittorio e la porta magica degli alchimisti 
Il fantasma di Lorenza, moglie del Conte di Cagliostro 
I fantasmi del Museo delle Anime del Purgatorio 
Beatrice Cenci, il più famoso fantasma di Roma 
I Borgia a Roma, una storia di fantasmi 
Costanza de Cupis, la nobildonna dalle mani mozze 
Il fantasma della chiesa dei Cappuccini e il racconto gotico di Hawthorne 
Shelley e Keats, fantasmi a Roma 
I fantasmi di Emmeline e di Lord Allen e Villa Stuart 
Il Quartiere Coppedè, set per Dario Argento

08/01/16

Presentazione di "Roma segreta e misteriosa", Martedì 12 gennaio alle 19.





Il prossimo 12 gennaio, alle ore 19, presenteremo Roma segreta e misteriosa, da poco uscito in libreria per Newton Compton,  alla Galleria Honos Art, in Via dei Delfini, 35, dove è attualmente in corso la mostra Everywhere, Nowhere di Renzo Bellanca.

Insieme a Gaetano Savatteri e Luigi Galluzzo discuteremo di Roma e del libro. 

Vi aspettiamo. 



06/01/16

"Il ponte delle spie" di Steven Spielberg (RECENSIONE).



Non è solo una 'operazione nostalgia', questo nuovo film di Steven Spielberg.

Il ponte delle spie (Bridge of Spies), con protagonista Tom Hanks, narra la crisi degli U-2 tra Stati Uniti d'America e Unione Sovietica durante la guerra fredda, quando Francis Gary Powers, pilota di un aereo-spia Lockheed U-2, fu abbattuto, catturato e condannato dai sovietici

Un avvocato statunitense abitante a New York (nel quartiere di Brooklyn), di nome James Donovan, si ritrova al centro della guerra fredda quando la CIA gli incarica di negoziare il rilascio di Powers, scambiandolo con la spia comunista catturata a New York di nome Rudolf Abel. 

Lo scambio avviene sul Ponte di Glienicke detto il "Ponte delle Spie", tra Berlino Ovest e Berlino Est. 

Donovan riesce anche nell'impresa di far liberare dalle autorità berlinesi della Repubblica Democratica Tedesca, al Checkpoint Charlie, anche uno studente statunitense di economia Frederic Pryor, arrestato dalla Volkspolizei, la polizia della Germania Democratica.

Il film si fa apprezzare oltre che per il solito solidissimo impianto dei film di Spielberg, anche e soprattutto per lo straordinario attore inglese, Mark Rylance, che interpreta il ruolo della spia russa, Rudolf Abel. 

Del tutto sconosciuto in Italia, Rylance è un attore di teatro,  vincitore di tre Tony Awards, grande interprete shakespeariano, dalle capacità espressive semplicemente mostruose.

Rylance fornisce una grande prova proprio perché - come insegnava Stanislavskij - la recitazione "in sottrazione" è la più difficile, molto molto più difficile di una recitazione istrionica. Rylance doveva mettere in scena l'impassibilità, l'apparente imperturbabilità di un personaggio controllatissimo, spia, ma sotto certi aspetti quasi un puro di cuore. Dunque tutto quello che può fare è lavorare su minime sfumature, tic, espressioni e variazioni dello sguardo: ed è incredibile come riesca a farlo, rendendo pienamente l'anima del personaggio.

La sceneggiatura del film è firmata da Joel ed Ethan Coen. Un'altra garanzia per un film che merita di essere visto, e rinnova la grandezza puramente cinematografica di Steven Spielberg. 

05/01/16

Pubblicati i Quaderni neri di Heidegger: Donatella Di Cesare: "serve riflettere e non fuggire".



All'indomani della pubblicazione dei "Quaderni neri" qualcuno si e' accanito a difendere i testi di Martin Heidegger; qualcuno ha girato le spalle al filosofo tedesco e qualcun altro ha adottato la terza via: riflettere. 

E farlo anche sulla "coscienza infelice", quella che deriva dalla riconoscenza dell'allievo verso il maestro. 

E' questo il caso di Donatella Di Cesare, che dopo "Heidegger e gli ebrei" del 2014, lo scorso novembre ha dato alle stampe "Heidegger & sons", titolo che richiama la "ditta" costituita da soci ed eredi dell'autore di "Essere e tempo", ma anche da investitori in fuga: esemplare il caso di Gunter Figal, autore di cinque libri e numerosi articoli sul filosofo, dal 2003 al 2015 presidente della fondazione Heidegger, che ha improvvisamente dichiarato "la fine dell'heideggerismo". 

Poco amata dalla famiglia Heidegger, e soprattutto dal figlio del filosofo, Hermann (custode a quanto pare poco disinteressato della proprieta' intellettuale del padre), anche Di Cesare nel marzo 2015 si e' vista costretta a lasciare la fondazione (dal 3 marzo vive sotto scorta per le minacce subite dall'estrema destra), senza per questo "diseredarsi", neanche dopo quella che lei stessa definisce la "tempestosa resa dei conti" con il filosofo di Messkirch, che nei suoi Quaderni e' arrivato a sostenere l'aberrante tesi dell'autoannientamento degli ebrei

Di Cesare non fa l'avvocato difensore del filosofo, ma non ama i rottamatori: "Il 'caso Heidegger' e soprattutto la pubblicazione dei Quaderni neri hanno fatto emergere un fenomeno altrimenti inconsueto nella filosofia, quello dell'incursione del rottamatore che si presenta nell'agorà non per discutere, bensì per fare piazza pulita. A questo scopo ha bisogno che tutto sia bianco o nero. Il terzo e' escluso, cosi' come e' escluso quel chiaroscuro che e' il luogo in cui, sopportando l'indecisione e la domanda aperta, soggiorna e si sofferma la filosofia".

 Hans Georg Gadamer, che di Heidegger fu allievo, avrebbe detto che "il comprendere e' l'originario modo di compiersi dell'esserci". 

 Ma la tentazione di proscrivere Heidegger e' molto diffusa e Di Cesare mette in guardia da che potrebbe essere una facile scappatoia: "La filosofia tedesca, incapace di uscire dal cono d'ombra proiettato dal suo pensiero, prova a demolirne la figura. Cosi' diventa molto piu' facile cancellare con un colpo di spugna non solo Heidegger, ma anche il passato recente che pesa sempre di piu': la fine dell'ebraismo tedesco, le leggi di Norimberga, la Shoah"

 Hannah Arendt, che di Heidegger fu allieva e amante, dopo l'adesione del filosofo al partito nazista e l'elezione a rettore nell'ateneo di Friburgo (mentre lei fuggiva prima di essere rinchiusa nel campo di internamento di Gurs) dira' di lui che e' un "potenziale assassino"

Questo non le impedisce, a guerra finita, tornata in Europa da New York, di incontrarlo di nuovo e fare marcia indietro sui suoi giudizi. 

Ma dal dopoguerra fino alla morte, avvenuta nel '76, Heidegger non ha mai pronunciato una parola di condanna della Shoah e dopo la pubblicazione dei Quaderni neri e' chiaro che la sua non era la posizione di un antipolitico per scelta, di cui si servi' persino il suo allievo Herbert Marcuse, il cui "L'uomo a una dimensione" fu "la rilettura in chiave rivoluzionaria di 'Essere e tempo'", spiega Di Cesare

L'autrice definisce quello di Heidegger un "antisemitismo metafisico", accentuandone cosi' la gravita'. 

Del resto il filosofo "ha aderito al nazismo per convinzione - scrive Di Cesare - muovendo dal suo pensiero. Percio' si e' trattato, non di un 'errore', bensi' di un rapporto lungo, profondo, complesso che non si e' esaurito con la fine della guerra". 

 E qui Di Cesare avverte che i Quaderni neri sono motivo per meditare non solo sull'antisemitismo del passato, ma anche su quello a venire". E intravede tracce di razzismo laddove le parole giocano a nascondersi: "Il neoantisemita non scrive sui muri 'morte agli ebrei', ma parla del 'business della Shoah'". 

DONATELLA DI CESARE 
"HEIDEGGER & SONS" 
BOLLATI BORINGHIERI 
PP.148, 13 EURO

02/01/16

Torna "Moby Dick" in una nuova traduzione, da Einaudi.




Cosi' come il classico capitano Achab al cinema resta quello grandioso di Gregory Peck con quella sua barba quacchera nel film di John Huston di 60 anni fa, diverso dal capitano Pollard appena approdato sugli schermi in 'Heart of the sea' di Ron Howard, che di Moby Dick ricostruisce le origini storiche partendo dall'omonimo libro diNathaniel Philbrick (Elliot, pp. 314 - 17,50 euro). 

Evidentemente la metafora della nave Pequod, col suo destino segnato e a bordo uomini di fedi e culture profondamente diverse, protagonisti nel bene e nel male, trascinati dalla pazzia lucida del captano Achab, in cerca di vendetta contro la balena bianca che gli porto' via una gamba, in un'epopea tragica e' anche una fra le opere piu' forti, intense, incisive e poetiche della letteratura moderna. 

Questo di Herman Melville e' del resto un romanzo in cui, sullo sfondo, e' sempre la Bibbia, con il senso calvinista di un Dio tremendo, e il narratore di tutta la storia si chiama Ismael ("l'uomo che si sa dotato di una superiorita' non riconosciuta dal mondo: il primogenito di Abramo, un bastardo cacciato nel deserto, fra altri reietti, dove impara a sopravvivere esule per antonomasia", Elemire Zolla), anzi il libro inizia proprio con questi che dice: "Chiamatemi Ismael". 

Moby Dick e' una grandiosa narrazione mitologica e metafisica che racconta, attraverso epiche avventure di mare, la vita come caccia e combattimento, l'eterna lotta dell'uomo contro il male, il suo bisogno e dovere di non tirarsi indietro, pur sapendo che la sconfitta sara' inevitabile.

Moby Dick e' una gigantesca balena dalla "testa bianca, dalla fronte rugosa e dalla mandibola storta", che vive nei Mari del Sud coperta dagli arpioni dei cacciatori e di cui tutti i balenieri temono la malvagita' eccezionale e la malizia. 

In quel "muro bianco" Achab vede il simbolo del male e delle cieche e brutali forze della natura. Per cercare di cacciarla e ucciderla ingaggia un gruppo di uomini, tra cui vi sono gli ufficiali Starbuck, Stubb e Flask, i ramponieri Tashtego e Deggu, e salpa dall'isola di Nantucket, nel Massachussets, a bordo della baleniera Pequod, oltre al marinaio Ismael, divenuto amico inseparabile del ramponiere polinesiano, ricoperto di tatuaggi, Queequeg. 

La forza di queste pagine sta anche nell'essere quasi un trattato sulla caccia alle balene, con un Prologo composto di tante citazioni da ogni tipo di letteratura sul tema, dalla Bibbia a Milton, da Darwin a Rabelais, dai viaggi di Cook a canzoni popolari. Pagine di descrizioni, digressioni e riflessioni, che non distraggono ma anzi aiutano a dar spessore ai personaggi, alla vicenda principale avventurosa e, assieme, rappresentano quella maniacalita' del dettaglio che risulta alla fine coinvolgente e rinforza la metafora generale, quella che ha fatto di questo libro un classico. 

Lo stile di Melville e' potente, ha un suo senso di implacabilita' anche quando trova momenti di tenerezza e comprensione per le debolezze umane, acquista ritmo nei momenti cruciali, prende un andamento quasi da monologo teatrale in tante riflessioni, del capitano come dei suoi ufficiali. 

Il romanzo lo pubblico' nel 1851, dieci anni dopo il suo imbarco proprio su una baleniera, la Acushnet, e aver scritto altri libri di argomento marino, acquisendo esperienza e documentazione, leggendo di tutto, da Shakespeare (innanzi tutto 'Re Lear') al Coleridge della 'Ballata del vecchio marinaio' sino a Nathaniel Hawthorne, cui Moby Dick e' dedicato con "la mia ammirazione per il suo genio". 


Fonte Paolo Petroni per ANSA

01/01/16

"Futuro e presente" - Una meravigliosa pagina di Benedetto Croce.



Lavorare per il futuro ? Lavorare per le generazioni avvenire ? Sia pure; ma è un modo di dire, un'immagine.

Preso quel detto come affermazione di un fatto reale, risorgerebbe il sentimento del gaudente deluso, che fu l'autore dell'Ecclesiaste: Rursus detestatus sum omnem industriam meam quam sub sole studiosissime laboravi, habiturus heredem post me, quem ignoro utrum sapiens an stultus futurus sit et dominabitur in laboribus meis, quibus davi et sollicitus fui; et est quidnam tam vanum ?

Ma come definizione di concetti, è facile confutarlo, ed è stato confutato, giacché o le generazioni avvenire sarebbero per effetto del nostro lavoro messe in condizione di non dover più lavorare e non sarebbero più generazioni umane, ma putredine; o a loro volta lavorerebbero ciascuna di esse per le generazioni avvenire, e del lavoro non si ritroverebbe mai il puro e semplice beneficiario, colui che non dovrà più "desudare". 

Il pensiero vero, adombrato nell'immagine, è che buon lavoro è quello che oltrepassa le nostre persone e s'indirizza all'universale. 

Si lavora sempre per sé e per il presente, e non per altri e l'avvenire; ma per quel "sé" che è lo spirito, e per quel sempre che è l'eterno. 

Tale ermeneutica, che dall'immagine fa da passaggio al concetto, non è fuor di luogo per sgombrare la tristezza che occupa talvolta anche gli uomini giusti e tenaci nei loro propositi, alacri nell'opera di verità, i quali si domandano nei momenti di smarrimento: "A che servirà tutto ciò ? le generazioni avvenire saranno degne del nostro sforzo e del nostro sacrificio?" 

Saranno forse, salvo in pochi eletti, immemori e ingrate verso i loro padri, come di solito accade: ma che perciò?

Questo riguarderà loro, l'anima loro; e dovranno soffrire poi il travaglio dei loro errori e correggersi. 

Per intanto, noi nel nostro lavoro stesso abbiamo la ragione del lavoro e la soddisfazione nostra, vivendo e sentendo di vivere nel presente da uomini, che è quanto di meglio si possa fare al mondo. 

Qualsiasi più bramata attuazione di sogno non renderebbe più alta e più pura questa coscienza, se anche recherebbe gioia a quanto è in noi di terreno: una gioia, per altro, non scevra mai di sospettoso timore e di delusione.






31/12/15

Robert Nathan, Ritratto di Jennie (RECENSIONE).




Merito della neonata casa editrice Atlantide, l'aver riportato in luce, questo piccolo gioiello della letteratura americana, pubblicato originariamente nel 1940 e portato sullo schermo qualche anno più tardi in un fortunato film di William Deterle, con l'interpretazione di Joseph Cotten e Jennifer Jones. 

Newyorchese, nato nel 1894 (e morto a Los Angeles dopo una lunghissima vita, nel 1985), Nathan conobbe una grande popolarità negli anni '30 e '40, ammirato da scittori come Francis Scott Fitzgerald e Ray Bradbury, anche se ha finito per essere dimenticato, negli ultimi decenni. 

Ritratto di Jennie, considerato il suo capolavoro, fu pubblicato in Italia da Bompiani nel 1948 e successivamente da Mondadori nel 1958. 

Da allora non era stato più stampato, ed eccolo oggi tornare in libreria con la traduzione e la cura di Simone Caltabellota. 

E' una sorta di romanzo magico. Per la storia che vi è raccontata, e per lo stile di Nathan, puro ed essenziale, giocato su ogni sfumatura di toni e di colore, in un raro prezioso equilibrio, che regge miracolosamente fino all'ultima pagina. 

Jennie è all'inizio del romanzo una bambina che - nei suoi vestiti un po' antiquati - viene notata dal giovane artista Eben Adams, mentre passeggia per il Central Park. 

Eben scambia con lei solo qualche parola, meravigliandosi del fatto che sia sola lì, che sembra lo stia aspettando.  La bambina gli lancia un enigmatico messaggio: Vorrei che tu aspettassi che io diventi grande. 
E quell'incontro, cambia improvvisamente la vita del pittore. Sfiduciato e perdente, fino a quel momento,  Eben comincia ad essere notato da una coppia di facoltosi galleristi, e proprio a causa del ritratto che l'artista ha ricomposto nella sua mente, della bambina incontrata a Central Park. 

Ben presto, Jennie torna a fargli visita. Ed Eben in un misto di incredulità e attrazione, si accorge che quella bambina sta crescendo sotto i suoi occhi: ogni volta che torna da lui è un po' più grande, un po' più donna. 

L'amore tra Eben e Jennie dunque, sfida il tempo, le generazioni, il passato e il presente.  Coinvolge a tal punto l'artista, da rivelargli un nuovo modo di intendere la vita, la capacità di amare che è fatto di cura e di attesa. 

Negli ultimi due capitoli il nuovo incontro tra Eben e Jeannie ha per teatro la forza di un terribile uragano, che sembra trascinare con sé la perfezione di questa unione karmica e poter valicare la stessa distinzione tra vita e morte, come quella tra verità e apparenza.

Ma è la qualità della scrittura di Nathan che rende memorabile il racconto fantastico, nella descrizione dei sentimenti indefiniti, della sostanza misteriosa della sorte, del fascino superbo della natura. 
Ne è un esempio questo brano, a pag.62 del libro.

A volta nella tarda estate o nel primo autunno c'è un giorno più bello di tutti gli altri, un giorno perfetto, così puro che il cuore ne rimane estasiato, sospeso in una specie di sogno, preso in un incantamento oltre il tempo e lo scorrere delle cose. La terra, il cielo e il mare rifulgono del loro colore più vero, e brillano, non toccati da nulla nella loro fissità; lo sguardo vola come un uccello attraverso le distanze, nell'aria immobile.
Tutto è fermo e chiaro, non c'è nulla che finisce, nulla che cambia. Ma con la sera si alza la nebbia; e dal mare arriva un presagio di grigio. 

In fondo, di questo è fatto questo romanzo, come la vita di tutti, di natura e psiche. 

Fabrizio Falconi



29/12/15

Un convegno su Sciascia e la cultura francese, a Firenze.



La Francia fu per Leonardo Sciascia "patria dell'anima", fonte di ispirazione e riferimento intellettuale

Al rapporto tra lo scrittore siciliano e la cultura francese e' dedicata una giornata di studi che si terra' a Firenze il 25 gennaio 2016. 

L'iniziativa e' dell'associazione Amici di Leonardo Sciascia che organizza convegni itineranti sullo scrittore. 

L'ultimo si e' svolto poche settimane fa a Palermo nel quarantennale della prima edizione de "La scomparsa di Majorana". 

Studiosi, ricercatori, docenti universitari approfondiranno il rapporto di Sciascia con la Francia (tema al quale e' dedicato l'ultimo fascicolo di "Todomodo", rivista edita da Olschki). 

Fu una relazione che ebbe un peso determinante sul percorso culturale e letterario di Sciascia che ispirandosi alla cultura d'Oltralpe interpreto' la parte del "moralista" illuminista e di un "philosophe" del Novecento. 

Lo testimoniano i suoi richiami a Gustave Flaubert, l'influenza di Michel Foucault, le riflessioni sulla centralita' del pensiero di Michel de Montaigne e dei filosofi del "secolo educatore" come Voltaire e Diderot.