17/09/16

Il mistero di Antinoo a Palazzo Altemps ! Il busto romano ritrova il suo volto da Chicago .




"Abbiamo trovato il busto!". La sorpresa deve essere stata incontenibile in quella telefonata. Una conferma ufficiale era tutta da costruire, ma l'egittologo W. Raymond Johnson, in visita a Roma, ne era convinto: il busto in marmo lunense che aveva davanti era l'altra meta' del volto riccioluto custodito al di la' dell'oceano all'Art Institute di Chicago. 

Proprio con quella telefonata, nel 2005, inizia a dipanarsi il mistero, lungo ormai secoli e ancora non del tutto risolto, intorno al celebre busto del II d.C. dedicato ad Antinoo, amatissimo pupillo dell'imperatore Adriano, fino al 15 gennaio protagonista di "Antinoo. Un ritratto in due parti", a Palazzo Altemps. 

Una mostra, promossa da Soprintendenza Speciale per ilColosseo e Museo Nazionale Romano con Electa, che ripercorre il giallo della scultura acquistata dallo Stato nel 1901 dalla Collezione Boncompagni Ludovisi e della quale gia' nel 1756 l'archeologo J.J. Winkelmann disse avere "un volto nuovo", rifatto. 

Oggi sono l'uno accanto: l'Antinoo "italiano", con l'aria piu' assorta, malinconica, i riccioli folti, i lineamenti aggraziati e rotondi; e l"'americano", creduto a lungo un bassorilievo, con lo sguardo piu' volitivo, sensuale e torbido

"Era il 2013 - racconta il direttore di Palazzo Altemps, Alessandra Capodiferro - quando Karen Manchester, del Dipartimento di arte greco-romana del'Art Institute, arrivo' portandoci una riproduzione in resina del loro frammento di volto"

Insieme agli specialisti del J. Paul Getty Museum e dell'Universita' di Chicago, "siamo andati per tentativi, seguendo quella grossa 'ferita' che segna un lato del viso che avevamo noi". 

Il risultato e' nel modello in gesso 1:1 esposto insieme agli originali, che riproduce, finalmente, come l'opera doveva apparire in eta' romana. 

"Per noi non ci sono dubbi che i due pezzi si appartengano - prosegue la Capodiferro - Ce lo dice la prova della materia e l'evidenza fisica". 

Il mistero pero' e' ancora tutto da dipanare. Se infatti il mito di Antinoo, incarnazione di bellezza e gioventu' adorato come un Dio da Adriano, si e' alimentato nei secoli, accendendo l'interesse antiquario soprattutto in eta' rinascimentale e barocca, ancora nulla si sa dell'origine dell'opera ne' della sua dolorosa mutilazione. 

Probabilmente il busto era nella Collezione del Cardinal Ludovisi esposta nella villa sul Quirinale. Nel 1641 nell'inventario compare un Busto di Antonio, forse errore di scrittura, e nel 1693 un Busto di Antino. 

Ma e' nel 1756 che Winkelmann lo vede, completamente restaurato, con quei riccioli dai volumi rinascimentali e perfettamente in linea con il gusto per l'archeologia 'perfetta' del tempo. 

Tanto che sul taccuino annota "volto nuovo". Il frammento del viso compare invece nel 1898 a Roma, quando C. L. Hutchinson, primo presidente dell'Art Institute di Chicago, lo compra dall'antiquario A. Simonetti. 

"E' possibile - ipotizza la Capodiferro - si fosse creata una frattura all'interno della testa: accade, dicono gli esperti, quando si lavora il marmo controverso. Ma e' vero anche che e' piu' facile 'portar via' un volto che un'intera statua". 

Senza contare che "a fine '800 le leggi impedivano ai privati come i Ludovisi di vendere opere del genere. Potevano farlo solo gli antiquari". Purtroppo le carte dell'archivio Ludovisi-Boncompagni in Vaticano "non dicono nulla di piu"' dell'Antinoo. "Le nostre speranze sono affidate ai documenti ancora di proprieta' della famiglia, al momento allo studio e di prossima pubblicazione".

16/09/16

Il film del giorno: "Giulia" di Fred Zinnman (1978).



Pluricandidato all'Oscar '78 Giulia, opera del grande Fred Zinnemann, e uno dei più bei film sull'amicizia e sulla solidarietà femminile.  

E' ambientato in due diverse fasi storiche ed è ispirato dal romanzo Pentimento di Lilian Hellman, scrittrice americana morta a Tisbury nel 1984. 

Tutto si svolge intorno all'amicizia passionale e quasi morbosa di due ragazze, la Hellman (Jane Fonda) e Giulia (Vanessa Redgrave), iniziata e sbocciata in solitari castelli di proprietà degli aristocratici nonni di Giulia e conclusasi durante la guerra, quando dopo molte peripezie, Giulia viene dapprima sfigurata durante l'occupazione nazista di Vienna, e poi ritrova la sua amica, parecchi anni più tardi, quando è arruolata in una organizzazione segreta e ha una figlia piccola da salvare. 

Un film incredibilmente lucido e mai compiaciuto, con la fotografia del grande Douglas Slocombe, e ricostruzioni storiche accuratissime. 

Ne viene fuori la figura di due donne molto diverse ma profondamente umane in un momento storico in cui anche Hollywood finalmente cominciò a interessarsi di storie e psicologie femminili non convenzionali. 

La Redgrave conquistò per questo film l'Oscar come migliore attrice non protagonista, anche se il suo ruolo è il vero fulcro del film. 

Oscar per il migliore attore non protagonista a Jason Robards. 





15/09/16

"Le nostre vite sdraiate" - una lezione di Remo Bodei, al Festival di Filosofia domani a Modena.



Remo Bodei terrà domani, venerdì 16 alle ore 18 a Modena, in Piazza Grande una lezione nell'ambito del Festival della Filosofia 2016. 
Il Sole 24 ore di domenica scorsa ha anticipato una parte del testo della sua lezione, una interessantissima riflessione sui meccanismi competitivi della società, sui termini e gli scopi dell'educazione, sul duro confronto con se stessi, e sulle vite sdraiate di molti occidentali, oggi


«Il Sole» Domenica 11 settembre 2016
Vite «sdraiate». Antagonisti verso se stessi
di Remo Bodei

Dalla lotta del passato fatta di doveri, codici e imposizioni si è arrivati oggi a un io fragile, indifeso e narcisistico 

La lotta di cui parlerò è quella che ciascuno combatte, fin dall’infanzia, per costruire se stesso confrontandosi con gli altri e con il mondo.

Essa comporta, inevitabilmente, l’obbligo di sottomettersi a una dura disciplina, fatta di doveri, codici di condotta e modi «appropriati» di pensare e sentire, dapprima imposti dall’esterno e poi interiorizzati e rielaborati.

La vittoria su se stessi, ammesso che si consegua, non è mai, tuttavia, completa e definitiva. Implica un aspro conflitto che scinde la volontà, opponendo una parte di noi che cerca di prevalere a un’altra riluttante a piegarsi e sempre pronta a ribellarsi o a negoziare compromessi al ribasso.

Ogni persona porta in sé le ferite e le cicatrici di questa guerra per distaccarsi dalla propria vita meramente biologica. Nello steso tempo, tenta di emendarsi da idee e forme di condotta riprovevoli in modo da conquistare una sempre maggiore autonomia.

In tale confronto l’individuo, rischiando di logorarsi e di perdersi, avverte la tentazione di lasciarsi andare, di abbandonare l’arena del conflitto, di cedere al desiderio di irresponsabilità o di dare retta ai richiami della nostalgia, che lo invita a mettere indietro l’orologio della propria storia e ad abbandonare la battaglia.

Troppe appaiono le «spine» che i comandi e gli obblighi hanno conficcato nella sua carne, troppi gli insuccessi e le inadeguatezze cui è andata incontro.

Nella nostra tradizione la sfida a combattere contro se stessi si è modellata non solo secondo tecniche di autocontrollo, ma anche grazie all’elaborazione di fini in grado di includere e orientare l’intera esistenza, ossia mediante ideali di «vita buona» o di perseguimento del «sommo bene».

Tra gli innumerevoli paradigmi predisposti nel tempo e nello spazio, ho deciso di esaminarne soltanto due, quelli canonici di cui – mediante molteplici filtri e ibridazioni – siamo noi stessi gli eredi. Entrambi si basano sulla metafora sportiva della corsa, declinata, in modi sostanzialmente diversi, da San Paolo e da Thomas Hobbes.

Leggiamo nella prima Lettera ai Corinzi: «Non sapete che nelle corse dello stadio tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo! Però, ogni atleta si sottopone in tutto alla disciplina. Essi lo fanno per poter ottenere una corona corruttibile, noi invece incorruttibile. Anch’io, dunque, corro ma non come chi è senza meta. Faccio pugilato, ma non come chi batte l’aria. Anzi, colpisco duramente il mio corpo e lo riduco in schiavitù, perché non succeda che, dopo aver predicato agli altri, io stesso venga squalificato».

Il cristiano corre, dunque, per conseguire la vita eterna, il paradiso. Entra in una gara alla quale tutti possono partecipare, ma che ha i suoi campioni: i martiri, gli atleti di Cristo, coloro che, subendo torture e morte, hanno strenuamente lottato per testimoniare la propria fede. Essi sono perciò rappresentati con in mano il ramo di palma dei corridori vittoriosi (la simbologia rinvia anche al fatto che l’albero di palma produce un’inflorescenza quando sembra ormai morto). Una volta cessate le persecuzioni, la lotta dei cristiani si interiorizza: non più la coraggiosa resistenza a sofferenze stoicamente sopportate. Ora gli anacoreti, i monaci, i santi combattono contro se stessi, diventando dei virtuosi nelle battaglie contro le sollecitazioni al peccato, attribuite al Maligno che è in loro.

tratto da  http://www.orientamentoirreer.it/

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Remo Bodei

13/09/16

Ci passiamo davanti ogni giorno ma nessuno conosce la sua storia: La statua parlante di Madama Lucrezia in Piazza Venezia.




La statua parlante di Madama Lucrezia in Piazza Venezia. 

Nell’elenco delle sei cosiddette statue parlanti di Roma, quelle che tutte insieme formavano la cosiddetta Congrega degli Arguti e alle quali la tradizione popolare assegnava la proprietà di commentare, fustigare i costumi cittadini con motti arguti e sferzanti (ricordiamo soltanto le più note, Pasquino, il Marforio oggi al Campidoglio, il Babuino) ve n’è una che oggi è meno nota e che ha conosciuto un certo oblio forse a causa anche della sua non proprio felice collocazione, incassata in un angolo tra il Palazzetto Venezia e la Basilica di San Marco. 

Eppure si tratta di una statua dalle grandi dimensioni: un busto colossale alto tre metri, la cui provenienza di età imperiale è del tutto incerta e che gli archeologi identificano probabilmente come una vestale. 

La fantasia popolare ci mise poco a ribattezzare questa statua Madama Lucrezia per via di un motivo molto semplice: sembra infatti che il pezzo monumentale fosse stato donato dal Cardinale Barbo alla splendida favorita del Re Alfonso d’Aragona, Lucrezia d’Alagno, intorno al 1460 che aveva fatto il suo ingresso trionfale a Roma l’11 ottobre del 1457 accompagnata da uno sfarzoso corteo di madamigelle e gentiluomini e un incredibile corteo di più di cinquecento cavalli, e che dopo la morte di Alfonso (essendo osteggiata dal successore Ferrante) s’era stabilita proprio in questo sontuoso palazzo romano. 

Lucrezia finì i suoi giorni a Roma il 19 febbraio del 1479 e fu sepolta nella Basilica di Santa Maria sopra Minerva, dove però non esiste alcuna lapide o iscrizione che la ricordi. 

La memoria di questa Madama così amata dal popolo, però si protrasse incarnandosi proprio in quel maestoso busto che restava a far mostra di sé fuori della sua residenza. 

Una coloratissima festa si svolse per molti e molti anni, ogni primo giorno di maggio, di fronte al gigantesco busto marmoreo. Si trattava del cosiddetto Ballo dei Guitti, quello durante il quale gli uomini del popolo si divertivano ad infiocchettare il busto di Madama Lucrezia con nastri di ogni colore e collane di ortaggi e frutta e trecce di aglio e cipolle. 

In una sorta di rituale dionisiaco, di fronte alla grande statua prendevano ad esibirsi i guitti, ovvero gli sbandati, gli artisti di strada, i mendicanti: una folla di ogni tipo di eccentrici, compresi storpi e avventurieri che invitavano al ballo le donne del popolo più belle di Roma

Una festa pagana che si protraeva fino a notte fonda e che si concludeva davanti agli otri di vino messi a disposizione delle due taverne storiche che si affacciavano a pochi passi dal Campidoglio.



12/09/16

"Olalla" di Robert Louis Stevenson (Recensione).




Un prezioso racconto lungo di 100 pagine, che Robert Louis Stevenson scrisse in poche settimane alla fine del 1885, nello stesso periodo in cui compose Lo strano caso del Dottor Jekyll e Mr. Hyde.

Ambientato nella Sierra spagnola, il racconto narra le vicende di un anonimo narratore inglese, reduce dalla guerra iberica, che ferito e convalescente, si trova ad essere ospitato nella residencia, un sinistro maniero in mezzo alle montagne, dove abita una famiglia nobile, caduta in disgrazia. 

Il narratore ne conosce i proprietari, uno dei figli, Felipe, e la Senora madre che vive come ibernata, insensibile agli avvenimenti intorno a lui, perennemente assorta a fianco di una colonna nel cortile. 

Nei suoi giorni di permanenza ha anche modo di fare conoscenza con gli antenati di famiglia, immortalati in grandi tele appese alle pareti, che sembrano tutti posseduti dalla stessa luce, attraente e sinistra. 

Conosce infine anche Olalla, la ragazza del titolo, la seconda figlia della Senora, e se ne innamora - e lei di lui - a prima vista, anche se è proprio da lei che il protagonista apprende la terribile verità riguardo la residencia: un morbo o una tendenza macabra, che sembra trasmettersi di generazione in generazione e che Olalla è pienamente decisa a non perpetuare, rifiutandosi di sposarsi e avere famiglia, e rifugiandosi nella fede. 

Magistralmente scritto, Olalla parla direttamente dell'autore, di Stevenson e delle sue fobie. In particolare quella della tara familiare, che lo affliggeva: sia il nonno che la madre dello scrittore infatti erano già prematuramente malati di petto, come lo stesso Stevenson che combatté con la tubercolosi per buona parte della sua vita, fino alla morte che lo colse, come è noto, nelle Isole Samoa, dove si era trasferito nella illusione di trovarvi un clima più favorevole. 

Gotico e calibratissimo, Olalla è una piccola perla che non si dimentica. 



Robert Louis Stevenson

09/09/16

"The Night of" - Una splendida mini-serie HBO.



In Italia arriverà solo dal prossimo 25 novembre, trasmessa da Sky Atlantic.  Ma già da ora vi dico di appuntarvi questo appuntamento e non mancare The Night of, che davvero è una delle più belle serie di sempre. 

Per l'esattezza si tratta di una miniserie televisiva statunitense in otto puntate prodotto dalla HBO (un marchio di garanzia) e trasmessa dalla stessa emittente in America, dal 10 luglio 2016, basata sulla serie britannica Criminal Justice della BBC.

Il progetto iniziale è una idea dell'attore James Gandolfini che avrebbe dovuto esserne protagonista, con Richard Price come sceneggiatore e Steven Zaillian come regista

La morte prematura e improvvisa di James Gandolfini, avvenuta in un albergo romano il 13 giugno del 2013, ha indotto i responsabili della HBO ad abbandonare il progetto.

Che è stato ripreso qualche anno più tardi scegliendo come protagonista, al posto di Gandolfini, Robert De Niro, che ha poi rinunciato per sopravvenuti impegni, e alla fine John Turturro. 

The Night of è un classico drama in otto puntata, un giallo in piena regola, che avvince sin dal pilot iniziale.

E' la storia di un ragazzo pakistano - di buona famiglia, studente universitario - che in una notte, dopo aver preso di nascosto il taxi del padre per recarsi ad una festa di compagni di scuola, conosce una ragazza (che sale sul suo taxi credendolo in servizio) e dopo aver dormito a casa sua, si sveglia e la trova morta, uccisa da 22 coltellate.

Il ragazzo preso dal panico, scappa portandosi via il coltello con il quale lui e la ragazza hanno giocato al gioco della mano dopo essersi drogati insieme. 

Subito fermato, il ragazzo viene arrestato con l'accusa di aver ucciso la donna. 



La notte dell'agguato, un avvocato difensore d'ufficio - John Turturro - si interessa di lui dichiarandosi pronto a difenderlo. 

Da qui si dipana una lucida vicenda che vede da una parte l'odissea in carcere del ragazzo pakistano, e dall'altra, quella dell'avvocato John Stone (Turturro) alle prese con il caso, che gli viene dapprima scippato da un'avvocatessa specializzata nella difesa dei diritti umanitari e gli torna poi indietro in una serie di colpi di scena.

Solo all'ultima puntata si capirà cosa è successo quella notte nella casa della ragazza.

La serie ha ottenuto recensioni entusiastiche oltreoceano e anche in casa nostra.  In effetti la serie è un prodotto di altissima qualità dal punto di vista tecnico come spiega in questo articolo Il Post, oltre a proporre una interpretazione da Oscar di Turturro nei panni di uno dei più bei looser che si siano visti recentemente, l'avvocato squattrinato e umano, ipocrondriaco eternamente alle prese con un bruttissimo eczema. 

E' anche un ottimo poliziesco, un prodotto classico e allo stesso tempo innovativo. Un racconto che - per i suoi particolari e per la rilevanza complessiva della storia - non si dimentica facilmente.

Fabrizio Falconi 



08/09/16

"L'era della giovinezza" di Robert Pogue Harrison (Recensione).



Dopo Foreste, Il Dominio dei morti e Giardini, un altro importante, meraviglioso libro di Robert Pogue Harrison, che esce in questi giorni per Donzelli

Un libro che parte da una semplice domanda: che età abbiamo in questo momento della nostra storia culturale, quando l'età della giovinezza non è ancora diventata quel futuro di cui si costituisce un preludio ?
Harrison parte da una constatazione: non siamo mai stati così giovani e neppure così vecchi. 

Siamo vecchi nel senso che la nostra appare come una civiltà senescente, che ha alle spalle millenni di evoluzione culturale, guerre, filosofie, scontri e dispute, creazioni e miti. Allo stesso tempo, è una civiltà, quella occidentale, che non è mai stata così giovane, ed è per questo che si assiste ad una americanizzazione dell'intero occidente (a livello culturale: le storie, la musica, la tecnologia, i modelli culturali, provengono quasi tutti dall'america. una cultura e una civiltà giovane, che gioca e solletica con gli istinti di un puer aeternus). 

Per quale motivo gli occidentali che vanno al cinema oggi prediligono, in numeri di massa, gli spettacoli per adolescenti ? (basta consultare le classifiche del box-office per vederlo); perché gli adulti occidentali hanno assimilato ed assimilano così velocemente un linguaggio tecnologico primitivo, quasi infantile (basti pensare alla diffusione degli emoticon, nella messaggistica digitale)? Perché i vecchi dell'occidente (un termine che oggi comprende anche molti dei paesi del medio ed estremo oriente) somigliano sempre più a giovani che non vogliono crescere ?

In quattro parti densissime - e un epilogo - Harrison, attraverso incursioni nelle culture e nella storia, nella filosofia e nella letteratura,  ripercorre ed evidenzia i modi attraverso cui gli spiriti della giovinezza e della vecchiaia hanno interagito tra loro dall'antichità fino ai tempi nostri, mutuando dal linguaggio scientifico il concetto di neotenia - ossia il mantenimento di caratteristiche giovanili anche nell'età adulta. 

L'impulso giovanile è essenziale per per sviluppare un indirizzo innovativo nel campo della cultura e per mantenere viva la genialità. Non solo: anche per esaltare i rapporti tra gli uomini e costruire società migliori. 

Nel terzo capitolo, Harrison ripercorre alcune cruciali rivoluzioni neoteniche della storia dell'umanità:  quella messa in atto da Socrate, in  Grecia, nel V secolo avanti Cristo, Socrate che appariva ai suoi discepoli non nelle vesti di un vecchio saggio, ma come una più matura incarnazione delle loro stesse aspirazioni giovanili; quella attuata da Platone, il quale sulla base della più vecchia conoscenza umana - i miti - fu in grado di assicurare un futuro alla filosofia, facendone l'unica legittima erede della perduta antichità dell'anima;  quella attuata da Gesù Cristo, che invitò gli uomini a diventare come fanciulli per poter entrare nel Regno e che nel modello della crocefissione, incarnò un uomo definitivamente nuovo - "Un bambino è nato tra noi" ; quella contenuta nella dichiarazione di indipendenza e nella Costituzione americana, e nel discorso di Gettysburg di Lincoln,  la Costituzione più vecchia del mondo ancora vigente, e allo stesso tempo, la più giovane

Il nuovo, ovvero il giovanile, spiega Harrison in un emozionante capitolo che si intitola Amor Mundi, offre al passato un futuro in cui crescere e conferisce a ciò che è nuovo delle fondamenta per resistere saldamente. Questa è la neotenia, il contrario della giovanilizzazione (alla quale assistiamo in questi tempi) la quale conferisce alla gioventù un'anzianità prematura e all'anzianità una immatura giovanilità. 

E' dunque fondamentale, sostiene Harrison, una nuova pedagogia permanente che consenta ai nuovi di comprendere se stessi, nella solitudine della riflessione e dello studio, fuori dalla accecante attrazione - risucchiante - della luce degli impianti digitali sempre più invasivi, sempre più totalizzanti.  Solo nella percezione della separazione del sè, dal mondo, e dalla consapevolezza della saggezza e della consistenza del vecchio - un vero e proprio Amore Giovanile (un Amor Mundi giovanile) - raggiungeranno lo scopo di migliorare la vita, perché imparare è vita e la vita significa imparare. 

Un libro che è un'avventura dello spirito e una splendida ricapitolazione dell'avventura umana, dall'esito futuro assai incerto. 

Fabrizio Falconi




06/09/16

Terremoto a Roma ?? Questo l'elenco di quelli più disastrosi nella storia della Capitale.



Molti si chiedono, alla luce dei tragici eventi sismici di Amatrice e della zona limitrofa, quali sono le probabilità di un disastroso terremoto nella capitale.  Questo è uno studio aggiornato della Protezione Civile sui rischi della capitale. 

Il territorio del Comune di Roma ha una sismicità modesta, determinata soprattutto dagli effetti dei terremoti con epicentro nell'area dei Castelli romani e nell’Appennino abruzzese e umbro. Questa sismicità non è però trascurabile, per il valore elevato dei beni monumentali e architettonici della città e per la vulnerabilità del patrimonio edilizio.
Nel corso della storia, i terremoti con epicentro nelle aree dell'Appennino centrale (soprattutto Umbria e Abruzzo) e dei Colli Albani hanno prodotto danni agli edifici della Capitale generalmente non gravi, riferibili al VI-VII grado della scala Mercalli, come lesioni agli intonaci, caduta di comignoli e cornicioni. In alcuni casi, questi eventi hanno causato danni più gravi (fessure nelle pareti, crolli parziali di solai e mura), legati alla fatiscenza delle costruzioni o, probabilmente, a effetti locali causati dalla natura dei terreni.
I terremoti con epicentro nel Comune di Roma, invece, risultano poco frequenti e di bassa intensità, anche se hanno raggiunto il VI-VII grado Mercalli nel 1812 e nel 1909.



E' uno dei terremoti storici più importanti con origine nell'Appennino centrale e probabilmente l'evento sismico più fortemente risentito a Roma di cui si abbia notizia.Il terremoto interessò l'area dell'Appennino centro-meridionale compresa tra Perugia e Benevento, con danni riferibili ad intensità uguali e superiori all'VIII grado MCS. Il terremoto è attestato in numerose fonti documentarie e memorialistiche della stessa epoca ed è ampiamente ricordato nella tradizione cronachistica italiana. Secondo la testimonianza di Matteo Villani (secolo XIV), i danni in Roma furono decisamente consistenti: «[i terremoti] feciono cadere il campanile della chiesa grande di San Paolo, con parte della nobile torre delle Milizie, e la torre del Conte, lasciando in molte parti di Roma memoria delle sue rovine». Nel 1351 a Petrarca, che si trovava a Roma per il Giubileo del 1350, la città apparve prostrata: «Caddero gli antichi edifici trascurati dai cittadini ammirati dai pellegrini, quella torre, unica al mondo, che era detta del conte, aperta da grandi fenditure si è spezzata ed ora guarda come mutilata il proprio capo, onore della superba cima sparsa al suolo; inoltre, benché non manchino le prove dell'ira celeste, buona parte di molte chiese e anzitutto di quella dedicata all'apostolo Paolo è caduta a terra la sommità di quella Lateranense è stata abbattuta, tutto ciò rattrista con gelido orrore l'ardore del Giubileo». Petrarca tornò sull'argomento nel 1353 e nel 1368: in una lettera ricorda tra gli edifici danneggiati anche la «Virginis domus supremo colle consistens», da identificare probabilmente con la chiesa di Santa Maria in Ara Coeli. 
Forse anche in considerazione dell'afflusso dei pellegrini per il Giubileo, Clemente VI si preoccupò del restauro di alcune delle più importanti chiese della città che avevano subito danni a causa del sisma: le basiliche di S. Paolo, di S. Pietro e di S. Giovanni in Laterano.

Nel gennaio e febbraio 1703 Roma fu investita da una serie di violente scosse di terremoto, che raggiunsero un'intensità del IX e X grado MCS causando notevoli danni. Questa crisi sismica è uno dei più importanti eventi sismici dell'Italia centrale. Le scosse più violente ebbero origine nel tratto di Appennino umbro e abruzzese che comprende l'alta Val Nerina e l'Aquilano e distrussero numerosi centri abitati, provocando varie migliaia di vittime e feriti, con vistosi effetti sul terreno e sulle acque sotterranee.
Nei giorni di maggiore attività (gennaio-febbraio 1703) gli abitanti di Roma, spaventati dal succedersi delle repliche e dalle notizie provenienti dalle aree più colpite pernottarono all'aperto. In città non vi furono vittime, se non causate dalla paura o da incidenti. Delle numerose scosse avvertite a Roma nel corso del 1703, solo due produssero danni di rilievo: quella del 14 gennaio, disastrosa nella zona di Norcia, e quella del 2 febbraio, che provocò gravissimi danni all'Aquila. Fu quest'ultima a produrre i maggiori effetti in città. 
Numerosi gli edifici monumentali di Roma danneggiati dal terremoto, soprattutto chiese e palazzi; particolarmente gravi i danni al Colosseo. Effetti sulle acque sotterranee furono notati in molti pozzi della città: aumenti temporanei del livello, intorbidamenti, sapori ed odori insoliti. A Piazza di Spagna si verificò l'unico effetto sul suolo: "appresso la barcaccia si è aperto il terreno et ha mostrato un antico acquedotto". Inoltre, alla foce del Tevere si sarebbe verificato un leggero maremoto: "Nel medesimo momento pure del terremoto le acque presso la imboccatura del medesimo Tevere si depressero nel letto e poco dopo di nuovo si innalzarono”.


E' il più forte evento sismico di origine locale di cui si ha notizia. A Roma produsse danni generalmente leggeri, ma molto diffusi, e raggiunse un'intensità pari al VI-VII grado MCS. L'epicentro, pur ricadendo sicuramente nell'area di Roma, appare piuttosto incerto in quanto non sono state recuperate notizie precise sul risentimento in località vicine alla città. Il terremoto provocò a Roma danni generalmente leggeri, ma molto diffusi. Il panico fu tale che tutti uscirono dalle case e passarono il resto della notte per le strade e le piazze. Settele, testimone oculare, circa venti giorni dopo il terremoto scrive nel suo diario che “la gente ha avuto molta paura del terremoto, alcuni ancora non possono riaversi… ogni giorno dicesi che si è sentito il terremoto, io non l'ho sentito più, io credo, che la paura faccia credere terremoto qualunque moto si senta nelle case”. Il quadro del danneggiamento comprende il crollo totale di una casa rurale “fuori Porta San Paolo”, rari e limitati crolli parziali, la caduta di un grosso “pezzo di muro” dall'Arco di Dolabella al Celio il crollo di una “porzione di muro” e “rovina di una parte della facciata” della chiesa di San Paolo alle Tre Fontane in zona Eur. Danni gravi ad una loggia del complesso della chiesa del Gesù, successivamente demolita in quanto non più recuperabile e alle chiese di San Giovanni della Malva e di San Benedetto in Piscinula, che si trovavano in cattivissimo stato di conservazione. Alcune crepe o lesioni nei muri.
Caduta totale o parziale di alcuni camini e di intonaci; anche dal cornicione del Colosseo caddero alcuni frammenti. Notevole la diffusione di danni lievi, come leggere lesioni con caduta di calcinacci in oltre quaranta chiese e in numerosi palazzi ed abitazioni.



Il terremoto si verificò alle ore 3.38 del mattino (GMT- Greenwich Mean Time) e interessò con effetti massimi pari al VI grado MCS la zona compresa tra Roma ed il litorale, in particolare la parte a Sud del Tevere. Le località più colpite furono piccoli centri abitati a Sud e Sud-ovest di Roma L'epicentro del terremoto può essere individuato nell'entroterra nei pressi di Castel Romano, a 8 km dal litorale, dove si verificarono danni più gravi. In città l'evento produsse danni lievi e poco diffusi: moltissime persone uscirono dalle abitazioni per paura di crolli e passarono molte ore per le strade e le piazze. I danni agli edifici riguardarono l'aggravamento di lesioni già esistenti, con la caduta di calcinacci e di qualche raro comignolo probabilmente già lesionato. Nei rioni Trastevere, Borgo e Testaccio i danni risultarono più frequenti ed in rari casi più gravi: notevoli lesioni si manifestarono, infatti, al Monastero di Sant'Egidio, in alcune case molto vecchie nei rioni Trastevere e Borgo, ed in altre recenti, ma mal costruite nel quartiere Testaccio.

E' il terremoto con origine nell'area dei Colli Albani che ha prodotto il danneggiamento più severo nel centro storico di Roma (VI grado MCS circa), sebbene l'intensità epicentrale (VII grado) non figuri tra le massime dell'area stessa. Il motivo è probabilmente la relativa vicinanza dell'epicentro a Roma (circa 17 km), rispetto ai più forti terremoti dei Colli Albani, quelli del 26 agosto 1806, del 22 gennaio 1892 e del 26 dicembre 1927, con un epicentro più distante dalla città. L'evento interessò con i massimi effetti una ristretta area sul versante nord-occidentale dei Colli Albani e fu risentito in quasi tutto il Lazio. A Frascati e Marino si verificarono i danni più gravi, con gravi lesioni nei muri delle case, caduta di numerosi comignoli e crolli parziali di tramezzi, volte, soffitti e qualche cantonata.
A Roma il terremoto causò panico generale, che indusse quasi tutti gli abitanti a fuggire dalle abitazioni e a spargersi per le strade e le piazze, o addirittura “fuori le mura”, dove molti passarono anche la notte. Sembra che il sisma sia stato avvertito più fortemente nei “quartieri alti” della città (rione Monti). I danni agli edifici furono leggeri e diffusi praticamente in tutta la città: lesioni nei muri di numerosissime case, aggravamento di lesioni preesistenti, caduta di cornicioni, calcinacci ed alcune “volticelle nei casamenti rimasti incompiuti in seguito alla crisi”. In alcuni casi fu necessario eseguire dei puntellamenti e sgomberare alcuni edificii; non si ebbero vittime, mentre furono numerose le persone ferite a causa di incidenti durante la fuga dalle case, o per il crollo di calcinacci o pezzi di cornicioni.


Il terremoto, avvenuto alle ore 13.41 (GMT), fu risentito in tutta la provincia di Roma ed interessò una limitatissima area a nord-ovest di Monte Mario con i massimi effetti, riferibili al VI grado MCS. Leggeri danni ad edifici si verificarono nei dintorni sia dell'attuale chiesa di San Francesco d'Assisi (all'epoca chiamata "Sant'Onofrio in Campagna"), sia della vicina stazione Monte Mario della linea ferroviaria Roma-Viterbo. Nell'area danneggiata erano presenti all'epoca soprattutto case di tipo rurale. Grande fu il panico nei quartiere Trionfale e Prati, più vicini all'epicentro del terremoto, a Trastevere, nel quartiere Testaccio e nelle zone di Porta Pia e Porta San Lorenzo. I danni agli edifici furono molto lievi, limitati a pochissimi edifici (una quindicina) e quasi sempre costituiti dall'aggravamento di lesioni già esistenti.



Il terremoto del Fucino è l'evento più recente e quindi il più documentato. Si tratta di uno dei più grandi terremoti storici appenninici: è stato infatti avvertito in quasi tutta l'Italia ed in parte della Jugoslavia ed ha raggiunto l'XI grado MCS nell'area epicentrale, a circa 80-100 km da Roma. L'evento ha interessato quasi tutto l'Appennino laziale-abruzzese con intensità superiori all’VIII grado.
Tutti i rioni ed i quartieri furono interessati da danni, seppure in varia misura ed in maniera non omogenea. Dodici giorni dopo il terremoto, gli organismi del Comune avevano già proceduto a fare 625 sopralluoghi, presumibilmente in altrettante abitazioni ritenute danneggiate. Questo indica la notevole diffusione dei danni, che però nella maggior parte dei casi risultarono leggeri. Si segnala il crollo di alcuni metri di muro dell'acquedotto Claudio vicino a Porta Furba. Piuttosto diffusi gli effetti del terremoto su edifici monumentali: vengono segnalate lesioni non gravi alle Mura Aureliane nei pressi di Porta del Popolo e Porta Metronia e la caduta di cinque metri di muro della parte superiore dell'acquedotto Claudio vicino a Porta Furba. Seriamente lesionate furono le chiese di Sant'Agata dei Goti e Santa Maria della Scala, nonchè il campanile di Sant'Andrea delle Fratte e la cupola di San Carlo ai Catinari. Si nota una maggiore concentrazione e una maggiore severità di danneggiamento nel settore occidentale della città, che comprende quasi tutti i più antichi rioni di Roma.

Da Molin et al. (1995), Sismicità, in “Geologia della città di Roma”, Memorie descrittive della Carta Geologica d'Italia, n. 50, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma.

05/09/16

La poesia della domenica: "Quando io morirò, nessuno saprà dire" di Anna Maria Ortese.



Quando io morirò, nessuno saprà dire


Quando io morirò, nessuno saprà dire
nessuno ricorderà la tua dolce bellezza
quando, vestito di celeste e di rosso,
stendevi la tua giovinezza su un prato
e la luna splendeva sulla tua fronte, gli occhi
ridenti e azzurri, la bocca rosa.
... Sei come una fanciulla e un soldato
Sei tenero e sei grave, fiducioso e sconsolato,
hai collere e scherno, e un sorriso timido.
... Presso la porta, sembrava che il sole
avesse sbagliato la strada, invece che l'orizzonte
avesse salito le scale di casa.
.... Eri là, splendente.
... Non posso dirti come sono in ginocchio
davanti a te, caro,
mio caro, mio splendore.
...Oh non è bella la casa che visiti,
non è importante la donna che ti aspetta,
non è questo un palazzo di cristallo,
né questa una signora.
... Ma tu, mio caro, mio tenero amore,
mia nuvola dorata, mio canto del mattino,
mio uccellino celeste, mio mazzetto di ciliege,
e anche spina per pungere, coltello per ammazzare,
tu non ti accorgi se non sono una signora.
...Tu cerchi l'erba. Oh, stenditi a riposare.


Anna Maria Ortese, tratto da Il mio paese è la notte, Empirìa, 1996. 

03/09/16

Un Bukowski intimo alla Mostra del Cinema di Venezia, in un docufilm di Matteo Borgardt.






"I complimenti e la fama ti infiacchiscono, l'odio invece ti fa attaccare ancora di piu' a quello ami fare". 

Parola di Charles Bukowski, protagonista di You never had it - An evening with Bukowski, il documentario di Matteo Borgardt costruito con i filmati della videointervista realizzata con lo scrittore nel gennaio del 1981 dalla madre del regista, la giornalista Silvia Bizio. 

Il film non fiction, presentato alla Mostra del cinema di Venezia come evento speciale delle Giornate degli autori, regala un Bukowski intimo, conviviale, che non nasconde le sue fragilita' e si confida bevendo vino, fumando e facendo visitare alla reporter (anche coproduttrice del film), diventata un'amica, la sua casa di San Pedro in California. 

Nelle immagini, che erano rimaste negli scatoloni per 30 anni nel garage di Silvia Bizio, Bukowski parla d'amore, sesso, del suo percorso d'autore, degli altri scrittori, che preferisce evitare ("meglio gli idraulici e i venditori di auto usate"), di quello che ha imparato negli anni. 

Un racconto arricchito dalle letture che fa di proprie poesie e dai disegni che realizzava per i suoi libri. "Dopo aver passato la vita a bere e scopare bene, ho capito che queste due cose non sono poi cosi' importanti" dice sorridendo. Accenna anche a come la sua difficilissima infanzia ("papa' mi picchiava con la cinta del rasoio..."), gli sia servita per diventare scrittore."Mio padre e' stato un maestro di letteratura?. Mi ha insegnato cos'e' il dolore".

02/09/16

Il film del giorno: "Kundun" di Martin Scorsese (1998).




E' la storia dell'attuale Dalai Lama, già vista e già raccontata in molti altri film, l'ultimo dei quali, "Sette anni in Tibet" di Jean-Jacques Annaud (molto più scarso qualitativamente).  

Scorsese invece della Patagonia sceglie il Marocco per ricostruire il Tibet e Dante Ferretti si scatena per rappresentare al meglio e in modo credibile la città di Lhasa e i grandiosi scenari tibetani. 

Scorsese sceglie anche una lingua opposta rispetto ad Annaud - evitando il polpettone narrativo - raccontando con pochi dialoghi e per immagini, il senso di una spiritualità molto lontana dal cattolicesimo dal quale proviene - nella sua storia famigliare - il regista. 

Ma il film funziona solo a metà e molto bene solo nella sua parte puramente cinematografica.  Gli ultimi venti minuti sono da antologia del cinema, con il montaggio straordinario di Thelma Shoenmaker "costruito" sulle iterazioni musicali di Philip Glass e della sua splendida colonna sonora.



01/09/16

"Narcisismo - Tre riflessioni liquide" di Patrizia Manganaro (Recensione).




Un prezioso piccolo libro di Patrizia Manganaro, docente di storia della filosofia contemporanea e di filosofia del linguaggio presso la Pontificia Università Lateranense e grande studiosa del pensiero di Edith Stein. 

Uno studio dedicato al fenomeno post-moderno del Narcisismo, muovendo i passi dal mito di Narciso, narrato nel terzo libro delle Metamorfosi di Ovidio. 

Il mito di Narciso, scrive la Manganaro, rende edotti sull'epoca attuale, visto che il presente è soprattutto visione

Manganaro riporta qui una illuminate considerazione di Pierangelo Sequeri: "Nella postmodernità non è più Prometeo il primo santo del calendario irreligioso come voleva Marx. E nemmeno Dioniso, come voleva Nietzsche. E' Narciso."

Siamo cambiati dalle immagini  e l'immagine liquida di Narciso è ombra, fantasma, icona, illusione, idolo, simulacro, figura, allucinazione, spettro, scintilla, miraggio dei nostri tempi. 

Di qui il dramma dell'autocoscienza e dell'autoreferenza.

Ci aggrappiamo d'istante in istante in ciò che appare, narcotizzati, in non luoghi disumanizzati. 

Una vera cultura del narcisismo  che secondo Manganaro produce alienazione, disagio, crepuscolo. 

Di questi fenomeni sono specchio gli intellettuali Narcisi dell'epoca attuale, ai quali la Manganaro dedica un ultimo bruciante, crudissimo capitolo. 

A questo narcisismo, cioè all'egoismo, è possibile opporre un'autoreferenzialità buona: l'egocentricità, che vuol dire ripartire dalla intimità. Una forma di resistenza, di dissidenza, di protesta, per la costruzione - scrive Manganaro - di una polis e di una universitas più autentiche, al servizio dell'interumano: la pratica non ego-logica della ragione. Silenziosa, discreta, empatica: perché la felicità si dà per sottrazione.

Fabrizio Falconi




31/08/16

I misteri della Fontana delle Tartarughe, in Piazza Mattei a Roma.

La fontana delle tartarughe in Piazza Mattei (foto di Francesco Rosa)



I misteri della Fontana delle tartarughe di Piazza Mattei.

E’ un’opera d’arte giustamente ammirata in tutto il mondo, la Fontana delle Tartarughe, in Piazza Mattei, realizzata nel 1585 con molta probabilità da Giacomo Della Porta e da sempre molto amata dai romani

La Piazza non poteva che chiamarsi in questo modo, visto che su di essa si affacciano ben cinque edifici che la potente famiglia romana fece costruire nel corso dei secoli, al punto tale che la zona veniva indicata popolarmente come isola dei Mattei. 

Il fatto che questa meravigliosa opera non sia esplicitamente firmata e la rapidità con cui venne eseguita generarono diverse leggende popolari, che come sempre forse hanno la base un fondamento di verità. 

Secondo la più celebre di questa, il duca Muzio Mattei, rampollo della celebre famiglia, che aveva perduto una parte notevole della sua fortuna al gioco, decise di sorprendere il futuro suocero con un coup de theatre e convincerlo a dargli in moglie la figlia, dopo una lunga resistenza. 

Decise così, secondo le leggenda di far realizzare, nel tempo di una sola notte, la fontana proprio al centro dell’isolato dei palazzi che appartenevano alla famiglia Mattei

La mattina dopo, convocati padre e figlia nella residenza nobiliare, senza dir nulla, li fece affacciare alla finestra, da cui si poteva ammirare l’opera appena realizzata, esclamando: Ecco che cosa è capace di fare in poche ore uno squattrinato Mattei ! 

Naturalmente, secondo la leggenda, l’espediente ebbe successo, eccome, e la giovane andò in sposa al Duca, con perfino le scuse da parte del suocero diffidente e la finestra, che era stata testimone del fatto, fu murata per porre fine alle chiacchiere

La leggenda è però palesemente falsa, almeno per la tempistica delle date: la fontana fu realizzata infatti, come abbiamo detto, nel 1585 ed era quindi certamente preesistente al Palazzo Mattei antistante, che è del 1616.

C’è allora chi ha affermato che in quella fatidica notte non avvenne la vera e propria realizzazione della fontana (del resto del tutto inverosimile), ma il suo spostamento: l’opera cioè, era già stata realizzata, ma si trovava in un posto diverso e nascosto, nell’isola dei Mattei, e il Duca si limitò ad ordinare che fosse spostata nel centro della piazza, sotto le finestre del palazzo, per fare colpo sulla famiglia della sua amata. 

Quel che è certo è che l’artefice della bellezza di questa fontana fu, oltre a Giacomo Della Porta, lo scultore Taddeo Landini, che realizzò le elegantissime figure dei quattro efebi di bronzo, i quali si ergono su conchiglie di marmo, poggiando il piede su altrettanti delfini, sempre di bronzo, i quali con la mano sollevata spingono nella vasca quattro tartarughe. 

 E’ noto che all’inizio, nel progetto originario, le tartarughe non dovevano esserci: a saltare nella conca della fontana dovevano essere invece quattro delfini, che non furono invece mai realizzati. 

Le tartarughe furono aggiunte nel corso di un restauro della fontana, avvenuto nel 1658 per volere di Papa Alessandro VII e sono opera di Andrea Sacchi o molto più probabilmente di Gian Lorenzo Bernini

 E forse per questo, per il loro valore o semplicemente per la loro fama di animali-talismano, le tartarughe furono più volte rubate: la prima volta all’inizio del secolo scorso, nel 1906

Per fortuna in questo, come negli altri casi, le tartarughe furono sempre ritrovate. 

L’ultimo furto avvenne in pieno conflitto mondiale, nel 1944 e in quella circostanza fu addirittura uno straccivendolo a farle ritrovare e a riconsegnarle integre alle autorità, le quali però dopo l’ennesima sparizione (con ritrovamento) nel 1979, si convinsero che fosse giunto il momento di salvaguardare le tartarughe anche per la relativa facilità con cui potevano essere asportate da malintenzionati dal monumento. I quattro pezzi originali del Bernini furono messi al sicuro nei Musei Capitolini e sulla fontana furono poste delle copie, quelle che ci sono ora, in tutto identiche all’originale.


Foto in testa di Francesco Rosa. 

30/08/16

"Una storia comune" di Ivan Gončarov - (Recensione).



Pubblicato originariamente da Fazi nel 1999, torna in libreria ristampato, questo piccolo grande capolavoro di Gončarov, molto ammirato da Lev Tolstoj. 

Una storia comune racconta le vicende di un giovane romantico e sognatore, Aleksandr Aduev, figlio unico, che si trasferisce dalla provincia, dove la madre lo ha sempre adorato e vezzeggiato, a San Pietroburgo, ospite in casa dello zio Pjotr, un pragmatico capitalista sposato con Lizaveta Aleksandrovna, una bellissima donna molto più giovane. 

Aleksandr che crede convintamente nell’amore eterno, nell’amicizia indissolubile e soprattutto si reputa un grande poeta, si scontra immediatamente con la dura filosofia cinica dello zio, uno dei caratteri più indimenticabili della letteratura russa, che cerca di orientarlo verso una visione spietatamente realistica della vita

Il romanzo è dunque una vicenda travolgente, che provoca il lettore con toni apparentemente leggeri, su ciò che di più essenziale riguarda la vita: ovvero il senso stesso dell'esistenza, in un continuo confronto-scontro tra gli ideali primari di Aleksandr, nutriti da un cuore puro e quelli del navigato zio, che sembrano prevalere sempre e comunque:  la vita, sostiene, è sostanzialmente prosa e ha da essere vissuta prosaicamente. 

Con spirito implacabile Gončarov sembra voler smontare pezzo a pezzo il convincimento secondo cui la vita deve continuare a nutrirci con qualcosa di intangibile e superiore. 

Vinto dalle amarissime disillusioni amorose e letterarie, ad Aleksandr non giova nemmeno il ritorno nella casa avita, nel cuore della natura che lo ha generato. 

Spinto dalla smania fa ritorno a San Pietroburgo e in un ultimo confronto con lo zio, tutto sembra nuovamente in bilico, perché anche a Pjotr la vita sembra aver presentato un conto definitivo, in forma di nemesi. 

Ma il finale del geniale romanzo è completamente aperto, e a Goncarov non interessano le facili consolazioni. 

Scritto in prosa e versi e pubblicato nel 1847, è il primo libro di una trilogia (a cui seguono il celebre Oblomov e Il burrone). Dimenticato per oltre un secolo a causa della sua mancanza di impegno politico e sociale, il libro viene oggi riscoperto come un grande capolavoro della letteratura russa dell’Ottocento, che conserva una brillante e amarissima modernità. 

Fabrizio Falconi



16/08/16

ll libro del giorno: "Stanley Kubrick la biografia", di John Baxter.




Appena morto il grande Stanley Kubrick, fu completata questa biografia che ricostruisce la storia del maestro senza indulgere troppo nel pettegolezzo e nelle ovvietà, a proposito di un monumentale personaggio sul quale è stato scritto di tutto. 

Notizie e aneddoti interessanti che raffigurano un genio ombroso, dittatoriale, comunque sempre purissimo. 

Verso la fine del libro, disponendo di notizie sempre più scarse, il ritmo di allenta e la narrazione - all'inizio appassionante come un romanzo - si fa più faticosa. 

Qui e là Baxter è costretto a lunghe divagazioni per sopperire all'esile consistenza delle scarne testimonianze. 

Un libro comunque utile e dal grande valore documentale. 







15/08/16

Poesia di Ferragosto - Atarassia (de tranquillitate animi) di Fabrizio Falconi.







Atarassia
(de tranquillitate animi)



Un cuore di giada vorrei
mantenere lo spazio aperto
soltanto
dentro di me, vivere di niente
come un comandamento.
Allontanare
il tuo bellissimo gioco roseo
intristirmi beato
al cardine dei miei anni
canuti, aspettare
il freddo guardarti da lontano
come si guarda
un errore che da sé
non si comprende.
Hai lasciato disordine
e tutte le ferite
resteranno brucianti
non così il mio cupo orizzonte
colorerà ogni spazio
della tua imperdonabile
assenza.


Fabrizio Falconi - inedito 2010 - © - proprietà riservata/riproduzione vietata. 
in testa: fotogramma da Zerkalo (Lo Specchio) di Andrej Tarkovskij, 1975.

14/08/16

Poesia della domenica - "Ricordare qui non basta", di Rainer Maria Rilke.




III.


Ricordare, qui, non basta, il puro
esistere di quei momenti sia 
sul mio fondo, un precipitato
della soluzione smisuratamente satura.
Perché io non rammento, quello che sono
mi tocca per causa tua.  Non ti invento
in punti tristemente raggelati
da cui fuggisti; la realtà stessa della tua assenza
è calda di te e più vera di una mancanza.
La nostalgia si perde troppo spesso nell'indistinto.
Perché dovrei espellermi, mentre forse il tuo influsso
mi è lieve, come il chiaro di luna a quel posto alla finestra. 


Rainer Maria Rilke, composta probabilmente a Duino, nell'ottobre del 1911 e conservata nel lascito di Lou Andreas Salomé in una trascrizione fatta da Rilke nel suo periodo a Monaco (1919).



13/08/16

Le catacombe di San Valentino e gli immensi tunnel sotto la collina dei Monti Parioli.



Le catacombe di San Valentino e gli immensi tunnel sotto la collina dei monti Parioli 


Quando si imbocca viale Maresciallo Pilsudski, venendo da viale Tiziano, si lasciano alla sinistra gli impianti sportivi dello stadio Flaminio e del palazzetto dello sport, mentre a destra, all’interno di un muro di cinta, passano del tutto inosservati i ruderi di un’antica basilica romana dedicata da papa Giulio I (nel V secolo d. C) a san Valentino, vescovo di Terni e martire

La basilica, costruita intorno al sepolcro del santo, fu ampliata nell’VIIIsecolo d.C., ma ben presto cadde in rovina e oggi non rimangono che pochi resti. 

Eppure, per tutto il Medioevo, a fianco all’edificio, esisteva anche un monastero nel quale trovarono ospitalità e rifugio i pescatori di fiume e i vignaioli della zona, che erano fuori del recinto cittadino, quando Roma era minacciata dalle scorrerie saracene e dalle guerre baronali.  
Vicino ai ruderi esiste ancora oggi l’ingresso alle antiche catacombe. 



Al di sotto e all’interno della collina dei monti Parioli, infatti, si estende un immenso cimitero sotterraneo che nel corso dei secoli ha restituito una gran quantità di sarcofagi, lapidi funerarie e iscrizioni, alcune delle quali oggi abbelliscono alcuni dei palazzi del quartiere considerato, tradizionalmente, il più ricco della Capitale. 

La galleria più antica di questi sotterranei è stata allargata in forma di cappella e ornata di splendide pitture risalenti al VII secolo d.C., con scene desunte dal protovangelo di Giacomo, scritto nel 150 d.C. 

Le diramazioni delle gallerie delle catacombe di San Valentino sembra siano estesissime

Una conferma indiretta si è avuta qualche anno fa, durante gli scavi per l’erezione di un edificio in viale Parioli, al civico numero 16, quando gli operai si sono imbattuti in cunicoli sotterranei ben tamponati all’interno e asciutti, che secondo gli archeologi sono riferibili alle catacombe di San Valentino. 

Sulla base di queste acquisizioni c’è chi ha teorizzato, non senza validi argomenti, che queste gallerie raggiungano, ricongiungendosi a esse, le catacombe di Priscilla, sulla via Salaria.

A partire dal Cinquecento, comunque, le gallerie sottostanti la collina dei Monti Parioli furono adattate a grotte e utilizzate come deposito per le botti di vino. 

Più prosaicamente, negli ultimi decenni, le stesse grotte sono diventate un ricovero per diseredati di varie nazionalità: emergenza che ha indotto le autorità capitoline a serrarne gli ingressi con antiestetiche cancellate in ferro.


Foto nel post, di proprietà dell'autore.