11/03/09

Cristiani perchè tanta paura ?


Cari amici, anche riallacciandomi all'ultimo commento di Alessandro, e alla mia risposta, nel post precedente a questo, mi piace proporvi questo denso articolo comparso domenica sul Sole 24 ore a firma di Roberta de Monticelli.


Cristiani, perché tanta paura?
di Roberta De Monticelli
in "Il Sole-24 Ore" dell'8 marzo 2009


Ma esiste una «scuola medica-teologica-filosofica» del San Raffaele, come da più parti si dice?
Certamente c'è un nuovo personalismo, da molti di noi condiviso (sul Sole 24 Ore lo ribadisce Giorgio Cosmacini, che chiama giustamente «testamento biografico» il testamento biologico).

Come non rallegrarsi profondamente dell'eco che oggi trova la voce di un teologo come Vito Mancuso? Anche le reazioni di sconcerto o scandalo che essa provoca sono segno certo che con lei «lo spirito è al lavoro». Lo sentiamo, il suo soffio che ravviva, in un'idea grandiosamente semplice, che Mancuso esprime dal punto di vista teologico ed ecclesiologico, quando invita i cattolici a rinnovare «la svolta positiva che il Vaticano II ha introdotto fra cattolici e storia», estendendola «al rapporto con la natura».

Vista dal versante neuroscientifico, etico e filosofico questa è l'idea stessa che ha portato a fondare una facoltà filosofica di concezione tutta nuova. L'evento cosmico cui noi umani assistiamo da che esistiamo - lo stupefacente emergere della personalità e dei suoi mondi dalla materia e dall'energia di cui siamo fatti - dopo aver finalmente penetrato, con la modernità, la nostra consapevolezza e la nostra scienza, chiede oggi alla nostra ragione pratica-morale, giuridica, politica oltre che religiosa - di farsene carico. La nostra ragione matura con noi. Forse quello che veramente caratterizza l'intero «tempo moderno», sempre più incisivamente e rapidamente, è la crescita relativa della vita personale rispetto a quella sub-personale, che la nutre e sostiene. Cresce la parte di «natura umana» che ciascuno di noi «impersona», che ingloba nella propria personalità morale e spirituale, e di cui è chiamato a farsi responsabilmente carico. Cresce la parte di vocazione e decresce quella di destino.

Si allargano i confini della giurisdizione della coscienza morale di ciascuno: e questo vuol dire che molto più spirito si incarna e molta più natura si spiritualizza. Cioè si incorpora nella personalità degli individui: molti più fatti biologici, molti più legami sociali si fanno oggetto delle sensibilità personali. Per la responsabilità che ne portiamo ormai, nel bene e nel male. Oggi le posizioni del Magistero in materia di etica pubblica si riconducono in gran parte a una volontà
di limitare l'interpretazione personale della vita biologica: in nome della sua «indisponibilità», in nome della «natura».

Eppure le differenze personali nel modo di vivere la sessualità, la riproduzione della specie, la fine della vita attestano una «spiritualizzazione» della natura, un suo venire incorporata entro le vocazioni personali. Dove la biologia, il sesso, l'amore, la morte sono «impersonate », come si può rispettare la natura senza rispettare le differenze fra le persone? Là dove la natura si impersona e la personalità si incarna, lo spirito vive e soffia potenzialmente di più, e non di
meno, la sensibilità ai valori si allarga e non si restringe.

Il cristianesimo, la «religione dello spirito», è la radice di un personalismo che oggi più che mai è seme di intelligenza nuova. E lo spirito è fatto per rinnovare la mente di ciascuno, non dei soli credenti. Non porta un semplice rinnovamento del sentire e del pensare, ma la concezione stessa del divino come perenne nascita del nuovo in noi, anche attraverso l'immensa libertà che la quotidiana «morte» dell'«uomo vecchio» ci conquista rispetto al passato e alla cieca ripetizione di ciò che eravamo.

E allora perché tanta paura, tante difese? Perché così poca speranza?

5 commenti:

  1. ... Perché, tanta paura anche nei cristiani per il mistero di un Dio inconoscibile seppur tanto intimo all'uomo? Perché vi é questa fatica ad accettare il limite di una conoscenza ridotta alla sola ragione? Perché, questo bisogno ossessivo di ricondurre tutto ad una unità di misura che ce ne consenta il possesso? Perché questa è l'esigenza del conoscere, possedere ciò che si conosce! Perché negare che il soprannaturale attraversa l'uomo e il creato e forse vi sono capacità di comprensione dell'indicibile che ci sono ancora ignote? Perché l'uomo ha questo bisogno di ricondurre tutto al palpabile e misurabile?
    Un conto è riconoscere il diritto dovere della società civile, nelle sue espressioni politiche di dotarsi di leggi che riguardano tutti i cittadini, credenti e non credenti in Dio: E' altrettanto evidente che queste leggi non debbano e non possono essere fedeli alla visione antropologica dei cristiani, o di coloro che si dichiarano tali come contrapposizione ad altre civiltà. E' tautologico affermare che vi è uno svelamento progressivo delle possibilità e capacità umane segna ricordare che, per lo più questo attiene la sua capacità di pensiero complesso e astratto ma non la sua unità profonda di soma, psiche e nous! Perché tanta paura, anche nei cristiani che hanno fede non quelli che se ne dichiarano tali culturalmente, di riconoscersi creature? Perchè tanta paura della libertà, quella vera, di chi non riconosce nulla di stabile,nel visibile pur cercando con amore e rigore il più alto livello di comprensione possibile? Perché tanta paura dell'amore, dell'incontro con l'altro, del guardare in se stessi illuminati dalla misericordia di Cristo? Perché? Pur sapendo che nel cuore di ognuno questo è il bisogno, la nostalgia, il desiderio profondo? Perché tanta pavidità? Perché tanta vergogna a essere di Cristo nella vita ordinaria, negli affetti semplice, nei rapporti quotidiani? Perché?.... Perché? .....Forse perché c'è la Chiesa che c'è? Ci manca la guida di un Papa buono? ci manca il buon Pastore? Forse dobbiamo accettare di discutere se nel Dna troviamo l'essenza di Dio, altrimenti siamo premoderni, antichi? Riconoscere che se non c'è nelle cellule c'è solo in cielo, quindi rimettere Dio nella dimensione spirituale come se l'incarnazione che ha unito cielo e terra non fosse avvenuta? Dobbiamo dire che la spiritualità cristiana è un addestramento dell'anima e non la struttura portante del mondo e delle regole di convivenza che gli uomini se credessero all'amore dovrebbero darsi? Dobbiamo dire che gli orientamenti sessuali appartengono alla libertà dell'uomo e tanto basta perché se aggiungiamo che vi é una verità e una ragione naturale nelle relazioni di genere diventiamo integralisti? Vedi Faber, parto da un altra prospettiva ma concludo con la stessa domanda "Cristiani perchè tanta paura?"

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  2. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  3. La tua prospettiva, Alessandro, è valida quanto quella di R.De Monticelli.

    Il bicchiere è lo stesso, da qualunque parte lo si guardi.

    La mancanza di coraggio, la paura che blocca esistono nelle gerarchie, ma ahimè esistono oggi nella cosiddetta 'base', nei fedeli cristiani (diciamo in molti, non in tutti, conosco delle nobili eccezioni, di gente che non si ferma di ricercare, di sperimentare, e di lasciarsi attraversare realmente da Cristo ogni giorno).

    E' molto facile additare la pagliuzza (anche se questa si sta trasformando in una trave) della mancanza di coraggio delle gerarchie, dimenticandosi della trave, che è la mancanza di coraggio in ognuno di noi.

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  4. Caro Faber vorrei ripartire proprio da quella che tu chiami "base" per poter dire che ne dovremmo parlare di più, una base che dovrebbe dialogare di più anche con semplici metodi come questo blog del quale non finirò mai di ringraziarti per averlo creato.
    La "base", ogni cristiano, anzi ancor prima ogni uomo o donna, ha insita in sé la paura.
    Adamo ed Eva ebbero paura e si nascosero e Dio disse: "Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell'albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?"
    Si ognuno di noi ha mangiato di quell’albero e la paura per quanto coraggio possiamo avere – e il coraggio non solo serve ma diventa segno inequivocabile del cuore che cerca, dell’uomo che ha fede – non potremmo mai vincerla da soli.
    Ci è donata la possibilità di incontrare Cristo nel nostro cuore, che la nostra personalità, il nostro carattere lo conoscano e solo con il nostro libero si a Cristo e con il continuo riavvicinarsi al Signore – come nella quaresima che stiamo vivendo – possiamo andare oltre la paura e vivere.
    Si penso proprio che dovremmo, senza nessuna voglia di specchiarsi, parlare di noi, dei nostri limiti e delle nostre capacità di amare; dei nostri peccati e della nostra vita piena in Cristo.
    Che giova parlare di quello che fa o dice la gerarchia se non ho incontrato Cristo nel mio cuore, se non gli rinnovo periodicamente la mia fiducia?
    Parliamo più di noi e soprattutto di quelli che ricercando Cristo incessantemente nella propria vita ci danno ogni giorno l’esempio che lo Spirito è fra di noi. Parlo per esempio dei santi che purtroppo siamo spesso abituati a vedere come un arido elenco in un calendario.
    Sono convinto che parlare più della “base” possa aiutare di più tutta la chiesa a prendere coscienza di sé stessa e della sua cattolicità.

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  5. Caro Angelo,

    ti ringrazio davvero molto per il tuo intervento, che mi ha fatto molto pensare.
    Sì, in effetti, dovremmo parlarne tutti di più, dovremmo pensarci, a questa mancanza di coraggio.

    Anche la cosa che scrivi sul Giardino dell'Eden, mi fa molto pensare perchè proprio in questi giorni ho letto un libro, nel quale l'autore individua in Eva l'autrice della decisione di trasgredire l'ordine, e di lasciare così, il giardino paradisiaco.

    E' una motivazione molto originale, quella dell'autore, che non posso sintetizzare del tutto, ma che si estrinseca nella irrequietezza, che è il vero cancro dentro l'uomo.

    In particolare in Occidente, e nel Cristianesimo, che è la religione dell'irrequietezza per eccellenza (basti pensare a quanto e cosa succede nei racconti evangelici).

    In definitiva, suggerisce l'autore: Eva è il simbolo dell'uomo che letteralmente non sa sopportare uno stato paradisiaco, cioè uno spazio, potremmo dire, di pace, di tranquillità divina, di appagamento, di felicità.
    Ne è, anzi, terrorizzato.

    Ogni volta che si concretizza questa possibilità, sembra che scatti nell'uomo una volontà autodistruttiva, di rivolgersi ad altro, a un'altra emozione, a un'altra esperienza, a un'altra cosa.

    L'uomo, insomma, non sa stare fermo. e potremmo dire: non sa stare fermo nella sua fede. Ha bisogno di irrequietezza. Perchè la pace, il non bisogno di desideri, la pienezza divina - probabilmente - suscitano in lui una profonda paura.

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