07/04/15

Sub specie aeternitatis (di F.Falconi) - Una nota di Maria Modesti.

una nota di Maria Modesti su  Sub specie aeternitatis di Fabrizio Falconi



La sequenza delle poesie, divise in due parti ben distinte, Candoblè e Sub specie aeternitatis, rivela una progressiva padronanza stilistica nel verso libero che piano piano si distende, prendendo anima e voce.
Si passa così da immagini evocative “sostieni i vestiti di calce / offri ancoraggi idonei / dopo lente attese d’alto mare / et libera nos a malo “ (pag.10), immagini che riassumono, insieme ai versi successivi – “pallidi evasi / coscritti / destini derelitti, / dispersi dannati poveri cristi (pag.14) e naufraghi affamati esausti…”. (pag.15) – la condizione oggettiva, reale dell’uomo moderno, con le sue angosce, contraddizioni, vuoto e solitudine, senza, però, rinunciare all’anelito verso l’assoluto, a quella “sotto specie dell’eternità” dove l’individuo – libero non sono (pag. 28) - , ossia il poeta, mette in gioco se stesso in quella strana “caccia alla volpe” che “è la vita”(pag.28).  Scrive, infatti, Falconi - “Sono io / invece / l’oggetto, / l’artefice. / Ogni giorno distruggo / il mio pezzo di creato, / lo metto in conto / e ricomincio daccapo “ (pag.47) -.
 E’ l’io del poeta ad essere in discussione, a misurarsi e confrontarsi con gli altri, i vivi e gli assenti, cercando nel destino di ognuno, nella sua traccia o memoria, “un chiaro segno di riconoscimento”
E all’orizzonte c’è un sorriso, c’è un passaggio di luce, c’è un ramo argenteo, c’è una nube bianca che si srotola dai monti.
Si percepisce il senso della vita accanto a quello della morte, della luce accanto all’ombra.
Il messaggio che emerge è quello di una semplicità naturale come il vento, le foglie, il bosco e la neve che appesantisce “i rami / di vita nascosta, in nuce, / non visibile / ma reale” (pag.52).
Contaminazione, quindi, tra vari elementi nel tempo, nelle stagioni che si succedono “i giorni lunghi di novembre  in quella “conta degli assenti” (pag.53) che rimanda alla memoria, ai morti.
Più esplicito il riferimento è nel verso Voci di cose, separazioni” dove palpabile è il passaggio all’eternità, ad un assoluto (aria, cielo) che trascende e che pure è vivo, concreto nello sguardo della donna amata, sguardo che concede, tuttavia, una forza “che era celeste” (pag.60), prima che tutto si dissolva, definitivamente, nel momento del “passaggio”, del buio - sospeso nell’attesa di essere “interamente illuminato”.


Maria Modesti

06/04/15

E' morto Desmond O' Grady - Un ricordo.

Desmond O' Grady

Nessuno ne ha parlato in Italia, ma qualche tempo fa (agosto 2014) è morto Desmond O' Grady uno dei più grandi poeti contemporanei, che ho conosciuto qualche estate fa. 

O' Grady, nato in Irlanda, a Limerick il 27 agosto 1935, ha attraversato da outsider il Novecento, entrando in contatto con le più grandi personalità del secolo, da Jean Paul Sartre e Simone de Beauvoir a Picasso, da Samuel Becket a Ezra Pound, di cui fu amico intimo per lungo tempo. 

Desmond O' Grady ed Ezra Pound a Spoleto nel 1966

Desmond O'Grady (in camicia bianca e cravatta) vicino ad Ezra Pound e insieme ad altri poeti, Spoleto 1965. 


Desmond O'Grady decise di seguire la sua strada poetica a 15 anni e la seguì ignorando tutto, era un uomo fuori dalla mentalità della sua Irlanda, un "estraneo". Come la sua poesia era cittadino del mondo, nel senso abusato di questo termine. 

Irregolare ed errabondo, visse per diverso tempo a Roma, dove finì anche nel cast felliniano de La Dolce Vita, dove in una scena memorabile (a casa dell'intellettuale Steiner)  interpreta praticamente se stesso. Eccola : 




Al termine delle sue peregrinazioni ha fatto ritorno nella sua Irlanda, dove è morto.  Il suo collega Séamus Heaney, premio Nobel per la Letteratura nel 1995, lo ha definito "... una delle principali figure del mondo letterario Irlandese". 

Era membro di Irelands Aosdana, l'Organizzazione Irlandese degli Artisti. 

Ha pubblicato oltre 40 libri di poesia. Desmond O'Grady è uno di quei valorosi scrittori irlandesi che hanno fatto la rivoluzione con la penna cercando una rivincita storica e culturale per i suoi simili. 

E' indimenticabile, per me, il ricordo di una sera d'estate di alcuni fa (doveva essere il 1999) al Ristorante La capanna del negro (che oggi si chiama molto più prosaicamente Il vecchio Tevere), a Porta Portese, uno dei ristoranti preferiti di Pasolini, che affaccia sull'ansa del fiume di fronte a Testaccio. 

O'Grady, accompagnandosi con il solito vino a profusione, recitò per noi, in inglese, una delle sue poesie più grandi.  Questa, che riporto nella sua traduzione italiana e nella sua versione originale: 

E, sottratti all'agonia della luce,
lasciandoci dietro tutta la distruzione passata,
stendiamoci ancora sul vecchio letto
solido sotto il tetto d'alghe e bambù,
aprendo l'un l'altro bianche braccia felici.

Poi lascia che ti racconti tutta quella storia,
l'arte di sopravvivere nella lotta quotidiana:
i colpi dati, le percosse ricevute,
di anni vagabondi di vincite e di perdite
cercando di non diventare un distruttore.

Mentre veglio su di te, lascia cadere i lunghi capelli
che siano d'ombra alle tue spalle prima del sonno,
perché tutto questo luogo si romperà
e andrà in pezzi se ti dovessi assentare.

Desmond O'Grady - da 'Pillow Talk'. 

And, out of the light's agony
leaving behind all past destruction,
let us lie down again on that old bed
steadfast under the bamboo and seaweed ceiling, 
opening glad white arms to one another.

Then let me tell you all that story
That's the skill of survival in the daily struggle:
the blow's given, the beatings taken, 
of wandering for years and of wins and losses
in the search not to end a destroyer.

While I watch over you, let down your long hair
to shadow your shoulders before sleep
for all this place shall break
and fall apart should you go absent. 



Un grande poeta, Desmond O' Grady, un sognatore romantico (o post-romantico), un irregolare vissuto come si dovrebbe vivere.  Rischiando il cuore ogni volta, cercando soltanto di diventare (come diceva Nietzsche) quello che si è. 




Fabrizio Falconi (C) riproduzione riservata 2015

05/04/15

Poesia della domenica - 'Ruga' di F. Falconi.





Ruga



La piega amara formata sul volto
non l’hanno fatta gli anni, i punti e le virgole
le prudenze miserabili, i fuochi disperati
i balli fino all’alba, le misericordie
i crimini tentati, l’alacre monumento costruito
a te stesso, curvo
sul traguardo, le linee hanno preso corpo
si sono divise e demarcate come il ramo
stentato di un ciliegio
il rosso s’è sparso, la quiete in un giorno
dissolta
come l’acqua che prima c’era
le rane di notte
i pomeriggi senza requie, sudore inutile
cerchio di cose che contano
i nomi di quelli che restano,
tutto me stesso, l’amore al settimo
cielo, allontanati da me curami distraimi
rendimi pane che precipita dalla scarpata
rendimi pioggia che non s’intride
ai tessuti
rendimi pieno di attesa eterna
scevra di rancore.



Fabrizio Falconi (C) riproduzione riservata- aprile 2015

04/04/15

'Gita al faro' di Virginia Woolf - Il tutto e il niente che è la vita.



Che cosa è la letteratura bisognerebbe domandarlo allo spirito di Virginia Woolf.

Questa è letteratura pura al cento per cento, cioè arte, cioè riempimento della vita attraverso il senso doloroso e vivo della verità e della bellezza che è l'esistenza.

In questo meraviglioso romanzo non succede nulla. Eppure succede tutto.

Tutto questo nulla è riempito, attraversato dal tutto che è la sensibile passione di una vita, fatta di assenza e di memoria, di lutto, di sacrificio e creazione artistica.

Un libro prodigioso e grandioso che ricrea la realtà viva a partire da un semplice essere del pensiero.

Straordinaria, per efficacia, chiarezza e intensità, prefazione di Nadia Fusini.




Fabrizio Falconi (C) -  riproduzione riservata 2015.

03/04/15

La matematica è magica. Un gioco per voi.






Ci sono cose della matematica che stupiscono i profani come me. E fanno intendere come mai a questa sapienza è stata, per molti secoli nel passato, associata una proprietà quasi magica o esoterica.

Il gioco è questo. Seguite questi semplici steps.

1. Pensa a due numeri inferiori a 10.

2. Prendine uno dei due e aggiungi 1.

3. Moltiplica il risultato per 5.

4. Aggiungi ancora 1.

5. Raddoppia il risultato.

6. Sottrai 1.

7. Aggiungi ora il secondo numero pensato.

9. Aggiungi 2.

10. Raddoppia il risultato.

11. Sottrai 8.

12. Dividi per 2.

13. Dimmi il tuo risultato.

14. Sottrai 9.


Le cifre che compongono il numero ottenuto sono i due numeri che avevi pensato. 

Stupefacente, no ?

Fabrizio Falconi


01/04/15

Pier Francesco Paolini - Via Baccina. Un ricordo.





Ho conosciuto Pierfrancesco Paolini parecchi anni fa.

E soltanto casualmente ho saputo da Carlo Bordini - durante la commemorazione per Luigi Attardi tenuta alla casa editrice Empiria - che Paolini che era morto pochi giorni prima. 

Mi sono immediatamente ricordato di quel giorno in cui viaggiammo insieme in pullman fino a Celano, dove si inaugurava una esposizione d'arte contemporanea alla quale eravamo entrambi invitati. 

Familiarizzammo subito. Stimavo Paolini ben prima di conoscerlo personalmente: da sempre leggevo il suo nome stampigliato sui libri Mondadori o Rizzoli nelle traduzioni dei romanzi di Saul Bellow, che furono il mio innamoramento per la letteratura contemporanea (dei classici mi ero innamorato molto molto tempo prima). 

Paolini era un grande traduttore (in molte case di italiani esiste una copia del Gabbiano Jonathan Livingston, di Richard Bach, uno dei tanti libri tradotti da lui, ma il suo catalogo è veramente sterminato). 

Ma Paolini era anche un fine letterato. Diceva sempre: 'si traduce per vivere, si scrive per esistere'.

Bordini ha raccontato una tristissima parabola finale, come accade spesso in questo paese che non ha nessuna considerazione per i suoi intellettuali creativi: pare che Paolini sia morto in totale povertà. 

Il che risulta veramente inaccettabile per uno come lui.   Sugli scaffali di Empiria ho trovato questa poesia vitale, bellissima, piena di vita...,,  Via Baccina, che voglio lasciare qui ad esempio della bellezza dell'anima di Pierfrancesco.  


Via Baccina

Quando mi viene voglia di morire
prendo la metro e vado in Via Baccina.
è una via solitaria in un quartiere
vivace – strada quasi d’altri tempi.
Nel cuore storico di Roma antica
è una via malinconica, inromana,
ben lontana – diresti – dal vicino
frastuono dei motori e la notturna
allegria, spensierata e spendereccia,
delle Vie de’ Serpenti e del Boschetto,
di Madonna dei Monti, Via Leonina,
Via dei Zingari, Via dell’Angeletto.
Non ci trovi neppure un’osteria
in Via Baccina mia. C’è la bottega
(ma non è solo questo che mi strega)
d’un falegname antico che, ancora,
diresti che lavora legni rari,
ai tempi rei degli empi truciolati,
per fabbricare scrigni e stipi varii.
Ci sono negozietti di paese
dove la vecchierella va a comprare
“Mezz’etto, sor Novè, di mortadella”
ma puoi trovare prelibati
cibi e sapori ormai dimenticati,
tartufi, ed i fegatelli del vero
maiale – quello nero. C’è l’oscuro
portone sempre chiuso d’un ospizio
dove immagini ch’abbiano ricetto
principesse e marchesi immiseriti.
Simile a un antro, ad una catacomba,
c’è un Circolo Sportivo dove annosi
tifosi di Mazzola e di Piola,
al lume – sembrerebbe – di candela,
portano avanti una disperata
partita di tressette o di scopone
e rimembrano quella di pallone
dell’Italia che batte l’Inghilterra
nel Mille-novecento-trenta-quattro.
Poco più oltre ha la sede l’Empirìa,
la piccola casa Editrice che ha stampato
tanti libri di buona narrativa
e di incontaminata poesia.
Giunto in fondo alla via – mi soffermai.
Ed alzo gli occhi verso una soffitta
che il titolo ha, per me, di nostalgia.
Nel Mille-novecento-cinquantuno,
lì trascorremmo la breve stagione
del nostro amore eterno, io e la bella
donna che in terra ebbe nome Nicella:
Fenice Codispoti in Polverari,
polvere ormai da trentacinque anni.
Dentro di me, una voce ripeteva:
A thing of beauty is a joy forever.
E così sia.
Ricordo che, al risveglio, quel mattino
– lei dorme ancora – le depositai,
quasi a sigillo di una gioia estatica,
un bacio mordicchioso su una natica.
              Al termine di questa passeggiata
              la voglia di morire m’è passata.

(Pubblicata da Empirìa)

31/03/15

Nail Chiodo - Luigi Attardi : La sua "Lettera d'addio" pubblicata da Empiria. Il ricordo romano.



Luigi Attardi (conosciuto con lo pseudonimo di  Nail Chiodo) era (ed è) un amico poeta ed è morto in Svizzera pochi mesi fa, a 62 anni, il 31 ottobre 2014, dopo aver scoperto nella primavera 2014 di avere una malattia terminale. 

Laureato in Filosofia a Yale Nel 1974, Attardi negli ultimi anni si era dedicato esclusivamente alla scrittura di versi in lingua inglese e alla sua agenzia professionale di Traduzione Internazionale Lyrical Traduzioni. 

Il Suo addio alla vita è stato particolarmente toccante. Prima di partire per la Svizzera, senza che nessuno ne avesse notizia, ha scritto una Lettera d'addio in versi (Rambling Poem-Finale Poem), spedita per posta a poeti, amici e conoscenti. 

Gli amici l'hanno ricevuta senza rendersi conto, nella maggior parte dei casi, che Luigi aveva già deciso di non esserci più. 

Ieri, presso le Edizioni Empiria - la  Libreria  di  via Baccina 79 a Roma, si sono ritrovati gli amici di una vita: Carlo Bordini, Justin Bradshaw, Francesco Dalessandro, Frédéric Dévé, Marco Fabiano, Giuseppe Gandini in occasione della pubblicazione - proprio per Empiria - della Poesia finale di Attardi. La pubblico qui nella versione in Italiano e in Inglese.


Poesia errabonda
in forma di lettera d’addio 
a parenti, amici e conoscenti
 
Non bisogna stupirsi, osservò Ludwig, 
quando qualcuno che non ha la chiave
 
per entrare nel testo di un autore
 
non ha nemmeno i mezzi per capire
 
ciò che quello vorrebbe preservare
 
da un’attenzione importuna e indiscreta.
 
La metrica può invogliare alla lettura
 
o scoraggiare: chi non ne è convinto
 
non potrà penetrare questi versi.
 
La
 privacy permessa dalle regole formali, 
che impedisce un esame maldisposto,
 
è un vantaggio e un’opportunità
 
per la poesia di raggiungere lo scopo.
Prendete per esempio questo testo: 
grazie a rime ed a ritmi un po’ incerti,
 
poche sillabe appena e perderà interesse
 
per esteti irriducibili e per inveterati
 
prosafondai. Il suo valore dipende
 
dall’effetto che avrà, non sulla gente
 
tarda a capire, ma sulla ristretta
 
minoranza convinta che c’è sempre
 
qualcosa d’importante e nuovo da imparare,
 
qualcosa che scopriamo solo grazie
 
al divagare dei pensieri e una poesia
 
errabonda dal principio alla fine
 
è il miglior modo per cominciare a farlo.
Io mi sono ammalato ed incontrerò presto 
il mio creatore. Grazie al loro metro
 
rilassato, confido che i miei versi
 
parlino con franchezza in piena libertà,
 
senza avere timore che chi ascolta
 
non sia
 affatto d’accordo con il loro 
spirito, e affido alla carta riflessioni
 
che spero interessanti e utili per chi
 
presterà loro il tempo e l’attenzione –
 
«… e intanto cercherò di non stonare».
«Cari parenti, amici e conoscenti», 
così comincia questa che è una lettera
 
di addio a chi ricordo e di me si ricorda:
 
una poesia che svela i miei pensieri
 
e sentimenti in merito alla mia dipartita;
 
e che – seppur di dubbia qualità
 
poetica – soddisfi qualche curiosità.
«Vi scrivo in piedi, una postura nuova 
che è meno dolorosa per me che star seduto.
 
Ma non voglio addentrarmi nell’eziologia
 
della mia malattia, basti sapere che
 
colpisce le ossa, è in fase terminale
 
e si addice a un poeta che da tempo
 
ha iniziato a studiare i vari aspetti
 
che dal principio può assumere il dolore.
«Tranne un attacco di encefalite acuta 
(tra i più strazianti mezzi di tortura
 
naturali, come avere una vite ficcata
 
nel cranio) avuto da bambino e per fortuna
 
prontamente curato dai dottori,
 
non ricordo altri dolori nei sessantadue
 
anni di una vita generosa.
 
Gran parte dei tormenti patiti fino a cinque
 
mesi fa erano di natura spirituale.
 
Più o meno tutti quelli nati da conflitti
 
interiori li ho trattati e trascritti.
 
E qui è bene finire la mia triste lezione
 
con quello che i recenti avvenimenti
 
m’hanno insegnato sull’intensità
 
che può raggiungere il dolore.
Una gran sofferenza fisica riesce sempre 
a spazzar via tutte le preoccupazioni
 
che di solito riempiono la giornata d’un uomo:
 
se niente lo distrae, ha l’unico pensiero
 
di trovare un sollievo o di morire presto.
 
Tutti i modi di uccidersi una volta
 
impraticabili, sembrano all’improvviso
 
fattibili; le difficoltà tecniche, sparite
 
o liquidate con un’alzata di spalle.
 
Senza oppiacei, io ora non sarei
 
qui ancora in piedi a scrivervi una lunga
 
lettera di commiato.
Col loro aiuto posso 
ancora aspirare alla virtù, a un’ideale “mens sana
 
in corpore moribundo”, all’uso migliore
 
del tempo che mi resta. Ma la tregua
 
con la morte, ben si sa, non può durare a lungo:
 
ne approfitto per trattare questioni personali:
 
di stile, gusto, valori che ne sono alla base.
 
Se aggiungere a un già lungo percorso
 
qualche altro passo è quello che gradite,
 
perfetto. Io preferisco prendere
 
in mano il mio destino e accorciare
 
questa vita e così chiudere il cerchio.
 
Naturalmente, vivo da solo e non ho figli.
«Mi scuso in anticipo della sorpresa 
che il mio suicidio potrà provocare:
 
per me è
 d’oblige, ho provato a spiegarlo. 
Credo più interessante
 come mi accingo a farlo – 
non da solo, ma con l’aiuto di altri.
 
L’Incarico affidato alla poesia
 
mi stimola, ma rendere giustizia
 
alla squadra in questione non è facile.
 
Va da sé che farò tutto il mio meglio.
«Aiutandomi a morire, hanno probabilmente 
salvato la mia vita da una sopravvivenza
 
indecorosa lasciata in mano a estranei –
 
e infine dall’usare un coltello su me
 
stesso, pasticciando miseramente!
 
Da tutto questo nasce il loro impegno
 
per una morte dignitosa. È difficile
 
non apprezzarlo, sapendo di che si tratta.
 
Non serve essere in punto di morte
 
per sapere come operano e dove
 
e perché, e sostenere la loro associazione
 
per la salute dell’ultimo momento.
 
Andate al loro sito www.dignitas.ch
 
riflettendo sul futuro, e su quel che potrebbe
 
riservarvi. Il rispetto delle volontà
 
del paziente e la riservatezza che offrono
 
meritano appoggio anche quando la morte
 
non sembra ancora dietro l’angolo.
«Ma ora basta parlare della morte! 
Ho paura che i parenti mi rinneghino,
 
gli amici mi disconoscano e i conoscenti
 
sogghignino quando pensano a me!
 
Da cosa sto partendo, e non come o per dove 
– col cuore e con la mente – sto partendo
 
è il vero nodo di questa lettera. Non dico
 
dal mondo là fuori, quel grande casino,
 
ma da tutti coloro che mi stanno a cuore.
 
M’è impossibile scrivere ad ognuno,
 
ché sono troppi e avrei troppo da dire.
 
Dovranno bastare i contatti quotidiani
 
che abbiamo avuto, le cose condivise.
«Questa lettera d’addio con rime occasionali 
io spero che compensi in qualche modo
 
il fatto che, accadendo tutto in fretta,
 
io non riesca a incontrare un’ultima volta
 
neanche quelli di voi più a portata di mano.
 
Confido che crediate al dispiacere
 
che provo non potendo più guardarvi
 
negli occhi e controllandomi per quanto
 
possibile non cedere a singhiozzi o sospiri;
 
ma, soprattutto, senza poter scambiare
 
una cordiale stretta di mano, come
 
nelle scene raffigurate sui bassorilievi
 
delle antiche stele funerarie greche.
«Ho iniziato dicendo che vi scrivevo in piedi, 
una postura che in effetti mi resta
 
più comoda di altre giusto mentre
 
m’avvicino alla fine delle mie divagazioni.
 
Tutte le mie poesie prima di questa
 
le ho scritte da disteso. Una signora
 
austriaca ha suggerito che dovendo
 
farmi una statua sarebbe più fedele
 
al suo soggetto se lo mostrasse a letto.
 
Lei l’ha detto – benedetta sia l’anima gentile! –
 
con ironia, però è una buona idea
 
e, francamente, se fosse un umorista
 
scultore a realizzarla, non avrei obiezioni
 
che mi si celebrasse in questo modo.
«Ecco, miei cari, il tempo di partire è arrivato. 
Questa poesia errabonda sia pegno del commiato».



Traduzione di Francesco Dalessandro

30/03/15

Pamuk in Italia: "All'utopia preferisco la memoria."




Nobel Pamuk: "all'utopia preferisco la memoria". 

L'Autore agli Eventi letterari Monte Verita a Ascona (di Paolo Petroni) (ANSA) 

Si pensa al sociale e alla politica, da Tommaso Moro a Marx, quando si parla di utopia, "ma io, pur avendo avuto problemi di tipo politico, posso dirmi una persona felice, sono un ottimista che all'utopia preferisce la memoria", ha dichiarato Orhan Pamuk, aprendo gli Eventi letterari Monte Verita' (ad Ascona, in Svizzera), dedicati appunto al tema Utopia e memoria, con una conversazione con Joachim Sartorius (direttore artistico della manifestazione con Irene Bignardi e Paolo Mauri). 

Per il premio Nobel turco "l'umanita' ha prodotto 100 tonnellate di memoria a fronte di 100 grammi di utopia" e il suo intervento sui "Ricordi: la piu' potente arma della fantasia" ha spaziato da Darwin, "per sopravvivere bisogna avere memoria per ricordarsi dove trovare cibo e acqua, dove si nascondono i pericoli", a Proust con i suoi personaggi con la loro memoria involontaria; "il narratore mangia una petite madeleine e, senza rendersi conto, ricorda", messi a contrasto con i personaggi dei suoi romanzi che, secondo le parole dello stesso Pamuk, "hanno a che fare con una memoria volontaria, alla ricerca della vita perduta"

L'esempio che porta e' quello del romanzo 'Il museo dell'innocenza' (Ed Italiana, Einaudi2009), divenuto poi un vero e proprio museo a Istanbul, con gli oggetti citati nel libro accolti in apposite teche e trasformati in alcuni casi in opere d'arte. 

Ma il momento clou dell'intervento di Pamuk e' stato la lettura di un capitolo di questo romanzo, che lo stesso autore ha fatto, su richiesta del pubblico che aveva la traduzione in mano, nella lingua originale, il turco, riuscendo a comunicare comunque, al di la' delle parole, quel pathos e quelle emozioni del romanzo che solo gli autori sanno vivere e trasmettere proprio attraverso la scrittura. 

Gli Eventi letterari Monte Verita' sono andati in scena con incontri, letture e dibattiti sul tema 'Utopia e memoria', trattato dagli autori italiani Paolo Giordano e Paolo Di Stefano, dallo scrittore svizzero Thomas Hurlimann, dall'autrice Tere'zia Mora, dallo scrittore francese vincitore del premio Goncourt Jerome Ferrari, nonchè dall'autore e regista belga Jean-Philippe Toussaint. 

A questo si e' aggiunto per la prima volta al festival uno spazio per la danza, che, grazie a Rudolf von Laban e alle sue allieve, fu la forma d'arte piu' ricca di sviluppi tra quelle praticate dalla comunita' di utopisti al Monte Verita' ai primi del Novecento. A esibirsi la coreografa e ballerina Sasha Waltz, in scena insieme col batterista Robyn Schulkowsky al Teatro San Materno. 

Anche quest'anno, in occasione del festival, e' stato consegnato il Premio Enrico Filippini (giornalista culturale, editor e traduttore (1934- 1988), con cui si intende onorare le persone che lavorano dietro le quinte delle case editrici e dei giornali.

Dopo Bernard Comment (2013) e Klaus Wagenbach (2014), nel 2015 questo riconoscimento e' stato attribuito alla traduttrice e operatrice culturale italiana Renata Colorni, traduttrice storica di Sigmund Freud e di Thomas Mann e editor dei Meridiani Mondadori. 

La laudatio della vincitrice e' stata tenuta dallo scrittore Claudio Magris. 

29/03/15

La poesia della domenica - 'Lettera d'amore' di Sylvia Plath.



Lettera d'amore

Non è facile dire il cambiamento che operasti.
Se adesso sono viva, allora ero morta
anche se, come una pietra, non me ne curavo
e me ne stavo dov'ero per abitudine.
Tu non ti limitasti a spingermi un po' col piede, no-
e lasciare che rivolgessi il mio piccolo occhio nudo
di nuovo verso il cielo, senza speranza, è ovvio,
di comprendere l'azzurro, o le stelle.

Non fu questo. Diciamo che ho dormito: un serpente
mascherato da sasso nero tra i sassi neri
nel bianco iato dell'inverno-
come i miei vicini, senza trarre alcun piacere
dai milioni di guance perfettamente cesellate
che si posavano a ogni istante per sciogliere
la mia guancia di basalto. Si mutavano in lacrime,
angeli piangenti su nature spente.

Ma non mi convincevano. Quelle lacrime gelavano.
Ogni testa morta aveva una visiera di ghiaccio.
E io continuavo a dormire come un dito ripiegato.
La prima cosa che vidi fu l'aria, aria trasparente,
e le gocce prigioniere che si levavano in rugiada
limpide come spiriti. Tutt'intorno giacevano molte
pietre stolide e inespressive,
Io guardavo e non capivo.
Con un brillio di scaglie di mica, mi svolsi
per riversarmi fuori come un liquido
tra le zampe d'uccello e gli steli delle piante.

Non m'ingannai. Ti riconobbi all'istante.
Albero e pietra scintillavano, senz’ombra.
La mia breve lunghezza diventò lucente come vetro.
Cominciai a germogliare come un rametto di marzo:
un braccio e una gamba, un braccio, una gamba.
Da pietra a nuvola, e così salii in lato.
Ora assomiglio a una specie di dio
e fluttuo per l’aria nella mia veste d'anima
pura come una lastra di ghiaccio. E' un dono.

Sylvia Plath (Pubblicata nel marzo del 1962 in "Poetry" e inclusa in Crossing the Water).
L'originale inglese è in rime baciate.

Love Letter

Not easy to state the change you made.
If I'm alive now, then I was dead,
Though, like a stone, unbothered by it,
Staying put according to habit.
You didn't just tow me an inch, no-
Nor leave me to set my small bald eye
Skyward again, without hope, of course,
Of apprehending blueness, or stars.

28/03/15

Germanwings / Lubitz. Eugenio Borgna: "Non è depressione, è odio per il mondo".





Tentare di spiegare il gesto estremo del copilota della Germanwings attribuendolo alla depressione è sbagliato. 

È più corretto parlare invece di una forma di odio e risentimento verso il mondo, da parte di chi non si sente compreso e vittima di un'umiliazione profonda. 

Eugenio Borgna, fra i più autorevoli psichiatri italiani, noto per la sensibilità e la competenza con cui si avvicina alla psiche umana, spiega che non è corretto chiamare in causa la depressione a proposito di Andreas Lubitz, come stanno invece facendo in molti nel dibattito sui giornali e i social media.


«Premettiamo che ogni suicidio resta un mistero profondo, rispetto al quale solo lettere o documenti del suicida posso gettare qualche luce. Detto questo, può essere stata la depressione a indurre quel giovane di 28 anni a un gesto di una tale, inaudita violenza? Non mi sembra possibile. Nel suicidio dovuto a depressione si sceglie la morte come soluzione alla propria angoscia: accade ad esempio alla madre colpita da depressione post partum, che elimina se stessa e i figli nella convinzione che sia l'unico modo per cancellare una sofferenza insostenibile».

 Come possiamo spiegare allora l'accaduto? 

«Sicuramente siamo in presenza di uno sconvolgimento psichico che sconfina in una forma di delirio, nel quale ogni legame con la realtà è rescisso. Oppure si può pensare a un'esperienza di profonda umiliazione, che si traduce in una forma di ritorsione contro il mondo, con il quale ci si sente in conflitto. Possiamo immaginare che quel ragazzo, nonostante gli attestati di eccellenza tecnica, nutrisse sentimenti di vendetta verso gli altri, verso il mondo intero, da cui non si sentiva compreso. Quando si è devastati dall'idea delirante di non essere riconosciuti, il sentimento di odio cresce e diventa un tumore». 

Quindi Lubitz era consapevole di uccidere altre vite, oltre alla sua? 

«Ne era perfettamente consapevole. Ai suoi occhi la gente a bordo dell'aereo conduceva una vita serena e dotata di senso - ciò che a lui era negato. Quindi, il sacrificio della sua vita gli appariva accettabile per distruggere la gioia altrui». 

Un'altra ipotesi può essere la paranoia, «percepire il mondo come un'entità da cui ci sentiamo aggrediti», spiega lo psichiatra. 

Oppure ancora, si può pensare a «una persona sconvolta da disturbi psichici nella quale è scattato il desiderio di imitazione: compio un gesto clamoroso per passare alla storia, come i kamikaze, come chi si dà fuoco». 

Certo, conclude Borgna, «in tutte queste ipotesi c'è più verità psichiatrica che in quella della depressione. Sostenere questa tesi, tra l'altro, può gettare nel panico le famiglie che vivono accanto a una persona affetta da depressione».

27/03/15

Di cosa parliamo quando parliamo d'amore ? Curiosità e disponibilità interiore.





Di cosa parliamo, quando parliamo d'amore ? si chiedeva Raymond Carver in una memorabile serie di racconti (unificati sotto questo titolo) che hanno ispirato Robert Altman per America Oggi e di recente Alejandro Inarritu per il pluripremiato Birdman

Tutti sanno che parlare della sostanza dell'amore è come parlare del sesso degli angeli. Un esercizio tutto sommato inutile, perché tutti sanno di cosa si parla quando si parla d'amore e allo stesso tempo nessuno è in grado di dare una definizione della sostanza di questo sentimento umano. 

Ci sono molte persone che vivono ignorando il problema, altre che si struggono una intera vita nel tentativo di afferrare il senso dell'amore che provano, o che inseguono. 

Persone che vivono come se l'amore non esistesse, altre che fanno dell'amore il senso dell'orientamento di tutta la loro vita, per le quali l'amore - amare ed essere amati - viene prima di ogni altra cosa. 

Non so dove ho letto, recentemente, che l'amare (quindi non l'amore) ha a che fare con la curiosità. Credo che sia profondamente vero. La mia esperienza di vita mi porta a constatare che molto spesso persone poco curiose sono poco inclini ad amare, e non sanno fondamentalmente farlo. 

La curiosità è ciò che spinge fuori dal nostro territorio, dai bastioni consolidati del nostro ego, la molla in definitiva che ci porta verso qualcun'altro. 

Al contrario, la disponibilità interiore è il requisito necessario per essere amati.  Si può anche essere curiosi, e capaci di amare, ma se non si è disponibili interiormente (se non si è disposti a cedere porzioni di territorio interiore) difficilmente si riuscirà ad accettare di essere amati, una operazione solo apparentemente facile e invece altrettanto complessa come quella dell'amare.


Fabrizio Falconi (C) riproduzione riservata 2015.

25/03/15

"Memorie di una ragazza perbene", di Simone de Beauvoir - L'eloquenza della testimonianza.



Ci sono libri che ti girano intorno per una vita, e scelgono loro il momento e il punto in cui presentarsi. Per me è stato così con Memorie di una ragazza perbene, che mi aveva sfiorato a lungo senza incontrarmi mai.

La Beauvoir si dedicò alla sua biografia - una vita lunga e piena - a partire dal 1958, e  Memorie di una ragazza perbene ne rappresenta la prima parte, pubblicata nel 1958 cui faranno seguito altre tre parti, L'età forte (1960), La forza delle cose (1963), A conti fatti (1972).

È un'opera, come è noto, fondamentale perché perché offre, insieme alla storia personale della scrittrice e della sua famiglia, la testimonianza in presa diretta sull'atmosfera e sul dibattito culturale svoltosi in Francia dagli anni trenta fino alla fine degli anni Sessanta.

Memorie d’una ragazza perbene si apre come un manifesto (e il suo incipit è uno dei più noti della narrativa contemporanea: «Sono nata il 9 gennaio 1908, alle quattro del mattino, in una stanza dai mobili laccati in bianco che dava sul Boulevard Raspail».

Retrospettivamente, Simone de Beauvoir che all'epoca ha cinquant’anni, ripercorre con minuzia i suoi primi vent’anni di vita: un romanzo di formazione femminile, in cui si assiste gradualmente alla nascita - o meglio alla identificazione - di un carattere.

Sono memorabili le pagine nelle quali Simone descrive la sua prima infanzia, un mondo apparentemente dorato - quello dell'alta borghesia parigina - rassicurato dal ruolo assegnatole nel mondo, quello della brava bambina, a cui è richiesto non tanto di scoprire il mondo, ma di viverlo nei confini assegnati.

Si stagliano le due figure, quella del padre, individualista e dalla morale caduca, e quello della madre, che incarna il rigore della vita spirituale.

Simone trascorre i primi anni tra il conforto rassicurante della fede che le è stata insegnata e l’amore per la lettura.

Ma ben presto la disillusione del caro mondo infantile,  che non è proprio quel che appare, lascia il posto alla curiosità divorante, alle inquietudini, e ai turbamenti dell'adolescenza.

E' di questo periodo il rapporto sempre più intenso con Zazà, la prima, vera amica, la rottura con Dio e la religione (che apparentemente resteranno immutabili fino alla morte) e la autoconsegna alla missione artistica.

L'amore per il cugino Jacques - contrastato e ambiguo - il rifiuto dell'idea del matrimonio, la decisione di iscriversi alla Sorbona, dove entra in contatto con i più grandi intellettuali dell'epoca: da Simone Weil a Merleau-Ponty (suoi compagni di corso), Raymond Aron, Paul Nizan e ovviamente Sartre, nel quale Simone trova un sodale, un complice più che un amante e un compagno, un vero alter-ego maschile.

Un cammino di emancipazione, contro tutto e contro tutti, verso la libertà intellettuale e la liberazione dai luoghi circoscritti in cui il femminile all'epoca è recluso. 

E' una testimonianza, quella di Simone, che resta agli atti del Novecento. E in qualche modo precede il valore strettamente letterario dell'opera. Che pure è importante. Personalmente ho trovato e trovo la prosa della Beauvoir (e la sua poesia) molto più eloquente per il lettore di oggi (e più alta più compiuta), di quella dello stesso Sartre (che oggi mi appare molto più datato). Insomma, un libro che sa ancora parlare - anche quando il mondo appare del tutto trasfigurato da quei tempi lontani nel quale tutto sembrava da scoprire, tutto sembrava da cambiare.

Fabrizio Falconi