24/02/16

L'ultima lettera di Umberto Eco al nipote - Una lettera da far leggere ai figli.



Tratta da L'Espresso la bellissima ultima lettera scritta da Umberto Eco al nipote.  Da conservare e far leggere ai propri figli. 

Caro nipotino mio,

non vorrei che questa lettera natalizia suonasse troppo deamicisiana, ed esibisse consigli circa l’amore per i nostri simili, per la patria, per il mondo, e cose del genere. Non vi daresti ascolto e, al momento di metterla in pratica (tu adulto e io trapassato) il sistema di valori sarà così cambiato che probabilmente le mie raccomandazioni risulterebbero datate.

Quindi vorrei soffermarmi su una sola raccomandazione, che sarai in grado di mettere in pratica anche ora, mentre navighi sul tuo iPad, né commetterò l’errore di sconsigliartelo, non tanto perché sembrerei un nonno barbogio ma perché lo faccio anch’io. Al massimo posso raccomandarti, se per caso capiti sulle centinaia di siti porno che mostrano il rapporto tra due esseri umani, o tra un essere umano e un animale, in mille modi, cerca di non credere che il sesso sia quello, tra l’altro abbastanza monotono, perché si tratta di una messa in scena per costringerti a non uscire di casa e guardare le vere ragazze. Parto dal principio che tu sia eterosessuale, altrimenti adatta le mie raccomandazioni al tuo caso: ma guarda le ragazze, a scuola o dove vai a giocare, perché sono meglio quelle vere che quelle televisive e un giorno ti daranno soddisfazioni maggiori di quelle on line. Credi a chi ha più esperienza di te (e se avessi guardato solo il sesso al computer tuo padre non sarebbe mai nato, e tu chissà dove saresti, anzi non saresti per nulla).

Ma non è di questo che volevo parlarti, bensì di una malattia che ha colpito la tua generazione e persino quella dei ragazzi più grandi di te, che magari vanno già all’università: la perdita della memoria. È vero che se ti viene il desiderio di sapere chi fosse Carlo Magno o dove stia Kuala Lumpur non hai che da premere qualche tasto e Internet te lo dice subito. Fallo quando serve, ma dopo che lo hai fatto cerca di ricordare quanto ti è stato detto per non essere obbligato a cercarlo una seconda volta se per caso te ne venisse il bisogno impellente, magari per una ricerca a scuola. Il rischio è che, siccome pensi che il tuo computer te lo possa dire a ogni istante, tu perda il gusto di mettertelo in testa. Sarebbe un poco come se, avendo imparato che per andare da via Tale a via Talaltra, ci sono l’autobus o il metro che ti permettono di spostarti senza fatica (il che è comodissimo e fallo pure ogni volta che hai fretta) tu pensi che così non hai più bisogno di camminare. Ma se non cammini abbastanza diventi poi “diversamente abile”, come si dice oggi per indicare chi è costretto a muoversi in carrozzella. Va bene, lo so che fai dello sport e quindi sai muovere il tuo corpo, ma torniamo al tuo cervello.

La memoria è un muscolo come quelli delle gambe, se non lo eserciti si avvizzisce e tu diventi (dal punto di vista mentale) diversamente abile e cioè (parliamoci chiaro) un idiota. E inoltre, siccome per tutti c’è il rischio che quando si diventa vecchi ci venga l’Alzheimer, uno dei modi di evitare questo spiacevole incidente è di esercitare sempre la memoria.

Quindi ecco la mia dieta. Ogni mattina impara qualche verso, una breve poesia, o come hanno fatto fare a noi, “La Cavallina Storna” o “Il sabato del villaggio”. E magari fai a gara con gli amici per sapere chi ricorda meglio. Se non piace la poesia fallo con le formazioni dei calciatori, ma attento che non devi solo sapere chi sono i giocatori della Roma di oggi, ma anche quelli di altre squadre, e magari di squadre del passato (figurati che io ricordo la formazione del Torino quando il loro aereo si era schiantato a Superga con tutti i giocatori a bordo: Bacigalupo, Ballarin, Maroso eccetera). Fai gare di memoria, magari sui libri che hai letto (chi era a bordo della Hispaniola alla ricerca dell’isola del tesoro? Lord Trelawney, il capitano Smollet, il dottor Livesey, Long John Silver, Jim…) Vedi se i tuoi amici ricorderanno chi erano i domestici dei tre moschettieri e di D’Artagnan (Grimaud, Bazin, Mousqueton e Planchet)… E se non vorrai leggere “I tre moschettieri” (e non sai che cosa avrai perso) fallo, che so, con una delle storie che hai letto.

Sembra un gioco (ed è un gioco) ma vedrai come la tua testa si popolerà di personaggi, storie, ricordi di ogni tipo. Ti sarai chiesto perché i computer si chiamavano un tempo cervelli elettronici: è perché sono stati concepiti sul modello del tuo (del nostro) cervello, ma il nostro cervello ha più connessioni di un computer, è una specie di computer che ti porti dietro e che cresce e s’irrobustisce con l’esercizio, mentre il computer che hai sul tavolo più lo usi e più perde velocità e dopo qualche anno lo devi cambiare. Invece il tuo cervello può oggi durare sino a novant’anni e a novant’anni (se lo avrai tenuto in esercizio) ricorderà più cose di quelle che ricordi adesso. E gratis.

C’è poi la memoria storica, quella che non riguarda i fatti della tua vita o le cose che hai letto, ma quello che è accaduto prima che tu nascessi.

Oggi se vai al cinema devi entrare a un’ora fissa, quando il film incomincia, e appena incomincia qualcuno ti prende per così dire per mano e ti dice cosa succede. Ai miei tempi si poteva entrare al cinema a ogni momento, voglio dire anche a metà dello spettacolo, si arrivava mentre stavano succedendo alcune cose e si cercava di capire che cosa era accaduto prima (poi, quando il film ricominciava dall’inizio, si vedeva se si era capito tutto bene - a parte il fatto che se il film ci era piaciuto si poteva restare e rivedere anche quello che si era già visto). Ecco, la vita è come un film dei tempi miei. Noi entriamo nella vita quando molte cose sono già successe, da centinaia di migliaia di anni, ed è importante apprendere quello che è accaduto prima che noi nascessimo; serve per capire meglio perché oggi succedono molte cose nuove.

Ora la scuola (oltre alle tue letture personali) dovrebbe insegnarti a memorizzare quello che è accaduto prima della tua nascita, ma si vede che non lo fa bene, perché varie inchieste ci dicono che i ragazzi di oggi, anche quelli grandi che vanno già all’università, se sono nati per caso nel 1990 non sanno (e forse non vogliono sapere) che cosa era accaduto nel 1980 (e non parliamo di quello che è accaduto cinquant’anni fa). Ci dicono le statistiche che se chiedi ad alcuni chi era Aldo Moro rispondono che era il capo delle Brigate Rosse - e invece è stato ucciso dalle Brigate Rosse.

Non parliamo delle Brigate Rosse, rimangono qualcosa di misterioso per molti, eppure erano il presente poco più di trent’anni fa. Io sono nato nel 1932, dieci anni dopo l’ascesa al potere del fascismo ma sapevo persino chi era il primo ministro ai tempi dalla Marcia su Roma (che cos’è?). Forse la scuola fascista me lo aveva insegnato per spiegarmi come era stupido e cattivo quel ministro (“l’imbelle Facta”) che i fascisti avevano sostituito. Va bene, ma almeno lo sapevo. E poi, scuola a parte, un ragazzo d’oggi non sa chi erano le attrici del cinema di venti anni fa mentre io sapevo chi era Francesca Bertini, che recitava nei film muti venti anni prima della mia nascita. Forse perché sfogliavo vecchie riviste ammassate nello sgabuzzino di casa nostra, ma appunto ti invito a sfogliare anche vecchie riviste perché è un modo di imparare che cosa accadeva prima che tu nascessi.

Ma perché è così importante sapere che cosa è accaduto prima? Perché molte volte quello che è accaduto prima ti spiega perché certe cose accadono oggi e in ogni caso, come per le formazioni dei calciatori, è un modo di arricchire la nostra memoria.

Bada bene che questo non lo puoi fare solo su libri e riviste, lo si fa benissimo anche su Internet. Che è da usare non solo per chattare con i tuoi amici ma anche per chattare (per così dire) con la storia del mondo. Chi erano gli ittiti? E i camisardi? E come si chiamavano le tre caravelle di Colombo? Quando sono scomparsi i dinosauri? L’arca di Noè poteva avere un timone? Come si chiamava l’antenato del bue? Esistevano più tigri cent’anni fa di oggi? Cos’era l’impero del Mali? E chi invece parlava dell’Impero del Male? Chi è stato il secondo papa della storia? Quando è apparso Topolino?

Potrei continuare all’infinito, e sarebbero tutte belle avventure di ricerca. E tutto da ricordare. Verrà il giorno in cui sarai anziano e ti sentirai come se avessi vissuto mille vite, perché sarà come se tu fossi stato presente alla battaglia di Waterloo, avessi assistito all’assassinio di Giulio Cesare e fossi a poca distanza dal luogo in cui Bertoldo il Nero, mescolando sostanze in un mortaio per trovare il modo di fabbricare l’oro, ha scoperto per sbaglio la polvere da sparo, ed è saltato in aria (e ben gli stava). Altri tuoi amici, che non avranno coltivato la loro memoria, avranno vissuto invece una sola vita, la loro, che dovrebbe essere stata assai malinconica e povera di grandi emozioni.

Coltiva la memoria, dunque, e da domani impara a memoria “La Vispa Teresa”.

23/02/16

Una nuova presentazione di "Roma segreta e misteriosa". Sabato 27 febbraio 2016.




Per chi vuol sentire parlare un po' di Roma, delle sue storie e delle sue bellezze, c'è un nuovo appuntamento con la presentazione di Roma segreta e misteriosa.

Ecco qui i dettagli:

Sabato 27 febbraio, ore 18.30 
alla Libreria Arcadia 
Via Senofane, 143 00125 Roma 

La libreria è a Casalpalocco, all'altezza del Drive In.
Tel. 06.5053354 www.libreriarcadia.com

Vi aspetto, se vorrete.

Fabrizio

22/02/16

Visite guidate eccezionali al Museo del Tesoro della Basilica di Santa Maria Maggiore.




E' una occasione da non perdere. Visite speciali al Museo del Tesoro a Santa Maria Maggiore. 

Il Museo Liberiano, presso la Basilica di Santa Maria Maggiore è stato inaugurato da Giovanni Paolo II l'8 Dicembre 2001 nella solennità dell'Immacolata Concezione. 

Disposti in otto sale, sono esposti gli oggetti più preziosi appartenenti alla bimillenaria Basilica secondo i seguenti temi: storia della Basilica, Cristo nel mistero della Natività e della Passione, Maria venerata nella Basilica sotto il titolo di Salus Populi Romani e vari Santi legati in modo particolare alla Basilica (S. Carlo Borromeo - che fu arciprete della Basilica dal 1564-1572 -, San Pio V e Beato Pio IX). 

Sono esposti libri ed oggetti liturgici, reliquiari, ostensori e calici. Tra le diverse opere di grandi maestri si possono ammirare i quadri: Salita al Calvario di Giovanni Bazzi detto il Sodoma, la Madonna con Bambino, S. Antonio da Padova e S. Caterina da Siena di Domenico di Iacopo di Pace, detto il Beccafumi, tre tavolette con la storia dell'Icona Salus Populi Romani, della fabbrica di Baldassare Croce. 

Sono esposti, inoltre, ricordi e testimonianze del Santo Giovanni Paolo II - autografi e testi di Pierluigi da Palestrina - progetti e opere di Gian Lorenzo Bernini. 

 All'interno del Museo è esposta la Natività di Arnolfo di Cambio (Architetto e scultore italiano, 1240 - 1300/1310). 

Museo del Tesoro della Basilica Liberiana Basilica Papale di Santa Maria Maggiore 
Via Liberiana, 27 00185 Roma Tel: +39 06 6988 6802. 
Email: museo.smm@basilica.va 

La Direzione del Museo del Tesoro della Basilica Liberiana organizza visite guidate alla Basilica Papale di Santa Maria Maggiore. 

Le visite si svolgono ogni Mercoledì del mese ad iniziare dal 24 Febbraio p.v.. 
Gli orari sono: - ore 15:00 (appuntamento ore 14:45 al desk nell’atrio della Basilica); - ore 16:00 (appuntamento ore 15:45 al desk nell’atrio della Basilica); - ore 17:00 (appuntamento ore 16:45 al desk nell’atrio della Basilica) 

Tali orari, ovviamente, potrebbero risentire di modifiche per eventuali Celebrazioni. Durata 45 minuti circa. 
Il tour sarà condotto da guide facenti parte dell’organizzazione titolare del ciclo di eventi Il prezzo corrisponde ad Euro 5,00= per persona ed include radio guide e guida al seguito.

Per le prenotazioni e/o ulteriori informazioni, rivolgersi al museo, consultare il sito del museo www.museoliberiano.net ovvero inviare una e-mail al seguente indirizzo museo.smm@basilica.va Direttore

21/02/16

E' morto Umberto Eco - La fortezza di Castel del Monte in Puglia set de "il Nome della Rosa"



E' il 1981 quando il quarantenne Jean-Jacques Annaud si vede affidare una scommessa produttiva che solo la sua felice incoscienza gli permette di accettare: trasferire in immagini il best seller "Il nome della rosa" che, da mesi, appassiona i lettori di tutto il mondo. 

Annaud e' reduce da un'impresa altrettanto spettacolare che lo ha impegnato per quasi quattro anni e lo ha reso famoso: il racconto preistorico "La guerra del fuoco"

Proprio quest'impresa ha convinto un gruppo di produttori capeggiato da Franco Cristaldi che ha coinvolto il tycoon tedesco Bernd Eichinger e il francese Alexandre Mnouchkine, oltre alla Rai. Ma raccogliere i capitali (quasi 19 mln di dollari), ottenere una sceneggiatura che venga a capo del rompicapo "sherlockiano" del giallo di Umberto Eco, trovare luoghi e volti adatti a un thriller medievale tanto celebre quanto complicato, richiederà cinque anni di lavoro. 

 Il film esce nel settembre '86 in America. In Italia approda il 17 ottobre, subito campione d'incasso. Raccoglie i premi piu' prestigiosi, dai David ai Nastri, rilancia perfino le vendite del romanzo. 

Lo sceneggiatore Gèrard Brach lavora a piu' stesure in compagnia di Andrew Birkin, Howard Franklin, Alain Godard e lo stesso Annaud; lo scenografo Dante Ferretti e' chiamato a ricostruire vicino a Roma la chiesa dell'abbazia e gli interni di Cinecitta'; Gabriella Pescucci firma i costumi, Tonino Delli Colli la fotografia. 


Alla fine si decide per una stesura che rispetta la struttura del romanzo, semplifica i passaggi narrativi, sfoltisce i personaggi. Con Eco concorda una totale libertà di riscrittura, fissata nei titoli di testa dalla dizione "tratto dal palinsesto di 'Il nome della rosa'".

 Il risultato piacera' ad ogni tipo di pubblico: ottime recensioni, 70 mln di dollari di incasso mondiale, e poi anche record d'ascolto su Raiuno (quasi 15 mln di spettatori nell'88, superato negli anni solo da "La vita e' bella" di Benigni). 

Ambientato con scrupolo filologico nel 1327, in un'abbazia benedettina del nord Italia, in realta' ritrovata nella tedesca Eberbach e a Castel Del Monte in Puglia (di cui ho parlato a lungo nel mio libro Monumenti esoterici d'Italia ndr), costruito intorno al carisma del protagonista Sean Connery e a una catena di misteriosi delitti che profumano di maledizioni ancestrali, il film mette in piena luce quell'enigma deduttivo che per lo scrittore era solo un pretesto. 


Ma mantiene ben evidente il clima della prima inquisizione, quando il papato sedeva ad Avignone e l'imperatore Ludovico sosteneva gli ordini religiosi pauperistici che mettevano in crisi il potere temporale della Chiesa. 

Oggi si può ben dire che il successo del libro e del film stanno all'origine della rinnovata passione per il mondo medievale che ha contagiato legioni di appassionati per i decenni successivi e lo stesso Eco, piu' di una volta, ha maledetto il suo best seller ritenendolo "colpevole" di mode che portano fino a Dan Brown e al "Codice Da Vinci". 

20/02/16

Gratis in Streaming Lunedì prossimo, 22 febbraio alle 21 un grande documentario su Robert Altman.




E' una nuova formula che mi piace tantissimo. 

Quella di vedersi gratis un film o un'opera o un documentario live, direttamente dal pc di casa propria, o se si vuole da un qualsiasi dispositivo, semplicemente collegandosi in streaming, e prenotandosi il proprio posto in prima fila. 

In questo caso, poi la proposta è di quelle imperdibili. 

Il docufilm si intitola Robert Altman, ed è dedicato ad uno dei più grandi registi di sempre, autore di film preziosi e indimenticabili, da M.A.S.H. a America oggi, a Nashville, a tantissimi altri. 


Robert Altman è un film di Ron Mann, ha una produzione canadese e risale al 2013. 

Questa la breve scheda di Mymovies: 

L'arte del racconto è obliqua per natura, ovvero mentre si racconta qualcosa si racconta sempre insieme un'altra storia, quella delle reazioni di chi è stato testimone, protagonista, spettatore di quella storia. 

La storia per Ron Mann è quella di Robert Altman, svolta in novantacinque minuti dalla sua famiglia, quella biologica e quella artistica

Irreperibile agli occhi dello spettatore, Robert Altman era un regista senza apparenze, un narratore impassibile, onnipotente, polimorfo, che film dopo film dimostrò la libertà che hanno le cose di accadere. 

Difficile perciò afferrarlo, attribuirgli un corpo, difficile incarnare la profondità del suo sguardo cinematografico, esatto, millimetrico, altrove. Ci provano con partecipazione rifinite voci attoriali, chiamate a definire l'aggettivo altmanesque e le qualità che esprime. Altman. Anticonformista. Autore. Ribelle. Innovatore. Narratore. Sperimentatore. Giocatore d'azzardo. Folle. Padre di famiglia. Regista. Artista.

Lunedì 22 febbraio alle 21.00 in streaming  Repubblica.it e MYmovies.it presentano su MYMOVIESLIVE - Nuovo Cinema Repubblica Altman, documentario-maratona sulla vita e la carriera del padre del cinema indipendente americano. Gratis in streaming lunedì 22 febbraio alle 21:00. Altman è il prodotto di una ricerca meticolosa, un documentario a più voci che dietro la narrativa caleidoscopica e l'apparente disinvoltura rivela una struttura solida. Una costruzione altmaniana che (ben) definisce Altman e altmaniano. Documentario, durata 95 min. - Canada, 2013. Lingua audio: originale - Sottotitoli: italiano.



18/02/16

Robert Pogue Harrison e Werner Herzog a Stanford discutono su Falchi e Letteratura. (VIDEO)




Pubblico qui il video integrale della conferenza tenutasi Martedì 2 febbraio nell'aula magna della Biblioteca della Stanford University per "Another Look",  una discussione sul poco conosciuto capolavoro del 1967 di J.A. Baker (1926-1987), Peregrine, che descrive la sparizione dello splendido falcone dalle paludi inglesi. 

Il libro è stato l'occasione di una densissima conversazione tra Robert Pogue Harrison, acclamato autore e professore di Letteratura Italiana a Stanford che scrive regolarmente per il New York Review of Books e conduce il popolare radio talk Entitled Opinions,  e il grande regista e sceneggiatore Werner Herzog, autore di film famosissimi, e scrittore anch'egli. The Peregrine è uno dei suoi libri preferiti di sempre. 

Buon ascolto e buona visione. 


17/02/16

Einstein aveva ragione. Domani, Giovedì 18 una bellissima conferenza all'Auditorium Parco della Musica.



In occasione dell’annuncio dei risultati di ricerca che hanno scoperto l’esistenza delle onde gravitazionali da parte delle collaborazioni internazionali LIGO/Virgo alla quale l’Italia partecipa con l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), l’INFN e la Fondazione Musica per Roma organizzano la conferenza pubblica “Einstein aveva ragione” . Di che cosa parliamo quando parliamo di onde gravitazionali: il racconto di una scoperta. 

La serata, moderata dal giornalista scientifico Marco Cattaneo, ruoterà intorno al dialogo con i protagonisti della ricerca e la proiezione di animazioni e filmati

Le inedite e scenografiche animazioni sulle onde gravitazionali e i filmati sui grandi interferometri Virgo, in Italia, e LIGO, negli Stati Uniti, consentiranno al pubblico di visualizzare lo straordinario potenziale della neo-nata astronomia gravitazionale e l’altissimo livello tecnologico dei nuovi strumenti per l’esplorazione del cosmo profondo. 

Durante il dialogo con gli scienziati sarà dato spazio alle straordinarie prospettive di scoperta che saranno possibili nel prossimo futuro

I recenti risultati aprono infatti una nuova finestra sull’universo, consentendoci di indagare a fondo sulla sua struttura, sulla sua origine e la sua evoluzione

Le onde gravitazionali 
Previste 100 anni fa da Einstein nell’ambito della teoria della Relatività Generale, le onde gravitazionali sono debolissime fluttuazioni del campo gravitazionale dovute a eventi cataclismatici come la fusione di buchi neri, l’esplosione di stelle al termine della loro vita o la rotazione vorticosa di sistemi binari

Gli strumenti 
Gli interferometri utilizzati per la loro rivelazione, Virgo e LIGO, sono giganteschi strumenti a forma di L le cui braccia hanno lunghezze di 3-4 km e sono percorse da fasci laser ultra-sensibili. Sviluppati dalle collaborazioni europea Virgo (coordinata dall’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e dal francese CNRS) e dall’americana LIGO, si trovano l’uno nella campagna di Cascina, vicino a Pisa, l’altro negli Stati Uniti.

Insieme, costituiscono l’unico network mondiale di interferometri avanzati per la ricerca delle onde gravitazionali. 

ANTEPRIMA FESTIVAL DELLE SCIENZE 
“Relatività” (20-22 maggio 2016) 
ROMA, AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA,
SALA PETRASSI GIOVEDI 18 FEBBRAIO, ORE 21 “Einstein aveva ragione” 
Di che cosa parliamo quando parliamo di onde gravitazionali: il racconto di una scoperta 

Intervengono 
Viviana Fafone – INFN e Università di Roma Tor Vergata, collaborazione Virgo Antonio Masiero – INFN e Università di Padova, vicepresidente INFN Fulvio Ricci – INFN e La Sapienza Università di Roma, coordinatore Virgo

Biglietti 3 Euro. 

16/02/16

Niente è più autentico e salvifico della poesia. Hilde Domin, "Il coltello che ricorda."



Niente è più autentico e salvifico della poesia
La poesia era stata dichiarata morta: da un esiliato di fama, da Adorno. Che dopo Auschwitz non si potessero più scrivere poesie, lo aveva già dichiarato a New York nel 1949. Una frase tanto impressionante quanto sbagliata – ma molto difficile da annullare. Non tanto dall’autore, che ha ritrattato, dichiarandola espressamente un errore nel 1966

Ancora nel 1964, dopo una lezione a Harvard, Herbert Marcuse mi scrisse una dedica sul suo libro Eros e civiltà: «perché lei [cioè io] dopo Auschwitz, scrive poesie e ha dovuto scriverle». 

Se non l’avessi conosciuto così bene non avrei osato provocarlo alla difesa della poesia e rinfacciargli la sua involontaria collaborazione alla distruzione della poesia tedesca.

No, non “nonostante”, ma proprio “a causa di” Auschwitz le poesie sono necessarie e più necessarie che mai. Ancor prima che la frase fatale fosse formulata, era già stata negata dai grandi poeti. Celan aveva già scritto Fuga di morte. E Nelly Sachs, prima di allora un’autrice graziosa, epigonale, come attestano gli studi sulle sue prime opere, si mutò in quella voce che è impossibile ignorare, appena le notizie dell’orrore giunsero a Stoccolma: le notizie della conferenza di Wannsee e della deportazione e dello sterminio degli ebrei di Berlino.
 Le dimore della morte (Die Wohnungen des Todes) scritto nel 1943, fu pubblicato a Berlino Est nel 1947. 

Horst Bienek, a quel tempo diciottenne, lesse Nelly Sachs. Il libro deve aver scosso molto le giovani generazioni. «Era il libro di un supertestimone», scrive lui, «che non rimane invischiato nel realismo. Proprio ciò di cui avevamo bisogno».

HILDE DOMIN, Lezione di Francoforte, Il coltello che ricorda, Del Vecchio Editore 2016.


Hilde Domin

 Il coltello che ricorda

In questo volume, il terzo della serie che Del Vecchio Editore dedica alla poetessa, si dà conto degli sviluppi letterari di Hilde Domin negli ultimi anni della sua attività poetica, presentando al pubblico italiano un compatto insieme di testi autobiografici, teorici e lirici, che si commentano e presentano gli uni con gli altri rendendo evidente la compatta organizzazione del pensiero creativo e filosofico di Hilde Domin.

Al centro della riflessione restano e si fanno più nitide la potenza della parola poetica e l’incitamento al coraggio civile, che è innanzitutto la capacità di uscire dagli schemi e accettare la propria umanità aprendosi all’incontro con l’altro: «Solo colui che è crocifisso/ le braccia/ spalancate/ dell’Io–sono qui».

*** Genesi
Cambiare
la parola
lo sguardo
creare la realtà
il sogno della realtà
l’incubo della realtà la realtà

il suo nocciolo
(traduzione di Paola Del Zoppo) ***

 Genesis
Das Wort
der Blick
ändern
erschaffen die Wirklichkeit
den Traum der Wirklichkeit
den Angsttraum der Wirklichkeit
die Wirklichkeit

 ihren Kern

HILDE DOMIN, Il coltello che ricorda, Del Vecchio Editore 2016.

15/02/16

La statua del Redentor sul Corcovado a Rio de Janeiro (Dieci luoghi dell'anima).


  


   Num cantinho um violao,
este amor uma cancao
pra fazer feliz a quem se ama,
muita calma pra pensar
e ter tempo pra sonhar,
da janela ve se o Corcovado,
o Redentor que lindo….

              I versi di Antonio Carlos Jobim, il padre della musica Brasiliana, di quella rivoluzione chiamata Bossanova, teorizzata e compiuta insieme a Joao Gilberto e Vinicius De Moraes, risuonano nella mente quando si intraprende un viaggio nel cuore del Brasile.  
              A me è capitato qualche anno fa, in una circostanza speciale, per la realizzazione di un reportage sulla deforestazione in Amazzonia.
              Rimasto in Brasile per quasi un mese,  e attraversato quel paese grande come un continente da est ad ovest, da nord a sud, ebbi l’impressione di apprezzarlo pienamente, di percepirne il senso della storia, e di quella filosofia di vita soltanto quando, lasciati alle spalle gli spazi sterminati del sertao, il bassopiano arido che abbraccia gran parte del nord-est,  e del bacino fluviale più esteso del mondo, feci visita al riconosciuto simbolo universale carioca.
              Come ogni simbolo, il Redentor, la monumentale statua eretta sulla sommità del Corcovado, che domina dalle sue altezze la città di Rio de Janeiro, parla molti linguaggi, e ad ognuno suggerisce qualcosa di diverso, un frammento o una suggestione di quella grande anima latino-americana che ha parlato nella storia di questo paese  attraverso i  preludi di Villa Lobos, le saghe bahiane di Jorge Amado, le imprese calcistiche, il cinema novo di Glauber Rocha.
          
           E ha parlato, appunto, anche grazie all’arte inconfondibile di Antonio Carlos Jobim.  Il quale, per sfuggire alle ombre lunghe di una infanzia grandemente sofferta – il padre, uomo religioso e tormentato, morì suicida, forse per una dose eccessiva di morfina usata per combattere la depressione – scoperta la magia di un pianoforte, si inventò una carriera di musicista, rifiutandosi in questo modo di proseguire le tradizioni diplomatiche della famiglia.
           Scelse, per vivere, una casa meravigliosa – intatta ancora oggi – immersa nel verde rigoglioso e nella pace (sembrerebbe incredibile a dirsi)  del quartiere di Ipanema.  Ci andò a vivere con la giovane moglie Thereza, e con i due figli Paulo ed Elisabeth. E qui scrisse  le canzoni di Orfeo Negro (il film che fece scoprire il Brasile a tutti, europei e americani compresi), A felicidade, Chega de Saudade, e la stessa Corcovado. Un pugno di canzoni che cambiarono la musica di quegli anni, e rimasero patrimonio di tutti.
           Erano gli anni del Brasile del presidente Juscelino Kubitschek, detto JK, eletto nel 1956,  gli anni di un memorabile e dissonante sviluppo economico che portò il Brasile alla ribalta del mondo, nella musica, nell’arte, nell’industria, nell’architettura.  A scapito di quello che in pochi decenni divenne il più grande indebitamento pubblico di un paese, destinato a pesare per così tanto tempo sulle spalle del popolo brasiliano, non si esitava a costruire l’utopia della città del futuro: la capitale Brasilia, disegnata dal genio di Oscar Niemeyer e di Lucio Costa,  sorta come un fungo nel deserto nel giro di pochi anni.
             Intanto il Brasile, quinto paese al mondo per estensione e per popolazione, diventava sempre più povero, e uno dei giganti cattolici del paese si trovava a fare i conti con la revanche dei riti sincretisti degli Orixas e di Nossa senhora da Bahia.
             Non era la prima volta che il Brasile provava a legittimarsi, nelle ambizioni più che nei fatti, potenza mondiale.
             Era già successo negli anni ‘30.  In quel tempo il Nord del pianeta si accorse del Sud non solo come deposito di ricchezze naturali, da depauperare. Il Sud era anche  ricchezza, mito primigenio, forza  creativa,   rinnovamento.
             In quegli anni dunque – esattamente il 12 ottobre 1931 – il Brasile si diede il simbolo che desiderava: una statua di Cristo alta 38 metri, e pesante 1.145 tonnellate. Scelse la data dell’anniversario della scoperta americana di Colombo, anche se quel giorno inaugurò per il Sud America (e per il Brasile) la lunga e terribile stagione dei massacri indiscriminati di ogni cultura indigena, vecchia di secoli. 
In realtà si parlava già da anni di porre una statua di Cristo in quel punto esatto. Probabilmente se ne parlava anche a causa del fatto che il primo nome che nel secolo sedicesimo i conquistatori portoghesi diedero a quel monte, dominante la spettacolare baia di Rio, fu Pinàculo de la Tentaciòn, perché  - ripido così come l’aveva disegnato la mano di Dio -  ricordava proprio il monte dal quale Cristo viene invitato dalle lusinghe del Diavolo a gettarsi nel vuoto.   Ma la prima iniziativa concreta per realizzare una scultura in quel luogo fu presa molto tempo dopo, intorno al 1850,  dal padre lazarista Pedro Maria Boss, che ne aveva parlato, senza molti risultati alla principessa Isabella, figlia dell’imperatore Pietro II, alla quale il Brasile deve l’abolizione della schiavitù. L’idea poi fu abbandonata con la proclamazione della Repubblica, nel 1889.
             E’ davvero incredibile come, nel cuore stesso di una città tentacolare e assurda come Rio de Janeiro, ancora oggi si possa respirare la magia di  quella natura incontaminata, di quel lussureggiante spettacolo naturale che per milioni di anni ha regnato incontrastato sul continente australe americano, prima della comparsa dell’uomo, e poi insieme ad esso.

tratto da: © Fabrizio Falconi - Cantagalli editore - Dieci Luoghi dell'Anima, 2009.
(continua a leggere sul libro). 



12/02/16

"La marea delle quadrature" di Dorothy Hewett (Recensione).



L'avventura editoriale di Giano è stata piuttosto sfortunata. Tra il 2004 e il 2005 la nuova casa editrice si era presentata con una serie di titoli molto interessanti e una veste editoriale raffinatissima. 


L'esperimento è durato poco, e appena qualche anno dopo, la casa editrice varesina, con i rispettivi titoli in catalogo è stata assorbita dalla Neri Pozza. 


Tra i primi titoli del catagolo di Giano, c'era anche questo romanzo di una scrittrice australiana, Dorothy Hewitt (1923-2002) presentato con il bellissimo titolo originale tradotto La marea delle quadrature (Neap Tide) e più tardi ristampato dalla stessa Neri Pozza con il titolo - assai più banale - de Il cottage sull'oceano

Si tratta di un notevole romanzo. Dorothy Hewitt, protofemminista del movimento australiana, membro del partito comunista locale, è un personaggio quasi leggendario, in Australia, con le sue scelte anticonformiste, la sua opera di poeta e romanziere, l'attività di accademica, svolta all'università di Perth, le battaglie ecologiste e di solidarietà alle rivendicazioni della popolazione aborigena. 

In Marea delle quadrature, la protagonista, Jessica Sorensen è una alter ego della scrittrice.  Una accademica in crisi - il primo marito si è suicidato, il secondo l'ha appena lasciata per una donna più giovane, la figlia di primo letto Beth, vive a Roma e non ha più rapporti con la madre - abbandona la città per trasferirsi a Zane, un piccolo villaggio, sulla costa meridionale dell'Australia.
Nel suo cottage di fronte all'Oceano, completamente immersa nella selvaggia natura del bush australiano, Jessica vive per un anno sospesa nel clima isolato di Zane, popolato da artisti e poeti in fuga dalla città, ecologisti, pescatori, diseredati vari, e figli di aborigeni. 

Inebriati dalla totale libertà del luogo, queste anime alla deriva, si incrociano, si scambiano i ruoli, si perdono definitivamente, cercano comunque un destino, anche uno qualunque, che dia significato alle loro vite. 

Jessica, che sta lavorando a uno studio sui poeti australiani dell'ultima generazione, si imbatte anche nel fantasma di uno di loro, Oliver Shine, che poco prima aveva occupato lo stesso cottage dove vive Jessica, e che è misteriosamente scomparso - forse annegato nell'oceano -  con Nettie e Mercy le due donne con cui viveva. 

A Zane c'è anche il fratello di Jessica, Tom, che vive lontano da tutti e ha da poco scoperto di aver contratto l'HIV. 

Sul grande affresco delle anime, continuamente irrequiete, continuamente in cerca, si staglia la minacciosa natura incontaminata e soprattutto l'immenso oceano, con le sue maree che - come i destini degli uomini - sono sempre in cambiamento. 

E' un romanzo pieno di dolore, dove il dolore anzi, diventa oltre che la cifra stilistica anche la chiave di interpretazione e di senso.   Jessica impara dal dolore il limite delle sue paure, in qualche modo dal dolore impara a decidere, impara dolorosamente a scegliere. 

Forse è proprio l'uscita da questa prolungata immaturità - e dalla irresponsabilità (sembra che per questi personaggi anche la creatività artistica sia in fono una semplice fuga dalle responsabilità) - che caratterizza Jessica insieme alle altre anime che popolano Zane, il punto nodale del racconto, quello verso cui tutto converge. 

La scrittura della Hewitt è sensuale e selvaggia, e non pretende di essere perfetta. Si aprono falle nel racconto e non tutte vengono colmate. Come se il racconto risentisse della stessa idiosincrasia dei personaggi, delle loro instabilità psichiche e spirituali. 

Un libro che riempie, comunque, e che lascia molte domande. Il che è tutto meno che un male. 

Fabrizio Falconi

10/02/16

Tornatore porta sullo schermo 'I Beati Paoli'.


Chi non lo ha mai letto non sa cosa si è perso. 

Quasi 1000 pagine di (colto) divertimento assoluto. 

I Beati Paoli è un meraviglioso romanzo popolare storico, di quello che è il misconosciuto Dumas italiano, Luigi Natoli; ed è davvero una bella notizia quella che presto ne vedremo una riduzione per la televisione firmata da uno dei nostri migliori registi. 

La Leone Film Group ha infatti firmato un accordo con il premio Oscar Giuseppe Tornatore per la realizzazione, prevista nel 2017, della serie televisiva in 12 episodi tratta dal romanzo "I Beati Paoli" dello scrittore siciliano Luigi Natoli. 

"I Beati Paoli di William Galt, alias Luigi Natoli, è uno dei romanzi d'appendice piu' popolari del '900 - afferma Tornatore -. Avevo sempre sognato di farne un film, ma probabilmente oggi la sua destinazione ideale e' quella del serial televisivo. Pertanto, quando i produttori Andrea e Raffaella Leone mi hanno proposto di supervisionare il progetto dirigendone la puntata pilota, ho aderito con entusiasmo. Sono certo che si tratterà di una magnifica esperienza". 

"Siamo onorati di poter annunciare questo progetto - sostengono Andrea e Raffaella Leone - che consolida il rapporto di collaborazione e di grande stima instaurato con Giuseppe Tornatore e che consente alla Leone Film Group di avviare il percorso di internazionalizzazione della produzione seriale, che costituira' un nuovo fondamentale asset per la crescita del Gruppo".

fonte ANSA

09/02/16

Torna Bontempelli, con 'L'amante fedele', il libro con cui vinse il Premio Strega nel 1953.




Torna in libreria, a oltre sessant'anni dalla prima edizione 'L'amante fedele', il libro di racconti con cui Massimo Bontempelli vinse il 'Premio Strega' nel 1953. 

La nuova edizione e' pubblicata da Incontri editrice ed e' il decimo titolo della collana Kufferle dedicata alla riproposta di testi e autori del passato, con introduzione della drammaturga e storica del teatro Patricia Gaborik, attenta studiosa dello scrittore. 

Giornalista e scrittore tra i piu' originali del Novecento, Bontempelli, morto nel 1960, nei 15 racconti de 'L'amante fedele' (pp 283 pagine, euro 15) mostra da diverse sfaccettature la sua idea di letteratura, quel "realismo magico" in seguito applicato ad autori da Borges a Rushdie

In un certo senso questa raccolta e' il coronamento della narrativa di Bontempelli per la presenza costante di alcuni elementi cardine della sua poetica, dalla centralita' del mito allo spirito di avventura che guida i suoi personaggi, alla predilezione per i protagonisti femminili. 

Diversi nelle ambientazioni e nelle atmosfere i 15 racconti sono uniti innanzitutto dallo stile di Bontempelli convinto che l'arte del Novecento dovesse essere in grado di esprimere l'"avventuroso miracolo" della vita quotidiana, in una visione in cui erano centrali i concetti di immaginazione, ironia e candore. 

Se, come scrisse Bontempelli, il mistero e' "la sola realta'", attraverso uno sguardo candido, non filtrato cioe' da intellettualismi o convenzioni sociali, e' possibile pervenire a una comprensione istintiva del mondo, in piena sintonia con la natura. E candidi sono, per gran parte, i protagonisti de 'L'amante fedele'.

08/02/16

"Guerra e Pace", la serie BBC: un prodotto di grande livello.




C'erano una volta gli italiani che sapevano fare meglio di tutti le riduzioni televisive dai grandi capolavori della letteratura. 

Fu una stagione d'oro, che passò dai cosiddetti sceneggiati - a cui lavorarono alcune tra le migliori menti e penne di quel periodo - e che oggi è morta e sepolta. 

Oggi le serie di qualità vengono dall'estero, e soprattutto dall'Inghilterra. 

La BBC, in particolare, ha deciso, dopo più di quarant’anni dall’ultimo adattamento (in quello uno dei protagonisti era Anthony Hopkins) di rimettere le mani sull'epico Guerra e Pace di Lev Tolstoj. 

La BBC ha coprodotto la serie insieme alla Weinstein Company, trovando l'accordo per la messa in onda con Lifetime, A&E Network e History

La sfida nella sfida è stata quella di una miniserie di sole 5 puntate.  Un'opera davvero improba, per ridurre il fluviale romanzo Tolstojano alla quale si è dedicato lo scrittore Andrew Davies.

Con risultati davvero sorprendenti. 

Le vicende delle cinque famiglie russe durante il periodo di guerra napoleonico sono raccontate con piena padronanza del materiale storico-narrativo e nello stesso tempo con una inevitabile brillantezza sintetica, che non umilia il romanzo. 

Splendido il cast con Lily James nei panni di Natasha, James Norton in quelli Andrei e il bravissimo Paul Dano nei panni di Pierre, oltre a Gillian Anderson, Jim Broadbent e Greta Scacchi. 

La serie è stata girata nei luoghi originari, tra la Russia e la Lituania.  La prova delle scene di Guerra, anch'essa superata con un ampio utilizzo di mezzi e di masse umane. 

Insomma, uno spettacolo per gli occhi sia per coloro che conoscono tutto e che amano questi personaggi da sempre, per essersene innamorati nella loro vita leggendoli nel capolavoro di Tolstoj, sia per il grande pubblico che non ha letto l'originale e che potrà ugualmente apprezzare.

Fabrizio Falconi

07/02/16

Caos in Francia per la rivoluzione della Grammatica: scendono in campo i puristi per la difesa dell'accento circonflesso.






Grandi polemiche in Francia per l'annuncio, circolato su molti media, dell'imminente entrata in vigore di una riforma dell'ortografia che, tra le altre cose, farebbe sparire l'accento circonflesso, in nome della semplificazione. 

Commenti indignati o ironici su social network, riflessioni con esperti sui canali all news, e persino un comunicato rabbioso del sindacato studenti Uni e dell'osservatorio dei programmi che accusavano il ministro dell'Istruzione, Najat Vallaud-Belkacem, di "credersi autorizzata a sconvolgere le regole dell'ortografia e della lingua francese"

Il Paese era in grande fermento, anche se non si capiva quale fosse la fonte dell'informazione, dato che dal ministero non erano arrivate comunicazioni ufficiali. 

A fare chiarezza e' arrivato un articolo di Le Monde, nella sezione Les decodeurs del sito, dedicata proprio al fact checking. 

"No, l'accento circonflesso non sparira'", titolava il pezzo, spiegando la riforma citata e' in realtà una proposta avanzata nel 1990 dall'Academie francaise per "semplificare l'apprendimento" di una lingua nota per la sua ortografia complessa anche per i madrelingua con elevato grado di istruzione

Che, pero', non aveva carattere obbligatorio, e in ogni caso non era stata presa in considerazione dalla legge per quasi 20 anni. 

Solo nel 2008, la Gazzetta ufficiale l'aveva "fissata come referenza", ma specificando sempre che anche le grafie precedenti sarebbero state ritenute corrette. Nessuna novita', quindi. Il fraintendimento, spiega sempre Le Monde, e' nato da una decisione degli editori di manuali scolastici che hanno deciso, a partire dalle pubblicazioni per il prossimo settembre, di usare l'ortografia riformata in modo omogeneo, dopo anni in cui ciascuna casa editrice faceva a modo suo. 

Ma per tutti gli altri la riforma, che tra l'altro non cancella del tutto l'accento circonflesso ma si limita a ridurne l'uso, resterà facoltativa come negli ultimi 26 anni.

06/02/16

Il Destino, una parola fuori moda.




Anche alle parole, come ai vestiti e ad ogni altra cosa umana, capita di passare di moda. 

Succede ora alla parola Destino, che quasi nessuno ormai pronuncia più.  Fa parte di un comune sentire, che riguarda il tentativo di esorcizzare quello che non comprendiamo e che tutto sommato ci disturba. 

Il pensiero dominante infatti è tetragono oggi nel credere e nell'affermare che in definitiva tutto è sempre nelle nostre mani, tutto possiamo decidere, tutto possiamo scegliere e alla fine siamo noi gli artefici di tutto quello che (ci) accade. 

Una pubblicità della TIM anzi, ultimamente alletta i suoi consumatori con lo slogan: La libertà di non scegliere.  Il sottotesto è che ormai siamo così ricchi, così pieni di opzioni (ricordate l'altro spot della Vodafone: Tutto intorno a te ?) che possiamo anche concederci di non scegliere nulla, tanto - verrebbe da dire - qualcun altro ha scelto per noi, e questo va comunque bene anche per noi. 

Eppure è così evidente - agli antichi questo lo appariva ancor di più, esposti com'erano alle furie naturali, delle guerre, dei massacri, delle epidemie - che c'è una grossa parte di quello che (ci) accade sulla quale noi non abbiamo proprio nessun controllo. 

Per gli spagnoli la parola 'Destino' significa arrivo. Noi per lo stesso significato abbiamo destinazione.  Destino invece, per noi, ha un senso profondamente arcaico che ha sostituito il Fatus dei Romani. 

Le due cose infatti, per i Romani, erano molto diverse. Il Destino  (fortuna) era infatti legato alle caratteristiche umane e si sposava perciò con le volontà individuali (e il libero arbitrio) che determinano la propria sorte.  Il Fatus invece per i romani indicava l'essere sottoposti a una necessità che non si conosce e che non si può controllare. Che appare come casuale (ma per i romani non lo è). 

Oggi per noi Destino significa il Fatus dei Romani. E come ogni cosa che non comprendiamo, tendiamo a rimuovere.  Se proprio poi si deve dedicare attenzione a questo fenomeno degli eventi, vi si attribuiscono gli attributi di caso, accidente, fatalità.

Eppure la tradizione umana, in occidente come in oriente, ha sempre attribuito al Destino, cioè al Fato, una caratteristica non legata fondamentalmente/esclusivamente al caso. Che un vaso di fiori cada in testa ad un passante dunque, è certamente casuale.   Ma sotto questo mantello del caso inviolabile,  la tradizione orientale ha individuato le più diverse necessità del Karma (per i buddhisti), quella occidentale un disegno non leggibile dagli umani, ma che può essere variamente interpretato, fino alle moderne scuole di psicologia del Novecento. 

Tutto questo appare oggi cancellato.  Tutto è nelle nostre mani.  E quel (poco) che non è nelle nostre mani è puro caso ( e questo sentire è ad esempio diffusissimo anche tra chi si dichiara credente di una qualche confessione religiosa), ruota della roulette. E quindi, non vale nemmeno la pena di discuterne.

Ecco dunque che si spiegano le reazioni nevrotiche di fronte ai grandi e improvvisi lutti, alle grandi e improvvise tragedie, di fronte alle quali siamo sempre più impreparati, senza strumenti (anche soltanto interpretativi) di qualunque senso. 

Fabrizio Falconi

foto in testa: frame dal video Losing my religion, dei R.E.M.


05/02/16

Stasera su Rai5 "I'm your man", docufilm dedicato a Leonard Cohen.




Musicista, scrittore, poeta e autore di colonne sonore, Leonard Cohen e' il protagonista del documentario di Lian Lunson "Leonard Cohen: I'm your Man", che Rai Cultura propone stasera alle 21.15 su Rai5.

Il regista alterna i ricordi e i racconti dell'artista con le sue piu' famose canzoni reinterpretate da altri musicisti tra i quali Bono, Nick Cave, Adam Clayton, Jarvis Cocker. 

Un documentario tra poesia e canzone alternativa che indaga sulla vita e l'arte di Cohen alla costante ricerca della spiritualita' e dell'essenza dell'individuo senza nascondere le sue debolezze di uomo e i problemi che l'artista canadese, nato a Montreal nel 1934, ha avuto con l'alcol. 

04/02/16

"The Revenant" di Alejandro González Iñárritu (recensione).



Ambientato in North Dakota nel 1823, The Revenant (in Italia è stato aggiunta la traduzione 'Il redivivo') è destinato a fare incetta di premi Oscar.

Alejandro González Iñárritu, dopo il trionfo dell'anno scorso con Birdman, ha trovato nel copione di Michael Punke, un soggetto primario, di quelli che piacciono tanto a Hollywood: un uomo lasciato da solo a combattere contro tutto e contro tutti, contro le contrarietà terribili della natura e contro la malvagità degli uomini. 

Leo di Caprio interpreta il trapper Hugh Glass a cui ne succedono di tutti i colori. Partito insieme ad una compagnia di uomini per una raccolta di pelli preziose nei gelidi territori del Nord, sopravvive prima  ad un attacco degli indiani Arikara, che sterminano gran parte dei membri della spedizione, e poi all'assalto di un enorme Grizzly che durante la fuga lo attacca e lo riduce in fin di vita.   Soccorso sul momento dai suoi e caricato su una barella, ben presto si rende necessario abbandonanre l'infermo al suo destino. 

Ma uno degli uomini lasciato ad accurdirlo fino alla fine è il terribile Fitzgerald, che non solo vorrebbe lasciarlo morire, seppellendolo vivo, ma uccide l'unico figlio adolescente, mezzosangue, di Glass, sotto i suoi occhi.

Lasciato da solo a morire, l'uomo riesce a sopravvivere.  Si automedica, si trascina prima sulle mani, poi torna a camminare utilizzando un pesante ramo come bastone, mentre l'inverno scatena tutta la sua furia. 

Il resto del film è il lento ritorno a casa di Glass, dopo l'incontro con un indiano solitario che gli salva la vita e quello con una guarnigione francese a cui riesce a rubare un cavallo. 

Mosso soltanto dal desiderio di vendicare il figlio, Glass fa ritorno al forte dove sono i suoi, solo per mettersi nuovamente in viaggio alla ricerca del criminale, che ha ucciso suo figlio. 

Il film è sontuosamente realizzato, ma è deludente. 

Sulla fattispecie della storia dell'uomo solo contro tutto e tutti, Inarritu non riesce mai a far decollare il film, e nessuna evoluzione emotiva dei personaggi si concretizza in quasi tre ore di racconto. Sembra più che altro un esercizio di stile messo a disposizione per Di Caprio, che occupa militarmente ogni inquadratura in primi e primissimi piani, per consentirgli di vincere finalmente l'agognata statuina. 

Tralasciando l'assoluta inverosimiglianza dei dettagli della storia raccontata, vengono in mente esempi recenti come Cast away di Robert Zemeckis (2000), dall'esito favolistico-narrativo ben più riuscito, o il simile Corvo rosso non avrai il mio scalpo (Jeremiah Johnson) di Sidney Pollack (1972) che aveva ben altro respiro epico. 

Insomma, Inarritu annacqua un po' il suo stile - che resta comunque vigoroso, potente - con ampie concessioni alla sinfonia degli elementi, strizzando l'occhio a Terrence Malick, ma senza la stessa poesia. 

E in effetti sembra proprio l'elemento poetico, quello più assente in questo film, troppo uguale a se stesso dalla prima all'ultima inquadratura. 

Fabrizio Falconi 





03/02/16

"Dal libro dei pensieri" di Benedetto Croce (Recensione).




E' un libro molto prezioso, questo. Dal libro dei pensieri  raccoglie diversi testi, scritti in un ampio lasso di tempo, da Pensieri sull'arte del 1885 a Tra il serio e il giocoso del 1939, al Soliloquio, del febbraio 1951 - un anno prima della morte - che appare una sorta di congedo. 

Sono testi molto preziosi perché sono molto lontani dall'immagine di Benedetto Croce a cui siamo abituati, quella del pensatore storicistico, del filosofo teoretico e ideologo del liberalismo novecentesco. 

Qui invece Croce, nei suoi scritti più intimi, si sofferma  sulle questioni più pratiche e assillanti: la passione e il sentimento, l'angoscia e lo smarrimento, la felicità e la ricerca della fede, il sesso e l'amore.

Come sotto la lente di un entomologo, Croce analizza i moti e le note più nascoste dell'anima, unendo il rigore morale ad una sorprendente prosa da puro letterato. 

E' insomma una sorta di livre de chevet,  che merita un posto privilegiato nella nostra biblioteca. E che si può leggere per singoli brani. 

C'è anche una sorta di autoanalisi, e di autocoscienza, che umanizza ogni discorso, anche quello che apparirebbe il più astratto sulla efficacia del percorso artistico e le sue implicazioni sulla conoscenza. 

Vi si leggono vere e proprie illuminazioni e brani di disarmata semplicità come questo:

Ciascuno di noi, in ogni istante, cade o sta per scivolare nell'errore, e da esso si ritrae o si rialza e sopra esso si innalza conquistando la verità, per sfiorare o ricadere in un nuovo errore e proseguire in questo ritmo, che è il ritmo stesso del pensiero pensante. 
(pag. 178)