09/02/17

Henry James: "Una vacanza romana" - (Recensione).




E' un libro molto prezioso, questo pubblicato da Elliot: contiene il resoconto dei viaggi e soggiorni del grande Henry James nell'arco di trent'anni, dal 1872, due anni dopo la breccia di Porta Pia, fino ai primi anni del '900 (James muore nel 1916). 

James, al contrario di Joyce, amò Roma dal primo momento e Roma lo ricambiò con giorni pieni di estasi e di turbamento,  il cui resoconto è in questa pagine. 

Si tratta di sei parti distinte -  Una vacanza romana, Cavalcate romane, I dintorni di Roma, Il fuori stagione a Roma, Da un taccuino romano e Altri dintorni romani - che compongono un senso unitario di formazione e scoperta.  

James gira Roma a piedi durante il carnevale romano, prende alloggio in Via Lata /Via del Corso, esplora le più belle ville - Villa Medici e Villa Ludovisi le sue preferite, insieme a Villa Borghese - le oscure chiese, la monumentale Basilica di San Pietro - in cui torna ogni volta - percorre a cavallo la Via Flaminia fino a Ponte Milvio inoltrandosi fino a Veio, perlustra i dintorni minuziosamente (Ariccia, Albano, Nemi, i Colli Albani, la via Tuscolana), fino a un viaggio in automobile a Subiaco, per scoprire il monastero di San Benedetto. 

Questi scritti facevano già parte del volume Ore italiane (1909). La Roma dei ruderi di campagna, ma anche delle toghe purpuree dei monsignori, dei nuovi quotidiani liberi dalla censura papale e dei pastori con cappelli di paglia lungo le vie, dei monumenti capitolini e della folla sul Corso. 

Accompagnato dai molti amici inglesi o americani che lo scrittore frequentava assiduamente, e insieme a loro anche lo scultore norvegese Hendrik Christian Andersen, James frequenta i salotti nobili della capitale post-papalina di allora, va a teatro all'Apollo - dove nei palchi c'è Margherita, la neo-Regina d'Italia - oppure si mischia alle folle di contadini nella campagna intorno alla città, annotando ogni cosa, ogni percezione, dalla gloria dello spettacolo della natura lussureggiante d'estate alle luci d'inverno, alla parvenza macabra delle rovine e delle chiese spettrali abbandonate o fatiscenti. 

Lo stile di James è quello delle sue narrazioni, condito di humour e di ironia sottilissima, perennemente alla ricerca di definire l'indefinibile, ovvero la natura del fascino suggestivo di quella città eternamente presente ed eternamente sfuggente.

Anche quando torna, 30 anni dopo, l'incanto non è scomparso: Nessuno che abbia mai amato Roma come poteva essere amata in gioventù... vuole smettere di amarla. 

Il libro è oltremodo utilissimo per scoprire le cose che della città si sono tramandate fino a oggi - la sua sciatteria, la sporcizia, il disincanto, la necessità di scoprirla realmente fuori stagione, quando le torme di turisti se ne allontano - e quelle che sono profondamente mutate, anche nell'aspetto esteriore di monumenti, borghi e piazze. 

E di certo al lettore di oggi, appassionato di Roma, sale la nostalgia per quella Roma sparita che a James - e a molti altri - in altri tempi seppe spalancare magnificenze oggi sempre più rare e sempre più assediate dal caos della quotidianità sovrappopolata. 

Impreziosiscono  il volume splendide fotografie in bianco e nero di Franco Mapelli.



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