15/05/15

Il Museo delle anime del purgatorio a Roma. Un luogo misterioso.


          



 C’è un luogo a Roma davvero particolare,  e quasi del tutto ignoto agli stessi romani, che ha una storia meritevole di essere raccontare, in special modo per gli appassionati di misteri.  Sorge in luogo di grande passaggio, sul Lungotevere Prati, esattamente in quel punto, prima del Palazzaccio – il Palazzo di Giustizia – dove fa bella mostra di sé uno dei pochissimi edifici in stile neogotico della Capitale: la Chiesa del Sacro Cuore del Suffragio, quell’edificio che i Romani chiamano ‘il Duomo di Milano in miniatura.’   Si tratta di una piccola chiesa  costruita in cemento armato  alla fine del secolo scorso dall’architetto Giuseppe Gualandi, commissionata dal missionario francese Victor Jouet per ospitare l’Associazione del Sacro Cuore di Gesù per le Anime del Purgatorio, da lui fondata.  

Questa associazione religiosa era nata proprio con l’intento di pregare per quelle anime che si erano manifestate in modo eclatante  – a giudizio del missionario stesso e di molti altri testimoni – nelle circostanze drammatiche che avevano riguardato un edificio che sorgeva proprio sullo stesso luogo dove poi fu realizzata la Chiesa attuale: si trattava di una piccola cappella dedicata alla Vergine del Rosario che un giorno – il 15 settembre del 1897 -  andò distrutta completamente per via di un incendio.  Sembra che in quel periodo la chiesetta fosse stata sottoposta a restauri.  Improvvise si levarono le fiamme, e quando, spento l’incendio, i soccorritori valutarono i danni, si resero conto che su uno dei pilastri rimasto in piedi era rimasta impressa una strana ombra assai rassomigliante alla testa di un uomo.   Ma anche altre strane figure emersero sui muri delle macerie, compresa una immagine di un volto ghignante – subito identificato con quello di Satana – esattamente al di sopra dell’Altar Maggiore, dal punto dove si erano levate le prime fiamme.

Jouet, il missionario, notevolmente impressionato dall’accaduto, non tardò a spiegare la presenza di quelle ‘ombre’,  come nient’altro che tracce lasciate dalle anime del purgatorio.   Secondo una antica tradizione, infatti, le anime in transito dall’inferno al paradiso, possono manifestare la loro presenza su questa terra lasciando impronte infuocate su  vestiti, stoffe, libri, ecc..


Il missionario cominciò così una paziente opera di catalogazione di tessuti, breviari, tavolette di tela e di legno sulla superficie delle quali erano apparse queste impronte misteriose appartenenti a spiriti di defunti, fino a costituire nell’anno 1900 un Museo delle Anime del Purgatorio, che ancora oggi è conservato e che risulta particolarmente suggestivo o impressionante per chi varca la soglia della Chiesa sul Lungotevere.

Il piccolo Museo, dal quale si accede attraverso una porticina della sacrestia, è contenuto in alcune teche  e armadi, il cui numero con il passare del tempo è notevolmente diminuito, a seguito della eliminazione di alcuni pezzi ritenuti spurii, e alla stessa volontà di non concedere troppo spazio alla propagazione di credenze nei confronti delle quali le gerarchie ecclesiastiche preferiscono mantenere una certa distanza.



Così, scorrendo i preziosi reperti esposti, si ricostruiscono anche le storie di fantasmi ‘del purgatorio’ manifestatisi in diverse parti d’Europa, il cui spirito aleggia tra le mura di questo edificio romano. Come è il caso dell’anima della suocera di Margherita Demmerlé, una damigella della parrocchia di Ellingen, nella diocesi di Metz nel nord est della Francia, che apparve nella sua corporeità alla nuora, trent’anni dopo essere morta, lasciando una impronta di fuoco sulle pagine di un libro sacro, che nel Museo è esposto.  Come racconta la testimonianza allegata, la defunta appariva in costume del paese come pellegrina, scendeva dalle scale di casa del granaio, gemeva e guardava con tristezza la nuora. Consigliata dal parroco, la donna si decise di rivolgere la parola al fantasma, che rispose dichiarando la sua identità e intimandole di compiere un pellegrinaggio al Santuario di Nostra Signora di Marienthal.  Al termine di questa visita,  apparve nuovamente la defunta per annunziare a Margherita la sua liberazione dal Purgatorio, posando la mano sul libro (una copia de L’Imitazione di Cristo) e lasciandovi impresso il segno delle bruciature, prima di sparire per sempre.  (1) 
        Un altro reperto inquietante è quello della camicia di Giuseppe Leleux de Mons, su una manica della quale appare l’impronta di una bruciatura di una mano, lasciata – secondo quanto è riportato nella nota allegata – la notte del 21 giugno 1789 nella cittadina belga di Wodecq-Mos.  Secondo quanto raccontò  Giuseppe, la madre, morta ventisette anni prima, gli apparve in quella notte dell’equinozio d’estate, dopo che per undici notti consecutive la casa in cui viveva era stata ‘infestata’ da rumori di ogni tipo.  Era il modo per ricordare al figlio il legato di celebrare sante messe in suffragio della defunta, e soprattutto per riportarlo ad una vita morigerata e priva di quella dissoluzione che lo stava portando alla rovina.    In quella notte fatidica il fantasma materno pose la sua mano sulla camicia bianca del figlio lasciando la vivida impronta.  Giuseppe Leleux, a seguito dell’episodio soprannaturale, si convertì, fondando una congregazione di pii laici e quando morì, il 19 aprile 1825, fu additato come un santo.
        Un reperto invece del tutto ‘italiano’  e anzi, romano, tra quelli esposti al Museo delle Anime del Purgatorio è il cappotto militare con evidenti bruciature: apparteneva ad una sentinella italiana che, in una notte del 1932, era di guardia alle tombe del Pantheon.  Secondo le testimonianze di allora gli apparve proprio il fantasma del Re Umberto I, assassinato il 29 luglio del 1900, che gli posò una mano di fuoco sulla spalla, prima di confidargli un messaggio per suo figlio, Vittorio Emanuele III.
        Completano poi la collezione altri reperti di fantasmi:  il primo è un berretto da notte appartenuto a Luigi Le Sénéchal, che abitava a Ducey, in Francia. In una notte del 1875 gli apparve il fantasma della moglie, Luisa, che chiedeva preghiere e gli forniva il modo di documentare, con l’impronta infuocata lasciata sul berretto, la sua presenza nell’aldilà alla loro figlia.   
        Il secondo consiste in una semplice fotografia di un originale impronta (che si trova a Winnenberg, in Westfalia)  su di una veste appartenuta nel 1696 a Suor Margherita Herendops, religiosa convertita del monastero della stessa città tedesca.    L’impronta sarebbe stata lasciata da una consorella,  suor Chiara Scholers, morta di peste nel 1637.
        Il terzo è rappresentato dalle impronte lasciate su una tavoletta di legno insieme a un segno di croce, e poi ancora sul panno della manica di una tonaca e sulla camicia di Isabella Fornari, badessa delle Clarisse a Todi, il 1 novembre del 1731 dal defunto padre Panzini che era stato abate olivetano a Mantova.  Tutte queste diverse impronte – ancora oggi visibili – furono raccolte e catalogate dal padre Isidoro Gazale della congregazione del Santissimo Crocefisso, che era stato confessore della badessa.
        Il quarto e ultimo è infine l’impronta di bruciatura di un dito  lasciato, secondo le testimonianze conservate negli archivi  del monastero di Santa Chiara del Bambino Gesù di Bastia, in provincia di Perugia, da suor Maria di San Luigi Gonzaga, la notte del 5 giugno 1894.  La suora era morta la mattina stessa di quel giorno, dopo parecchie settimane di forti febbri, asma e tossi.  La notte apparve a una consorella, suor Margherita del Sacro Cuore, vestita da clarissa, circondata da ombre ma perfettamente riconoscibile,  dicendo di trovarsi in Purgatorio, dove sarebbe dovuta rimanere per altri venti giorni per espiare le sue colpe.  Chiese preghiere, e per lasciare documento del suo passaggio lasciò l’impronta del suo indice sulla federa del cuscino, promettendo di tornare: cosa che fece venti giorni dopo per ringraziare e dare rassicurazioni sul suo passaggio alle alte sfere celesti.
       I reperti del Museo delle Anime del Purgatorio, sul Lungotevere Prati hanno insomma da sempre attratto  e incuriosito, e anche fatto disquisire di questioni teologiche: per esempio sulla natura di queste bruciature lasciato dai fantasmi, manifestatisi in diversi luoghi e diverse circostanze.   Le bruciature sono prodotte dal ‘fuoco spirituale’ che avvolge le anime del purgatorio ?  Oppure sono semplicemente il simbolo di quella bruciatura che consuma le anime – ogni anima – dopo la morte ?
       Insieme ai reperti delle bruciature il Museo contiene anche altre curiosità, come le dieci fotografie  che testimoniano la vicenda di una tale signora Von Zasmuch,  che visse a lungo, insieme al marito, in un castello sfarzoso ad Olmutz, in Moravia.  Dopo la morte, cominciò ad apparire spesso nella cucina del castello, indossando lo stesso abito con il quale era stata sepolta, e terrorizzando il povero cuoco.  Restava in silenzio, con le mani distese, finché un giorno il cuoco, reso più coraggioso dal vino che aveva in corpo, osò rivolgerle la parola, bestemmiando perché quello spirito non lo lasciava in pace.  Sempre più in preda a una crisi isterica, il cuoco afferrò le molle di ferro del camino e cercò di scacciare il fantasma, ma quello – inaspettatamente – reagì con imprevista violenza, percuotendo il cuoco così pesantemente che quello morì dopo tre giorni.   Più tardi, lo stesso fantasma apparve alla sorella, che era sorella in un convento, Massimiliana.   E, raccontandole delle sue sofferenze nel luogo in cui si trovava – il Purgatorio, per l’appunto -  impresse la mano sulla superficie di un tavolino, in modo che rimase incisa – come vero carbone -  lasciando addirittura ben visibili le innervature  e le vene. 

       È solo l’ultimo colpo di teatro offerto da questo singolare luogo – probabilmente unico al mondo -  dove chi sogna di poter entrare in comunicazione con i morti, trova o può trovare visibili – anche se discutibili -  motivi di incoraggiamento.

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