26/04/13

La vita è un assedio. Ma è adesso.




Ho cambiato me stesso.  
So che avrei potuto restare fermo. E rimanere il prodotto di ciò che ero.  Ma nessuna frontiera mi mette al riparo dalla/della vita.   
Questo mantra mi salva perché se la vita è un assedio, io sono l'assediato, ma sono anche l'assediante. 
E per quanto puoi difenderti, rimanere asserragliato, per quanto puoi illuderti di essere al sicuro, nelle tue mura, nel tuo sistema, la vita verrà a cercarti, verrà a stanarti. E avrà la meglio. Perché così è scritto. 
Potrai resistere finché vorrai, ma sarà lei a prenderti, per fame, per stanchezza o per disperazione. 
La vita prevarrà sempre e fino alla fine si impadronirà di te, fino alla morte. Che è parte della vita.
Siccome però anche io sono la vita, anche io sono l'assediante. 
Anche io vorrò scardinare le resistenze, anch'io mi accamperò sotto le mura, pazientemente in attesa che gli eventi precipitino e io possa avere la mia parte.
L'odissea della vita è dunque un assedio.
E non a caso, i due termini sono anagrammi l'uno dell'altro. 
Non aver paura.  
Liberarsi dalle paure. Vivere adesso, perché ogni futuro e ogni passato esiste solo nel fluire della mente, che è come il fluire dell'acqua del fiume. Mai ferma nello stesso punto, mai identificabile. Piuttosto parte di un flusso continuo. 

Vivere adesso vuol dire vivere questo assedio. Anche questi due termini sono quasi perfettamente anagrammi uno dell'altro. 
Le parole ci raccontano cosa bisogna fare per essere compiuti, per essere pienamente se stessi.  Aprire una buona volta i portoni dell'assedio.  Andare dove i campi si aprono all'infinito e la quiete diventa immobile.  Lì il tempo è fermo. Lì sei eterno. Lì sei tu. Lì sei quello che eri e quello che sarai.


Fabrizio Falconi

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